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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

giovedì 9 aprile 2026

 

STORIA ROMANTICA OTTOCENTESCA DI UNA FAMIGLIA FERRANDINESE

Nelle dolci colline della Ferrandina ottocentesca, tra uliveti argentei e palazzi gentilizi scolpiti nella pietra chiara, nell’antico rione “La Cittadella”, sorgeva la dimora dei Ciano De Savinis, una famiglia nobile il cui nome era pronunciato con rispetto e un velo di mistero.

Ciano, il Conte di Obelanum, uomo di fascino austero e sguardo profondo, aveva sposato anni prima la dolce Rosy, una donna dalla grazia discreta ma dal cuore indomito, il loro amore non era nato tra feste e corti scintillanti, ma in un incontro casuale durante una sera d’estate, quando una tempesta improvvisa li aveva costretti a rifugiarsi sotto lo stesso portico, da allora, le loro vite si erano intrecciate come i rami degli ulivi che circondavano la loro terra.

Dal loro amore nacquero tre figlie, ognuna diversa come le stagioni…

Ary, la primogenita, aveva ereditato la determinazione del padre, camminava nei saloni del palazzo con passo sicuro, ma custodiva nel cuore un segreto… amava un giovane studioso senza titolo né ricchezze, ogni sera, nascosta tra le colonne del giardino, leggeva le sue lettere, temendo il giorno in cui il padre avrebbe scoperto quel sentimento proibito.

Gioiosa, la secondogenita, era il sole della casa, rideva con leggerezza, riempiendo di musica ogni stanza, si diceva che perfino i servi si fermassero ad ascoltarla cantare, ma dietro quella luce si nascondeva una malinconia, il suo destino sembrava già deciso, promessa in sposa a un nobile che non aveva mai amato.

Biby, la più piccola, osservava il mondo in silenzio, era lei a comprendere più di tutti gli equilibri della famiglia, passava ore nella biblioteca del conte, tra libri antichi e mappe ingiallite, sognando viaggi lontani e un futuro diverso, in cui il suo cuore avrebbe potuto scegliere liberamente.

Una sera d’autunno, durante una festa illuminata da candele tremolanti, il destino decise di intrecciare le loro vite in modo irreversibile, Ary fu scoperta mentre incontrava il suo amato nel giardino, il conte, ferito nell’orgoglio, impose il silenzio e minacciò di separare i due per sempre.

Fu allora che Rosy intervenne, con una forza che nessuno le aveva mai visto, ricordò al marito il loro stesso amore, nato contro ogni convenzione, le sue parole, dolci ma ferme, attraversarono la sala come una brezza che spezza l’afa, il conte tacque a lungo… poi, lentamente, il suo sguardo si addolcì, capì che l’onore non vive nelle regole imposte, ma nella verità dei sentimenti.

Quella notte cambiò tutto….

Ary poté amare senza paura, Gioiosa trovò il coraggio di opporsi al matrimonio imposto, scegliendo finalmente il proprio destino, e Biby, ispirata dal coraggio delle sorelle, iniziò a scrivere la storia della sua famiglia, promettendosi che nessun amore sarebbe stato dimenticato.

Così, tra le mura antiche di Ferrandina, la famiglia Ciano De Savinis non divenne soltanto simbolo di nobiltà, ma di qualcosa di più raro… la libertà di amare… e ancora oggi, tra i vicoli silenziosi della Cittadella, si racconta che nelle sere di vento si possano udire le risate di tre sorelle e il sussurro di un amore che ha sfidato il tempo…

 

L’ANNUNCIAZIONE ALLA VERGINE MARIA IN VERSIONE MODERNA…

Nella quiete di una casa semplice a Nazareth, mentre il sole filtrava timidamente tra le tende e il pane appena impastato attendeva il suo destino di cottura nel forno, Maria era intenta nelle sue occupazioni quotidiane, nulla lasciava presagire che quel giorno sarebbe stato… decisamente fuori dall’ordinario.

