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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

domenica 3 maggio 2026

 

OGGI È LA GIORNATA MONDIALE CONTRO IL CANCRO

“DATEGLI LA GIUSTA IMPORTANZA”

Una giornata che, quando stai bene, sembra lontana, quasi simbolica, una di quelle date che scorrono tra le notizie senza fermarsi davvero dentro, e poi arriva il giorno in cui quella parola entra nella tua vita… Cancro.

La mia storia è iniziata con un tumore al colon, senza preavviso, senza gentilezza, senza chiedere il permesso, da quel momento ho iniziato un percorso che mi ha lasciato mezzo metro di intestino in meno, una chemioterapia da affrontare, una carenza cardiaca da gestire e un deperimento fisico che mi ha fatto sentire, a volte, come se stessi scomparendo pezzo dopo pezzo.

Lo dico senza eroismi, ci sono stati giorni in cui non mi sentivo abbastanza forte, ci sono stati giorni in cui avevo paura, e giorni in cui anche solo alzarmi dal letto sembrava una scalata.

Se stai leggendo questo e stai affrontando la malattia, voglio dirti una cosa che spesso nessuno dice abbastanza… è normale avere paura, è normale arrabbiarsi, è normale sentirsi fragili, non devi essere un eroe ogni giorno, io ho scoperto che la vera forza non è sorridere sempre, la vera forza è restare, restare quando sei stanco, restare quando ti senti cambiato, restare anche quando pensi di non farcela.

Durante la malattia impari cose che nessuno ti insegna prima, impari che il corpo può tradirti, ma può anche sorprenderti, impari che le persone che ti stanno accanto diventano fondamentali come l’aria, impari che anche una giornata normale può diventare una vittoria enorme.

Io oggi combatto ancora, sono diverso da prima, più fragile sotto certi aspetti, più forte sotto altri, porto addosso cicatrici che non sono solo segni, sono prove che sono passato attraverso qualcosa che mi ha cambiato per sempre, e se stai combattendo anche tu, voglio dirti questo… non sei solo, non sei debole, non sei “rotto”, sei una persona che sta attraversando una battaglia durissima, non ascoltare chi ti dice come dovresti reagire, non esiste un modo giusto per affrontare la malattia, esiste solo il tuo modo, e va bene così.

Ci saranno giorni bui, ci saranno giorni in cui riderai senza sapere perché, ci saranno giorni in cui sentirai di aver perso qualcosa di te, ma credimi… dentro di te c’è molto più di quello che la malattia può portarti via.

Io non so cosa mi riserverà il futuro, so solo che oggi sono qui, ammaccato, rattoppato, con mezzo metro in meno… ma con una consapevolezza enorme… la vita non si misura in quello che perdiamo, ma nella forza con cui scegliamo di restare, e se oggi ti senti stanco, spaventato o perso, lascia che ti dica una cosa che avrei voluto sentirmi dire nei momenti peggiori… non devi vincere la guerra tutta insieme, devi solo vincere oggi, anche solo resistendo, anche solo respirando, anche solo decidendo di esserci ancora, e fidati… a volte, restare in piedi è già una vittoria gigantesca…

 

I GIORNI DELLA MERLA VERSIONE MODERNA

I Giorni della Merla non sono giorni… sono tre parenti lontani dell’inverno che nessuno invita ma che si presentano lo stesso, dicendo… «Passavamo di qui…».

Il primo giorno arriva vestito leggero, così la gente abbocca, uno esce senza guanti e dopo trenta secondi perde l’uso delle dita e deve mandare i vocali con il naso.

Il Giorno osserva soddisfatto e annota su un taccuino… “Inganno riuscito”.

Il secondo giorno è un sadico organizzato, fa freddo solo… alle fermate dell’autobus, sotto le porte e  esattamente nel punto dove non hai la sciarpa, il resto del corpo sta quasi bene, giusto abbastanza da farti pensare… «Ma no, non è freddo…», errore fatale.

Il terzo giorno è il capo, quello che entra in scena con la musica drammatica, è così freddo che il caffè si raffredda mentre lo guardi, i termosifoni smettono di funzionare per solidarietà, il gatto ti giudica perché hai osato alzarti dal divano, ed è qui che entra in scena la Merla, che dice… «Basta, io me ne vado» e si rifugia in un camino acceso, ne esce nera, tossendo, e giura vendetta eterna… «D’ora in poi racconterò a tutti che questi giorni sono i peggiori dell’anno».

