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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

wikimatera.it

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

domenica 24 maggio 2026

 

LETTERA AL MIO CORPO

Caro corpo,

scriverti è strano, perché a questo punto non siamo più in simbiosi.

Viviamo insieme da una vita, ma ormai mi sembri più un coinquilino passivo-aggressivo che un alleato.

All’inizio andavamo anche d’accordo.

Poi hai deciso che la noia era un problema serio e hai iniziato a invitare specialisti a casa senza avvisarmi.

E allora hai cominciato con i luminari di Oncologia, così, per rompere il ghiaccio, prima anamnesi… Tumore all’intestino, una roba elegante, di peso, mica un semplice raffreddore, hai pensato… “Partiamo subito col botto, così capisce il tono generale”.

Fortunatamente andato a buon fine, con mezzo metro di intestino in meno si vive comunque, poi la chemioterapia di prevenzione, grazie, corpo… davvero, un’esperienza che consiglio a chi vuole…

perdere lucidità e sensibilità,

perdere energie,

e scoprire che il gusto del cartone bagnato può avere delle sfumature olfattive del tutto particolari, finita?

Macché… ora è il turno del “CUORE”, caro corpo, spiegami una cosa… perché mandarmi il cuore in modalità jazz? Perché la fibrillazione atriale? Che cos’è, un bisogno artistico represso? Il battito che fa freestyle, l’ECG che sembra un impianto di montagne russe… e via di cardioversione…

La cardioversione, caro corpo, è quel momento magico in cui… mi spengono, tu vieni resettato, e al risveglio speriamo tutti che tu abbia capito la lezione… forse… e sappi che, a forza di entrare e uscire dalla sala operatoria ormai potrei timbrare il cartellino… “Buongiorno”, “Bentornato”, “No guardi, grazie, non mi fermo, è solo un reset veloce”.

Nel frattempo, senza alcuna tregua, subentra anche la tiroide, ah, la tiroide… la stronza educata, quella che non fa casino, ma ti rovina la giornata con un sorriso, ormoni a caso, umore a sorpresa, metabolismo che lavora quando gli pare… un sabotaggio interno fatto bene… poco male… pasticca di Eutirox ogni mattina e si va avanti.

Ma quando ormai pensavo di averle viste tutte… la notte di Capodanno, poco prima della mezzanotte, si presenta un grave problema Urologico… caro corpo, era necessario? Davvero mancava solo quello? Era una questione di completezza? Tipo… “Facciamogli il giro completo, che poi si lamenta”, altro intervento, altro ricovero, altro pigiama che non è mai quello giusto.

A questo punto… caro corpo, aspetta un attimo… parliamone… io non ti chiedo più “perché”, ti chiedo solo quanto dura e se posso almeno bere un caffè prima, sai qual è il problema, caro corpo? che io non mi sento un guerriero… non lo sono, mi sento uno che viene smontato e rimontato spesso, con viti autofilettanti avanzate, ma rido… rido non perché sono forte… non lo sono… rido perché se non rido ti prendo a male parole, e non servirebbe a niente, quindi ascoltami bene… io continuo a portarti in giro, continuo a firmare consensi informativi, continuo a entrare in sala operatoria come se fosse un ascensore, ma tu, ogni tanto, fai il tuo lavoro… non chiedo miracoli, solo un periodo di serenità… una tregua, una stagione senza nuovi colpi di scena… Con affetto mal riposto… il tuo inquilino principale.

P.S.

Se stai già preparando i prossimi episodi, abbi almeno la compiacenza di farmelo sapere in tempo reale, che il caricatore… alla pistola… l’ho già pronto.

 