All’improvviso, una luce diversa, non abbagliante, ma piena, viva, riempì la stanza, e lì, con una compostezza che neanche il più esperto degli ambasciatori avrebbe saputo eguagliare, apparve l’Arcangelo Gabriele… «Rallegrati, piena di grazia», disse con voce ferma e gentile, Maria si fermò, non urlò, non svenne, ma diciamo che, per un attimo, valutò seriamente l’idea di controllare se avesse lasciato il fuoco acceso troppo a lungo… «Il Signore è con te», silenzio mistico… “quale signore” rispose Maria, con grande dignità, facendo un piccolo cenno del capo, come a dire… ti ascolto… ma ho qualche domanda in sospeso, Gabriele proseguì, annunciando il grande mistero, avrebbe concepito e dato alla luce un figlio, il Figlio dell’Altissimo, e qui Maria, con tutta la sua grazia ma anche con una lucidità impeccabile, pose quella domanda che riecheggia nei secoli… «Come è possibile?», «…cioè… non per mettere in dubbio, eh… però… Giuseppe non mi ha nemmeno sfiorata», Gabriele, che evidentemente aveva già previsto questa obiezione perché, diciamolo, era piuttosto prevedibile, non si scompose minimamente… «Lo Spirito Santo scenderà su di te», spiegò con calma, «e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra».

Maria ascoltò attentamente, non era una risposta da poco, non era una spiegazione “tecnica” nel senso umano del termine, era qualcosa di più grande, misterioso, eppure profondamente chiaro nel suo significato… fece qualche passo, si fermò, guardò un punto indefinito come chi sta mettendo insieme tutti i pezzi di un discorso incomprensibile, poi tornò a guardare Gabriele… «Quindi…» disse lentamente, «è… Dio che opera?»… «Esattamente» confermò L’Arcangelo… un altro breve silenzio, ma questa volta non era esitazione… era consapevolezza… e allora Maria sorrise, con quella serenità che nasce solo dalla fiducia piena… «Ecco la serva del Signore… avvenga per me secondo la tua parola», Gabriele annuì, soddisfatto… missione compiuta senza necessità di ulteriori chiarimenti logistici, e la luce svanì così come era arrivata.

Maria rimase lì, nella sua casa semplice, con il pane ancora da infornare e una storia immensa appena iniziata, si sistemò il velo, fece un respiro profondo e, con un mezzo sorriso, mormorò tra sé… «Beh… questa sì che non me l’aspettavo», e mentre il mondo continuava ignaro, in quella piccola stanza di Nazareth era accaduto qualcosa che avrebbe cambiato tutto, con discrezione, semplicità… e una domanda iniziale assolutamente comprensibile… e adesso come faccio a spiegarlo a Giuseppe…?

 

LA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO DI FERRANDINA, 

TRA IL SACRO E LA LEGGENDA

Una delle tradizioni millenarie di Ferrandina è la suggestiva processione della passione di Cristo Gesù del venerdì santo, radicata e tramandata nei secoli, riconosciuta ed apprezzata come una delle più struggenti della Lucania.

Essa risale al 1870 quando il canonico Nicola Caputi, la ebbe a reimpostare a devozione dell’intera comunità, aveva la durata limitata al venerdì santo, ma molto spesso si protraeva sino al sabato mattina.

La suggestione consisteva nel trasporto di effigi di Gesù Morto, che in antichità era di fattura lignea, successivamente sostituita con una uguale in cartapesta policroma dell’artista Salvatore Mariano, di San Giovanni, e dell’Addolorata, in una particolare processione con portantini che effettuavano tre passi in avanti e uno in dietro a loro suffragio, mentre chi seguiva e aveva fatto voto a supplizio procedeva durante tutto il tragitto “scalzo” e con il simbolo della propria sofferenza tra le mani.