Da allora, ogni fine gennaio, i Giorni della Merla tornano, non per il freddo, ma per vedere la gente che dice… «Vabbè, metto solo un maglioncino», e ridono… perché il vero gelo… è la fiducia nell’abbigliamento sbagliato.

 

E RITORNAMMO A RIVEDER LE STELLE

Eravamo due persone tranquille, normali, moderatamente funzionanti, con progetti semplici, cena leggera, passeggiata, lamentela sul tempo, poi il destino ci ha guardati e ha detto… “Troppo sereni, alziamo il volume”.

Tutto comincia con il braccio di mia moglie… una notte si sveglia alle 02:00 e il braccio decide di fare il divo, non risponde, formicola, protesta, sembra un telecomando con le pile scariche, io entro subito in modalità panico nazionale, “Chiama qualcuno!”, “Sto chiamando!”, “Chi?”, “Non lo so, ma qualcuno!”…

Lei invece calma, regale, tono da regina borbonica, “Tranquillo… Non è niente, ma chiama qualcuno”, il braccio nel frattempo fa sciopero generale.

Via di corsa con il 118 al pronto soccorso, sedie scomode, aria tragica, gente che sospira come in una telenovela, io cammino avanti e indietro come un parente nei film, mancava solo il violino…

Diagnosi… embolia ischemica al braccio… io annuisco serio come se lo sapessi da sempre, dentro penso,

“Ischemia? Ma noi paghiamo pure la tassa per la circolazione!”.

Lei affronta tutto con dignità, io con tre caffè e un pacchetto di sigarette che non ricordo di aver mai comprato, quando finalmente torniamo a casa penso, anche questa volta è andata bene, e invece no, perché la tragedia, quando viene, porta pure il cugino…

Dopo pochi giorni tocca a me, cistoscopia di controllo per un problema riscontrato dalla TAC di controllo Oncologico, parte bassa in rivolta, fastidio feroce, cammino come uno che ha perso una scommessa, mi siedo piano, mi alzo ancora più piano, faccio rumori quando mi muovo, tipo porta antica, lei mi guarda con dolce vendetta, “Tranquillo, non è niente, ma chiama qualcuno”, parole già sentite, già vissute recentemente, bevo  tanta acqua ma il problema non si risolve, visite, controlli, medicine, la casa diventa una farmacia, il  divano, una lettiga, nasce la gara del dolore coniugale, “Tu quanto stai male?”, “Abbastanza da lamentarmi”, “Io di più”, “No io di più”, “Pareggio tecnico”.

Ogni pillola ha una storia… ogni bustina è un atto di fede, ogni bugiardino è lungo come un romanzo russo ma con meno allegria, commentiamo gli effetti come critici teatrali, “Questo mi ha steso”, “Questo mi ha confuso”, “Questo non so che ha fatto ma ha fatto qualcosa”.

La sera ci guardiamo sul divano, due sopravvissuti, “Come va?”, “Sono vivo,”, “Pure io… miracolo”, poi piano piano passa, migliora, si respira, torniamo fuori, facciamo due passi, nessuno zoppica (troppo), nessuno si lamenta (a voce alta), alziamo gli occhi al cielo, le stelle stanno lì, tranquille, come se niente fosse successo… tipico.

E insieme, provati, drammatici, leggermente rumorosi nelle articolazioni, “ritornammo a riveder le stelle”, e a controllare gli orari delle medicine, perché l’amore vero è passione, poesia… sapere dove sta il termometro quando serve, ma soprattutto sentirsi dire… “Tranquillo, non è niente, ma chiama qualcuno…

 

IL RE DI FERRO, (FERRANTE D’ARAGONA),

LA PIETRA DI FERRANDINA, (ISABELLA DEL BALZO), 

E LE VOCI DELLA TERRA

Un intrigo tra suocero e nuora mai conosciuto prima... Re Ferrante D'Aragona si invaghisce della nuora Isabella Del Balzo, moglie del figlio Federico, fondatore di Ferrandina.

A Ferrandina, quando il vento scende dai calanchi, le vecchie chiudono le finestre e tracciano un segno di croce sul pane. Dicono che la terra parli, ma solo a chi è destinato a non piegarsi.

Isabella del Balzo era nata sotto quel vento.

Prima che partisse per Napoli, una masciara, curva come un ulivo secco, con gli occhi bianchi di chi ha visto troppo, le prese la mano nella piazza e Le sussurrò…

“Starai tra il ferro, le disse , ma tu sei pietra… Ricordalo!!!”.