EX FILANDA CON CIMINIERA SCORPIONE

Fondata verso la metà del secolo XIX da Antonio Scorpione, nato nell’omonimo palazzo nel 1835, ubicato nel centro storico, ed ivi deceduto nel 1900, discendente da una nobile famiglia, trasferitasi dal vicino casale di Uggiano nella nascente Ferrandina dopo il terremoto del 1456, l’immobile rappresenta una delle prime e più qualificate espressioni di archeologia industriale nella Basilicata. L’importanza storica deriva dall’essere stato, in ambito regionale, fra i primi insediamenti civili ad essere alimentato ad energia elettrica in un periodo sicuramente antecedente l’inaugurazione dell’impianto elettrico, realizzato dal medesimo Antonio Scorpione verso la fine dell’ottocento. Le molteplici attività produttive connesse alla lavorazione e trasformazione delle materie prime agricole, provenienti dal territorio, quali il grano, l’ulivo e la canapa, nei locali destinati a mulino, frantoio e filanda, vengono dimesse all’inizio degli anni ’60 dell’ultimo secolo. La nascita del polo produttivo, si collega in primo luogo ai progressi di agricoltura della coltivazione dell’ulivo, quindi del grano e della canapa, in base alla disponibilità di nuovi terreni a seguito dei processi di disboscamento del territorio ed avviene nel periodo caratterizzato dalla cosiddetta “rivoluzione industriale” che superando antiche e lente tecniche di lavorazione delle materie prime, imprime un’accelerata al processo produttivo di lavorazione mediante l’utilizzo di macchinari a vapore per generare energia elettrica. Il luogo prescelto a metà ‘800, sito in zona periferica all’allora centro urbano, collegato a questo da strada carrabile, si caratterizza morfologicamente da declivio collinare geologicamente composto da banchi di sabbia cementata di facile escavazione, dove molto probabilmente preesistevano cavità grottali artificiali (sgrottamenti) che vengono inglobate e quindi connesse alle aule del nuovo fabbricato, addossato al declivio naturale.

Distintasi nel mondo per la produzione del miglior filato presente nell’allora mercato tessile, chiamato “LA FELANDINA”, tanto richiesto e tanto commercializzato non solo a livello nazionale ma anche all’estero, prodotta da un impianto con caldaia a vapore, alimentata con i prodotti degli scarti della lavorazione delle materie prime (sansa ecc.) generando l’energia elettrica utile per il funzionamento dei macchinari dell’azienda, immettendo i fumi nell’atmosfera tramite alta ciminiera, che conferisce il toponimo al compendio strutturale.

E come ogni monumento che si ristetti, anche la ex Filanda Scorpione con la sua maestosa ciminiera, ha la sua misteriosa leggenda che ne amplifica l’importanza e la sua storia antica…

La leggenda della Filanda Scorpione e del filo pregiato

Nella seconda metà dell’Ottocento, alle porte di Ferrandina, sorgeva la maestosa filanda di Antonio Scorpione, la sua alta ciminiera dominava le colline come un faro di progresso, e di notte il bagliore dei macchinari a vapore sembrava il respiro stesso della nuova era industriale.

Si diceva che Antonio Scorpione non fosse solo un uomo di ingegno, ma anche di ambizione senza limiti, la sua filanda produceva un filato così fine e resistente che venne chiamato “La Felandina”, un tessuto quasi leggendario, richiesto dai mercanti di tutta Europa, ma dove c’era ricchezza, nascevano anche invidia e intrighi.

Un gruppo di mercanti rivali, provenienti da Napoli e Bari, iniziò a sospettare che il successo della filanda non fosse dovuto solo alla tecnica, voci sussurrate nelle taverne raccontavano che Scorpione avesse scoperto un antico segreto nascosto nelle grotte sotto l’edificio, una sorgente sotterranea capace di rendere la fibra più resistente.

Tra questi rivali c’era Don Ruggiero Valente, un commerciante senza scrupoli, che decise di impossessarsi del segreto con ogni mezzo, e una notte d’autunno, i suoi uomini si introdussero nella filanda attraverso le cavità scavate nella collina, ma ciò che trovarono non fu ciò che si aspettavano…

Non trovando alcuna sorgente miracolosa, scoprirono invece qualcosa di ancora più prezioso, i progetti dell’impianto elettrico di Scorpione, una tecnologia all’avanguardia per l’epoca, Don Ruggiero fece recapitare una lettera… “Consegnami il segreto della tua energia, o la tua filanda cadrà in rovina”, Scorpione, uomo fiero, non cedette, ma sapeva che lo scontro diretto avrebbe distrutto tutto ciò che aveva costruito.

A salvare la situazione fu Lucia, una giovane tessitrice della filanda, figlia di contadini, conosceva ogni angolo dell’edificio, comprese le antiche cavità sotterranee, Lucia propose un piano audace, fece credere agli uomini di Don Ruggiero che il segreto fosse davvero nascosto nelle grotte, guidandoli in un dedalo di cunicoli, lì, li condusse in una cavità instabile, dove un piccolo crollo, provocato ad arte, li intrappolò senza ferirli, ma impedendo loro di fuggire, nel frattempo, Scorpione avvisò le autorità, e la verità venne alla luce, Don Ruggiero fu arrestato e il suo tentativo di ricatto smascherato, la reputazione di Antonio Scorpione crebbe ancora di più, non solo industriale innovatore, ma uomo giusto, e quando gli chiesero quale fosse il vero segreto della “Felandina”, rispose… “Non è magia né mistero… è il lavoro, l’ingegno… e le mani di chi crede in ciò che fa”.

