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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

sabato 4 aprile 2026

 

QUANDO UN NUOVO GIORNO NASCE, IL PRECEDENTE FINISCE

È una legge silenziosa, antica come il tempo stesso, la notte si ritira piano, come un sipario che scende senza applausi, e con lei se ne vanno tutte le cose che non siamo riusciti a dire, i passi che non abbiamo avuto il coraggio di fare, gli abbracci rimasti sospesi nell’aria.

Andrea stava seduto sulla panchina davanti al mare, come ogni mattina da quando lei non c’era più, guardava l’orizzonte mentre il cielo cambiava colore, dal blu scuro della notte al grigio incerto dell’alba, era sempre quel momento, quel fragile passaggio tra due giorni, a fargli più male, perché ogni alba significava che un altro giorno senza di lei era cominciato.

Le onde arrivavano lente sulla riva, sempre uguali, sempre diverse, e lui pensava a quanto fosse crudele il tempo, non si ferma mai, non chiede permesso, non guarda indietro… Un nuovo giorno nasce, mentre il precedente finisce, e con lui finiscono anche le possibilità.

Andrea tirò fuori dalla tasca una vecchia fotografia, lei rideva in quella foto, i capelli mossi dal vento, gli occhi pieni di luce, era stata scattata proprio lì, su quella stessa panchina, molti anni prima… «Domani torniamo qui» gli aveva detto, ma il domani, a volte, è una promessa che il destino non mantiene.

Il sole cominciava a salire, tingendo il mare di arancione, la città alle sue spalle si stava svegliando, serrande che si alzavano, motorini che passavano, voci lontane, la vita continuava… comunque.

Andrea chiuse gli occhi per un momento, sentì il vento sul viso, il rumore dell’acqua, il profumo salato del mare, quando li riaprì, il sole era ormai sopra l’orizzonte… Un nuovo giorno era nato, e proprio allora qualcuno si sedette accanto a lui sulla panchina, Andrea sorrise appena, senza voltarsi… «Sei in ritardo oggi» mormorò, la donna non rispose, restò in silenzio, immobile, il vento sollevò leggermente i suoi capelli, erano identici a quelli nella fotografia, Andrea finalmente si voltò… La guardò… Poi guardò la fotografia nella sua mano… Era vuota, e solo allora capì la verità che nessuno gli aveva mai detto.

Quando un nuovo giorno nasce, il precedente finisce.

Ma a volte…chi non riesce a lasciarlo andare, resta seduto sulla stessa panchina, anche dopo che la sua vita

è già finita da tempo, e la donna accanto a lui, con un sorriso dolce e antico, sussurrò… «Finalmente te ne sei accorto… adesso possiamo alzarci», ma dietro di loro, sulla panchina vuota… la fotografia era tornata, e mostrava due figure sedute insieme… entrambe… trasparenti.

 

IL PEGGIOR DOLORE DI UNA MADRE

Il Monumento ai Caduti della Grande Guerra di Ferrandina domina il Corso come una ferita di pietra sanguinante, non è solo un monumento… è un grido congelato nel tempo.

Il vento di novembre sibilava tra le strade di Ferrandina, portando con sé l’odore della terra umida e delle foglie morte, il Corso era quasi deserto, solo una donna vestita di nero camminava lentamente verso il monumento.

Ogni passo sembrava pesare più del precedente, si chiamava Michelina, tra le mani stringeva una vecchia lettera ormai ingiallita, la conosceva a memoria, ma non aveva mai smesso di portarla con sé, era l’ultima che suo figlio Antuono le aveva scritto dal fronte durante la Prima Guerra Mondiale… “Mamma, tornerò presto, non piangere, qui il cielo è grande come quello sopra Ferrandina, e quando lo guardo penso a te.”

Michelina arrivò davanti al monumento, la statua raffigurava una madre piegata dal dolore, le braccia tese verso il figlio caduto, il volto scolpito nella pietra sembrava gridare in silenzio, era il dolore di tutte le madri, ma per Michelina non era una statua, era lo specchio della sua anima, Antuono era partito a diciannove anni, aveva gli occhi pieni di luce e le mani ancora sporche di farina del forno dove aiutava il padre a panificare, prometteva sempre… “Solo pochi mesi, mamma”.

Poi arrivò il telegramma… Freddo. Breve. Spietato… “Caduto al fronte durante un combattimento…”, Nessun corpo ricevuto, nessun addio concesso, solo una tomba lontana, sotto una terra straniera che Michelina non avrebbe mai visto.

