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I Sassi di Matera

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I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

domenica 12 aprile 2026

 

LA CITTADELLA DA ANTICO PRIMO RIONE 

A CUSTODE DEL PIÙ GRANDE SEGRETO

Il Gaudioso descrive Ferrandina come una delle più grandi e popolate città della Lucania, ascendendo il numero di cittadini a 5000 circa. La città viene eretta nel 1492, con il più antico dei rioni odierni, “LA CITTADELLA”, e con essa, una serie di famiglie nobili ergono i loro palazzi Gentilizi con relative case, stalle e magazzini sottostanti, tanto da popolare l’intero agglomerato e renderlo un piccolo abitato urbano.

Le famiglie nobili saranno molteplici, a cominciare dai De Leonardis, ai San Mauro, ai Sanseverino, e successivamente dai D’Amato-Cantorio, i Centola, i Mastromattei, i De Pace, i Siviglia ed i Piccinni-Lavecchia.

Oltre a famiglie nobili, la Cittadella si anima anche di monasteri e chiese, il Monastero delle Clarisse di Santa Chiara, con la piccola, ma tanto ricca di arte e storia, chiesetta consacrata con lo stesso nome, il Convento di San Domenico con annessa l’omonima chiesa caratterizzata dalla maestosa cupola maiolicata che sovrasta sovrana tutta la vallata, guadagnandosi di diritto il titolo di simbolo incontrastato della città aragonese.

Insomma, ogni angolo, ogni muro, ogni piccolo dettaglio, nel rione “La Cittadella” parla di storia cinquecentesca, fatta soprattutto da Reali, Cavalieri e famiglie Nobili, e anche di particolari nascosti, come cunicoli, sottopassaggi e viadotti sotterranei che nessuno osa nominare… potere dalla storia antica…

E di antiche leggende come quella che riporto di seguito…  

Nel cuore del Cinquecento, quando il rione la Cittadella di Ferrandina brillava di potere, fede e mistero, si narrava una storia che nessuno scrivano osò mai scrivere, ma che sussurrava tra le pietre antiche e le ombre dei vicoli.

Si diceva che sotto la città, ben oltre le cantine dei palazzi gentilizi e le fondamenta delle chiese, esistesse una rete segreta di cunicoli, non semplici passaggi per sfuggire ai pericoli, ma vie sacre, tracciate secondo un disegno antico, forse anteriore alla stessa fondazione della città.

Le grandi famiglie, De Leonardis, San Mauro, Sanseverino, D’Amato-Cantorio, Centola, Mastromattei, De Pace, Siviglia e Piccinni-Lavecchia, ne conoscevano l’esistenza, non era un segreto tramandato con orgoglio, ma un peso condiviso, custodito in silenzio da ogni generazione, ed ogni casato possedeva una chiave, non una chiave comune, ma un oggetto unico, chiavi forgiate in metalli diversi, oro, argento, ferro brunito, ognuna incisa con simboli arcani, solo riunendole tutte si poteva accedere al cuore dei cunicoli, un luogo che veniva chiamato “Il Respiro della Terra”…

La leggenda racconta che tutto ebbe inizio quando, una notte senza luna, una luce irreale cominciò a filtrare dalle grate della chiesa di Santa Chiara, le monache Clarisse, svegliate da un canto profondo e armonioso, scesero nelle cripte e videro la pietra pulsare come fosse viva, contemporaneamente, nella chiesa di San Domenico, la grande cupola maiolicata tremò lievemente, e una voce… né umana né divina… risuonò tra le navate… “È tempo…”, i capifamiglia furono convocati in gran segreto, per la prima volta, tutte le casate nobili si riunirono non per potere o rivalità, ma per qualcosa che li trascendeva.

Scendendo nei cunicoli, uno dopo l’altro, portarono le loro chiavi… il cammino era lungo, oscuro, ma stranamente non incuteva paura, le pareti erano ornate da simboli esoterici sconosciuti, che brillavano al passaggio delle torce, come se riconoscessero i visitatori, giunti al centro, trovarono una sala immensa, impossibile da immaginare sotto la cittadella, al centro, una porta di pietra, antichissima, con nove serrature… uno ad uno, inserirono le chiavi… e quando l’ultima serratura scattò, la porta si aprì senza rumore… dentro, non c’erano tesori, né reliquie… c’era luce, una luce calda, viva, che sembrava respirare, e in quella luce, apparvero visioni… la città nel futuro… distruzioni evitate, carestie superate, vite salvate, ma soprattutto… videro Ferrandina prosperare… quando le famiglie avrebbero scelto l’unione invece della divisione, compresero allora la verità, i cunicoli non erano vie di fuga, ma un patto, un legame invisibile che obbligava i potenti a custodire non solo il proprio nome, ma il destino comune della città.

Da quella notte, qualcosa cambiò, le rivalità si attenuarono, le alleanze si rafforzarono, e la Cittadella fiorì come mai prima, nessuno parlò apertamente di ciò che accadde, ma ogni famiglia continuò a custodire la propria chiave… e si dice che ancora oggi, sotto Ferrandina, i cunicoli esistano ancora… silenziosi… vivi… in attesa del giorno in cui le chiavi dovranno essere riunite ancora una volta, ma questa volta… non per aprire una porta… bensì per salvare ciò che resta della luce…

 

PALAZZO LA CAPRA… IL NUOVO ANGOLO DI CIELO

Costruito nel XIX secolo, ricade in una area di notevole valore architettonico e ambientale, costituendo una significativa emergenza per l’uso del materiale usato, il mattone, che qui assume particolare significato, quale ornamento di carattere morbido. Tutti gli elementi di scansione e di definizione delle superfici dei prospetti, nonché, le riquadrature delle finestre e dei balconi e la caratterizzazione degli spazi interni, sono costruiti in mattoni. L’impianto rettangolare assume dinamicità nella formulazione dei pieni e dei vuoti, di spazi aperti e loggianti. Il prospetto di Via Caracciolo domina tutta la vallata sottostante ed è sottolineato da un loggiato intermedio a tre arcate a sesto ribassato impostate su pilastri quadrangolari, che sorreggono un terrazzo su cui si aprono coppie di finestre centinate a sesto ribassato. Il fronte laterale sinistro è anch’esso movimentato da terrazze e loggiati. L’interno è sottolineato da un ampio e lungo corridoio di disimpegno su cui si aprono gli ambienti coperti a volte, a botte, padiglioni semplici e lunettate in parte su peducci. Caratteristici e di pregevole fattura anche i numerosi camini presenti all’interno.

E proprio in questi ambienti, si consuma una delle più romantiche leggende amorose, purtroppo con un triste finale…

 Nel cuore silenzioso di Palazzo La Capra, quando il vento della sera accarezza i loggiati e scivola tra le arcate di mattoni, si narra ancora una storia che pochi conoscono davvero, non è scritta nei registri, né scolpita nelle pietre, ma vive nei sussurri di chi sa ascoltare.

Si dice che, nel XIX secolo, quando il palazzo era ancora nuovo e il profumo dei mattoni appena posati si mescolava a quello degli agrumi della vallata, vi abitasse una giovane nobildonna di nome Arabel, era nota per la sua bellezza, ma ancora di più per il suo sguardo malinconico, come se il suo cuore cercasse qualcosa oltre i confini dorati della sua vita.

Ogni sera, Arabel si fermava sul terrazzo sopra il loggiato a tre arcate, osservando la valle, è proprio lì che un giorno notò lui… un giovane contadino, Ludovico, che lavorava la terra con mani forti e gesti gentili, non apparteneva al suo mondo, ma nei suoi occhi c’era una luce che nessun nobile aveva mai saputo offrirle.

Il loro amore nacque in silenzio, fatto di sguardi rubati e incontri nascosti tra le terrazze laterali e i corridoi ombreggiati del palazzo, si incontravano quando la notte copriva tutto, sotto le volte a botte, dove i loro passi risuonavano appena e le pareti sembravano custodire ogni parola.

Ma il palazzo non era solo pietra e mattoni…

Fin dalla sua costruzione, si racconta che fosse protetto da presenze celestiali, angeli silenziosi, invisibili agli occhi distratti, che abitavano gli spazi tra luce e ombra, vivevano tra i peducci delle volte, nei riflessi delle finestre centinate, nei giochi di luce che attraversavano il corridoio centrale.

Uno di questi angeli, chiamato Seraphiel, osservava Arabel, non come un guardiano severo, ma come un custode compassionevole, egli vedeva l’amore puro tra lei e Ludovico, ma conosceva anche il destino, un amore impossibile, ostacolato dalle regole degli uomini.

Quando la famiglia di Arabel scoprì la relazione, decisero di mandarla lontano, promessa in sposa a un uomo del suo rango, la notte prima della partenza, Arabel fuggì per incontrare Ludovico un’ultima volta nel loggiato, le tre arcate, illuminate dalla luna, sembravano un portale sospeso tra due mondi.

