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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

wikimatera.it

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

sabato 2 maggio 2026

 

NON SO SE CONTINUARE O INTERROMPERE A SCRIVERE STORIE

IL MONDO… A QUANTO PARE… GIRA DIVERSAMENTE

Tante volte in questo triste periodo ho pensato di interrompere questa mia mania di scrivere per far piacere a chi si diletta nel leggere le mie storie e leggende, dopo averlo fatto per anni su quotidiani, su testate Web e da autonomo, troppe volte ultimamente ho documentato tragedie, disgrazie, dipartite, vuoi per incidenti atmosferici, per infortuni, per incidenti d’auto e malori, troppe volte o dovuto trovare le parole giuste per cercare di alleviare il dolore di chi subiva dette disgrazie che pare si siano accanite contro questa comunità.

Ed è per questo che oggi mi ritrovo a chiedermi… vale ancora la pena continuare a scrivere storie piacevoli quando poi il mondo gira diversamente…?

Scusate lo sfogo…

C’è stato un tempo per me in cui scrivere era come accendere una luce, le parole arrivavano leggere, quasi da sole, e si posavano sulla carta come rondini al tramonto, raccontavano di feste di paese, di amori nati sotto balconi antichi, di anziani seduti al sole a ricordare quando il tempo sembrava più lento e più buono, e io, che di quelle storie ero diventato custode, le credevo utili, necessarie, perfino.

Poi qualcosa è cambiato…

All’inizio è stata una notizia, una di quelle che si scrivono trattenendo il respiro, poi un’altra, e un’altra ancora… a quel punto il tono cambiò, le parole si fecero pesanti, non erano più racconti, erano ferite da descrivere con delicatezza, come se bastasse scegliere il termine giusto per non farle sanguinare troppo.

Cominciai a scrivere di pioggia che non portava più vita ma distruzione, di strade diventate silenziose all’improvviso, di sirene che spezzavano la notte, scrivevo di addii… troppi addii… e ogni volta cercavo di fare qualcosa che nessuno mi aveva mai insegnato, trovare parole che non fossero solo cronaca, ma carezze, parole che potessero posarsi sul dolore degli altri senza far rumore, senza pesare, ma il dolore, quello vero, non si lascia alleggerire così facilmente.

La comunità che racconta, quella stessa che un tempo rideva tra le righe delle mie storie, sembrava piegarsi, giorno dopo giorno, sotto un peso invisibile, gli sguardi si abbassavano più spesso, i saluti si facevano più brevi, anche le piazze parevano più vuote, come se la gioia avesse preso un’altra strada.

E stasera, seduto davanti a una pagina bianca, mi fermo, per la prima volta dopo anni, non so cosa scrivere, avevo una storia pronta, una di quelle belle, con un finale che scalda il cuore, ma mi sembra fuori luogo, quasi irrispettosa, come raccontare una favola mentre tutto intorno brucia piano, senza fiamme ma con la stessa devastazione… “Vale ancora la pena?” mi chiedo… la domanda rimane sospesa nella stanza.

Ed è in questo momento che penso a tutte le volte in cui qualcuno, leggendo una mia storia, ha sorriso, a quel ragazzo che mi ha scritto dicendo che, per un attimo, si è dimenticato dei problemi, a quell’anziana che conserva ritagli dei miei racconti in un cassetto, come piccoli tesori… e capisco… che forse il mondo sta davvero girando diversamente, forse le tragedie non si fermeranno solo perché io smetto di raccontarle, ma proprio per questo, proprio per questo, le storie piacevoli diventano ancora più necessarie, non per negare il dolore… ma per ricordare che non è tutto… e allora, ho ripreso la penna, e ho cominciato a scrivere una storia nuova, non ignorando ciò che è successo, non cancellando le ombre, ma tra quelle ombre ho acceso una piccola luce, fragile ma ostinata, perché in una comunità tartassata, ferita, stanca… anche una sola storia capace di far respirare un po’ di speranza non è inutile… anzi, è sollievo… è conforto.