Lucia divenne caposala della filanda, e si racconta che fu proprio lei a migliorare ulteriormente la qualità del filato.

La filanda continuò a prosperare per decenni, e la sua ciminiera rimase simbolo di progresso e riscatto, e ancora oggi, gli anziani di Ferrandina raccontano che, nelle notti di vento, si può sentire un leggero sussurro provenire dalla collina… come il filo di un telaio invisibile… che continua a tessere la leggenda… della Felandina.

 

PALAZZO SCORPIONE 

TRA STORIA, ARTE E MISTERO

Nel rione Ciriglio della Ferrandina antica, troviamo il Palazzo Scorpione, allineato alla quinta muraria di Via Filippo Cassola, casa padronale fondata dalla omonima nobile famiglia, trasferitasi da Uggiano dopo il terremoto del 1456 che determinò l’abbandono dell’antico casale e l’emigrazione dei suoi abitanti. Collocato fra le vie Mario Pagano a monte e Filippo Cassola a valle, incassato nel dislivello morfologico del terreno, il Palazzo Scorpione costituisce una delle più significative e maestose espressioni d’architettura civile settecentesca locale, edificato su disegno unitario di scuola napoletana che riflette i motivi e gli stili architettonici dei maggiori artisti contemporanei fra cui il Fuga, il Vanvitelli ed il Sanfelice, visibili sulle facciate e nello scalone scenografico d’ingresso. L’impianto tipologico a forma rettangolare, cui si accede dal monumentale portale in pietra dura bianca su Via F. Cassola, il quale immette direttamente nell’androne d’ingresso, è caratterizzata da una piccola corte centrale di tipo aperto, da cui parte una scenografica scalinata, articolata in due rampe semicircolari a tenaglia, d’influenza Vanvitelliana, che immette ai ballatoi superiori, e quindi, alle unità abitative al primo e secondo piano, composte da una serie di grandi vani disposti lungo i fronti. Particolarmente interessanti le tipologie a la qualità delle coperture negli alloggi nobiliari, caratterizzate da volte ad ombrello ed a margherita al primo piano, da alta volta a padiglione ed una serie di botte unghiate al secondo piano, le coperture esterne, invece, sono tetti rivestiti da manto di coppi. L’edificio a livello altimetrico sviluppa a valle, lungo la facciata principale, tre livelli abitativi, di cui i primi due incassati sul tertro e l’ultimo sporgente a monte su Via M. Pagano, ove si nota con una facciata semplice priva di decori, emergente al solo piano terra. Il terzo livello, è caratterizzato dall’arredamento dello spartito centrale che si raccorda dolcemente alle due ali laterali con linee concave, dando luogo ad una lunga balconata impostata sul cornicione marcapiano sottostante, protetta da ringhiera in ferro battuto riccamente lavorata con motivi naturalistici, significativa espressione d’artigianato artistico locale. La maestosa facciata principale, che domina la quina muraria, coronata da elegante cornicione, caratterizzata dalla lunga balconata centrale, è scandita da una successione ritmica di sobrie paraste giganti, particolarmente care al Fuga, al centro delle quali si aprono, con sequenze regolari e simmetriche, finestre e porte-finestre inquadrate da cornici e sormontate da timpani, che conferiscono all’edificio un notevole slancio ascensionale. Al centro si apre un monumentale portale archivoltato in pietra, fiancheggiato da lesene doppie che si ergono a sostenere la sobria cornice leggermente aggettante la quale immette direttamente nell’androne coperto da volta a botte, dove si affaccia la suggestiva scalinata confluente in una doppia rampa, d’influenza Vanvitelliana. Per quanto attiene i decori d’interesse storico/artistico, si segnala sulla facciata principale la presenza di un mascherone lapideo raffigurante un volto umano stilizzato a due epigrafi che recitano rispettivamente quanto segue:

<< Antonio Scorpione nato in questa casa il 10/07/18345, morto il 25/05/900 la consorte Giovanna Lisanti, le figlie Vincenza ed Emanuela questa lapide posero il 10/07/1900>>.

<<Qui rese l’anima a Dio il 16/7/1927 l’Ing. Giuseppe La Capra, la moglie Vincenza Scorpione ed i figli rievocando affetti, famiglia e virtù attitudini lo ricordano ai buoni Agosto 1927>>.