Fu lì che accadde qualcosa che nessuno seppe mai spiegare…

Gli angeli del palazzo, mossi da pietà, decisero di intervenire, il vento si fermò, il tempo rallentò, e una luce tenue avvolse i due giovani, Seraphiel e gli altri spiriti celestiali offrirono loro un dono… non poter restare insieme nel mondo degli uomini, ma non essere mai separati… nel mondo celeste…

Quando i servi arrivarono, trovarono il loggiato vuoto, da allora, si dice che nelle notti più quiete, tra le arcate e lungo il corridoio, si possano udire due voci che sussurrano, leggere come il respiro… “nessuno ci potrà mai separare…” e a volte, riflessi nei vetri o nelle ombre delle volte, appaiono due figure, una donna e un uomo, mano nella mano… gli angeli sono ancora lì, silenziosi… custodi di quell’amore sospeso nel tempo, proteggendolo da ogni fine, come se il palazzo stesso fosse diventato il loro cielo…

 

PALAZZO CENTOLA, NON SOLO STORIA MA ANCHE LEGGENDA

II palazzo rientra nel novero dei manufatti che fanno del paese un centro culturalmente ed artisticamente molto sviluppato, prende la denominazione dai proprietari che l’acquistarono, negli anni ’50, dalla famiglia D’Amato Cantorio, a loro volta rilevato nel 1940 dai San Mauro. L’edificio sorge nella parte più alta dell’abitato, in un’area fortemente caratterizzata sotto il profilo Storico/Architettonico, la così detta “Cittadella”, attualmente denomina “La Piana”, riportata nei documenti cinquecenteschi come “La Piana di suso”. Le notizie storiche e d’archivio sono frammentarie e poco chiare in conseguenza, per altro, della continua alienazione dell’organismo da parte dei proprietari che si sono succeduti nel tempo, probabilmente le origini del manufatto risalgono all’epoca del trasferimento nel nuovo abitato “Ferrandina” degli abitanti del “Castrum” di Uggiano. Una labile traccia, che abbisogna di approfonditi studi, viene fornita da un documento del 1762, in cui viene descritto un Palazzo nella Cittadella che Giacomo de Leonardis (Patriota) vende a tale Nicola Rocco, il documento riporta il palazzo come confinante…questa la citazione: << da levante colla strada pubblica delli meroli, o siano muri della città…>> e nella descrizione dettagliata <<…consistente in quattro membri superiori cioè sale, due camere ed un camerino, e loggia scoperta sopra il cortile, dentro del quale vi è la cisterna con portoncino con altrettanti membri inferiori…>> si cita <<…un lamione sotterro, parte esistente e parte diruto che esce fuori dalli muri della Cittadella…>> al quale si aggiunge <<si cala>> dallo stesso cortile interno.

Casa natale dello studioso archeologo Ferrandinese, successivamente Materano di adozione, Domenico Ridola, autore della scoperta storica origine dell’era paleolitica e neolitica della Città dei Sassi… Matera.

Anche in questo Palazzo Gentilizio, purtroppo non c’è solo storia antica, ma anche leggende legate allo stabile ma anche alle famiglie che lo hanno abitato, creando così un fascino misterioso oltre che storico, motivo per cui rivenduto svariate volte, per le sue molteplici evoluzioni leggendarie…

La Maledizione della Loggia Velata

Si narra che quando ancora “La Piana di suso” detta in origine “LA CITTADELLA” era cinta da mura vive e pulsanti, e le torri vegliavano sugli uomini come sentinelle divine, il palazzo che oggi chiamate Centola fosse già dimora di presenze non del tutto terrene.

All’epoca apparteneva a un uomo di nome Giacomo de Leonardis, noto sì come patriota, ma anche come studioso di arti proibite, egli trascorreva le notti nella loggia scoperta, osservando le stelle e tracciando simboli con polveri scure, mentre nel cortile la cisterna rifletteva non il cielo… ma qualcosa di più profondo.

Una notte d’inverno del 1562, mentre un vento innaturale scendeva dalle mura della Cittadella, Giacomo compì un rituale di cui nessun documento parla apertamente, si dice volesse “interrogare la pietra”, per conoscere ciò che giaceva sotto il lamione sotterraneo, già allora in parte crollato… e qualcosa rispose…

Da quel giorno, nel palazzo si udivano passi sotto terra, anche quando nessuno scendeva, e chi tentava di “calarsi” nel sotterraneo riferiva di corridoi che mutavano forma, e di un respiro lento, come quello di una creatura antica quanto la città stessa.

Spaventato, Giacomo vendette il palazzo a Nicola Rocco, senza mai spiegare il motivo, ma la presenza non rimase legata all’uomo… bensì al luogo.

I Rocco furono i primi a subire la trasformazione, raccontavano che nelle quattro sale superiori si udivano voci sussurranti, provenienti dal cortile, anche quando era deserto… una notte, la loggia si riempì di una nebbia densa, e uno dei figli sparì… mai più ritrovato…

I San Mauro, che acquisirono il palazzo nel 1940, tentarono di chiudere ogni accesso al sotterraneo, murarono il “lamione” e sigillarono la cisterna, ma fu allora che l’intera Cittadella iniziò a mutare, le strade sembravano più strette, le arcate più alte, alcuni giuravano che le mura si spostassero durante la notte.

Dall’acquisto della famiglia Centola, la leggenda culmina in un evento che ancora oggi si sussurra…

Una notte senza luna, in cui tutto il rione della Cittadella si capovolse… non fisicamente, ma nella percezione… chi si trovava in strada giurò di vedere le case inclinate verso il palazzo, come attratte da esso, le porte si aprivano da sole, le ombre si muovevano contro la luce, e dal palazzo, dalla loggia, una figura velata guardava verso la città… non era uomo… non era donna… e non era sola.

Si dice che sotto il palazzo non vi sia solo un lamione, ma un antico punto di passaggio, precedente persino al trasferimento da Uggiano, un varco che Giacomo de Leonardis tentò di aprire… e che da allora non è mai stato davvero chiuso, le famiglie che si susseguirono non abbandonarono il palazzo solo per paura… ma perché ognuna di esse, prima o poi, ricevette lo stesso sogno… scendere… aprire… ascoltare, e ancora oggi…gli anziani raccontano che, nelle notti più silenziose, se ci si ferma nella parte alta della Cittadella e si guarda verso il palazzo… si può vedere una luce nella loggia, e qualcuno… o qualcosa… che osserva… aspettando il prossimo a cui sussurrare… questo Palazzo è solo mio…

 

PALAZZO D’AMATO CANTORIO

STORIA ANTICA E LEGGENDA MISTICA

È un grosso edificio signorile risalente al secolo XVIII, il più grande e il più importante della Città di Ferrandina, ubicato nell’antico rione “LA CITTADELLA” primo agglomerato urbano cittadino. La costruzione, quasi interamente in mattoni, riccamente decerata con lesene, capitelli e cornici, è a tre piani, l’ultimo, sulla facciata che si apre su Via dei Mille, è rimasto incompiuto. L’ala residenziale del palazzo è quella che affaccia sull’ampio giardino che lo circonda, mentre nella parte rimasta incompiuta, verso Via dei Mille, dovevano essere i locali per la servitù. Le facciate di Palazzo Cantorio sono scandite da lesene verticali in mattoni in triplice ordine sormontate da capitelli in stucco di ordine composito. Al di sopra di questi ultimi, intervallata da una facciata piana, si erge una ricca cornice, costituita da mattoni, sagomati con grande precisione. Due lievi scansioni orizzontali, sempre in mattoni, separano i tre livelli orizzontali. Al livello intermedio si aprono dei balconi con piani a sbalzo sagomati, riquadrati da cornici ad arco in mattoni. Analoghe cornici squadrate ornano le finestre del primo e del terzo livello. Il portale della facciata ovest è costituito da pregevoli formelle in pietra arenaria scolpite a motivi floreali. La scala interna si svolge su rampe alternate, singola e doppia coperte da volte a vela. Nel vano d’ingresso, lateralmente, è visibile un pozzo in pietra dalle pareti costituite da blocchi scolpiti elegantemente, probabile elemento di spoglio cinquecentesco. Sui pianerottoli di smonto si aprono porte di caposcala ornate da fregi e cornici in pietra. Le volte che coprono gli ambienti interni, sono prevalentemente a vela lunettate e sono ornate da affreschi centrali riproducenti scene bibliche. Intorno a tali affreschi vi sono decorazioni e fregi costituiti da stucchi bianchi su fondo azzurro. L’attacco tra le pareti degli ambienti e le volte è sottolineato da un’alta cornice. Sul muro che divide il giardino dall’attiguo Convento di Santa Chiara, vi sono dei resti di una costruzione di origine, forse, medioevale; secondo alcuni storici locali, si tratta di un tempietto dedicato poi nel XVI secolo, allo Spirito Santo. Questi resti consistono in un arco a tutto sesto in pietra da taglio impostato su due tozze colonnine costituite da rocchi di pietra sovrapposti sormontate da capitelli di spoglio, scolpiti a fregi e figure di animali. Nella parte retrostante l’arco, si apre uno stretto varco che dà accesso ad uno spazio aperto confinante con il muro della Chiesa di Santa Chiara.

E come di consueto, anche questo Palazzo Gentilizio nasconde le sue leggende e misteri arcani dietro la sua storia antica, come quella riportata di seguito…

Nel cuore dell’antico rione “La Cittadella”, quando il vento serale scivolava tra le lesene di mattoni e faceva tremare le fiammelle delle lanterne, il Palazzo D’Amato Cantorio, che non era soltanto dimora di nobili… era anche un luogo che respirava misteri mistici.

Correva l’anno 1673, e Ferrandina viveva sotto una quiete solo apparente, si sussurrava, tra le donne al pozzo e gli uomini nelle taverne, che sotto le volte affrescate del palazzo si riunisse una confraternita sconosciuta ai più, una setta venuta da lontano… i Rosacroce…

Il marchese Ludovico D’Amato, uomo colto e silenzioso, era il padrone del palazzo, nessuno lo vedeva mai partecipare alla vita cittadina, di giorno si ritirava tra i suoi libri, ma era di notte che sia il palazzo che il Marchese, si animavano… dalle finestre del piano incompiuto, che dà su Via dei Mille, si intravedevano bagliori violacei e si udivano canti sommessi, in lingue che nessun contadino avrebbe saputo riconoscere.

