UN INCUBO GIÀ VISSUTO ALTRE 4 VOLTE, IL 5° È GIÀ PROSSIMO
Tra alcuni giorni dovrò affrontare il mio 5° intervento
chirurgico, e per la 5a volta farò ingresso nella mia sala operatoria ormai
casa... cerco di immaginare come sicuramente andrà sin nei minimi particolari… che
Dio me la mandi buona ancora una volta…
La porta
automatica si apre con il solito pssshhh, quel suono che ormai riconoscerei
anche bendato, anzi, a dirla tutta, tra poco lo sarò davvero, quinta volta…
quinta, ormai dovrebbero darmi una tessera fedeltà, “Alla decima anestesia, una
è gratis”.
Cammino
lungo il corridoio con quell’eleganza tipica di chi indossa un camice aperto
dietro e una dignità appesa a un filo sottilissimo, gli infermieri mi salutano
con un sorriso che oscilla tra il professionale e il “ah, di nuovo lui”. Io
ricambio con un cenno da veterano, se ci fosse una medaglia per presenze in
sala operatoria, sarei già sul podio.
“Tranquillo,
andrà tutto bene,” mi dicono… certo, lo dicono sempre, e io annuisco sempre, è
una specie di danza rituale, loro rassicurano, io faccio finta di non aver già
fatto questo balletto quattro volte prima.
Mi sdraio
sul lettino, è incredibile come questi letti siano contemporaneamente scomodi e
rassicuranti, un po’ come certi abbracci dati male ma con buone intenzioni.
La luce
sopra di me è la stessa, bianca, potente, quasi teatrale, se questa fosse una
scena, sarebbe il momento in cui il protagonista guarda il soffitto e fa un
discorso interiore profondo, e infatti eccolo lì, “Ma davvero siamo di nuovo
qui?”… Sì, “E se stavolta…?” E se stavolta niente… respira, come le altre volte, una alla volta,
arriva l’anestesista, con quell’aria tranquilla di chi sta per spegnerti come
una lampadina, ma con estrema gentilezza… “Conti fino a dieci,” mi dice…
Sorrido… “Guardi che mi deve ancora quattro conteggi arretrati,” penso, ma non
lo dico, non vorrei che decidesse di farmeli recuperare tutti insieme… Uno…
Due… Tre… e poi il nulla, o meglio, quel tipo di nulla che sembra un sonno
profondissimo, senza sogni, senza tempo.
Quando
riapro gli occhi, il mondo torna piano piano, come una vecchia radio che
riprende segnale, le voci sono lontane, poi sempre più vicine, qualcuno dice il
mio nome, qualcuno controlla qualcosa, e io sono lì, sospeso tra il “dove sono”
e il “ah già, eccomi di nuovo”, e poi arriva quella consapevolezza dolce, quasi
timida… è andata, ancora una volta, è andata, non con fanfare, non con effetti
speciali, solo con un respiro un po’ più leggero, una stanchezza diversa, e una
gratitudine silenziosa che si fa spazio tra i pensieri.
Cinque volte…
cinque ritorni.
Forse la
sala operatoria è diventata “casa” davvero, ma non nel senso di restarci, nel
senso che, ogni volta, mi ci riporta… e ogni volta mi lascia andare di nuovo, e
mentre chiudo gli occhi, questa volta per riposare davvero, penso che forse non
sono io che torno sempre lì, è la vita che, testarda, continua a riportarmi
indietro, e ogni volta, mi regala un’altra uscita di scena… Una in più…
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