Si segnala inoltre, la presenza di una tela sei-settecentesca raffigurante un San Pasquale Bajlon e una statua di un Bambinello, probabilmente sette-ottocentesca, rivestita da tessuto bianco d’epoca.

Oltre alla storia antica, questo particolare palazzo gentilizio nasconde, tra le sue mura, una particolare leggenda dai risvolti incredibilmente misteriosi…

Nel cuore della Ferrandina antica, quando ancora le strade erano illuminate da lanterne tremolanti e il vento portava con sé l’eco dalle colline, si erge il Palazzo Scorpione, che non era soltanto una dimora nobiliare… era un cantiere vivo, pulsante, abitato da artisti, scultori e architetti venuti da lontano.

Si racconta che la famiglia Scorpione, appena giunta da Uggiano dopo il grande terremoto del 1456, volesse lasciare un segno eterno della propria rinascita. Per questo, nel Settecento, chiamò maestranze ispirate alle grandi scuole napoletane del Fuga, del Vanvitelli e del Sanfelice, erano uomini silenziosi, con mani segnate dal marmo e occhi pieni di visioni, chi tracciava linee perfette sulle facciate, chi scolpiva pietre come fossero carne viva, chi modellava il ferro fino a farlo fiorire in tralci e foglie.

Durante il giorno, il palazzo risuonava di scalpelli e martelli, le doppie rampe della scalinata prendevano forma sotto la guida di un anziano Capomastro che, si diceva, avesse studiato i segreti delle curve “vive”, capaci di accompagnare il passo come musica, le volte ad ombrello e a margherita nascevano lentamente, come cieli interni, mentre gli artigiani discutevano di proporzioni, luce e armonia.

Ma quando calava la notte, qualcosa si trasformava...

Una giovane modella, chiamata a posare per una figura sacra destinata a una tela del palazzo, quella che oggi raffigura San Pasquale Bajlon, iniziò a vagare tra i corridoi anche dopo il lavoro, nessuno sapeva esattamente da dove venisse, aveva uno sguardo inquieto, come se cercasse qualcosa che non riusciva a trovare, alcuni giuravano che parlasse da sola davanti allo scalone, altri che restasse immobile ore intere sotto il mascherone di pietra sulla facciata, fissandolo come se potesse rispondere.

Un giovane scultore si innamorò di lei, lavorava al portale monumentale, incidendo con cura le cornici e le lesene, cominciò a ritrarre il suo volto di nascosto, trasformandolo in dettagli, una curva di labbro in un fregio, uno sguardo inciso nella pietra, una presenza nascosta tra i motivi decorativi.

Poi… una notte d’estate… la ragazza scomparve.

La trovarono all’alba, senza vita, ai piedi della scalinata, nessun segno di violenza, nessuna spiegazione, solo il suo volto, immobile, rivolto verso l’alto, come se stesse guardando qualcosa che gli altri non potevano vedere.

Da quel giorno, il giovane scultore non fu più lo stesso, terminò il suo lavoro in silenzio, ma aggiunse un ultimo dettaglio… il mascherone sulla facciata, non era previsto nei disegni originari… lo scolpì con una cura ossessiva, dandogli un’espressione ambigua… né dolore né pace… chi lo osserva oggi giura che quel volto cambi leggermente espressione a seconda della luce.

Il palazzo fu completato, magnifico e armonioso, le famiglie lo abitarono, le generazioni si susseguirono, lasciando epigrafi e memorie sulle sue mura, ma tra le stanze, soprattutto nelle notti più quiete, qualcuno racconta ancora di passi leggeri sulla scalinata a doppia rampa… e di una figura che si ferma sotto il mascherone… come in attesa…e c’è chi sostiene che, tra le volute del ferro battuto della lunga balconata, sia nascosto un volto… quello della giovane modella, eternamente intrappolata nell’arte che contribuì a creare…

 