L’antica effige del sepolcro di Cristo in antichità era custodita nella Chiesa di Santa Chiara nel rione “La Cittadella”, il più antico della città Aragonese, ma con la soppressione dell’ordine delle Monache Clarisse nel 1897, fu trasferito nella Chiesa del Convento dei Domenicani di San Domenico nello stesso rione.

   Un’altra caratteristica che ne testimonia la particolarità è quella del “Cirio” che precede la singolare processione, dall’alto della sua maestosità, portato a spalla da giovani devoti, una struttura realizzata da antichi artigiani improvvisati, ricchi di esperienza decennale, tanto da tramandare questo antico manufatto realizzato in prevalenza da candele, simbolo del “cero pasquale”, a più piani, decorato con fiori e nastri, e giovani promesse, che continueranno a rispettare e riproporre, l’antica tradizione negli anni a venire.

Le tradizioni per una comunità sono importanti, come anche le leggende che girano intorno tramandate da antenati che all’epoca vivevano di stenti, ma che osservavano e elaboravano ogni piccolo dettaglio di una vita di sacrifici.

Questa che vi vado a narrare è una delle più suggestive leggende mai avvenute a Ferrandina, e proprio durante questa unica e suggestiva processione…

 

Tra gli ulivi e le antiche pietre di Ferrandina, quando il tempo sembra essersi fermato ai secoli passati, il Venerdì Santo non è mai stato solo una ricorrenza religiosa, è memoria viva, è dolore condiviso, è fede che attraversa le generazioni.

Era la fine dell’Ottocento, pochi anni dopo che il canonico Nicola Caputi aveva riorganizzato la processione della Passione, ridandole forma e solennità per l’intera comunità, il paese viveva ancora di stenti, carestie, emigrazione e sacrifici segnavano la vita quotidiana, ma proprio in quella sofferenza il popolo trovava nella processione un momento di riscatto spirituale.

Quella notte, come da tradizione, il corteo partì dalla zona della Chiesa di San Domenico del Convento dei Domenicani, dove, dopo la soppressione delle Clarisse nel 1897, era stata custodita l’antica effige del Cristo morto, l’opera in cartapesta policroma, realizzata dall’artista Salvatore Mariano, sembrava quasi respirare alla luce tremolante dei ceri.

Davanti a tutti, svettava il “Cirio”… alto, imponente, costruito con pazienza da mani artigiane che conoscevano il valore della devozione più della tecnica, era simbolo di luce e resurrezione, ma quella notte la sua fiamma pareva inquieta, piegata da un vento che nessuno riusciva a percepire.

I portantini avanzavano con il loro passo rituale, tre avanti e uno indietro, come a ricordare il peso dei peccati e la fatica della redenzione, dietro di loro, uomini e donne scalzi, con croci e segni di penitenza, trascinavano il proprio dolore lungo le strade del rione La Cittadella, il più antico della città aragonese.

Ma quando la processione giunse proprio nel cuore di quel rione, accadde l’impensabile…

Senza alcun preavviso, il simulacro del Cristo morto divenne insostenibile, il peso aumentò in modo innaturale, come se qualcosa… o qualcuno… si fosse aggrappato ad esso, i portantini, uomini robusti e abituati alla fatica, iniziarono a tremare, le loro mani scivolavano, le ginocchia cedevano, il corteo si fermò, un silenzio carico di paura calò sulla folla, nemmeno i bambini osavano piangere.

Si racconta che proprio in quell’istante, da una delle strette viuzze in ombra, apparve una figura femminile vestita interamente di nero, il volto nascosto da un velo, il passo lento, quasi sospeso, non apparteneva a nessuna famiglia del paese…  nessuno l’aveva mai vista prima, avanzò senza chiedere permesso, senza dire una parola, tra le mani stringeva un rosario antico, consumato dal tempo, si fermò davanti al Cristo, sollevò lentamente la mano… e lo sfiorò, in quell’attimo, il peso svanì, i portantini, increduli, riuscirono nuovamente a sollevare l’effigie come se nulla fosse accaduto, alcuni caddero in ginocchio, altri iniziarono a piangere, ma quando cercarono la donna… era scomparsa… dissolta nel nulla.

