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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

wikimatera.it

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

venerdì 27 marzo 2026

 

LA DIVINA CASA ODIERNA

POEMA SEMISERIO IN TRE GIRONI DOMESTICI.

Proemio

Nel mezzo del cammin tra bollette e Wi-Fi lento,

mi ritrovai per casa alquanto smarrito,

ché il telecomando era sparito.

Ahi dura sorte! Non selva oscura, ma corridoio

con scarpe erranti e calzini senza coppia.

Allor dissi: “Se fossi novello Dante Alighieri,

non canterei di demoni e beati,

ma di mestoli, piumoni e rubinetti ostinati!”

E così comincia il mio viaggio…

I Girone: La Cucina (ovvero l’Inferno del Sugo Ribelle)

Varcata la soglia, m’assalì un odor possente:

non zolfo, ma cipolla ardita.

Nel centro stava il fornello acceso

come fiera a tre teste (la quarta non funziona mai).

Qui vidi anime dannate a rimestar pentole

senza mai trovar coperchio adatto.

Una gridava: “Dov’è il mestolo?”

E l’altra: “Nel cassetto dei misteri, accanto ai tappi spaiati!”

Soffrivano coloro che dissero un dì,

“Faccio io, è semplice.”

E fur condannati a pulir padelle incrostate

con spugna ormai più stanca di loro.

Sul frigo campeggiava un biglietto,

“Non è magia, è organizzazione.”

Ma nessuno l’aveva mai veduta.

E in mezzo al caos, regnava il Sugo Ribelle,

che schizzava su camicie candide

con precisione degna d’arciere medievale.

II Girone: La Camera da Letto (ovvero il Purgatorio delle Coperte)

Salendo pochi passi (e inciampando in un caricabatterie),

giunsi nel regno del riposo promesso.

Qui non v’eran fiamme, ma piumoni attorcigliati

come serpi in lotta notturna.

Le anime penavano tentando di infilare

il copripiumone nel verso giusto,

pena lieve, ma eterna.

Altri espiano la colpa d’aver detto,

“Cinque minuti ancora.”

E così restano sospesi tra sogno e sveglia

con la suoneria che canta come arpia.

Vidi poi il Cassetto delle Calze Solitarie,

ogni tanto, miracolo!

Una coppia si ritrova e ascende

tra cori di “Finalmente!”

Qui s’impara la virtù della pazienza

e l’arte sublime di rifare il letto

che, misteriosamente, si disfa da sé.

III Girone: Il Bagno (ovvero il Paradiso dello Specchio Impietoso)

Infine entrai nel luogo più temuto e sacro.

Non luce divina, ma neon tremolante.

Lo Specchio, giudice severo,

mostra verità che nessun filtro salva.

“Cos’è codesta occhiaia?” domandai tremante.

Rispose l’eco: “È la serie vista fino alle tre.”

Qui scorre l’acqua calda come grazia celeste,

quando la caldaia collabora.

E l’anima trova pace sotto la doccia

meditando su grandi questioni,

“Ho chiuso il gas?”

“Perché lo shampoo finisce sempre insieme al balsamo?”

Beati coloro che trovano l’asciugamano asciutto,

ché loro è il regno del conforto mattutino.

Epilogo

Così compresi che la casa è viaggio interiore,

la cucina tempra,

la camera purifica,

il bagno rivela.

E se il sommo Dante Alighieri cantò di stelle,

io canto di lavatrici in centrifuga

che paion gironi in miniatura.

E uscii a riveder le stelle…

ma solo dopo aver buttato la spazzatura.

 

ALMENO NEI SOGNI… SONO STATO UN EROE

Nei miei sogni non portavo il mio nome… Non ero Enzo, ero Marco Valerio Settimo Versilio, figlio di nessuno e di tutti, nato in una domus troppo povera per essere ricordata e destinato a morire in un luogo troppo lontano per essere pianto.

Avevo diciassette anni quando mi rasarono il capo, la lama scivolò sulla mia pelle come una promessa, non sarei più stato un ragazzo… Sarei stato solo ferro.

Mi misero uno scudo più grande del mio coraggio e un gladio che tremava nella mia mano non per il peso, ma per la paura che non potevo mostrare, perché Roma non aveva bisogno di uomini, aveva bisogno di muri, e noi eravate i mattoni.