A Castel Nuovo, Ferrante d’Aragona governava come un padrone delle ombre. I servi sussurravano che non dormisse mai davvero, che passasse le notti nella stanza dei morti finti, dove i traditori diventavano memoria. Quando Isabella arrivò, il re la sentì prima ancora di vederla: portava addosso l’odore della polvere lucana, quello che non va via nemmeno dopo la pioggia.

“Ferrandina… mormorò, terra che non chiede permesso”.

Ferrante la fece chiamare spesso, e ogni volta Isabella tornava nelle sue stanze con le mani fredde. Nelle cucine, una serva napoletana diceva:

“Quella regina porta sventura”.

E un’altra rispondeva: “No. È il re che la teme”.

Intanto, in Lucania, un frate basiliano scriveva lettere che nessuno voleva leggere ad alta voce. Raccontava che vicino a Ferrandina una statua della Vergine aveva pianto terra, non acqua, e che le campane avevano suonato senza mano umana. Isabella capì: la sua terra la stava avvertendo.

Una notte, Ferrante la fece condurre nella cappella. C’era odore di cera spenta e ferro umido.

“Vi proteggerò, disse, se accetterete la verità del mondo”.

Isabella strinse il rosario che una vecchia di Ferrandina le aveva cucito nell’orlo del vestito e gli rispose… “Io conosco un’altra verità, quella che non si compra”.

Il giorno dopo, Federico fu escluso dal consiglio. Un monaco zoppo, che viveva sotto il castello, disse ai pescatori: “Il re ha sfidato la terra sbagliata”.

Ferrante, consumato, fece portare a Napoli una lastra di pietra ferrandinese. La pose nella stanza delle memorie, tra i volti dei morti, e vi giurò sopra. Ma la masciara aveva detto il vero: la pietra non si piega. Si racconta che quella notte la lastra si incrinò, e che Ferrante urlò come un uomo qualunque.

Quando il re morì, nessuno osò vegliarlo da solo.

Isabella sopravvisse alla caduta del regno e all’esilio. Non tornò mai a Ferrandina da viva. Ma i pastori giurano che, nelle notti senza luna, una donna velata cammini tra i calanchi, seguita dal rumore del ferro che si spezza.

E le masciare, ancora oggi, dicono ai bambini:

Ricordate: “il ferro comanda sugli uomini, ma la pietra ricorda tutto”.

 

PALAZZO DE LEONARDIS-PIRRETTI… 

E LA LEGGENDA DI ETTORE

Ubicato in C.so Vittorio Emanuele II, risalente al XIX secolo, a pianta rettangolare e tetto a padiglione, interno con volte a botte lunettate, scala interna aperta a pianta rettangolare, con tre rampe sostenute da volte in mattoni, muratura in pietra e mattoni, pavimenti in pietra piastrellati, portale in pietra con cornici, balconi sorretti da mensole in pietra.

Edificio ottocentesco a due piani, con piano ammezzato intermedio, ricco portale d’ingresso, sorretto da locali sottostanti adibiti a negozi e botteghe, a piate rettangolari allungati, coperti da volte a botte in mattoni a vista lunettate… ma anche in questo palazzo… esiste una leggenda…

Si racconta che il Palazzo De Leonardis-Pirretti, con le sue severe mura in pietra e i suoi balconi sorretti da antiche mensole, non fosse soltanto dimora di famiglie rispettabili, ma anche teatro di una presenza tanto singolare quanto sgradita.

Nella seconda metà dell’Ottocento vi abitò un certo Ettore Malaspina, uomo che amava definirsi “letterato”, ma che in verità non era altro che uno scribacchino di modesta levatura, trascorreva le giornate chino su fogli ingialliti, riempiendoli di versi pomposi e trattati mai richiesti da alcuno, convinto di essere destinato alla gloria.

Ettore pretendeva rispetto da chiunque incontrasse, passeggiava lungo il corso con il petto gonfio e il mento alto, salutando appena, o ignorando del tutto, i commercianti che lavoravano nei locali sottostanti al palazzo, guai a chi non lo chiamasse “dottore” o “maestro”, bastava uno sguardo distratto per scatenare una delle sue interminabili invettive sull’ignoranza altrui.

Eppure, dietro quella facciata arrogante, si nascondeva un uomo solo, incapace di farsi voler bene, i vicini evitavano di incrociarlo sulla scala interna, quella a tre rampe che riecheggiava dei suoi passi secchi e irritati, si dice che spesso, nelle sere d’inverno, lo si sentisse discutere animatamente… ma senza interlocutori.