Il “Cirio” riprese a brillare con una fiamma stabile, il vento cessò, la processione continuò, ma nulla fu più come prima.

Nei giorni successivi, gli anziani del paese iniziarono a raccontare, alcuni sostenevano che fosse stata la stessa Madre Addolorata, discesa tra il suo popolo per condividere il dolore del Figlio, altri parlavano di un’anima penitente, legata a un voto mai sciolto, tornata per chiedere redenzione.

Da allora, ogni anno, quando la processione attraversa quel punto preciso della Cittadella, i portantini rallentano il passo, e ancora oggi, tra il tremolio delle candele e il suono cupo dei passi, c’è chi giura di sentire una presenza accanto a sé… una presenza silenziosa… antica, e profondamente umana, come solo una Mamma può esserlo…

 

IO E LANCILLOTTO… DUE GOCCE D’ACQUA…

C’era una volta Lancillotto, prode, impavido… e soprattutto convinto di essere irresistibile, un po’ come me, solo con più ferro addosso e meno specchi a disposizione.

Ogni mattina si svegliava lucido come un’armatura appena oliata, si guardava nello scudo (perché gli specchi non erano ancora stati inventati) e diceva… “Oggi salverò il regno… perlomeno farò colpo su Ginevra”, riusciva quasi sempre nella seconda, mai nella prima senza fare qualche disastro.

Un giorno, deciso a dimostrare il suo valore, partì al galoppo sul suo cavallo nero, dopo dieci minuti di cavalcata epica… si rese conto di aver dimenticato la spada, tornò indietro con la stessa aria fiera, sperando che nessuno avesse notato nulla, il cavallo invece sì, e da quel momento iniziò a guardarlo con una certa superiorità.

Arrivato al castello di Ginevra, tutto tronfio, fece il suo imponente ingresso… “Madama, ho affrontato mille pericoli per voi!”… “Davvero?” disse lei. “Quali?”… “Beh… una buca nel terreno, e poi il vento contrario, e… il cavallo un po’ nervoso”, Ginevra sospirò, non perché fosse delusa, ormai ci era abituata, ma perché, in fondo, quel cavaliere così sicuro di sé e così tragicomicamente umano, le faceva tenerezza.

E così Lancillotto continuò le sue imprese, salvava damigelle che non avevano bisogno di essere salvate, combatteva draghi che spesso erano solo capre un po’ arrabbiate, e scriveva poesie talmente brutte che persino i menestrelli facevano finta di non conoscerlo.

Ma una cosa è certa, sotto tutta quell’armatura, tra una figuraccia e l’altra, c’era sempre un uomo, un uomo un po’ goffo, un po’ vanitoso… e decisamente innamorato, Insomma, diciamolo chiaramente, Lancillotto era un eroe… io almeno ho il vantaggio di non dover combattere draghi… solo magari qualche specchio troppo sincero… ma per il resto, siamo proprio uguali.

 

UNA PASSEGGIATA CULTURALE TRA GLI ARTISTI 

CHE HANNO RESO FERRANDINA UNICA

Passeggiando per il Corso Vittorio Emanuele sino alla piazza centrale Piazza Plebiscito di Ferrandina, incontrando i vari artisti 5, 6, e settecenteschi, della pittura e scultura che hanno arredato palazzi gentilizi, chiese e monasteri cittadini, Altobello Persio, Pietro Antonio Ferro, Francesco Solimena, Antonio Sarnelli, Andrea Miglionico, arriviamo dove svetta maestosa la chiesa Madre dedicata a Santa Maria della Croce, che vanta una storia millenaria insieme a mille leggende che la circondano e che seguiranno nel prossimo futuro tra le tante leggende già narrate, abbiate solo un po’ di pazienza e la vostra curiosità sarà esaudita.