 

LA VILLETTA DI PIAZZA ALCIDE DE GASPERI

SCENARIO DI VITA QUOTIDIANA

La Villetta centrale di Ferrandina, in Piazza Alcide De Gasperi, non è semplicemente un giardino pubblico, è il centro nevralgico cittadino, un mondo a parte, un piccolo teatro a cielo aperto, dove ogni giorno diventa scenario di incontro tra amici o semplici conoscenti, un palco dove ogni giorno è di scena la vita vera…

La mattina presto arriva sempre Tonino, con il suo giornale sotto il braccio, si siede sulla panchina di fronte alla fontana, quella leggermente scheggiata, e inizia a leggere ad alta voce le notizie, anche quando nessuno glielo chiede, «Avete visto? Ancora lavori bloccati sulla strada provinciale!» dice, scuotendo la testa, poco dopo compare Peppino, che in realtà non legge mai il giornale ma sa tutto prima degli altri, «Tonì, ma quali lavori… quello è tutto un giro politico, fidati di me»… e così, nel giro di mezz’ora, la villetta si anima.

C’è anche Maria, che passa “solo cinque minuti” e poi resta fino a mezzogiorno, c’è Franco, appassionato di calcio, pronto a discutere animatamente di ogni partita come se fosse una finale mondiale, e poi c’è Carmela, che sa sempre chi si sposa, chi si lascia e chi… fa finta di essere felice… «Avete sentito di Luca?» dice abbassando la voce, anche se in realtà tutti possono sentirla, «Si sposa a giugno», «Ma non sta con quell’altra?» chiede Maria, «Eh… appunto», le risate partono spontanee, mischiate a sospiri e commenti a metà tra il serio e il divertito.

Il pomeriggio cambia atmosfera, i ragazzi occupano le panchine, parlando di sogni, lavoro e futuro, qualcuno vuole partire, qualcuno giura che rimarrà per sempre… «Io me ne vado al nord», dice Antonio, «E poi torni dopo due mesi», ribatte ridendo Michele… «No, questa volta è diverso», ma nessuno ci crede davvero.

Intanto, gli anziani osservano tutto, come spettatori esperti, ogni tanto intervengono, con una frase semplice che mette tutti d’accordo, «La vita gira, figli miei… oggi discutete, domani brindate insieme», e infatti è proprio così.

Un giorno si parla di politica, con toni accesi e mani che si muovono nell’aria, il giorno dopo si festeggia un matrimonio, con dolci portati da casa e bicchieri improvvisati, un giorno si commenta un tradimento, il giorno dopo si ride ricordando vecchie storie.

La villetta vede tutto… litigi, riconciliazioni, nascite, addii, ma soprattutto vede le persone restare, perché, alla fine, anche chi parte… torna sempre… magari dopo anni, magari cambiato, ma torna lì, su quella panchina… e basta poco per ricominciare… «Oh, ma vi ricordate quando…?», e da lì, la conversazione riparte, come se il tempo non fosse mai passato.

La Villetta centrale non è solo un luogo… è una memoria viva, fatta di voci, risate e storie intrecciate, un posto dove ogni problema trova almeno una parola, ogni gioia viene condivisa, e ogni giorno diventa un racconto… e così, tra una chiacchiera e l’altra, Ferrandina continua a vivere… a palazz…

 

LA LETTURA È MEZZA CULTURA… 

CHI NON LEGGE NON APPRENDE,

E CHI NON APPRENDE… DIPENDE…!!!

C’era una volta un uomo di nome Arturo che diceva sempre… “La lettura è mezza cultura… e a me basta metà, grazie”, Arturo era convinto di essere furbo, non leggeva libri, non leggeva giornali, non leggeva nemmeno le istruzioni del microonde (motivo per cui una volta riuscì a scongelare… e poi ricongelare una lasagna nello stesso ciclo).