PALAZZO GENTILIZIO TRASFORMATO IN EX STAZIONE DI POSTA

SCENARIO DI UN AMORE IMPOSSIBILE

Il complesso architettonico ubicato in agro di Ferrandina, ha la struttura tipica del Palazzo ottocentesco, esso si sviluppa su due piani, con tetto a padiglione in coppi e ripete nella composizione di facciata un esempio abbastanza interessante dell’architettura di quel periodo. Il prospetto principale è caratterizzato da una triplice serie di archi, elemento dominante di entrambi i piani, inquadrati da paraste inferiormente lisce e superiormente scanalate, le quali scandiscono ritmicamente la successione degli archi. Il motivo architettonico descritto, individua uno spazio porticato al piano terra ed uno superiore destinato a terrazza su cui prospettano gli ambienti più rappresentativi. Le finestre, indifferentemente, presentano delle eleganti cornici in stucco. Un motivo interessante è costituito dalle paraste di angolo che sagomate in maniera molto originale evidenziano gli spigoli dell’edificio. Una ricca trabeazione continua, particolarmente visibile sul prospetto principale, ripete elementi classicheggianti quali metope e triglifi, evidenziati in corrispondenza delle paraste. Dal portico, attraverso un portale ben tessito che reca sul concio di chiave la scritta A.D. 1855, si accede al cortile interno, sui cui lati si aprono quattro archi (il lato destro si presenta continuo in quanto le aperture sono state chiuse), mentre di fronte si apre un grosso arco che inquadra il pianerottolo intermedio. In corrispondenza dell’androne d’ingresso vi è una scala di pregevole disegno, che conduce al piano superiore. Da ricordare gli ambienti interni con pavimenti in cotto, grosse volte a botte al piano terra e a crociera in quello superiore. La costruzione inoltre denuncia nelle sue modalità costruttive elementi tradizionali locali quali l’uso incondizionato del mattone per ogni esigenza tecnologica e stilistica (camini, cornici e cornicioni, elementi strutturali quali: paraste, volte ecc.).

Detto palazzo, per le sue decorazioni e struttura muraria, dimostra in modo evidente, che nella metà dell’ottocento (1855), era un Palazzo Gentilizio di campagna, sia per la sua struttura abitativa superiore, che di quella inferiore, trattasi quest’ultima di locali adibiti a stalle e depositi agricoli, e proprio per dette caratteristiche è oggetto di leggende misteriose tipo quella che segue…

Nelle campagne silenziose attorno al Palazzo ex Stazione di Posta, quando ancora le carrozze sostavano sotto gli archi e l’odore del fieno si mescolava a quello della terra bagnata, si raccontava una storia che nessuno osava dire ad alta voce dopo il tramonto.

Si dice che, poco dopo la costruzione del palazzo nel 1855, vi abitasse una giovane donna, Filomena, figlia del proprietario, bella, colta, ma prigioniera di quelle stanze eleganti affacciate sulla terrazza, al piano inferiore, tra le stalle e i depositi, lavorava invece Michele, un contadino forte e silenzioso, con le mani segnate dal lavoro e lo sguardo limpido come il cielo d’estate.

I due si incontrarono per la prima volta nel cortile interno, sotto il grande arco che incorniciava la scalinata, lei era scesa di nascosto, incuriosita da quel mondo che le era proibito, lui stava portando sacchi di grano in deposito, bastò uno sguardo, uno soltanto, perché qualcosa cambiasse per sempre.

Da quel giorno, iniziarono a vedersi di nascosto, si incontravano al tramonto, quando le ombre del porticato si allungavano e nessuno faceva caso a una figura in più tra gli archi, parlavano poco, ma bastava, Michele le raccontava della terra, dei raccolti, delle stagioni, Filomena gli parlava di sogni che non avrebbe mai potuto vivere… l’amore tra loro crebbe come il grano selvatico, forte, inevitabile… e destinato a essere falciato.

Il padre di Filomena, uomo severo e legato all’onore, scoprì tutto, per lui, quell’amore era un affronto insopportabile, una figlia nobile non poteva legarsi a un semplice contadino, Michele fu cacciato via dal palazzo con violenza, e gli venne proibito di tornare, ma l’amore non obbedisce agli ordini…

Una notte d’estate, sotto un cielo senza luna, Michele tornò, Filomena lo attendeva nel cortile, tremante ma decisa, volevano fuggire insieme, lasciare quelle mura, quella terra che li aveva uniti ma anche condannati… ma non arrivarono mai oltre il portale…

Si racconta che il padre, avvisato da un servo, li colse di sorpresa proprio sotto l’arco d’ingresso, ne seguì uno scontro violento, Michele, disarmato, cercò solo di proteggere Filomena, ma la rabbia ebbe la meglio… un colpo, poi un altro… e Michele cadde sul pavimento, macchiandolo di rosso col suo sangue, Filomena  gridò, si gettò su di lui… e, secondo la leggenda, si tolse la vita lì accanto, incapace di vivere senza di lui.