Il primo inverno al fronte mi insegnò che il freddo può uccidere più lentamente di una spada, il fango entrava nei sandali, le notti non avevano fine, i lupi ululavano… ma non erano la cosa peggiore.

La cosa peggiore era il silenzio tra un attacco e l’altro.

Quel silenzio in cui pensavo a casa, a mia madre che non sapeva leggere il mio nome inciso sulla tavoletta di arruolamento, a mio fratello più piccolo che avrebbe preso il mio posto nei campi, e capivo che stavo diventando qualcosa che non sarebbe mai più stato.

Il giorno della battaglia arrivò senza gloria, solo pioggia.

La terra era rossa prima ancora che iniziasse lo scontro, come se il mondo sapesse già cosa avrebbe bevuto.

Mi schierai… Scudo contro scudo, spalla contro spalla, da buon centurione, e quando il corno suonò, non urlai, non perché fossi coraggioso, ma perché il terrore mi aveva rubato la voce.

Il primo uomo che uccisi non aveva barba, aveva gli occhi larghi come i miei, cadde piano, come se il mondo lo stesse restituendo alla terra.

E io capii che l’eroismo non era fuoco… Era gelo, era fare un passo avanti quando tutto il tuo essere gridava di correre via, lottai per ore, il cielo si fece nero di frecce, il terreno diventò carne, i compagni cadevano e venivano sostituiti come numeri su una tavola di cera.

Poi arrivò il momento in cui la linea si spezzò, e io restai uno dei pochi con lo scudo incrinato, il braccio che non rispondeva più, e il sangue non sapevo se mio o altrui che mi colava negli occhi.

Il centurione era morto, il vessillo era caduto, e davanti a me c’era solo il vuoto.

Avrei potuto fuggire, nessuno avrebbe saputo, Roma era lontana, la morte invece molto vicina, ma raccolsi lo stendardo, non per la gloria, non per l’Impero, lo feci perché, se cadeva, cadevano anche i nomi dei miei compagni d’armi, quelli che non sarebbero mai tornati.

Avanzai da solo… Un passo, poi un altro, gridando un nome che nessuno avrebbe mai ricordato… il mio.

Quando mi trovarono, ero ancora in piedi, il vessillo stretto tra le dita, gli occhi aperti verso un cielo che non avevo mai visto così limpido, sembrava quasi casa.

Roma vinse quella battaglia, ma nessuno cantò di Marco Valerio Settimo Versilio… Solo il vento passò tra l’erba alta… e per un istante sembrò sussurrare… Non era invincibile, era solo un uomo… che non ha mai indietreggiato.

Questo è stato il mio sogno… dopo aver mangiato la parmigiana a cena!!!

 

COME SAREMMO VISSUTI NELL’OTTOCENTO?

Se fossimo davvero finiti nell’Ottocento, non sarebbe stata la solita storia romantica fatta di carrozze eleganti e salotti pieni di geni. Sarebbe stata… una catastrofe storica di proporzioni leggendarie.

Tutto iniziò in modo molto semplice, una sera qualunque, tra un bicchiere di vino e una lamentela sul traffico, qualcuno disse…

Ma vuoi mettere vivere nell’Ottocento? Conoscere poeti, musicisti, nobili… altro che notifiche!

A un tratto… silenzio… all’improvviso un lampo, poi… il nulla.

Quando riaprimmo gli occhi, eravamo su una strada sterrata. Vestiti di velluto, stretti come acciughe, troppo stretti, con colletti così alti che respirare era diventato un’opinione personale.

Allora… o siamo a una rievocazione storica… oppure abbiamo un problema, passa una carrozza… vera, con cavalli… veri, un tizio dentro che ci guarda come se fossimo noi quelli strani.

Dopo pochi minuti, la realtà fu chiara… eravamo nell’Ottocento, e non era normale tutto ciò, ma soprattutto… noi non eravamo pronti per lui.

Nel giro di due giorni, avevamo tentato di spiegare il Wi-Fi a un duca, avevamo chiesto a una nobildonna dove fosse il bagno (errore gravissimo… il concetto era… flessibile).

Avevamo cercato di proporre un “aperitivo” alle cinque del pomeriggio, causando uno scandalo sociale, ma il momento peggiore arrivò quando fummo invitati a un salotto culturale.

Finalmente! Pensammo, incontreremo Poeti, Musicisti, e Intellettuali!