Un giorno incontrò Sofia, una vecchia amica che invece leggeva di tutto, romanzi, saggi, perfino le etichette dello shampoo mentre si faceva la doccia, “Arturo,” gli disse lei, “chi non legge non apprende”, lui rise, “E chi non apprende… vive tranquillo con meno problemi!”, Sofia non rispose subito, lo invitò a fare una passeggiata in città, e camminando, Arturo si perse…non sapeva leggere le indicazioni.

Entrarono in un ristorante, Arturo ordinò a caso, senza leggere il menù, e si ritrovò con una zuppa di qualcosa che sembrava… discutibile, poi ricevette un messaggio importante, ma non capì bene cosa fare… e perse un’opportunità di lavoro.

A fine giornata, Arturo era stanco, frustrato e un po’ imbarazzato… “Allora?” chiese Sofia… Arturo sospirò, “Forse hai ragione… chi non legge non apprende… e chi non apprende… dipende…”, “Dipende da chi?” chiese lei, “Da tutti gli altri”, rispose lui, “Da chi ti spiega, da chi decide per te, da chi sa più di te, e alla fine… non sei mai davvero libero di decidere”, Sofia sorrise… e così Arturo iniziò piano piano… prima articoli brevi, poi racconti, poi libri interi, scoprì cose nuove, parole nuove, idee nuove, e soprattutto, iniziò a farsi domande, perché, la lettura, non è solo “mezza cultura”, è metà della strada per pensare con la tua testa, chi non legge non è stupido… ma è più esposto, più facile da convincere, più facile da confondere, più facile da guidare… e allora sì, è vero… chi non apprende… dipende.

Ma la buona notizia è che basta poco per cambiare rotta, anche solo 10 minuti al giorno, non serve diventare filosofi o studiosi… basta essere curiosi… perché ogni pagina letta è un piccolo atto di indipendenza.

 

VIA VITTORIO VENETO A FERRANDINA 

NON È SOLO UNA STRADINA…

È UNO SCENARIO MISTERIOSO E LEGGENDARIO

Nel cuore della Ferrandina antica, tra i vicoli silenziosi del rione La Cittadella, esiste una stradina che sembra vivere sospesa tra storia e leggenda, Via Vittorio Veneto, che di giorno appare come una via qualunque, stretta e discreta, ma quando cala la sera… qualcosa cambia…

Si racconta che nel lontano 1492, quando Federico d’Aragona e Isabella Del Balzo attraversavano quel tratto di strada scortati dai loro cavalieri, uno di questi, un giovane dalla lealtà incrollabile, scomparve misteriosamente proprio lì, senza lasciare traccia.

La leggenda narra che quella notte il corteo si fermò improvvisamente, i cavalli si agitarono, come se percepissero una presenza invisibile, il giovane cavaliere, incaricato di precedere la scorta, avanzò lungo la via… e svanì improvvisamente nell’ombra, nessuno udì un grido, nessuno vide un corpo, solo il suono metallico della sua armatura che, per un istante, riecheggiò tra le mura e poi si dissolse nel nulla.

Da allora, gli abitanti della zona raccontano che nelle notti più silenziose, quando il vento si insinua tra le pietre antiche, si possono ancora udire passi cadenzati e il lieve tintinnio di una spada, alcuni giurano di aver visto una figura avvolta in un’armatura attraversare lentamente la strada, fermarsi a metà del vicolo… e voltarsi, come in attesa di qualcuno che non arriverà mai.

C’è chi dice che il cavaliere sia rimasto intrappolato tra due mondi, condannato a vegliare per sempre su quel passaggio, fedele al suo re anche dopo la morte, altri sussurrano che protegga un segreto nascosto sotto le pietre della via, qualcosa che nemmeno il tempo ha osato rivelare.