La donna si sedette ai piedi del monumento, accarezzò lentamente il marmo della madre scolpita, le sue dita tremavano… “Te lo hanno portato via anche a te, vero?” sussurrò alla statua, mentre il vento si alzò, e per un momento sembrò che la pietra respirasse, Michelina chiuse gli occhi e immaginò Antuono bambino, correre tra gli ulivi, ridere con le ginocchia sbucciate, chiamarla da lontano… “Mamma!”, aprì gli occhi di scatto… il Corso era deserto, solo il monumento restava lì, immobile in eterno, e allora capì… Quella madre di pietra non piangeva solo suo figlio… piangeva tutti i figli che non erano mai tornati.

Michelina posò la lettera tra le mani della statua sussurrandogli… “Tienila tu,”,  “Io non ce la faccio più”, si alzò con fatica e si allontanò lentamente, dietro di lei, la madre scolpita continuava a guardare l’orizzonte con il volto devastato dal dolore, e se qualcuno fosse passato in quel momento, forse, avrebbe giurato di aver visto una goccia scendere sul marmo… Non pioggia… era una lacrima di una madre affranta dal peggior dolore che si possa immaginare… per l’amore di un figlio perso.

 

LA LEGGENDA DEI PORTICI DI FERRANDINA

Nelle sere d’inverno, quando il vento scende dalle colline e passa tra gli archi dei Portici di Ferrandina, gli anziani del paese dicono che non sia solo il vento a fischiare tra le pietre, dicono che sia la voce di Mariarosa.

Molti secoli fa, quando Ferrandina era giovane e le fiaccole illuminavano appena le strade, sotto quei portici viveva una ragazza bellissima, figlia di un mercante d’olio, si chiamava Mariarosa e aveva occhi così scuri che la gente diceva riflettessero la notte stessa.

Ogni mattina attraversava i portici portando ceste di pane e fichi secchi al mercato, e fu lì che la vide Rocchino, un giovane muratore scalpellino che lavorava proprio alle arcate dei portici, all’inizio si scambiarono solo sguardi, che poi divennero parole, che poi divennero promesse.

Rocchino maturò un sentimento talmente forte per Mariarosa che lo portò ad incidere di nascosto una piccola rosa in una delle colonne di pietra, dicendo… “Così anche quando saremo vecchi, la pietra ricorderà questo momento”.

Ma Ferrandina, allora, era un paese governato più dall’onore che dall’amore, il padre di Mariarosa aveva già promesso la figlia a un ricco possidente di Matera, e quando scoprì la segreta relazione, la rinchiuse in casa e proibì a Rocchino di avvicinarsi ai portici, il giovane però non si arrese, e una notte di luna piena, si nascose tra le arcate, aspettando che Mariarosa uscisse di nascosto come avevano deciso, la ragazza arrivò correndo, con un mantello sulle spalle, sotto quei portici giurarono di fuggire insieme verso il mare, verso Metaponto, dove nessuno li avrebbe riconosciuti, ma qualcuno li aveva notati, il padre di Mariarosa e alcuni uomini del paese arrivarono con torce e bastoni, con intenzioni poco raccomandabili, e nella confusione Rocchino tentò di difenderla, malauguratamente, un colpo partì troppo veloce e troppo forte da colpire Rocchino in un punto critico della testa, facendolo cadere sulle pietre dei portici, proprio sotto la colonna dove aveva inciso la rosa, Mariarosa disperata si inginocchiò accanto a lui e, stringendolo al petto, gridò così forte che il suono rimbalzò sotto ogni arco, raggiungendo ogni angolo della città, e quando Rocchino diede l’ultimo respiro, lei non disse più una parola… ammutolì e si alzò lentamente, guardò il padre con rabbia e rancore, e si allontanò nella notte correndo veloce, dissolvendosi nell’oscurità.

La mattina dopo trovarono il suo mantello appeso alla ringhiera dello strapiombo sulla vallata sottostante, e Mariarosa non fu mai più vista.

Da allora, nelle notti ventose, sotto i portici si sente a volte un passo leggero, come di qualcuno che corre, e se ci si ferma vicino alla vecchia colonna con la rosa incisa, qualcuno giura di udire due voci che sussurrano,

una che promette di non dimenticare, e l’altra che piange per un amore perduto.

Per questo, dicono gli anziani di Ferrandina, gli innamorati non si separano mai sotto i portici, perché la pietra ricorda ancora quella promessa spezzata.