Una giovane domestica, al suo servizio, di nome Rossana, fu la prima a raccontare ciò che aveva visto una notte, mentre scendeva lungo la scala a rampe alternate, per attingere acqua dal pozzo nell’ingresso udì un sussurro provenire dal giardino, spinta dalla curiosità, si avvicinò al vecchio arco in pietra, quello che alcuni dicevano appartenere a un antico tempietto dello Spirito Santo.

Lì, tra le ombre, vide figure incappucciate disposte in cerchio, al centro, su una lastra di pietra, ardeva una fiamma nera, che non illuminava ma sembrava divorare la luce stessa, il marchese era tra loro, nelle sue mani teneva un simbolo inciso su pergamena… una rosa intrecciata a una croce… “Non è fede quella che cerchiamo…” disse con voce grave… “ma conoscenza… e la conoscenza ha un prezzo…”.

Rossana trattenne il respiro, ma un piccolo rumore la tradì, le losche figure si voltarono all’unisono, per un istante, sotto i cappucci, ella giurò di vedere occhi non umani… lucidi come vetro.

Fuggì senza voltarsi indietro, e il giorno seguente… Rossana… scomparve nel nulla.

Da allora, nel palazzo si verificarono eventi inquietanti, gli affreschi delle volte, un tempo sereni e luminosi, cominciarono ad animarsi, le scene bibliche si facevano oscure, le figure sembravano osservare chiunque entrasse nelle stanze, alcuni giuravano che gli stucchi bianchi su fondo azzurro si macchiassero di ombre al calar del sole, il salone delle feste si riempiva di figure incappucciate disposte a cerchio nel mezzo della sala.

Si racconta che, durante certe notti d’inverno, se ci si avvicina al giardino e si passa sotto l’arco antico, si possa udire ancora il canto dei Rosacroce, e se si ha il coraggio di guardare tra le crepe della pietra, si scorge una luce nera pulsare come un cuore in fibrillazione, ma nessuno osa restare troppo a lungo… perché si dice che il palazzo non abbia mai dimenticato i suoi rituali… e che chi ascolta troppo attentamente… venga chiamato a farne parte anche suo malgrado...

 

IL CASTELLO FORTEZZA DI UGGIANO E LA NASCITA DI FERRANDINA

RACCONTO STORICO DOCUMENTARISTICO TRA REALTÀ E LEGGENDA

Nel cuore della Basilicata, su un sistema di colline che dominano le valli della Salandrella e del Basento, sorge Ferrandina, uno dei centri più affascinanti e meno conosciuti del Mezzogiorno, la sua storia affonda le radici in un passato complesso, dove fonti documentarie, tradizione orale e suggestioni leggendarie si intrecciano fino a diventare un racconto unico.

Di fronte all’attuale abitato, su un’altura strategica oggi silenziosa, si trovano i resti dell’antico insediamento noto come Uggiano, identificato nei documenti medievali anche come Obelanum, Oblano o Ogiano, questo sito rappresentava un punto chiave di controllo territoriale già dall’alto medioevo.

Un presidio tra Bizantini, Longobardi e Normanni…

Le prime attestazioni certe risalgono all’845, quando il territorio di Oblano entra nell’orbita del Principato longobardo di Salerno, la presenza di una fortificazione su questo colle non è casuale, il sito si trova in una posizione di “cerniera” tra due vallate, ideale per il controllo militare e amministrativo.

Nel corso dei secoli, il presidio fu conteso e riorganizzato da diverse potenze, i Bizantini, che ne fecero un caposaldo difensivo, i Longobardi, che ne rafforzarono il ruolo territoriale, i Normanni, che tra XI e XII secolo ne consolidarono la struttura.

Nel 1068, Roberto il Guiscardo tentò di espugnare il sito durante la sua avanzata nel Mezzogiorno, segno evidente dell’importanza strategica della rocca, fonti successive, come il Catalogo dei Baroni, citano un “Rogerius de Ogiano”, confermando l’esistenza di una comunità organizzata e di un sistema feudale ben strutturato.

Declino e trasformazione, tra storia e interpretazione…

Per lungo tempo si è ritenuto che la distruzione di Uggiano fosse dovuta ai terremoti del dicembre 1456, eventi sismici documentati che colpirono gran parte dell’Italia meridionale, secondo questa narrazione, la popolazione, stimata in oltre duemila abitanti, sarebbe stata costretta ad abbandonare il “Castrum” per trasferirsi altrove, tuttavia, studi più recenti suggeriscono una lettura più complessa… la rocca, costruita con materiali non sempre durevoli, poteva già versare in condizioni precarie, la manutenzione discontinua ne avrebbe compromesso progressivamente la funzionalità, decisioni politiche e militari potrebbero aver favorito l’abbandono del sito.

Un documento particolarmente significativo riferisce che Federico d'Aragona avrebbe ordinato la demolizione della rocca, forse per prevenire possibili ribellioni o per ridefinire l’assetto difensivo del territorio.

La fondazione di Ferrandina…

Nel 1494, lo stesso Federico d'Aragona promosse la fondazione o rifondazione dell’abitato, attribuendogli il nome Ferrandina in onore del padre, re Ferrante, nel 1507, Ferdinando il Cattolico conferì alla città il titolo di “civitas”, sancendone ufficialmente l’importanza amministrativa, lo stemma comunale, con le sei “F”, racchiude un messaggio celebrativo… <<Fridericus Ferranti Filius Ferrandinam Fabricare Fecit>>, (Federico, figlio di Ferrante, fece costruire Ferrandina).

La memoria della rocca… tra documento e leggenda…

Accanto ai dati storici, la tradizione locale conserva una memoria più intima e struggente, si narra che, all’epoca del dominio normanno, il castello di Obelanum era presidiato da un giovane castellano, Alarico, fedele ma inquieto, custode non solo delle mura ma di un segreto che nessuno osava pronunciare.

Nelle stanze più alte della fortezza viveva Elenia, figlia di un nobile legato all’Impero bizantino, promessa in sposa per ragioni di potere, ma prigioniera di un destino che non aveva scelto.

Alarico ed Elenia si incontravano di nascosto, tra i corridoi umidi e le torri battute dal vento, il loro amore, impossibile e silenzioso, cresceva come l’edera sulle mura… fragile, ma ostinato, e poi vennero giorni oscuri.

Non fu un terremoto a distruggere Uggiano, né un assalto improvviso… fu qualcosa di più lento, più crudele… il sospetto.

Il re temeva che quella rocca, così forte e così distante, potesse diventare un simbolo di ribellione si sussurrava che qualcuno, dall’interno, stesse tramando, fu accusato Alarico…

La notte in cui decisero di abbattere parte della fortezza, per spezzarne la forza e il significato, Elenia attese invano, il giovane castellano era stato portato via, senza processo, senza addio… disperata, Elenia salì sulla torre più alta, quella che guardava verso la valle dove un giorno sarebbe sorta Ferrandina, si dice che lì abbia acceso una lanterna, sperando che Alarico la vedesse, ovunque fosse… ma nessuno rispose.

All’alba, la lanterna era ancora accesa… ma Elenia non c’era più…

Alcuni giurano che si sia gettata nel vuoto dalla torre, altri che sia stata portata via, come il suo amato, ma da quel giorno, ogni inverno, tra il 15 e il 30 dicembre, quando la terra tremò davvero e la storia cambiò volto, una luce appare tra le rovine… una luce che non scalda… una luce che chiama.

Negli ultimi anni della rocca, una giovane donna, identificata dalla leggenda come Elenia, attendeva ogni notte il ritorno del suo amato, un castellano ingiustamente accusato e incarcerato, la sua lanterna, accesa sulla torre più alta, sarebbe diventata simbolo di un’attesa senza fine.

Ancora oggi, secondo i racconti popolari, nelle notti d’inverno una luce tremolante apparirebbe tra le rovine di Uggiano, come eco di un passato mai del tutto svanito.

L’unione tra rigore storico e narrazione emozionale permette di trasformare un luogo poco conosciuto in un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere, lettori, visitatori, studiosi e comunità locale… nella speranza che anche tutto ciò sia utile nella divulgazione, promozione e informazione di tanta storia antica.