Intanto godetevi questa…

Passeggiavo lento lungo Corso Vittorio Emanuele, con quel passo senza fretta che si ha quando non si cerca nulla… e proprio per questo si finisce per trovare tutto.

Ferrandina, quella mattina, sembrava sospesa tra il presente e un tempo più antico, le botteghe erano aperte, ma avevano un’aria diversa, come se dietro le vetrine non si vendessero oggetti, ma storie.

La prima a catturare il mio sguardo fu una piccola bottega di cornici… entrai quasi per caso… dentro, tra legni intagliati e tele appoggiate alle pareti, un uomo anziano lavorava in silenzio, sollevò lo sguardo e mi sorrise appena… «Le immagini non vanno solo guardate… vanno costruite», disse, mi avvicinai e notai un dipinto sacro, dai colori intensi e profondi, aveva una forza quasi viva… «Altobello Persio», si presentò…  come se fosse la cosa più naturale del mondo, parlammo di scultura e pittura, della pietra che prende forma e della fede che diventa immagine, quando uscii, il sole mi sembrò più luminoso, come se avessi imparato a guardare meglio l’arte.

Poco più avanti, una bottega di tessuti attirò la mia attenzione, drappi pesanti, velluti e sete, tutto disposto con una precisione quasi teatrale, dietro il banco, un uomo elegante stava sistemando un tessuto dorato.

«La luce è tutto», disse senza nemmeno salutarmi, «Anche nella pittura», mi mostrò un piccolo quadro nascosto tra i tessuti, figure solenni, ombre profonde, un’atmosfera intensa… «Pietro Antonio Ferro», aggiunse con un lieve inchino… uscii pensando a quanto la luce e l’ombra possano raccontare più delle parole.

Continuando la passeggiata, entrai in una bottega più ampia, quasi una galleria, qui i colori esplodevano, scene ampie, personaggi dinamici, un’energia che riempiva lo spazio, un uomo, con gesti ampi e voce calda, stava raccontando una storia a due visitatori… «La pittura deve emozionare, deve travolgere», disse girandosi verso di me… era Francesco Solimena, il grande artista partenopeo, mi parlò del movimento, della teatralità, di come ogni scena dovesse sembrare sul punto di accadere davvero… quando uscii, avevo la sensazione di essere entrato in un racconto.

Più avanti, una piccola bottega profumata di legno e vernice, dentro, un uomo stava lavorando a un volto, delicato, quasi fragile, «La devozione sta nei dettagli», disse senza alzare troppo la voce, mi mostrò opere più intime, più raccolte, c’era qualcosa di profondamente umano in quelle immagini… «Antonio Sarnelli», si presentò… lo salutai in silenzio, quasi per non disturbare quell’atmosfera raccolta.

L’ultima bottega era la più semplice, pochi oggetti, poche tele, ma una quiete profonda, l’uomo che vi lavorava mi guardò come se mi stesse aspettando… «Non serve molto per dire tutto», disse… le sue opere erano essenziali, ma piene di significato, ogni figura sembrava portare dentro una storia intera, anche lui si presentò… «Andrea Miglionico»… sono lusingato gli risposi… uscendo, mi accorsi che la strada era cambiata… o forse ero cambiato io, continuai a camminare finché il Corso si aprì davanti a me, lasciando spazio alla maestosa Piazza Plebiscito, e lì, imponente e silenziosa, svettava la Chiesa Madre, dedicata a Santa Maria della Croce… mi fermai… tutti quegli incontri, quelle botteghe, quegli artisti… era come se mi avessero accompagnato fin lì, uno dopo l’altro, preparandomi a quel momento, la chiesa non era solo un edificio, era il punto d’arrivo di una passeggiata nel tempo, tra i migliori artisti che avevano ornato con le loro opere chiese, monasteri e palazzi gentilizi della città, e forse, anche l’inizio di un nuovo modo di guardare il mondo… e Ferrandina, la città con più arte, storia e monumenti antichi di tutta la Lucania.