 

LA LEGGENDA DELLA CITTADELLA E DELLA PIETRA ANTICA

Molti secoli fa, quando le colline della Basilicata erano ancora coperte di boschi e sentieri contadini, sulla cima di una collina sorse il primo nucleo di case di Ferrandina.

Quel luogo venne chiamato ”La Cittadella”, perché sembrava una piccola fortezza di pietra, case di pietra addossate l’una all’altra, vicoli stretti, archi bassi e mura robuste per difendersi dal vento e dagli uomini.

Gli anziani raccontavano che la Cittadella non nacque per caso, prima delle case, prima delle strade, al centro della collina c’era una pietra scura e antichissima, nessuno sapeva chi l’avesse portata lì, alcuni dicevano che fosse caduta dal cielo durante una notte di fuoco, altri che fosse ciò che restava di un altare sacro di un popolo dimenticato.

I primi abitanti costruirono le loro case attorno a quella pietra, quasi senza accorgersene, dicevano che teneva lontane le sciagure… E così nacque la Cittadella.

Con il passare degli anni il piccolo nucleo diventò un vero rione, e sulla collina sorsero palazzi nobiliari, grandi e severi, costruiti con la stessa pietra dorata della terra lucana, tra i più imponenti c’erano i palazzi delle famiglie… Centola, che dominava un tratto del rione con balconi di ferro battuto e portali scolpiti, D’Amato-Cantorio, la cui casa aveva un grande cortile dove un tempo si radunavano mercanti e cavalieri,

Mastromattei, noti per aver protetto il quartiere durante antiche incursioni, Piccinni–Lavecchia, il cui palazzo guardava verso la valle e le campagne d’ulivi, si diceva che tutte quelle famiglie, pur diverse tra loro, rispettassero una sola cosa… la pietra della Cittadella, nessuno osava spostarla.

Quando il villaggio crebbe ancora, arrivarono anche i monaci, le loro preghiere riempirono il silenzio delle colline e sorsero due luoghi sacri che segnarono per sempre il volto del paese.

Il primo fu il Monastero di Santa Chiara, dove le Clarisse vivevano in silenzio tra chiostri e giardini nascosti.

Il secondo fu il Complesso Monumentale del Convento di San Domenico, e fu lì che venne costruita la grande cupola maiolicata, lucente al sole e visibile da lontano tra le colline, le sue maioliche colorate riflettevano la luce del giorno e il bagliore della luna, diventando nel tempo il simbolo stesso della città, gli abitanti dicevano che la cupola fosse come un faro di fede che proteggeva la Cittadella.

Ma la leggenda più antica non parlava dei palazzi né dei monasteri, parlava della pietra, si diceva che nelle notti di vento, quando le strade della Cittadella erano deserte e le lanterne tremavano sui muri, la pietra mormorasse, alcuni giuravano di sentire voci lontane, martelli, passi, cavalli, preghiere, come se tutta la storia del rione si muovesse sotto terra.

Una notte un piccolo abitante del rione, di nome Gerardo, curioso e coraggioso, decise di restare accanto alla pietra fino all’alba, il vento scendeva dalle colline e faceva tremare le imposte dei palazzi dei D’Amato–Cantorio e dei Centola, il piccolo chiuse gli occhi, all’inizio sentì solo il silenzio, poi arrivò un sussurro, non era una voce sola, erano centinaia, sentì i primi abitanti costruire le case, sentì i passi dei nobili nei cortili dei palazzi, sentì le preghiere delle Clarisse di Santa Chiara, e sentì le campane di San Domenico risuonare sotto la cupola maiolicata… Era come se la Cittadella intera ricordasse se stessa.

Quando il piccolo riaprì gli occhi, l’alba stava colorando la cupola di San Domenico d’oro e di azzurro, scappò via verso la sua piccola casetta all’angolo della piazzetta detta “Largo Palestro”, ma prima di andarsene… giurò di aver capito il segreto della pietra, gli anziani del rione dissero che il piccolo aveva ascoltato la memoria della città… Da allora, a Ferrandina si racconta che… la Cittadella è il cuore più antico del paese, i palazzi nobiliari sono le sue ossa, i monasteri sono la sua anima, e la cupola maiolicata di San Domenico è la sua luce… Ma la pietra al centro del rione… quella è la sua memoria.

Ancora oggi qualcuno giura che, nelle notti di vento tra i vicoli della Cittadella, si possano sentire le voci di chi costruì il primo villaggio su quella collina, perché la Cittadella, dicono gli anziani, non è soltanto un luogo… bensì una storia che non ha mai smesso di parlare.