Di seguito alcune delle notizie storiche ricercate e riportate qui di seguito…

Ferrandina, fondata nel lontano anno 1000 A.C. con il nome di Troilia, che insieme al suo Castello/Fortezza, Obelanum (Obelanon, Ogiano, Obelano, Uggiano), in epoca bizantina, gestita da Longobardi e Normanni dopo la caduta del Dominio Greco, il nome Ferrandina si deve a Federico d'Aragona che nel 1494 la battezzò così in onore di suo padre, re Ferrante (o Ferrantino). Nel 1507 Ferdinando il Cattolico le attribuì il titolo di "civitas". Lo stemma comunale reca sei F: il significato è: Fridericus Ferranti Filius Ferrandinam Fabbricare Fecit. Alcune fonti riferiscono che il 15 e 30 dicembre del 1456 due forti scosse di terremoto distruggono Uggiano. Una popolazione di più di duemila abitanti (404 fuochi) non può essere alloggiata nel castrum o sulle pendici inospitali della collinetta, ma, almeno in parte, sull’area della Ferrandina greca e romana. Con ciò viene meno la centenaria storia della distruzione di Uggiano per il forte terremoto, del trasferimento della popolazione (fecimo mettere quelli cittadini in altro loco due miglia da longe e più...), della fondazione di Ferrandina e di quella di Federico d’Aragona che nel 1494 costruisce la città dalle fondamenta... e la chiama Ferrandina. Un prezioso documento riferisce che “Uggiano aveva una fortissima rocca. Il predetto re Federico..., sotto il pretesto del terremoto, come quello per evitare i mali che temeva, pensò che la detta rocca fosse demolita...”. Inoltre, se si ammette la scarsa robustezza dei materiali impiegati nella costruzione dei castelli, riesce chiaro come anche il venir meno di una costante manutenzione possa essere sufficiente a deteriorarne l’efficienza difensiva, anche senza l’intervento di un terremoto o di una volontà distruttiva. L’abbandono di Uggiano a seguito di un sisma, per costruire Ferrandina, è una circostanza da ritenersi scarsamente probabile come anche una guerra o una regia volontà distruttiva da sole non sono mai sufficienti a provocare la scomparsa definitiva di un qualsiasi insediamento umano. Uggiano, posto sul colle di fronte a Ferrandina, testimonia per la sua posizione l’importanza strategica del luogo. Un primo riferimento cronologico certo è l’845, quando il territorio di Oblano (questa è la denominazione che più ricorre nei documenti) viene a far parte del Principato di Salerno, la presenza di un castello costruito su quest’altura, in un punto strategico di cerniera fra due valli, è certamente finalizzata ad affermare, con il proprio presidio militare dalla parte di Craco e della Salandrella, la supremazia militare ed amministrativa. Viene costruito, secondo alcune fonti, senz’altro prima dell’ XI secolo: nel 1068 Roberto il Guiscardo assale il caposaldo dell’Impero bizantino (cum paucis abiit Obbianum…), non essendo riuscito a prendere Irsina. Nel Catalogo dei Baroni mentre si fa menzione delle condizioni economiche e demografiche della Basilicata normanna, si cita un Rogerius de Ogiano. Si trovano ulteriori riferimenti al sito soltanto nel 1269 e nel 1275, quando Uggiano passa a Pietro de Beaumont e a Giovanni di Monteforte. Nel periodo normanno il luogo fortificato, i cui ambienti vengono riservati (in armonia con le ipotesi della Fasoli) soltanto al signore, castellanus, al suo seguito e all’apparato difensivo, viene sottoposto ad un intervento di rafforzamento e di completamento.

 

FERRANDINA… 

UNA STORIA ANTICA CHE CONTINUA ANCORA OGGI

C’era una volta… e c’è ancora, nascosta tra pieghe di luce e silenzio… Ferrandina, un paese che non si lascia raccontare in fretta, bisogna arrivarci piano, quasi chiedendo permesso, perché Ferrandina non si concede subito, si svela a chi ha il tempo di ascoltare il passo lento delle sue strade, di fermarsi dove il vento si incaglia tra le case, di guardare davvero quelle pietre che sembrano uguali e invece custodiscono secoli interi.

Le sue radici affondano in una terra antica, scavata dalla storia e dalla fatica, una terra che non ha mai regalato nulla senza chiedere in cambio pazienza e coraggio, eppure, proprio lì, tra colline che si piegano come onde immobili, è nata una comunità capace di trasformare la durezza in bellezza.

Le case di Ferrandina non sono solo muri, sono pagine di storia, ogni balcone è un affaccio sul passato, ogni porta è un confine tra ciò che è stato e ciò che continua ad essere, dentro, si intrecciano vite semplici e profonde, fatte di gesti ripetuti che diventano tradizione, di parole tramandate come eredità invisibili.

Al tramonto, il paese si raccoglie… le ombre si allungano lungo i vicoli e sembrano voler abbracciare tutto, le urla dei bambini, i passi stanchi di chi torna, le voci basse che si rincorrono tra una sedia e l’altra davanti alle case, è in quell’ora sospesa che Ferrandina mostra la sua anima più vera, fragile, sì, ma incredibilmente viva, e c’è una malinconia che attraversa tutto questo, come un filo sottile, è la malinconia di chi è partito, lasciando dietro di sé una stanza, un profumo, una madre alla finestra, è la malinconia delle valigie riempite  troppo in fretta, dei sogni cercati altrove, ma è anche la nostalgia del ritorno, quando, dopo anni, basta una strada, un volto, un sapore a ricucire ciò che sembrava perduto… perché Ferrandina non dimentica… ricorda chi è nato tra le sue mura e chi ha imparato a chiamarla casa, ricorda le feste che riempiono le piazze, i canti che si alzano senza bisogno di palco, i giorni in cui tutto il paese sembra battere come un unico cuore. In quei momenti, la comunità diventa qualcosa di più di una somma di persone, diventa un respiro collettivo, un legame che resiste al tempo.

Qui, l’arte non è solo nei monumenti o nelle chiese … è nei dettagli, è nel modo in cui si apparecchia una tavola, nella cura di un racconto, nella dignità silenziosa di chi lavora, è un’arte diffusa, quotidiana, che non chiede di essere celebrata ma che, proprio per questo, merita di esserlo ancora di più…

E poi c’è il tempo… a Ferrandina il tempo non corre… si deposita, si ferma sulle panchine, si appoggia ai muri, si nasconde nelle crepe delle scale consumate, qui, il tempo non è un nemico, è un compagno che insegna a perdere, a aspettare, a custodire, e forse è proprio questo che rende Ferrandina diversa, non la sua storia, che pure è ricca e profonda, ma il modo in cui quella storia continua a vivere nelle persone, nella forza discreta di chi resta, nella nostalgia dignitosa di chi parte, nella speranza ostinata di chi crede che, nonostante tutto, ci sia ancora qualcosa da costruire, Ferrandina è un luogo che non alza la voce, non ha bisogno di farlo, è una presenza costante, come una luce che non abbaglia ma guida, una memoria che non pesa ma sostiene, un abbraccio che non trattiene, ma che resta addosso anche quando ci si allontana.

E così, chi la attraversa davvero, chi l’ascolta fino in fondo, porta via con sé qualcosa che non si vede, un ritmo, un silenzio, un senso di appartenenza che nasce piano, quasi senza accorgersene, e allora, un giorno qualsiasi, lontano da lì, tra il rumore di un’altra vita, basta chiudere gli occhi per ritrovare tutto, una strada in salita, una voce familiare, il vento tra le case, e capire che Ferrandina non è mai stata solo un paese… ma una storia che continua … dentro chi ha imparato ad amarla.

 

SAN ROCCO PATRONO DELLA CITTÀ 

E LE SUE TANTE LEGGENDE

La statua lignea di San Rocco Patrono della città, è collocata nella Chiesa Madre Santa Maria della Croce di Ferrandina, in una nicchia di legno pregiato risalente al 1923 dello scultore Aiello Salvatore, la processione si svolge lungo le vie del centro storico il 16 agosto.

La sua commemorazione è una devozione popolare viva a Ferrandina sin dal 1527, quando la città si affidò alla protezione del Santo di Montpellier per sconfiggere un'epidemia di peste

La festa rappresenta un appuntamento per i ferrandinesi residenti e i tanti fuori sede che rientrano per abbracciare i propri cari, ma anche per respirare l’aria della festa pregna di significati e di ricordi del passato.

A tal proposito, Nicola Caputi, nella sua pubblicazione “Cenno storico sull’origine, progresso e stato attuale della città di Ferrandina” edito nel 1870, scrive… “Nella ricorrenza di San Rocco la statua era accompagnata da fedeli con piedi scalzi e recinti di catene di ferro, in memoria di quelle tollerate con pazienza nella prigionia sofferta”.

Il culto di San Rocco a Ferrandina è da ritenersi antico, se ne fa menzione per la prima volta con riferimento all'anno 1527, e con la visita pastorale di Mons. Saraceno, Vescovo di Matera, dal 16 al 18 maggio 1544, si ha la prima documentazione scritta che ne attesta l'esistenza.

Gli altari eretti e le cappelle che si costruirono a quel tempo erano tutte di pertinenza delle famiglie gentilizie di quel periodo , l'altare di San Rocco è voluto dalla cittadinanza, in ringraziamento per la protezione ottenuta durante l'epidemia di peste del 1527.

Profonda venerazione dei fedeli e cura della statua lignea del Santo restano i motivi per cui la festa è diventata tradizione di questa Comunità, come anche la vecchia tradizione di far benedire dei cesti di pane che poi verranno distribuiti per devozione alle persone convenute alla cerimonia, come anche la devozione delle donne che a piedi scalzi, seguono la processione del Santo Patrono, portando nei loro cesti, arti di cera per ringraziare San Rocco dell’avvenuto miracolo o per implorarne la guarigione.

Ed è per queste ragioni che, la comunità tutta, e i residenti all'estero, sono da sempre particolarmente sensibili alla tradizione intrisa di fede e di pietà popolare.

Le leggende che girano intorno a questo Santo sono molteplici, una delle meno conosciute è riportata di seguito…

La leggenda del passo silenzioso…

Nel cuore del XVI secolo, quando Ferrandina tremava ancora al ricordo della peste, si racconta una leggenda che gli anziani tramandavano nelle sere d’estate, alla luce tremolante delle candele.

Era l’anno del Signore 1528. La peste aveva lasciato dietro di sé case vuote e cuori spezzati. Il popolo, stremato, si affidava con devozione a San Rocco, implorando protezione e conforto.

Una notte, mentre il vento attraversava le strade deserte del borgo, una giovane donna di nome Annarita, era in cerca di cibo per tutta la sua famiglia, uscì scalza, ma non temeva il freddo, tornava stringendo al petto un tozzo di pane, l’unico cibo che aveva trovato, «San Rocco», sussurrò tra le lacrime, «se davvero vegli su di noi, dammi un segno… non per me, ma per questa città che soffre».

Mentre parlava, udì un passo leggero alle sue spalle, si voltò e vide un pellegrino avvolto in un mantello consumato dal tempo, con un bastone e un cane al suo fianco, il suo volto era segnato, ma i suoi occhi brillavano di una luce che non sembrava umana… «Perché piangi, figlia?» chiese con voce calma, Annarita raccontò il suo dolore e la disperazione della città, il pellegrino ascoltò in silenzio, poi spezzò il pane che lei teneva tra le mani, e ne diede metà al cane e metà a lei… «Dove c’è condivisione, la morte non ha dominio», disse, poi posò la mano sulla sua fronte… in quell’istante, Annarita sentì un calore attraversarle il corpo, come se la vita stessa gli tornasse a scorrere.