Una notte, durante un violento temporale, Ettore scomparve, nessuno vide più il suo volto tirato né udì la sua voce acida, nella sua stanza furono trovati solo fogli sparsi, pieni di parole cancellate e frasi incompiute, come se perfino la sua presunta grandezza si fosse dissolta nell’inchiostro.

Da allora, gli abitanti del palazzo giurano che, nelle notti più silenziose, si possano ancora udire passi sulla scala e un borbottio indistinto, qualcuno sostiene di aver visto una figura affacciarsi dai balconi, con aria altezzosa, osservando il mondo sottostante con disprezzo… e se un passante si ferma troppo a lungo davanti al portale, capita talvolta che una voce sussurri, offesa… “Non sapete chi sono io…”, ma nessuno, ormai… lo ricorda davvero…

 

PALAZZO LIBONATI 

E LO STUCCATORE IMPAZZITO…

Edificato in via G.B. Vico Del XIX Secolo, palazzo signorile con lesene in mattoni e balconi con mensole in pietra, rettangolare con tetto a doppia falda e muratura in pietra, decorazioni esterne con lesene in mattoni, balconi con mensole in pietra.

Un palazzo ottocentesco che conserva tra le sue mura una particolare leggenda… la leggenda dello stuccatore impazzito per la sua maniacale precisione…

 La leggenda dello stuccatore impazzito

Nel cuore silenzioso di via G.B. Vico, dove le ombre del passato sembrano allungarsi al calar del sole, sorge ancora oggi il severo ed elegante Palazzo Libonati, le sue mura in pietra, ornate da lesene in mattoni e balconi sorretti da solide mensole, raccontano una storia che pochi osano ricordare ad alta voce.

Si narra che, durante la sua costruzione nell’Ottocento, vi lavorasse uno stuccatore di straordinaria abilità, il suo nome è andato perduto, ma la sua ossessione per la perfezione è rimasta incisa tra quelle pareti, ogni fregio, ogni decorazione, ogni minimo dettaglio doveva essere impeccabile, nessuna imperfezione era tollerata, nessuna sbavatura concessa.

All’inizio, i committenti ammiravano il suo talento, ,le decorazioni prendevano vita sotto le sue mani come opere d’arte, ma col passare dei mesi, qualcosa cambiò.

L’uomo iniziò a lavorare anche di notte, illuminato solo dalla tremolante luce delle candele, si dice che parlasse da solo, discutendo con le pareti, come se queste gli rispondessero.

Una mattina, gli operai lo trovarono ancora lì, immobile davanti a una cornice appena completata, aveva passato la notte a rifinirla, raschiando e ricostruendo lo stesso dettaglio decine di volte, quando qualcuno osò dirgli che era perfetta così com’era, lo stuccatore ebbe uno scatto d’ira, urlò che la perfezione non era mai abbastanza, che l’opera stessa gli chiedeva di essere migliorata.

Da quel giorno, il suo comportamento divenne sempre più inquietante, si racconta che distruggesse intere sezioni già finite solo per rifarle, convinto che un difetto invisibile agli altri le rendesse indegne, i suoi occhi, un tempo attenti e precisi, si fecero febbrili, consumati da una visione che nessun altro riusciva a comprendere… finché, una notte, accadde qualcosa.

I vicini giurarono di aver udito colpi violenti, come martellate furiose, seguiti da urla spezzate, poi, improvvisamente, il silenzio, il mattino seguente, lo stuccatore era scomparso, nessuna traccia, nessuna spiegazione, solo una parete incompleta, lasciata grezza, come se il lavoro fosse stato interrotto nel mezzo di un gesto, e da allora, quella porzione del palazzo non venne mai terminata.

E ancora oggi, chi attraversa la via nelle notti più quiete giura di sentire un leggero raschiare provenire dall’interno. Un suono ritmico, ossessivo. Come il lavoro di una cazzuola sulla pietra.

C’è chi dice che lo stuccatore non se ne sia mai andato… ma sia rimasto lì, intrappolato tra le sue stesse creazioni, condannato a cercare una perfezione che non potrà mai raggiungere.

sabato 2 maggio 2026

 

PALAZZO ARCIERI… 

E IL PROBABILE CUSTODE DEL SANTO GRAAL

Ubicato in Via Fanti lato Ovest, risalente XIX secolo, è composto da un grande edificio ottocentesco disposto su tre livelli, la facciata principale appare piuttosto sobria, scandita da una lunga serie di balconi decorati da diverse modanature scolpite e un ricco cornicione sommitale aggettante.