 

CRONACA DEL REVERENDO FRATE MINGUCCIO,

MONACO DEL CONVENTO DI SAN DOMENICO

Io, umile e discretamente curioso frate Minguccio, scribacchino del venerabile Convento di San Domenico, metto per iscritto questa storia affinché i posteri sappiano come nacque la nobile città di Ferrandina, e affinché sappiano anche che i Reali, sebbene coronati, restano pur sempre creature con fame, sonno e qualche bizzarria.

Questa cronaca riguarda il valoroso sovrano Federico d'Aragona e la sua sapientissima consorte Isabella del Balzo, donna tanto astuta quanto paziente, qualità necessaria per vivere accanto a un re.

Non lungi dalle colline dove oggi prospera Ferrandina sorgeva la severa fortezza chiamata Castello di Obelanum, il castello era possente, alto e maestoso… ma anche terribilmente ventoso, il vento, a quanto si racconta, non bussava alle porte, entrava direttamente dalle finestre, salutava e usciva dal camino.

Una mattina il re Federico si svegliò con la corona appesa al lampadario… “Isabella,” disse con grave dignità, “temo che questo castello sia abitato da spiriti maligni”, la regina guardò fuori dalla finestra dove il vento stava trascinando via un secchio, “No, maestà,” rispose con calma, “è solo il vento”, il re rimase pensieroso e concluse… “Allora bisogna fondare una città più in basso… dove il vento non governi più di me”.

La grande fame reale che cambiò la storia…

Un giorno, dopo una lunga caccia tra le colline, il re tornò affamato come tre cavalieri e mezzo, entrò nella sala grande e proclamò… “Portatemi la minestra!”, ma la minestra tardava, passò un’ora, poi due, infine arrivò un servo trafelato… “Maestà… i contadini devono salire fin quassù con le provviste… e la strada è lunga”, il re guardò la ciotola ormai tiepida con la gravità di chi contempla un grande disastro nazionale, “Questo non può continuare,” decretò, “Se il cibo è lontano, avvicineremo il regno al cibo.”

La regina Isabella sorrise appena, perché già capiva dove il marito stesse andando a parare… Alla decisione di fondare Ferrandina.

Il giorno seguente Federico convocò cavalieri, contadini, muratori e perfino due capre che erano entrate per errore nel consiglio, “In queste terre,” proclamò il re indicando la valle, “sorgerà una città splendida e forte! La chiameremo Ferrandina!”, i muratori si guardarono tra loro, uno domandò timidamente… “Maestà… quando dobbiamo iniziare?”, il re rispose con tono solenne… “Ieri”.

I lavori però procedevano lentamente, molto lentamente, così lentamente che persino le lumache del campo avevano iniziato a fare commenti sarcastici, la regina Isabella allora intervenne, radunò i muratori e annunciò… “Per ogni mille pietre posate riceverete una botte di vino reale”, da quel giorno il cantiere divenne il più rapido della Lucania, le mura crescevano come funghi dopo la pioggia, le torri salivano verso il cielo, e così nacque il primo agglomerato urbano cittadino… “LA CITTADELLA”.

Un frate testimone giurò di aver visto tre muratori costruire un muro mentre cantavano e ballavano una tarantella, il vino, si sa, è grande amico dell’architettura.

Quando la città prese forma, i contadini chiesero al re cosa avrebbero dovuto coltivare, Federico, ancora memore della famosa minestra, rispose… “Piantate ulivi “MAJATICA” ovunque! Così avremo olio in abbondanza”, Isabella aggiunse con saggezza… “E un buon olio rende felici sia la cucina sia il popolo”, così intorno alla città nacquero vasti uliveti tutti di tipo Majatica, e si dice che ogni albero piantato portasse fortuna, purché fosse piantato dopo aver bevuto solo una coppa di vino… non due.

Così nacque Ferrandina, per volontà di un re determinato e per ingegno di una regina prudente, ed io, frate Domenico del convento, ho scritto questa cronaca affinché i posteri sappiano tre verità fondamentali, anche i grandi re prendono decisioni importanti quando hanno fame, e una regina saggia vale quanto cento consiglieri, con vino, pazienza e qualche buona pietra si può costruire persino una città, e se qualche notte, passando vicino alle rovine del castello di Obelanum, udrete il vento sussurrare tra le torri, non abbiate timore, non sono spiriti maligni, è soltanto il vento… che ancora ride ricordando come è nata Ferrandina.