La mattina seguente, la giovane si svegliò guarita da una febbre che da giorni la consumava, uscì di corsa per raccontare l’accaduto, ma del pellegrino non vi era più traccia, rimasero solo impronte leggere nella polvere, che conducevano fino alla Chiesa Madre… e si fermavano proprio davanti alla nicchia, dove oggi è collocata la statua di San Rocco.

Da quel giorno, si dice che nelle notti che precedono il 16 agosto, qualcuno possa ancora udire passi silenziosi tra le vie del centro storico, e vedere un cane fermarsi davanti alle case dove qualcuno soffre… e chi soffre e offre pane con fede… non resterà mai solo…

 

FERRANDINA MERITEVOLE DEL TITOLO DI…

“CAPITALE ITALIANA DEGLI ORDINI CONVENTUALI”

Ferrandina città dai tanti Monasteri e Conventi, ha ospitato nella sua storia Medioevale, Clarisse, Domenicani, Cappuccini, Francescani, Frati Minori Osservanti, Monaci di San Pio dei Morti, Francescani Minori Riformati, Reverende Suore del Sacro Costato, risultando la città Lucana con più presenze di ordini ecclesiali, e di conseguenza, direi che potrebbe assumere il titolo di “Capitale Italiana degli ordini conventuali”… hai visto mai…

Ferrandina, adagiata tra le colline argillose della Basilicata, non è soltanto un borgo antico, è un crocevia di spiritualità, una trama viva di silenzi, preghiere e presenze che attraversano i secoli.

La sua storia medioevale, infatti, non si limita a raccontare mura e palazzi, ma custodisce un patrimonio immateriale fatto di ordini religiosi, ciascuno portatore di una visione del mondo, di una disciplina e di una missione.

Sin dal Medioevo, Ferrandina si distingue come una sorta di “città-convento”, un luogo dove la vita religiosa non è marginale ma centrale, quasi identitaria, le Clarisse, con la loro clausura e la loro dedizione assoluta alla contemplazione, rappresentavano il cuore silenzioso della città, accanto a loro, i Domenicani animavano il dibattito teologico e la predicazione, mentre i Francescani, nelle loro diverse declinazioni, dai Minori Osservanti ai Riformati, portavano tra il popolo un messaggio di povertà, fraternità e vicinanza agli ultimi.

I Cappuccini, con la loro austerità e il forte legame con la predicazione popolare, contribuivano a rendere Ferrandina un centro di spiritualità accessibile, concreta, profondamente radicata nella vita quotidiana, e poi ancora i Monaci di San Pio dei Morti, custodi di una dimensione più intima e meditativa del rapporto con la vita e la morte, e le Reverende Suore del Sacro Costato, testimoni di una devozione intensa e moderna, capace di attraversare i secoli fino a tempi più recenti.

Questa straordinaria concentrazione di ordini ecclesiali non è un semplice dato storico, è un fenomeno unico nel panorama lucano, e forse nazionale.

Ferrandina diventa così un laboratorio spirituale, un luogo in cui diverse espressioni della fede convivono, dialogano e si stratificano, lasciando tracce tangibili nell’architettura, nell’arte, nelle tradizioni e persino nella mentalità collettiva.

Non è difficile immaginare, nei secoli passati, il suono delle campane che scandiva le ore, i chiostri animati da passi lenti e riflessivi, le processioni che attraversavano le vie del borgo, intrecciando sacro e quotidiano, Ferrandina era, in questo senso, una città “abitata dalla fede”, dove ogni ordine contribuiva a costruire una geografia spirituale complessa e affascinante.

Alla luce di questa eredità, l’idea di definire Ferrandina come “Capitale Italiana degli ordini conventuali” non appare affatto azzardata, ma piuttosto una proposta culturale forte, capace di valorizzare una specificità storica rara, non si tratta solo di un titolo evocativo, ma di un riconoscimento identitario che potrebbe diventare motore di studio, turismo culturale e riscoperta delle radici antiche di ogni ordine.

Raccontare Ferrandina in questo modo, nei convegni e negli incontri culturali, significa restituirle il ruolo che merita, e non solo quello di borgo storico, ma di vero e proprio centro di irradiazione spirituale nel cuore del Mezzogiorno, una città che, attraverso i suoi conventi e monasteri, ha saputo custodire nei secoli una ricchezza invisibile, fatta di fede, sapere e comunità.

E forse è proprio da qui che si può ripartire, da una memoria che non è nostalgia, ma consapevolezza, Ferrandina non è soltanto ciò che è stata… è ancora, in profondità, ciò che ha saputo essere nel corso dei secoli…

 

LA LEGGENDA DIETRO L’ABSIDE DELLA CHIESA MADRE

L’organo a canne della Chiesa Madre di Ferrandina si trova imponente nell’abside dell’altare principale, risalente al 1970 (XX secolo) ed è stato realizzato e installato dalla famosa Ditta Fratelli Ruffatti.

È un organo a trasmissione elettrica con 21 registri (cioè diversi tipi di suoni), composto da circa 200 canne in metallo (latta), tutte di dimensioni diverse e disposte in un unico corpo a pavimento, dispone di due tastiere e di una pedaliera per i toni bassi, con una consolle indipendente (separata dall’organo).

Sempre nell’abside, davanti all’organo, si trova un coro in legno finemente intarsiato a mano, sopra di esso si elevano imponenti le statue lignee dei reali Federico d’Aragona e Isabella Del Balzo, realizzate dallo scultore Altobello Persio di Montescaglioso, promotori della costruzione di detta Chiesa Madre.

DISPOSIZIONE FONICA

Inevitabilmente, nel corso degli anni, tutto ciò ha generato delle leggende, tramandate dai posteri sino a oggi, una di queste è quella che segue…

Nelle sere silenziose della Chiesa Madre, quando l’ultimo fedele lasciava l’abside e le luci si affievolivano, accadeva qualcosa che pochi avrebbero osato immaginare… l’organo a canne, immobile durante il giorno, iniziava a respirare, un soffio leggero percorreva le sue canne di metallo, trasformandosi in una melodia profonda, antica come la pietra stessa della chiesa, non era musica suonata da mani umane, ma un canto vivo, come se lo strumento custodisse un’anima.

Di fronte a lui, il coro ligneo intarsiato sembrava ascoltare, le sue decorazioni, scolpite a mano con pazienza certosina secoli prima, prendevano vita nella penombra, volti, foglie, simboli sacri si animavano lentamente, seguendo il ritmo della musica.

Poi, dall’alto, accadeva il prodigio… le statue dei reali, di Federico d’Aragona e Isabella Del Balzo, scendevano dal loro silenzio eterno, non si muovevano come uomini, ma come ricordi che prendono forma, leggeri, solenni, sospesi tra passato e presente… Federico, con sguardo fiero, si avvicinava all’organo… “Ancora canti per questa chiesa, come il primo giorno,” diceva con voce che sembrava fatta di eco, e l’organo rispondeva, non con parole, ma con una nota profonda che riempiva l’abside, Isabella, invece, si fermava davanti al coro ligneo, sfiorando con la mano le sue incisioni… “Qui vive la memoria degli uomini”, sussurrava… “Ogni intaglio è una preghiera che non è mai finita”.

Allora il coro rispondeva con un leggero scricchiolio, come un respiro antico, e le sue forme si illuminavano appena, poi insieme, organo e coro iniziavano un dialogo… musica e silenzio, suono e legno, spirito e materia, i reali ascoltavano, custodi eterni di quel luogo che avevano voluto costruire.

Si dice che, se qualcuno restasse nascosto nella chiesa durante la notte, potrebbe udire quella melodia, ma non tutti la riconoscerebbero… perché non è solo musica… è la voce della storia.

E all’alba, quando la prima luce entra dalle finestre, tutto torna immobile, l’organo tace, il coro si ferma, e i reali riprendono il loro posto… Ma chi osserva attentamente giura che, per un istante, le loro espressioni sembrano diverse… come se, durante la notte, avessero davvero vissuto…

 

QUESTI SONO I MIEI GENITORI… 

QUELLI CHE AVREI VOLUTO VIVERE DI PIÙ…

Avrei tanto voluto vivere un po' di più insieme ai miei genitori, persi troppo presto, soprattutto mio Padre a 8 anni, per fargli vivere i miei traguardi, le mie vittorie, avrei voluto essere sostenuto e guidato nei miei errori, nelle mie sconfitte, ma qualcuno ha deciso che la mia vita l'avrei dovuta affrontare in solitaria, senza il loro apporto, e di questo ne ho sentito sempre la mancanza, ma comunque ho fatto una vita agiata e tranquilla nonostante la loro mancanza, ma con il rammarico di come sarebbe andata se ci fossero stati anche loro ad accompagnarmi nel mio cammino…

Spesso mi ritrovavo a pensare a come sarebbe stato il suono della loro voce nei momenti più importanti della mia vita, non un ricordo preciso, ma una presenza immaginata, un applauso in fondo alla stanza, uno sguardo fiero tra la folla, una mano sulla spalla nei giorni più difficili.

Sono cresciuto troppo in fretta, come accade a chi deve imparare presto a stare in piedi da solo, le decisioni, gli errori, le piccole vittorie quotidiane, tutto aveva un sapore diverso quando non c’era nessuno con cui condividerlo davvero, eppure, passo dopo passo, avevo costruito una vita dignitosa, serena, persino bella a tratti, una casa accogliente, qualche traguardo raggiunto con fatica, momenti di pace conquistati senza chiedere nulla a nessuno.