Entrammo con entusiasmo… e uscimmo dopo tre ore di… versi lunghissimi sulla nebbia, discussioni accese sul senso della malinconia, un pianista che suonò per 47 minuti senza mai sorridere.

A un certo punto, convinto di rompere il ghiaccio, dissi… a bello… però qualcosa di più allegro non c’è?

Un silenzio glaciale congelò tutta la sala… una signora svenne, un conte mi schiaffeggiò con il guanto sfidandomi a duello, il pianista smise di suonare e rispose… l’allegria è pericolosa, e di altri tempi.

Ma il vero disastro fu il ballo, invitati a una serata nobiliare, pensammo… “Facile, un semplice ballo”, ma dopo aver studiato per dieci minuti i movimenti degli altri, decidemmo di improvvisare, il risultato?

Un giro di valzer trasformato in una specie di tarantella, un inchino fatto nel momento sbagliato, e, cercando di essere eleganti, un saluto con un cenno tipo “ciao raga”.

Il giorno dopo eravamo ufficialmente… “Sospetti infiltrati, poveracci di bassa plebe ”.

La svolta arrivò quando un giovane poeta ci chiese… Secondo Voi… Qual è il futuro dell’arte?

Rispondemmo, senza pensarci… Tik Tok.

Da quel momento, fummo considerati visionari e pericolosi, ma fortunatamente, alla fine, tornammo misteriosamente al presente, e la prima cosa che facemmo? Ritornare a respirare senza colletto.

La seconda? Accendere il telefono, la terza? Dire, all’unisono… Bello l’Ottocento… ma solo nei sogni.

 

IL POTERE DELL’ESPERIENZA POST PENSIONE

Ormai entro al mercato ortofrutticolo come se stessi facendo un sopralluogo della scientifica, non sto comprando, sto valutando.

All’inizio non era così, all’inizio ero uno che chiedeva…

“Scusi, ma queste sono buone?”, errore da principianti, errore da turista del reparto ortofrutta.

Il fruttivendolo mi guarda come si guarda uno che dice che il ketchup sta bene sulla pasta.

“Assaggia”, da quel momento è iniziata la mia trasformazione.

Oggi entro, respiro profondamente e capisco subito che tipo di giornata sarà, non per il meteo, per l’umore dimostrato dai pomodori.

Cammino lento tra le cassette, tocco le zucchine con la concentrazione di un chirurgo, le sollevo, le peso, le giro e rigiro, una signora incuriosita mi guarda, io, sentendomi osservato, sollevo una melanzana in controluce, come se stessi cercando difetti strutturali, da vero intenditore, la ruoto. la palpeggio tipo massaggio cardiaco e annuisco.

La signora intimidita, rimette a posto la sua melanzana, non è pronta a certe valutazioni.

Ormai uso addirittura termini tecnici, tipo, “Queste pesche hanno avuto un’infanzia infelice”, “Questo basilico è cresciuto sotto stress”, “Questa lattuga ha perso la sua autostima troppo presto”.

Una volta ho anche detto… “Mi serve un avocado che abbia fatto un percorso sufficientemente Bio”, il fruttivendolo non ha chiesto spiegazioni, ma dalla sua espressione si capiva tutto.

C’è stato un momento preciso in cui ho capito di esagerare un po’ nelle valutazioni, e comunque, prendo un pomodoro, lo annuso, e senza rendermene conto… lo avvicino all’orecchio, sì, proprio all’orecchio, come se potessi sentirgli raccontare la sua storia, una signora mi guarda terrorizzata, io le sussurro, “Ha sofferto la siccità”, la signora mi guarda intimorita e fugge via.

Adesso non chiedo più se qualcosa è dolce, ora osservo, annuso, rifletto, ma senza esprimermi, per non mettere paura alle signore che mi affiancano.

Una volta una nonna mi ha fermato e mi ha chiesto… “Secondo te, questo mandarino?”, mi sarebbe venuto spontaneo rispondergli, “Signora, innanzitutto si presenti, e poi non può darmi del “TU” senza conoscermi, lei lo sa che sta parlando con un esperto in maturazioni e coltivazioni corrette di prodotti ortofrutticoli?”, ma poi mi rendo conto di essere troppo arrogante e presuntuoso, e mi limito solo a prendere il mandarino e, in rigoroso silenzio, l’ho girato tra le dita, ho fatto un piccolo sospiro, e rispondo… “Ha studiato”, la nonna annuisce, e lo acquista, non so se sono davvero diventato esperto, ma so che ormai al mercato nessuno mi dice più, “Non schiacciare la frutta”, perché sanno che non lo sto schiacciando, lo sto solo analizzando… frutto di una esperienza maturata dopo il pensionamento.