 

CHI NON HA DIGNITÀ… RIMANE UN PERDENTE

C’era una volta un uomo semplice, di quelli che non fanno rumore ma lasciano il segno, si chiamava Massimo, e nella vita aveva sempre scelto la strada più difficile, quella dell’onestà.

Fin da ragazzo gli avevano insegnato che la parola data vale più di qualsiasi firma, che il rispetto non si chiede ma si dimostra, e che la dignità è l’unica cosa che nessuno può toglierti… se non glielo permetti.

Massimo lavorava duro, aiutava chi poteva e non pretendeva nulla in cambio, credeva nelle persone, forse troppo, e proprio questo fu il suo errore più grande.

Un giorno si trovò ad avere a che fare con chi quella dignità non sapeva nemmeno cosa fosse, persone che mentivano senza battere ciglio, che approfittavano della bontà altrui come fosse debolezza, all’inizio Massimo cercò di capire, di giustificare, perfino di aiutare, perché chi è sincero pensa sempre che anche gli altri, in fondo, lo siano, ma col tempo capì.

Capì che non tutti giocano pulito, che esistono persone che non hanno nulla da perdere… perché hanno già perso se stesse, e che restare troppo vicino a chi non ha valori finisce per trascinarti giù, anche se tu cerchi di restare in piedi.

Massimo non cambiò, non imparò a essere falso, né a restituire il male con il male, fece una scelta più difficile… si allontanò.

Perse qualcosa, sì, opportunità, soldi, forse anche qualche amicizia, ma salvò ciò che contava davvero, la sua coscienza, la sua pace… la sua dignità.

Col tempo capì una verità semplice ma dura, avere a che fare con chi è senza dignità… c’è solo da perdere,

ma restare sé stessi, onesti e sinceri, anche quando il mondo ti spinge a cambiare… quella è l’unica vera vittoria…

 

Cara amica MariaL,

hai sfiorato il baratro, lo hai guardato negli occhi e, con una specie di eleganza che ti invidio, sei riuscita a tirarti fuori, Io invece… beh, io ci sono caduto dentro con tutte le scarpe, senza neanche il tempo di chiedere “permesso”.

Non ti scrivo per fare confronti, non è una gara, e se lo fosse, sarebbe una di quelle che nessuno vorrebbe affrontare, però è strano, sai? Da fuori sembravo “quello con il rischio”, ma poi la vita ha deciso che io dovessi fare il giro completo dell’inferno, versione integrale, senza saltare neanche una puntata.

Eppure eccomi qui, con qualche pezzo ammaccato, qualche crepa che prima non c’era, e un’ironia un po’ più tagliente (che almeno è utile quando serve), e posso finalmente dire, ce l’ho fatta, non con eleganza, non con stile… più che altro arrancando, inciampando e ogni tanto insultando l’universo intero, ma funziona lo stesso, a quanto pare.

Di te, invece, mi porto addosso una strana sensazione, perché so che anche solo avvicinarsi a quel tipo di paura cambia qualcosa dentro, anche se poi non devi attraversarla fino in fondo, è come sentire il calore del fuoco senza bruciarsi, non ti consuma, ma che ti segna lo stesso.

Forse è questo che ci tiene in contatto, un modo un po’ storto ma sincero, sappiamo entrambi cosa vuol dire guardare certe ombre e non essere più esattamente quelli di prima, solo che io ho fatto il tour completo, tu hai visto il trailer… e fidati, non ti sei persa granché.

Adesso però siamo qui, vivi, un po’ diversi, un po’ più stanchi, ma anche… concedimelo… incredibilmente tosti, e se ogni tanto ci viene da ridere di tutto questo, anche in modo un po’ sbagliato… beh, credo sia il nostro modo di dire alla vita: “ok, ci hai provato, ma adesso basta”.

Ti vogliamo bene, davvero, e la prossima volta che ci vediamo, promettiamo di non parlare solo di ospedali… almeno per i primi dieci minuti…

Con affetto,

Enzo e Maria Rosaria.