E poi c’è una credenza più inquietante, se percorri Via Vittorio Veneto da solo, a tarda notte, e senti dei passi dietro di te… non voltarti subito, perché chi lo ha fatto racconta di aver incrociato uno sguardo antico, carico di un’attesa che dura da secoli…

E qui comincia il dialogo interiore, con la mia coscienza… quella che mi induce alla scrittura…

E tu, Enzo… avresti il coraggio di attraversarla?

“Io ci abito... perchè in confidenza... sono io il cavaliere misterioso che appare solo la notte…”, allora la verità è ancora più affascinante di qualsiasi leggenda, Enzo, vuol dire che Via Vittorio Veneto non è solo un luogo carico di storia… è un confine, e tu non sei semplicemente “il cavaliere”… sei il custode di quel passaggio.

Si dice che certe anime non scompaiano mai davvero, soprattutto quando hanno un compito incompiuto, forse quella notte del 1492 non sei svanito… hai scelto di restare, e vegliare su Ferrandina, sul rione della Cittadella, su quelle pietre che hanno visto nascere tutto, forse sei tu che, ogni tanto, fai fremere i cavalli che non ci sono più, sei tu che fai vibrare l’aria con quel suono metallico, sei tu che osservi chi attraversa la via… decidendo, in silenzio, chi è degno di percepire la tua presenza… e questo spiega una cosa… le leggende più potenti non nascono per caso, nascono perché qualcuno, da qualche parte, continua a tenerle vive, ora però la domanda cambia, ed è più interessante… se davvero sei tu il cavaliere… chi o cosa stai ancora aspettando, dopo più di cinque secoli…?, “Aspetto quella presenza che non è mai venuta, lo hai detto tu... ma non mi sono mai scoraggiato, aspetterò in eterno... costi quel che costi, e veglierò sempre su chi attraverserà Via Vittorio Veneto, a protezione di non so chi...”, allora la leggenda non è incompleta, Enzo… è viva… Via Vittorio Veneto non è più soltanto una strada di Ferrandina: è un luogo dove il tempo si piega alla volontà di chi ha deciso di restare… e tu non sei un’ombra… sei una promessa… perché aspettare, senza sapere se qualcuno arriverà… non è debolezza, è qualcosa di molto più raro… è fedeltà assoluta… è il tipo di giuramento che nemmeno i secoli riescono a consumare, forse quella presenza non è mai arrivata perché il suo viaggio non è ancora finito, o forse… è passata mille volte da quella strada, senza sapere che eri lì ad aspettarla, e allora il tuo compito diventa ancora più grande… non stai solo aspettando… stai proteggendo ogni passo, ogni voce, ogni anima che attraversa quel vicolo, anche chi non crede alle leggende, anche chi passa distratto… è sotto la tua guardia, e magari, una notte qualsiasi, tra il rumore lieve dei passi e il respiro del vento tra le pietre, qualcuno si fermerà… non per paura… non per caso, ma perché sentirà che lì… qualcuno lo stava aspettando da sempre, e quando succederà, Enzo, forse capirai che non hai vegliato “senza sapere chi”… ma proprio per permettere a quel momento di esistere, ma fino ad allora… la via non sarà mai vuota… perché ci sei tu…

 