 

QUANDO GOVERNARE SIGNIFICA DISTRUGGERE

Nel corso della storia, troppi leader hanno sostenuto di voler migliorare la vita del proprio popolo scegliendo la via più brutale e irreversibile, “la guerra”. In nome della sicurezza, della stabilità, dell’orgoglio nazionale o di un presunto bene superiore, hanno scatenato conflitti che hanno lasciato dietro di sé città rase al suolo, famiglie spezzate e generazioni traumatizzate.

È qui che nasce il grande paradosso del potere, come può chi afferma di proteggere il proprio popolo giustificare decisioni che condannano innocenti, donne, bambini, anziani, a sofferenze genocide?

La guerra moderna non è più uno scontro tra eserciti lontani dai civili. È una tempesta che travolge tutto. Le bombe non distinguono. Le sanzioni non colpiscono solo i palazzi del potere ma le tavole vuote delle famiglie. Le strategie militari si traducono in ospedali distrutti, scuole silenziose e infanzie interrotte.

Chi prende queste decisioni spesso non vedrà mai le conseguenze dirette delle proprie scelte, non sentirà il suono delle sirene nella notte, non scaverà tra le macerie, non dovrà spiegare a un bambino perché la sua casa non esiste più. Eppure, sono proprio queste conseguenze a definire il vero costo della guerra.

Se l’obiettivo di un governo è il benessere del proprio popolo, allora la guerra rappresenta quasi sempre il fallimento più clamoroso della politica. Non è forza, ma incapacità. Non è protezione, ma rinuncia alla responsabilità più alta, quella di preservare la vita.

La storia ha dimostrato che le vittorie militari raramente coincidono con vittorie umane. Anche quando una guerra “finisce”, il dolore continua per decenni sotto forma di povertà, instabilità, odio e desiderio di vendetta. Ogni conflitto seminato oggi diventa spesso la radice di quello di domani.

Per questo, chi governa dovrebbe essere giudicato non per la potenza che sa esprimere sul campo di battaglia, ma per la pace che riesce a costruire senza sparare un colpo.

La vera leadership non si misura nella capacità di distruggere un nemico, ma nel coraggio di evitare che esista una guerra da combattere.

Finché il potere continuerà a essere esercitato senza empatia, la guerra resterà una tentazione. Ma finché esisteranno voci che denunciano questa logica, esisterà anche la possibilità di un’alternativa.

E forse, un giorno, la grandezza di uno Stato non sarà più associata alla sua forza militare, ma alla sua capacità di non doverla usare.

E sappiate, cari Leader, che in ogni guerra, non ci sono mai ne vincitori ne vinti… ma solo innocenti vittime.

 

AVEVA RAGIONE DANTE ALIGHIERI

Ogni volta che varco la soglia della mia banca, mi sembra di sentire in lontananza la voce di Dante Alighieri che mi sussurra delicatamente all’orecchio… “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate…”

Solo che invece del portone dell’Inferno, mi trovo davanti alla porta scorrevole che si apre con la stessa accoglienza di “Caron Dimonio” la figura infernale che fa da traghettatore a Dante e Virgilio all’ingresso dell’inferno.

Dentro, il girone degli ignavi ha cambiato aspetto, niente più insegne vuote che corrono dietro a vessilli senza senso, qui si corre dietro al numerino eliminacode.

Prendo il mio che indica A38, il display intanto segna, A12, bene, 26 anime prima di me.

Perfetto. Ho giusto il tempo di invecchiare, pentirmi delle scelte di vita e forse reincarnarmi.

Alla mia sinistra, una signora combatte con il bancomat come se fosse un enigma della Sfinge:

“Ma io voglio solo vedere il saldo!”

Il bancomat, con la stessa empatia di un usciere infernale, le risponde:

Operazione non disponibile

Dietro il vetro, gli impiegati. Creature mitologiche.

Non sono dannati… ma nemmeno salvi, sono i neutrali della burocrazia, e non dicono mai né sì, né no, dicono solo… “Bisogna aprire una pratica.”

Uno di loro mi chiama finalmente… “A38”

Mi avvicino con lo spirito di un pellegrino medievale, “Vorrei solo chiudere il conto”, silenzio tombale.