Palazzo nobiliare ottocentesco riccamente decorato, caratterizzato da molteplici balconate e cornicioni aggettanti tutt’intorno, segno di ricchezza e buon gusto, di una nobiltà dalle origini antichissime.

Non si conoscono le origini della Famiglia Arcieri, ma dallo stile di vita e dalla sobrietà dell’immobile, si intuisce la radice millenaria che li caratterizza, segno tangibile di origini molto antiche.

Su detto palazzo, viene tramandata una leggenda che riguarda Cavalieri Templari, e si vuole che uno della famiglia Arcieri fosse uno di loro, che dopo aver custodito per tanto tempo il Santo Graal, si ritirò stanco nel “Castrum” del Castello fortezza di Obelanum, (la vecchia Ferrandina), e che successivamente si fosse trasferito nel nuovo abitato che Re Ferdinando D’Aragona chiamò Ferrandina… ricercato per anni dai suoi compagni d’armi in giro per il mondo… ma nessuno riuscì mai a trovarlo…

Si racconta che il cavaliere, il cui nome venne cancellato dagli annali per proteggerne il segreto, giunse a Obelanum sotto mentite spoglie, non più armato di spada e croce templare, ma vestito come un semplice uomo di terra, egli portava con sé solo un fardello invisibile, il peso della conoscenza e della custodia del Santo Graal.

Nel cuore della vecchia Ferrandina, tra le mura del castrum, egli visse per anni in silenzio, osservando, pregando e, secondo alcuni, proteggendo un segreto che non apparteneva più al mondo degli uomini.

Le notti erano spesso illuminate da una luce tenue proveniente dalla sua dimora, e si diceva che non fosse fuoco né candela, ma qualcosa di più antico, qualcosa di sacro.

Quando Re Ferdinando d’Aragona ordinò la fondazione del nuovo abitato di Ferrandina, il cavaliere vide in quell’evento un segno del destino, abbandonò il castello e si stabilì nel nuovo centro, mescolandosi tra la popolazione nascente, fu allora che il suo nome cambiò, e nacque la stirpe degli Arcieri.

Il cognome, secondo la tradizione orale, non derivava tanto dall’arte della guerra, quanto dalla capacità di “mirare lontano”, di custodire e proteggere verità invisibili agli occhi comuni.

Gli Arcieri divennero così una famiglia rispettata, discreta, mai ostentatamente potente, ma sempre presente nei momenti cruciali della vita cittadina.

Col passare dei secoli, la leggenda si fece sussurro, alcuni sostenevano che il Graal fosse stato nascosto nei sotterranei di Ferrandina, altri, più cauti, dicevano che il cavaliere lo avesse portato con sé nella tomba, il cui luogo non fu mai rivelato.

Eppure, strane coincidenze continuarono a circondare la famiglia, lunghi viaggi improvvisi, ospiti misteriosi, simboli incisi su vecchie pietre di proprietà degli Arcieri, riconducibili, secondo gli studiosi più attenti, all’iconografia templare.

Fu nell’Ottocento, in un’epoca di rinnovamento e apparente quiete, che la famiglia decise di lasciare un segno tangibile della propria presenza, la costruzione del Palazzo Arcieri.

Non un edificio ostentatamente sfarzoso, ma una dimora elegante, equilibrata, quasi volutamente sobria,  le sue balconate numerose sembravano guardare in ogni direzione, come sentinelle silenziose, i cornicioni aggettanti, finemente decorati, nascondevano, si dice, simboli esoterici scolpiti che solo pochi sanno riconoscere.

Secondo alcune versioni della leggenda, durante la costruzione del palazzo furono rinvenuti antichi cunicoli sotterranei, forse collegati al vecchio castrum di Obelanum, i lavori si interruppero per giorni, e quando ripresero, alcune parti vennero murate senza spiegazioni.

Da allora, nelle notti più silenziose, qualcuno giura di vedere una figura affacciata a uno dei balconi più alti, un uomo immobile, avvolto in un mantello scuro, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, e c’è chi dice sia solo suggestione… e chi invece è certo che il cavaliere templare non abbia mai davvero abbandonato Ferrandina… ma continui, ancora oggi, a vegliare sul segreto che gli fu affidato secoli fa…