PALAZZO PICCINNI-LAVECCHIA, 

NON SOLO STORIA… ANCHE LEGGENDA

La costruzione di Palazzo Piccinni, commissionata dal Notaio Felice Piccinni nel 1890, come si può facilmente leggere sulla targhetta in pietra che sormonta il portone d’ingresso, disegna l’assetto definitivo del Rione “La Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino, terminando quel processo, iniziato sin dai primi decenni del XIX secolo, inteso dalla definizione l’assetto urbanistico del centro storico della Città. Infatti, è proprio nei primi decenni del XIX secolo che la piazza del largo, l’attuale Piazza Plebiscito, viene a definirsi nell’odierna struttura: a est si costruisce Palazzo Caputi, a ovest viene ristrutturato il Palazzo Comunale, a nord le trasformazioni delle antiche botteghe sottostanti il Complesso Conventuale di Santa Chiara, iniziate con la costruzione nel 1833, per merito delle Clarisse, Monache di S. Chiara, delle abitazioni disposte sul lato destro della salita Marconi, alla cui sommità si apre Largo Palestro, dove come già detto, quasi a conclusione del processo di assetto edilizio descritto, il Notaio Felice Piccinni fece edificare la sua abitazione. L’ubicazione del Palazzo è particolarmente riuscita, poiché chiude l’architettura armoniosa di Largo Palestro e dell’intero Rione LA CITTADELLA, nel quale si concentrano alcuni dei più importanti monumenti cittadini, il prestigioso Convento di Santa Chiara, con la sua splendida Chiesetta del 400, e il contiguo Palazzo D’Amato Cantorio, che si allunga su Via Dei Mille e delimita la quinta di case di minor pregio che si sviluppa fra via Dei Mille e Via Vittorio Veneto. Queste due strade sono caratterizzate lungo i lati esterni, opposti a quelli costituiti dalla cortina di case opportunamente definite da Palazzo Piccinni, da importanti e belle costruzioni appartenenti alla più ricca borghesia del posto, come ad esempio il già citato Palazzo D’Amato Cantorio, il Palazzo Siviglia, il Palazzo Mastromattei, il Palazzo De Pace e il Palazzo Centola. Per quanto detto, quindi, si può certamente affermare che la costruzione di Palazzo Piccinni conclude l’assetto definitivo del Rione “La Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino. Il Palazzo, come già ricordato, è stato commissionato nel 1890 dal Notaio Felice Piccinni,  esponente di una nota e importante famiglia del territorio, per la professione Notarile svolta da tempo, mentre ancora prima, numerosi esponenti di questa famiglia, furono iscritti all’Albo dei Farmacisti, come testimoniato dal nipote del committente, anch’esso Notaio, Felice Piccinni, nato a Ferrandina il 1913 ancora vivente e trasferitosi a Napoli nel 1936. Il Palazzo, dopo il trasferimento della famiglia a Napoli, fu venduto ai coniugi Lavecchia – D’Amato Cantorio, che l’ha abitato a lungo. Alla morte di Ida D’Amato Cantorio, il Palazzo è stato ereditato dalla figlia Giovanna Lavecchia, coniugata Imperio, che ancora lo abita e lo custodisce con cura. Il Palazzo è caratterizzato da un’armonica facciata a due piani, tripartita da lesene in mattoni in laterizio intervallate da una fascia marcapiano e conclusa da un cornicione mistilineo, realizzato in analogo materiale. La facciata del piano terra, scandita da lesene bugnate in laterizio, accoglie, lateralmente, le aperture di quelli che una volta erano ambienti destinati a botteghe o deposito, e, nel comparto centrale, il vano centinato, con cornici in gesso che consente l’accesso all’androne. Al piano nobile sono presenti due balconi, con pregevole inferriata ottocentesca e, al centro, un’apertura a “serliana” realizzata con l’intento di dare maggiore risalto all’abitazione, richiamando la tipologia delle ville Venete del XVI secolo. Interessante è la realizzazione della cortina con materiali di differente tradizione, mattoni in laterizio delle fabbriche locali, intonaco rustico a calce e ringhiere in ferro battuto. All’interno del Palazzo si accede dal portone originario in legno, di fattura locale, così come tutti gli altri infissi interni. Nel cortile d’ingresso che ha conservato l’originario pavimento di lastroni in pietra, di fronte al portone principale, si apre la porta di un locale adibito a vario uso, mentre a sinistra l’accesso alla scala a due rampe conduce all’abitazione, posta al primo piano. La scala, ben illuminata da una finestra, è costituita da gradini in lastroni originari in pietra, ed è segnata da un semplice corrimano realizzato da un tondino di ferro, ancorato alla parete con caratteristici ganci di ferro battuto a forma di mani serrate a pugno. Il pianerottolo fra la prima e la seconda rampa della scala, è impreziosito da una pregevole colonna di fattura semplice e rigorosa. L’abitazione vera e propria, si apre in piccolo disimpegno, con pavimento originario in lastroni in pietra, reso accogliente da una bella volta a botte non molto alta. Il disimpegno immette, da sinistra, nella cucina e alla sala da pranzo, disposte l’una di fronte all’altra ed entrambe dotate di originarie volte a vela, il pavimento dei due vani, invece, è stato rifatto con ordinarie mattonelle di ceramica. A destra del disimpegno è l’ingresso nella grande sala per le feste e per la musica, con soffitto piano, così realizzato, per facilitare la costruzione della sovrastante terrazza con l’altana. Con ogni probabilità tale assetto, stando alla presenza di travi metalliche, potrebbe essere il risultato di un intervento di ristrutturazione avvenuto intorno ai primi anni del XX secolo. L’ampio salone è illuminato da grandi balconi ed ha conservato la pavimentazione originaria realizzata con “riggiole” quadrate in cotto locale. Sulla parete laterale del salone, si aprono due stanze con volte a vela e con pavimento originario in cementine contraddistinte da semplici motivi geometrici. Nella parete di fondo del salone si aprono un disimpegno con una camera, un piccolo ripostiglio e un bagno, purtroppo completamente rifatto e pertanto privo degli elementi caratteristici originari. I locali posti a piano strada ben poco hanno conservato dell’assetto originario, ad esclusione di alcuni elementi di una caratteristica volta unghiata.