AI posteri…  da Frate Minguccio del Convento di San Domenico di Ferrandina.

 

SALVE CARI LETTORI…

oggi vi racconto come si diventa una persona più leggera dentro, nel vero senso della parola.

Un giorno entro in ospedale convinto di affrontare un piccolo intervento… invece dopo 9 ore e mezza di permanenza in sala operatoria, il chirurgo esce e dice a chi cominciava a organizzare l’inevitabile, “È andato tutto bene”, gli rispondono sorpresi… “Perfetto”, poi scopro che mi hanno sottratto mezzo metro di intestino che non c’è più, praticamente mi hanno fatto la versione compatta del tubo di scarico, come le macchine, meno spazio, ma con motore compresso.

Io avrei voluto chiedere… “Scusi dottore… ma quel mezzo metro lo posso riavere? Non per altro… magari mi serve come prolunga”.

Dopo è arrivato anche un anno circa di chemio, un’esperienza meravigliosa… che consiglio a tutti… come alternativa a un anno alle Maldive, solo che alle Maldive torni abbronzato… qui torni letteralmente arso.

Nel frattempo il mio corpo ha deciso di installare un nuovo software, “Stimolo 2.0… versione immediata”, prima era… “Mah… quasi quasi vado in bagno”, adesso invece è… “ADESSO. SUBITO. CORRI.”

Io ormai non guardo più i monumenti quando vado in una città, guardo i bagni, e se mi chiedete, “Com’è Palermo?” Io rispondo… “Bellissima… e con ottime toilette strategiche”.

Entro nei bar e non chiedo più… “Un caffè”, dico… “Buongiorno… il bagno dov’è? Il caffè lo prendiamo se la missione riesce”.

La verità è che dopo tutto questo la gente si aspetta che io sia tragico, serio, profondo, e invece no, perché quando la vita ti fa passare 9 ore e mezza sotto i ferri, ti leva mezzo metro di intestino, e ti regala un anno di chemio… capisci una cosa semplice, che lamentarsi è tempo perso, io ormai ringrazio Dio ogni giorno, certo… se nel pacchetto della gratitudine ci mettesse anche un bagno sempre a meno di 20 metri, sarebbe più che perfetto, però va bene così, perché magari avrò anche mezzo metro di intestino in meno… ma sicuramente… molti metri di vita in più.

 

LA MESSA DELLE TRE INTENZIONI

Una domenica mattina la chiesa era piena, non tanto di santi, ma di intenzioni, tre soprattutto.

La prima intenzione era quella della signora Ines, lei arrivava sempre presto, non tanto per pregare quanto per aggiornarsi, seduta al terzo banco, lato sinistro, aveva una visuale perfetta, entrata principale, cappelle laterali e metà dell’assemblea.

Durante il Gloria aveva già contato chi mancava, chi era ingrassato e chi si era presentato con una nuova compagnia, Dio lo pregava pure… ma tra una notizia e l’altra.

La seconda intenzione era quella del signor Ernesto, lui entrava deciso, passo lento e volto serio, si faceva il segno della croce largo come una porta di cattedrale, si inginocchiava con solennità e rimaneva immobile, chiunque lo vedesse pensava… “Quest’uomo dev’essere un santo.”

Peccato che il lunedì mattina, al lavoro, fosse famoso per una virtù tutta sua, perdonare… ma solo quando gli conveniva.

La terza intenzione era quella di Carlo, Carlo stava sempre in prima fila, non perché fosse il più devoto, ma perché da lì si vedeva meglio lui, cantava forte, rispondeva più forte, annuiva al sermone con grande convinzione, se la fede fosse stata un concorso, Carlo avrebbe sicuramente chiesto i voti del pubblico.

E poi, quasi nascosta, c’era Maria, arrivava in silenzio, si sedeva in fondo e abbassava lo sguardo, non parlava con nessuno, pregava piano, come chi non ha tante parole ma ha tante cose nel cuore.

Durante la messa tutti sembravano molto impegnati.

Chi a guardare gli altri, chi a farsi guardare, chi a sembrare migliore.

Alla fine il parroco disse… “Il Signore vede i cuori”, in quel momento molti annuirono con convinzione, ma se davvero avessero capito cosa significava… forse qualcuno avrebbe pregato un po’ di più, e guardato gli altri un po’ di meno, perché la chiesa è uno dei pochi posti dove si entra per incontrare Dio… e si rischia di uscire avendo incontrato soltanto il proprio ego.