Non mi sono mai fermato davvero, forse per orgoglio, forse per necessità, avevo imparato a guidarmi da solo, a consolarmi da solo, a rialzarmi senza aspettare che qualcuno mi tendesse la mano, e in questo, senza accorgermene, ero diventato forte, non invincibile, ma resistente.

Eppure, nelle sere più silenziose, il pensiero mi tornava sempre lì…

Mi immaginavo mentre raccontavo loro i miei successi, anche quelli piccoli: una scelta giusta, una difficoltà superata, una giornata andata come doveva, mi immaginavo le loro reazioni, le domande, i consigli che non ho mai ricevuto, mi chiedevo come sarebbe stato avere qualcuno che mi guidasse negli errori, che mi dicesse “va bene così” anche quando io non ne ero convinto.

Non era tristezza piena, non più, era qualcosa di più sottile, una nostalgia per qualcosa che non avevo mai davvero vissuto, ma che sentivo di aver perso lo stesso.

Eppure, guardandomi indietro, non potevo negarlo… ce l’avevo fatta, avevo costruito una vita agiata e tranquilla, avevo trovato un equilibrio, avevo imparato a stare bene anche nel silenzio lasciato da chi non c’era più.

Forse non era la vita che avrei voluto da bambino… forse, con loro accanto, sarebbe stata più semplice, più serena, più condivisa, ma era comunque la mia vita, e dentro quella vita c’erano forza, dignità e una forma silenziosa di soddisfazione, con un piccolo, eterno rammarico che non faceva rumore, ma che ogni tanto, piano piano, bussava ancora…


giovedì 9 aprile 2026

 

CRONACHE TRAGICOMICHE DELL’ORA LEGALE

(OVVERO… LA SVEGLIA ASSASSINA COLPISCE ANCORA)

Stanotte entrava l’ora legale… Sì, entrava, come un ladro silenzioso… ma invece di rubare cose di valore, si è portata via un’ora della mia vita, così. Senza neanche un preavviso, io, ingenuo, come il più sfortunato di Ferrandina, avevo pure fatto la promessa… “Stavolta mi organizzo, vado a dormire presto, così mi sveglio fresco e riposato”.

Certo… Come no… Ore 23:30, “Ancora cinque minuti al computer…”, ore 00:45: “Vabbè ormai è tardi…”, ore 02:00: Per magia… diventano le 03:00.

Un salto temporale degno della più assurda fantascienza, ma senza effetti speciali… solo evidenti occhiaie.

Stamattina la sveglia suona inesorabilmente, io la guardo con lo stesso amore con cui si guarda una cartella esattoriale, mi alzo… o meglio, vengo sollevato dal letto da una forza misteriosa fatta di senso del dovere e disperazione, vado in cucina, accendo la luce… e fuori… è giorno pieno, e lì, davanti al caffè, realizzo tutto, non è solo cambiata l’ora… è cambiato il mio rapporto con la realtà.

Ho salutato il pendolo con “buonanotte”, ho detto “buon sabato” a chiunque incontrassi in casa, e per un attimo ho anche pensato di rimettermi il pigiama e annullare la giornata per manifesta stanchezza, ma poi… poi entra quella luce strana, bella, lunga… quella luce che profuma già di primavera, di finestre aperte, di domeniche lente, e allora capisci che sì… ti hanno rubato un’ora… ma in cambio ti hanno regalato serate più lunghe, tramonti pigri e quella voglia di vivere fino all’ultimo raggio di sole, quindi va bene così… accettiamo il destino… beviamo questo caffè eroico e andiamo avanti con dignità (più o meno).

A proposito… me ne stavo quasi dimenticando (Come al solito),

Buona Domenica delle Palme… che sia dolce come un sorriso rubato, leggera come una mattina con un’ora in meno, e un po’ romantica… come quando il sole resta con noi qualche minuto in più, quasi per farci compagnia… e se oggi vi sentite un po’ confusi… tranquilli, non siete voi, è solo il tempo che, come sempre… fa un po’ il furbo.

P.S. Raccomandazione… e non mangiate troppo a pranzo… che poi state male!!!

 

OGNI CADUTA DI OGGI… CONTRIBUIRÀ… ALLA VITTORIA DI DOMANI

La prima volta che caddi, pensai che fosse la fine…

Ero giovane, pieno di sogni e con quella convinzione ingenua che bastasse voler qualcosa per ottenerla, quando il primo fallimento arrivò, fu come una crepa sottile nel vetro, quasi invisibile, ma abbastanza profonda da farsi sentire dentro.

Poi arrivò la seconda caduta, e la terza, e ogni volta il mondo sembrava un po’ più pesante.

All’inizio cercavo di evitare il dolore, poi imparai a sopportarlo, infine, senza accorgermene, iniziai a capirlo, ogni sconfitta lasciava qualcosa… una lezione, una cicatrice, una nuova consapevolezza, era come costruire una corazza, pezzo dopo pezzo, non una barriera per smettere di sentire, ma una protezione per continuare a camminare anche quando faceva male.

Ci furono giorni in cui volevo mollare tutto, giorni in cui guardavo gli altri vincere e mi chiedevo se fossi rimasto indietro, ma qualcosa dentro di me, piccolo e ostinato, continuava a sussurrare, “Non è ancora finita”, e allora ripartivo, sempre più lento, forse… ma anche sempre più forte.

Col tempo, capii una cosa, che nessuno mi aveva mai insegnato davvero, che le vittorie non arrivano nonostante le sconfitte… ma che arrivano grazie a loro, perché ogni errore mi aveva insegnato dove mettere i piedi, ogni delusione mi aveva mostrato cosa contava davvero, ogni caduta mi aveva dato una ragione in più per rialzarmi con più consapevolezza.

Un giorno, quasi senza accorgermene, arrivò quella vittoria che avevo tanto inseguito, non fu un’esplosione di gioia, non fu un momento perfetto come lo avevo immaginato da ragazzo… fu qualcosa di più silenzioso, guardai indietro, a tutte le volte in cui avevo pensato di non farcela, a tutte le crepe, le cicatrici, le notti insonni … e sorrisi, perché capii che la vera vittoria non era quel traguardo… era la persona che ero diventato per arrivarci… e in quel momento, con una corazza costruita con pazienza, fatica e speranza… non avevo più paura di cadere, perché ormai sapevo una cosa fondamentale… ogni caduta… era solo un altro passo… verso qualcosa di più grande… La pensione!!!

 

SANTA MARIA DELLA CROCE E LA LEGGENDA DELLE INTERCESSIONI

La Sacra effige della Madonna, Santa Maria della Croce, custodita nella Chiesa Madre di Ferrandina, venerata come la Protettrice della Città, montata su di un maestoso Trono in legno d’orato, sormontato da un baldacchino sorretto da due angeli, frutto di un arricchimento del tardo settecentesco, con il bambinello sorretto dal suo braccio destro, e un pomo nella mano sinistra, una scultura lignea di fattura partenopea datata sulla base 1530, venne realizzata in occasione di un voto fatto da rappresentanti del popolo al Sacro Legno della Croce di Gesù Cristo, in seguito alla pestilenza che colpì la Comunità nel 1521.

L’autore della lucente effige attribuita, molto probabilmente, alla bottega di Giovanni da Nola, perché simile a sculture presenti a Tito, Melfi, San Mauro Forte e Marsico Nuovo.

La sua maestosità rappresenta la fede che la Comunità dimostra durante le processioni e le venerazioni durante le maggiori festività locali, costante punto di riferimento per adorazioni e richieste di intercessioni.

Si narra che nei giorni più oscuri della pestilenza del 1521, quando il silenzio gravava su Ferrandina come un sudario e il pianto delle famiglie si mescolava al rintocco lento delle campane, il popolo si raccolse in preghiera dinanzi al Sacro Legno della Croce, non vi era casa che non avesse conosciuto il dolore, né cuore che non tremasse.

Fu allora che, in una notte senza luna, una luce tenue ma costante apparve sopra l’altare, alcuni giurarono di aver visto una figura di donna, avvolta in un manto dorato, con lo sguardo colmo di misericordia, tra le braccia reggeva un Bambino che, con gesto sereno, benediceva la città, nella mano opposta, ella stringeva un pomo, simbolo del destino dell’umanità, come a volerlo riscattare dal male.

Una voce, dolce ma potente, si diffuse tra i presenti… “Abbiate fede, figli miei… dove l’uomo cade, l’amore si rialza… dove la morte passa, la speranza rimane”.

Il giorno seguente, inspiegabilmente, il morbo iniziò a ritirarsi, le strade, un tempo deserte, tornarono a popolarsi, e il popolo, colmo di gratitudine, mantenne il voto, commissionò una sacra effige che incarnasse quella visione, affinché mai si spegnesse il ricordo della grazia ricevuta.

Ma la leggenda non si ferma lì…

Si racconta che ogni volta che Ferrandina è minacciata, da carestie, guerre o calamità, la Madonna della Croce manifesti la sua intercessione, alcuni vedono il suo sguardo mutare, farsi più vivo, altri giurano che il Bambino inclini appena la mano, come a benedire ancora il popolo.