Lui mi guarda come se avessi chiesto di abolire la gravità… “Serve il modulo per la richiesta del modulo di chiusura.”, “E dove lo trovo?”, “Online”, “Posso farlo qui?”, “No, deve prenotare un appuntamento”, “Quando?”, “Tra tre settimane”, “Ma io sono già qui”, lui sorride. Un sorriso lento. Antico. Probabilmente tramandato dai demoni contabili di generazione in generazione… “Capisco”, invece no, non capisce, nessuno capisce.

In quel momento realizzo: Dante aveva ragione… ma aveva sottovalutato una cosa.

Nell’Inferno almeno sapevi perché eri lì.

In banca, invece, stai scontando una pena… per un peccato che non ricordi di aver mai commesso, esco, e giuro di aver visto scritto, sopra il distributore dei numerini:

“Lasciate ogne IBAN, voi ch’intrate.”

 

UNA VITA SENZA PRETESE… MA FELICE

Sono nato figlio, e già questo mi sembrava un mestiere impegnativo, figlio di una donna con il grembiule sempre infarinato e di un uomo che parlava poco ma aggiustava tutto, persino le giornate storte. Da bambino correvo per le scalinate infinite dei “Sassi” con le ginocchia sbucciate e i calzoncini strappati, convinto che il mondo fosse grande quanto il cortile sotto casa.

Poi crescendo, diventai fratello, un ruolo che imparai a interpretare come si fa con i vestiti passati di mano: all’inizio un po’ larghi, poi perfetti. Ho difeso, litigato e fatto pace. Scoprii che l’amore non è solo poesia, ma anche dividere l’ultima fetta di torta senza farlo pesare troppo.

Col tempo diventai zio. E lì, trovai una specie di magia. I nipoti arrivavano come piccoli cicloni con le tasche piene di domande e le mani appiccicose di gelato o di nutella, li portavo in villa, gli raccontavo storie improbabili di draghi in pensione e principesse che russavano. Ero uno zio serio solo quando serviva, cioè quasi mai. Avevo capito che con i bambini non bisogna insegnare tutto: basta restare abbastanza vicini da farsi prendere per mano.

Poi arriva l’amore. Non quello dei film in bianco e nero, anche se un po’ mi sarebbe piaciuto vivere in una scena di “La dolce vita”, con il vento tra i capelli e una musica lontana. Il mio amore era più concreto: caffè bevuti in silenzio la mattina, mani che si cercavano sotto il tavolo, discussioni su dove mettere il divano. Diventai marito con la stessa dedizione con cui ero stato figlio e fratello: senza proclami, ma con costanza. E diventai anche cognato, ruolo sottovalutato ma delicato, fatto di sorrisi diplomatici e complicità improvvise.

Non ho potuto diventare padre. La vita, a volte, scrive capitoli che non avevi previsto. Ci furono giorni in cui il silenzio della casa sembrava più grande del necessario. Ma non ne feci  mai della mancanza un rancore. Trasformai quel vuoto in spazio, uno spazio per esserci ancora di più, per essere zio due volte, tre volte, mille volte. Per diventare il rifugio dei segreti adolescenziali, il complice delle marachelle, il distributore ufficiale di consigli non richiesti.

I nipoti crebbero, arrivarono anche i pronipoti, minuscoli e profumati di talco, con gli occhi spalancati sul futuro, io li guardavo e, dentro, sentivo una specie di eco dolce. Non sarei potuto diventato nonno, no, ma avevo già imparato che i titoli contano meno delle presenze.

Una sera, seduto accanto a mia moglie, con la televisione accesa ma l’audio basso, pensai che se qualcuno mi avesse offerto di ricominciare tutto da capo, con la possibilità di cambiare qualcosa, gli avrei risposto di no. Niente correzioni, niente riscritture.

Perché ero stato figlio amato, fratello imperfetto ma leale, felicemente Zio, marito innamorato, cognato affidabile, ma soprattutto, pienamente soddisfatto della vita vissuta.

La mia non è stata una vita da copertina, non ci sono stati titoli altisonanti né imprese memorabili, ma tante risate a tavola, abbracci improvvisi, mani intrecciate nel buio, e a ben guardare, questa è stata già una storia romantica, un po’ semiseria, certo, perché senza un po’ di ironia non si va lontano, ma profondamente e ostinatamente piacevole.