E dopo tanta storia antica, è inevitabile l’esistenza anche di una leggenda… una leggenda che racconta la vera natura di personaggi realmente esistiti…

    Nel cuore del Rione La Cittadella, quando ancora le pietre raccontavano più verità degli uomini, si tramandava una storia che nessun documento riporta.

Si diceva che il Notaio Felice Piccinni non avesse costruito il suo palazzo soltanto per prestigio o per sancire il proprio potere sulla città nascente, dietro quelle mura eleganti, tra i balconi che guardavano Largo Palestro, si nascondeva una vicenda di amore e di terra, di promesse e di tradimenti.

Felice Piccinni era un uomo rispettato, temuto più che amato, gestiva contratti, eredità, terreni agricoli che si estendevano fino alle campagne più fertili, ma ciò che davvero lo ossessionava non era la ricchezza, ma il controllo, ogni campo, ogni uliveto, ogni vigna doveva rispondere al suo nome.

Eppure, proprio tra quei campi, nacque la sua rovina…

Durante una disputa per un terreno conteso con la famiglia D’Amato Cantorio, Felice conobbe Dorotea, la figlia del suo rivale, non era come le altre donne della borghesia, camminava tra gli ulivi senza paura, conosceva il ciclo delle stagioni e parlava con una libertà disarmante.

Tra i due nacque un sentimento proibito, alimentato da incontri segreti lungo i confini delle proprietà, Felice, abituato a trattare tutto come un contratto, per la prima volta non riusciva a stabilire condizioni. Dorotea non voleva ricchezza, né titoli, voleva solo libertà.

Ma quella libertà aveva un prezzo troppo alto…

Quando le famiglie scoprirono la relazione, la reazione fu immediata, i D’Amato Cantorio minacciarono di sottrarre i terreni contesi con prove compromettenti, mentre Piccinni, per salvare il proprio nome, fu costretto a rinnegare pubblicamente Dorotea.

Si racconta che la notte prima dell’inaugurazione del palazzo, Dorotea si presentò davanti al grande portone, non chiese spiegazioni… non una lacrima… consegnò a Felice una manciata di terra, presa dai campi che avevano condiviso… “Questa,” disse, “è l’unica cosa che non potrai mai possedere davvero”.