E nelle notti più silenziose, quando il vento accarezza le pietre antiche della Chiesa Madre, c’è chi afferma di udire un sussurro lieve… una preghiera che sale dalla terra e una risposta che scende dal cielo, così, tra fede e mistero, la Comunità continua a rivolgersi a Lei, certa che quel trono dorato non sia solo opera d’arte, ma ponte invisibile tra l’umano e l’Altissimo…

 

L’AQUILA BICIPITE, EMBLEMA DI SOVRANITÀ, DIVINITÀ E IMPERIALITÀ

L’Aquila Bicipite esposta maestosa nella Chiesa Madre di Ferrandina, una scultura lignea risalente al XVII secolo, pensata come un’aquila a due teste che avrebbe dovuto fare da contenitore alla preziosa reliquia quattrocentesca del Sacro Legno della Croce di Gesù Cristo, simbolo di sovranità e divinità, ma anche di imperialità come già presente nello stemma del Sacro Romano Impero, dell’Impero Bizantino, degli Aragonesi e dei Borboni.

Lo storico locale S. Centola definisce l’Aquila Bicipite “emblema simboleggiante l’unione spirituale dei due Imperi, d’oriente e d’occidente, uniti sotto lo scettro del grande Costantino”.

Se non si fosse conservata la portella ovale apribile anteriore del manufatto, sarebbe stata classificata come “Stemma Araldico”, e non come contenitore della reliquia.

Si presume che detto contenitore sia stato commissionato da Roberto Sanseverino e portato in occidente dalla Terra Santa nel XVII secolo.

Svetta oggi all’ingresso della sagrestia nella Chiesa Madre Santa Maria della Croce di Ferrandina, in rispetto alla storia e alla sacralità di detto manufatto ligneo a suffragio della Comunità.

Naturalmente non mancano le varie leggende che circondano detto emblema, una delle quali è la seguente…

Correva l’anno del Signore 1495, quando Ferrandina, cinta da ulivi e vento, attendeva con il fiato sospeso un evento che avrebbe segnato la sua memoria per secoli, le campane della Chiesa Madre di Santa Maria della Croce suonavano lente e solenni, come a chiamare non solo i vivi, ma anche le anime antiche che riposavano nella terra lucana.

Dalla via che saliva polverosa, apparve un corteo mai visto… cavalieri in armature lucenti, stendardi ricamati d’oro e cremisi, e in mezzo a loro, sotto un baldacchino sorretto da quattro uomini, un oggetto avvolto in drappi scuri, la gente mormorava, accalcata lungo i bordi della strada… “È giunto… è giunto davvero…”

A guidare il corteo erano due figure regali, riconoscibili anche senza corona, Federico e Isabella, sovrani venuti da lontano, custodi di un dono sacro, i loro volti, segnati dal viaggio e dalla responsabilità, tradivano un misto di fierezza e timore.

Quando il corteo giunse davanti alla chiesa, il vento si levò improvviso, sollevando i drappi e rivelando ciò che custodivano, una maestosa aquila bicipite, scolpita nel legno come fosse viva, le due teste, rivolte a oriente e a occidente, parevano vegliare su mondi lontani, mentre il petto dell’animale celava un segreto più grande di qualsiasi regno.

Il parroco, tremante, avanzò con l’incenso, Federico discese da cavallo e, con voce grave, disse… “Questa non è solo opera d’uomo, ma scrigno di fede, porta in sé il Sacro Legno della Croce, giunto dalla Terra Santa, che Ferrandina lo custodisca, e che Dio custodisca Ferrandina…”, Isabella, al suo fianco, posò una mano sull’aquila e sussurrò… “Due mondi, due imperi, una sola luce”.

Si racconta che, mentre l’aquila veniva portata dentro la chiesa, le sue ali parvero vibrare appena, come mosse da un soffio invisibile, alcuni giurarono di aver visto le due teste chinarsi, in segno di riverenza.

Da quel giorno, l’aquila bicipite non fu più soltanto legno scolpito, ma sentinella del sacro e custode di un mistero, e ancora oggi, nelle notti in cui il vento canta tra le pietre di Ferrandina, c’è chi dice di udire il battere lento delle sue ali, come a ricordare il giorno in cui i Reali e i Cavalieri portarono la fede fino al cuore del paese… in rispetto della fede e della venerabilità riservata al popolo Ferrandinese…

 

LA PASQUA DI OGGI È UGUALE A QUELLA DI IERI?

C’era una volta una Pasqua che profumava di pane caldo e silenzio divino…

La mattina arrivava piano, con le campane che suonavano a festa e la luce che entrava dalle finestre come una calda carezza, le case si riempivano di voci basse, di passi leggeri, di nonne che preparavano il pranzo e di mani che si cercavano in silenzio.

La Resurrezione non era solo una parola, era un’attesa condivisa, un respiro trattenuto che diventava sorriso, si vestivano gli abiti “buoni”, quelli che pizzicavano un po’, e si usciva tenendo stretta la mano di qualcuno, la strada era breve, ma sembrava importante, e in quella semplicità, tra un uovo sodo e una fetta di torta farcita, c’era qualcosa di sacro, il sentirsi insieme, il credere che dopo ogni inverno, davvero, qualcosa potesse rinascere…

Oggi la Pasqua arriva più in fretta, le campane ci sono ancora, ma spesso restano in un sordo sottofondo, coperte dal rumore dei messaggi, delle notifiche, delle ultime notizie, le tavole sono super imbandite, forse troppo, ma sempre più distratte, si sorride, sì… ma con un occhio allo smartphone, con la testa già altrove, ci si abbraccia, ma più distrattamente, si dice “Buona Pasqua” come si dice “a dopo”.

Eppure, se ci fermiamo un momento, proprio oggi… qualcosa potrebbe resistere, in una nonna che aspetta tutti con lo stesso amore di sempre, in un padre che taglia la torta Pasqualina come faceva suo padre, in un bambino che scarta l’uovo di cioccolato con gli occhi pieni di stupore e sorpresa, come se fosse la prima volta al mondo.

La Pasqua di ieri vive ancora in questi piccoli gesti, un po’ nascosta, un po’ timida, non chiede grandi cose, solo di essere ascoltata, forse la differenza non è nel tempo, ma nello sguardo.

Ieri si viveva più lentamente, oggi più freneticamente, ma la Resurrezione… quella vera… quella che parla al cuore… accade ancora nello stesso modo, quando qualcuno si ferma, guarda negli occhi chi ha accanto, e sceglie di esserci davvero, e allora, in quell’istante, senza rumore, la Pasqua torna a essere quella di una volta… o forse… non se n’è mai andata.

 

MA L’ORA CHE CAMBIERÀ STANOTTE È LEGALE O ILLEGALE?

Stanotte succede quella magia un po’ sospetta che chiamiamo ora legale, vai a dormire tranquillo alle 23:00… e ti svegli che qualcuno, nel frattempo, ti ha rubato un’ora di vita, senza lasciare biglietti, tra l’altro.

Le lancette fanno un salto in avanti, come se avessero fretta di arrivare all’estate, tu invece no… Tu eri lì che avevi appena iniziato a dormire bene, e zac… le 2 diventano le 3. Fine….

C’è chi dice… “È un vantaggio! Più luce la sera!”, ed è vero, uscirai dall’ufficio e il sole sarà ancora lì, a guardarti come per dire… “Dai, adesso vivi!”

Peccato che tu, dentro, sia una creatura notturna confusa, con l’anima ancora parcheggiata alle 2:17.

Poi c’è la categoria dei pragmatici… “Dormiremo un’ora in meno, ma recupereremo”, sì, certo, come no, recupererai esattamente come recuperi il sonno del lunedì… cioè mai.

I più colpiti sono quelli che lavorano dalla mattina presto, la sveglia suona, tu la guardi e pensi… “Questo orario è illegale, chiamate qualcuno voglio protestare”, ma nessuno risponde, perché anche loro stanno cercando di capire che giorno è.

E poi ci sono gli eroi silenziosi… quelli che dicono “Vabbè, tanto è solo un’ora”, gli stessi che dopo pranzo fissano il muro per 12 minuti, cercando di ricordare il proprio nome.

Ma non è tutto così negativo… no, perché l’ora legale ha anche il suo lato romantico, le serate più lunghe, le passeggiate ancora piene di luce, quella sensazione che l’estate stia facendo capolino come un ospite che arriva in anticipo ma è sempre il benvenuto.

Certo, nel frattempo il tuo cervello è in modalità aggiornamento sistema, “Installazione in corso, nuova percezione del tempo, tempo rimanente… boh.”

Quindi sì… sarà anche un po’ un vantaggio… ma a me pare una truffa gentile, ci regala luce… ma se la prende sotto forma di sonno, che è un po’ come pagare con una valuta che scopri essere importantissima solo quando finisce… morale della favola… domani saremo tutti leggermente più stanchi, un filo più confusi… ma con una scusa perfetta per dire… “Non sono io, è il fuso orario interiore…”

 

IL GRIDO DELL’ADDOLORATA ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO A FERRANDINA…

“DOVE SEI… FIGLIO MIO DOVE SEI…”

La notte era buia a Ferrandina, come un velo di dolore steso sul silenzio delle case, le luci tremolanti delle candele in processione disegnavano ombre vive sui muri antichi, mentre un vento lieve portava con sé il suono lontano dei passi e della marcia funebre della banda locale, cadenzati come un cuore spezzato, dentro la sua chiesa, l’Addolorata attendeva.

Non era solo una statua, quella notte, era madre… era attesa… era strazio trattenuto nei secoli, il suo sguardo di vetro, colmo di lacrime immobili, sembrava cercare qualcosa oltre le mura, oltre il tempo stesso, come se sapesse… come se avesse sempre saputo, poi, lentamente, le porte si aprirono.

Un gemito attraversò la folla, non un grido, ma qualcosa di più profondo, il respiro collettivo di un popolo che si riconosce nel dolore di una madre.

I portatori si mossero piano, con rispetto, come se ogni passo potesse spezzare quel fragile equilibrio tra terra e cielo… l’Addolorata uscì, e in quell’istante, il tempo si fermò.