Il giorno dopo, Dorotea scomparve, alcuni dissero che fosse partita per il nord, altri che si fosse rifugiata in convento, i più anziani, invece, giuravano che si fosse gettata tra i burroni oltre le campagne.

Felice Piccinni inaugurò il palazzo, circondato da notabili e autorità, ma da quel momento, qualcosa cambiò, non vendette mai quei terreni contesi, né si sposò mai, e soprattutto, ogni anno, nella stessa notte, una luce restava accesa a una finestra del piano alto…

I contadini raccontavano che, passando vicino al palazzo, si sentiva il profumo della terra bagnata, anche nelle sere più asciutte, e qualcuno giurava di vedere una figura femminile affacciata, immobile, come in attesa… ancora oggi, tra le pietre di Largo Palestro, si sussurra che quel palazzo non sia stato costruito per celebrare un potere, ma per imprigionare un rimpianto… e che la terra… alla fine… si sia presa tutto. 

 

FERRANDINA, STORIA, ARTE, NOBILTÀ, 

TRADIZIONI E GASTRONOMIA

Una città piena di storia, ma poco riconosciuta, apprezzata solo dai più informati, ma poco frequentata da intenditori di arte antica, le sue origini sono di una civiltà predominante, testimoni le tante famiglie gentilizie che  ne abitarono numerose ogni angolo sin dal primo agglomerato urbano, le sue ricche terre limitrofe ne dettarono la destinazione di città prosperosa e lussuosa, non a caso fondata da un Re.

Ferrandina… un tesoro nascosto nel cuore della Basilicata

Nel silenzio elegante delle colline lucane sorge Ferrandina, una città che custodisce secoli di storia, bellezza e tradizione, lontana dai percorsi turistici più battuti ma capace di sorprendere chiunque sappia riconoscerne il valore autentico.

Fondata per volontà di Ferdinando I d'Aragona, Ferrandina porta nel suo stesso nome il segno della regalità, le sue origini raccontano di una civiltà fiorente, di un centro urbano nato per prosperare, circondato da terre generose e fertili che ne hanno segnato il destino di ricchezza e prestigio.

Storia e nobiltà tra i vicoli del tempo

Passeggiare tra le sue strade significa attraversare epoche diverse, palazzi nobiliari, chiese ricche di arte e dettagli, oltre a conventi e monasteri, scorci che raccontano la presenza di antiche famiglie gentilizie che hanno lasciato un’impronta indelebile nel tessuto urbano.

Ferrandina non è solo da vedere, ma da vivere lentamente: ogni angolo svela una storia, ogni pietra conserva una memoria.

Terra generosa, sapori autentici

Le campagne che circondano la città sono un patrimonio prezioso, qui nasce la celebre Oliva Majatica, simbolo dell’eccellenza agricola locale, insieme a produzioni di olio extravergine, grano e altri frutti della terra che rendono la gastronomia ferrandinese un’esperienza autentica e indimenticabile.

Sapori intensi, tradizioni contadine e ricette tramandate da generazioni raccontano un legame profondo con la terra.

Tradizioni vive e identità autentica

Ferrandina è anche cultura viva, feste popolari, riti religiosi e tradizioni che si rinnovano nel tempo mantenendo forte l’identità della comunità, qui il passato non è solo memoria, ma presenza quotidiana.

Scopri Ferrandina

Ferrandina è una destinazione per chi cerca autenticità, per chi ama l’arte nascosta, per chi desidera assaporare la vera essenza del Sud Italia lontano dalle rotte più affollate, un luogo dove storia, natura e gusto si incontrano in perfetta armonia.

Lasciati sorprendere da Ferrandina… una città da scoprire, vivere e ricordare.