La banda smise di suonare, come per non disturbare il suo cammino, solo il suono cupo dei tamburi accompagnava il suo avanzare, mentre il corteo si snodava tra i vicoli stretti, illuminati da fiaccole che sembravano stelle cadute per guidarla, Lei cercava suo figlio… ogni passo era una domanda, ogni oscillazione del suo manto nero, un sussurro: “Dove sei? Dove sei figlio mio…”, e la gente, lungo il percorso, abbassava lo sguardo, incapace di sostenere quegli occhi pieni di lacrime, quel dolore antico e sempre nuovo, quando, in lontananza, apparve il feretro… il legno scuro brillava sotto le luci tremolanti, e il Cristo giaceva immobile, segnato dalla passione, avvolto nel silenzio più sacro, assorto nella pace eterna, quando le due processioni si incontrarono, accadde qualcosa che nessuno riuscì mai davvero a spiegare… il vento si fermò, le fiamme dei ceri si piegarono, come in un inchino… e per un istante eterno, madre e figlio furono di nuovo insieme… per l’ultima volta.

Non c’erano parole, solo lacrime di disperazione, lacrime di uomini, di donne, di angeli, lacrime di pietra e di straziante dolore, lacrime che da quel momento, avrebbero raccontato una storia più grande del tempo, più forte della morte.

L’Addolorata si fermò davanti al feretro, affranta, disperata, sconvolta, e chi era presente giura che, in quel preciso momento, il suo volto cambiò espressione, non meno doloroso, ma più umano, come se quel dolore, condiviso da tutti, fosse diventato anche speranza, perché quella notte non era solo morte, era attesa… era promessa… era giubilo, e mentre il corteo riprendeva il suo cammino, tra il suono dei passi stanchi e dei cuori infranti, Ferrandina tutta  portava con sé il peso e la luce di quella scena, una madre che incontra il figlio perduto… e lo affida, ancora una volta, all’eternità…

 LA DOMENICA DELLE PALME… COME DA COPIONE

La Domenica delle Palme arriva ogni anno con un obiettivo molto ambizioso… rendere tutti un po’ più buoni, un progetto nobile, certo, ma anche discretamente ottimista.

La giornata comincia con un’aria diversa, quasi già programmata, le persone escono di casa con una calma studiata, come se qualcuno avesse distribuito istruzioni invisibili su come comportarsi, passo tranquillo, espressione serena, niente fretta, una specie di versione “modalità gentile” attivata per l’occasione, i rami d’ulivo fanno la loro comparsa, eleganti e simbolici, anche se alcuni sembrano chiaramente più fotogenici di altri, c’è chi ne tiene uno con naturalezza e chi invece lo maneggia come se fosse un oggetto leggermente complicato, da sistemare senza capire bene dove, davanti alla chiesa si forma la solita fila, che ha sempre qualcosa di affascinante, è ordinata quel tanto che basta per sembrare civile, ma non abbastanza da evitare piccoli movimenti strategici, ogni tanto qualcuno avanza di mezzo passo con una sicurezza che non si sa da dove arrivi.

All’inizio tutto procede con una certa armonia, sguardi pacifici, movimenti misurati, un generale tentativo di mantenere alta la qualità morale della giornata, poi, lentamente, iniziano a comparire le prime crepe, piccole e quasi impercettibili, un’attesa un po’ più lunga del previsto, un ramo d’ulivo che sembra meno convincente, un parcheggio trovato con fatica e ricordato con ancora più fatica, niente di grave, ma abbastanza per ricordare che la perfezione ha bisogno di allenamento.

Il momento del pranzo arriva come una tappa inevitabile e, in fondo, attesissima, la tavola è curata, i piatti sono quelli giusti, l’atmosfera promette bene, tutto sembra pronto per una perfetta rappresentazione della serenità familiare… ed è proprio lì che la realtà decide di partecipare.

Le sedie non sono mai esattamente dove servirebbero, qualcuno ha fame prima degli altri, qualcun altro dopo, i tempi si allungano, si accorciano, si sovrappongono, nulla di drammatico, ma abbastanza per trasformare la calma iniziale in una sorta di equilibrio dinamico, sempre sul punto di cambiare, il bello è che nessuno sembra davvero sorpreso, e come se tutto facesse parte del copione, una tradizione dentro la tradizione.

Poi, verso il pomeriggio, succede qualcosa di molto semplice, la giornata si stanca, le energie si abbassano, le aspettative pure, le piccole rigidità si sciolgono senza bisogno di interventi particolari, qualcuno si rilassa davvero, qualcun altro smette di cercare la perfezione e si accontenta di stare, e in quel momento, quasi per caso, arriva una forma di pace molto più credibile di quella del mattino, meno ambiziosa, meno costruita, ma decisamente più comoda.

La Domenica delle Palme finisce così, tra rami d’ulivo dimenticati su un mobile e una sensazione leggera che resta nell’aria, non quella di essere diventati improvvisamente migliori, ma quella, più realistica e anche più simpatica, di averci provato, senza esagerare… e, tutto sommato, va benissimo così..

 

LA RELIQUIA DEL SACRO LEGNO MIRACOLOSO, 

LA SALVEZZA DEI FERRANDINESI

La Chiesa Madre di Ferrandina conserva al suo interno una preziosissima reliquia, custodita da una “Stauroteca” composta da cilindri in cristallo di rocca incrociati contenenti frammenti di sacro legno della croce di Gesù Cristo, contornata da una cornice in argento a raggiera, con una base quadrata con una scritta incisa… “+ ECCE: LIGNUM: CRUCIS: VENITE: ADOREMUS: ECCE: LIGNUM: CRU”, è protetta da una custodia in “Marocchino marrone”, interamente rivestita da un “Broccato rosa”, e con uno stemma gentilizio di origine della famiglia “PURPURA”, oltre alla data 1630 e all’iscrizione “IN HOCSIGNO VINCENS”, e al disotto “MODUMR. V.I.D. THOMA PURPURA ARCHIPRESBITERO”, (All’Arciprete Tommaso Purpura) che appare come il donatore della reliquia.

Il Sacro legno in origine era custodito nell’antica Chiesa Madre del “Castrum” di Uggiano (la vecchia Ferrandina), successivamente  trasferita dai Reali Federico D’Aragona e Isabella del Balzo nella nuova Chiesa Madre della nuova Ferrandina per motivi mistici, dopo aver causato due inspiegabili miracoli, il primo quello di essere scampata ad un incendio che divorò completamente la chiesa dove era custodita, tranne la stauroteca che risultò intatta, il secondo, durante l’assalto di Saraceni provenienti da “Montepeloso” (l’antica Irsina), al Castello di Uggiano, che dopo parecchi giorni di assedio, si affidarono al Sacro legno per liberarsi dalla morsa del terribile nemico, lo introdussero in processione nel combattimento, e inspiegabilmente i cavalli dei Saraceni caddero in ginocchio, causando l’immediato ritiro del nemico che scappò a gambe levate.

Da qui partì la devozione dei Ferrandinesi, che da allora ogni volta che se ne presentava il bisogno, tutti correvano al cospetto di detta reliquia.

Si racconta che, nel cuore antico di Ferrandina, quando il vento scende dalle colline e le campane suonano più lente del solito, la Stauroteca non sia solo un oggetto sacro… ma qualcosa che ascolta.

Non tutti osano avvicinarsi, la reliquia, racchiusa nei suoi cilindri di cristallo di rocca, riflette la luce in modo strano, quasi vivo, chi la guarda troppo a lungo giura di vedere il legno pulsare, come se custodisse ancora un respiro antico, e c’è chi dice che non sia solo memoria… ma presenza.

La leggenda narra che dopo i due miracoli, il fuoco che divorò tutto tranne lei, e i cavalli inginocchiati davanti al sacro legno, qualcosa cambiò per sempre nei ferrandinesi, non fu solo fede. Fu bisogno…

un bisogno viscerale.

Da allora, ogni volta che una sciagura si avvicinava, carestie, malattie, guerre, persino tempeste improvvise, la gente non pregava più soltanto, correva, scalza, disperata, con le mani tremanti, si accalcava davanti alla Stauroteca come se da essa dipendesse il respiro stesso del paese… e forse era così.

Le processioni divennero sempre più frequenti, non più solo nei giorni solenni, ma ogni volta che qualcuno sognava ombre, sentiva voci, o vedeva presagi, le madri portavano i figli malati, gli anziani sussurravano preghiere fino a perdere la voce, e gli uomini più forti abbassavano lo sguardo davanti a quel frammento di legno, si dice che chi tocca la teca con troppa insistenza, chi prega non per fede ma per ossessione, inizi a cambiare, c’è chi ha visto persone tornare ogni giorno, sempre più pallide, sempre più silenziose, non chiedevano più grazie… ma presenza, restavano ore immobili, fissando la reliquia, come in attesa di una risposta che non arrivava mai… o che forse arrivava troppo lentamente per essere compresa, eppure, nessuno smette, perché ogni tanto, qualcosa accade, una febbre che cala all’improvviso, un incidente evitato, una guerra che non arriva, piccoli segni, sufficienti a nutrire una devozione che non è più solo fede… ma dipendenza.

Gli anziani del paese raccontano a bassa voce che la reliquia non protegge soltanto… ma pretende, pretende sguardi, preghiere, presenza, pretende di essere cercata, invocata, quasi nutrita dalla devozione stessa dei fedeli, e quando il paese si allontana, quando per troppo tempo nessuno si inginocchia… allora tornano i segni, le paure, i presagi, come un richiamo.

Così Ferrandina vive da secoli in un equilibrio sottile, tra fede e timore, tra grazia e ossessione, e la Stauroteca, immobile al centro della Chiesa Madre, continua a splendere nella penombra…

silenziosa, intatta, e mai sazia… delle preghiere della propria Comunità…