    


 

  

  














 

IL CASTELLO/FORTEZZA DI UGGIANO… 

LA VECCHIA FERRANDINA

STORIA DI VITA URBANA

Il Castello di Uggiano o Obelano o Obelanum o Oblano, (la vecchia Ferrandina) non era solo un semplice Castello, bensì una fortezza a difesa di tutto il sud Italia dell’epoca, e oltre ad aver ospitato Re e Regina, aveva nella sua corte un esercito di guerrieri e cavalieri, oltre a nobili di ogni rango, servitù e saltimbanchi, mentre nel suo “Castrum”, all’interno della fortezza, e tutto intorno, case per civili abitazioni, con artigiani e commercianti per i fabbisogni di una intera comunità.

Nel grande piazzale del Castello di Uggiano, quando il sole si alzava dietro le mura possenti e accendeva di oro le pietre antiche, la giornata iniziava ben prima che i nobili si destassero.

Il primo suono era quello del ferro battuto, era mastro Ruggiero, il fabbro, già al lavoro nella sua bottega aperta sul lato orientale del piazzale, le scintille saltavano come lucciole mentre forgiava ferri di cavallo e lame per i cavalieri, poco distante, una donna stendeva panni su una corda tesa tra due colonne, mentre il profumo del pane appena sfornato si diffondeva dalla piccola casa di pietra di Agnese, la fornaia.

I bambini erano i veri padroni del piazzale a quell’ora, correvano scalzi, rincorrendosi tra i secchi d’acqua e le ceste di ortaggi appena portati dentro le mura dai contadini, uno di loro, Pietro, si fermava sempre a guardare i soldati allenarsi, lo affascinavano le armature lucenti e il ritmo cadenzato delle spade che si incrociavano.

Al centro del piazzale, vicino al pozzo, si radunavano i mercanti, tessuti colorati provenienti da terre lontane venivano srotolati su tavole di legno, mentre spezie e erbe riempivano l’aria di odori intensi, le voci si intrecciavano, contrattazioni, risate, richiami, un vecchio suonatore ambulante pizzicava una cetra, accompagnato da un giovane saltimbanco che attirava l’attenzione con capriole e numeri improvvisati.

Verso mezzogiorno, il ritmo cambiava, le guardie si disponevano lungo i camminamenti delle torri di avvistamento, e un leggero silenzio scendeva quando dal portone principale entrava un corteo, un cavaliere di ritorno, forse, o un messaggero, gli sguardi si sollevavano, curiosi ma rispettosi, il castello non era solo casa… era potere, difesa, ordine…

Dalle finestre alte, ornate di drappi, si intravedevano figure eleganti, la corte osservava, distante ma presente, eppure, anche lì sopra, tra nobili e dame, giungevano gli echi della vita del piazzale, il rumore del martello, le risate dei bambini, il canto lontano del menestrello.

Nel pomeriggio, il sole batteva forte sulle pietre e le attività rallentavano, alcuni si ritiravano all’ombra, altri continuavano il lavoro con lentezza, le donne si fermavano a parlare, scambiando notizie e piccoli segreti, i soldati, finito l’addestramento, si mescolavano alla gente, togliendosi l’elmo, diventando uomini tra uomini.

E poi arrivava la sera…

Le torce venivano accese lungo le mura, e il piazzale si trasformava, le fiamme danzanti illuminavano volti stanchi ma sereni, qualcuno raccontava storie, qualcun altro cantava. I bambini, ormai assonnati, si stringevano alle madri, il profumo della minestra calda si diffondeva nell’aria, e sopra tutto, imponente e silenzioso, il Castello di Uggiano vegliava…

Non era solo pietra e difesa… era vita… era un cuore pulsante… fatto di voci, mani, sogni e fatiche, una piccola città racchiusa tra mura difensive, dove ogni giorno si intrecciavano destini diversi, ma uniti dallo stesso spazio, dalla stessa terra… dalla stessa storia…