Da allora, nelle notti di vento, qualcuno giura di sentire passi sotto il porticato, come di due amanti che cercano ancora una via di fuga, mentre altri raccontano di una figura femminile sulla terrazza, immobile, che guarda verso i campi…

E tra le stalle… quando l’aria è ferma e la terra profuma di grano maturo… c’è chi dice di udire un sussurro… un amore che la terra non ha mai voluto restituire.

 

PALAZZO CENTOLA 2… LA VENDETTA…

Ubicato in via dei Mille, risalente XVIII secolo, a pianta rettangolare, tetto a padiglione con tegole, muratura in pietra, cornice di coronamento superiore, portale in pietra.

Edificio in pietra e mattoni, portale e gradini d’accesso in pietra, ricca cornice di coronamento superiore, la facciata principale si presenta piuttosto sobria, è ornata da finestre e da una balconata con ringhiera in ferro battuto retta da mensole in pietra.

A differenza dall’altro in Via Vittorio Veneto, veniva utilizzato come seconda abitazione, un edificio non allo stesso livello storico del precedente, ma comunque gentilizio e abbastanza ricco di storia e di leggende, come quella che viene riportata di seguito…

Si racconta che il Palazzo Centola 2 di via dei Mille non fosse soltanto una dimora secondaria, ma un luogo scelto con estrema attenzione dalla famiglia Centola per un motivo che pochi conoscevano.

Mentre il palazzo principale in Via Vittorio Veneto era simbolo di potere e rappresentanza, questo edificio più sobrio custodiva qualcosa di più intimo… e più inquietante.

Nel XVIII secolo, il secondogenito della famiglia, escluso dall’eredità maggiore, si ritirò proprio qui, uomo colto ma tormentato, trascorreva le sue giornate tra manoscritti, specchi e strani strumenti che attiravano curiosità e sospetti, si diceva che studiasse il tempo… non quello che scorre, ma quello che si può piegare.

Secondo la leggenda, tra i due palazzi esisteva un legame invisibile, nelle notti senza luna, una luce tremolante appariva contemporaneamente in una finestra del palazzo principale e sulla balconata in ferro battuto di questo edificio, gli abitanti del paese iniziarono a sussurrare che i due fratelli comunicassero attraverso qualcosa che non apparteneva al mondo dei vivi.

Una notte, però, accadde qualcosa di diverso…

Dal palazzo in Via Vittorio Veneto si udì un grido, improvviso e soffocato, nello stesso istante, la luce in via dei Mille si fece accecante, poi si spense di colpo, il mattino seguente, il fratello maggiore fu trovato senza vita nel suo letto… ma con un’espressione di puro terrore, nel secondo palazzo, invece, non vi era traccia del secondogenito…

Le porte erano chiuse dall’interno, i gradini in pietra intatti… nessun segno di fuga… solo una cosa era cambiata, sulla parete accanto al portale in pietra, comparve una sottile crepa verticale, come se l’edificio stesso si fosse aperto e poi richiuso, e chi giurò di avvicinarsi abbastanza disse di aver sentito, provenire da quella fessura, un debole sussurro… come una voce intrappolata tra due luoghi…

Da allora si dice che i due palazzi siano ancora collegati… ma non più come prima, nel palazzo di Via Vittorio Veneto si percepisce una presenza che osserva, immobile, in quello di via dei Mille, invece, qualcuno, o qualcosa, sembra ancora cercare una via d’uscita.

E nelle notti più silenziose, c’è chi giura che la balconata in ferro battuto scricchioli leggermente… come se qualcuno vi si affacciasse, senza mai mostrarsi…

 

SIGNORE E SIGNORI VI PRESENTO… 

LA URETROCISTOSCOPIA

È come entrare nel più profondo degli inferi, per poi uscirne finalmente… a riveder le stelle.

Tutto comincia così…

Avete presente quando il medico vi dice… “È minimamente invasivo”, minimamente per chi, scusa? Per Hulk Hogan? Perché io entro lì convinto di fare un controllino e cinque minuti dopo sto nudo sotto un lenzuolino che copre esattamente niente di importante, quel telo non serve a proteggere la dignità, serve solo a illuderla, la dignità.

L’urologo mi fa… “Si rilassi”, e io penso… certo, adesso mi rilasso mentre mi parcheggi un flauto traverso nei posti sacri.

Poi arriva la sonda, ragazzi, la sonda NON È PICCOLA, è “tecnicamente sottile”, che è il modo medico di dire “fa comunque schifo”, parte il gel lubrificante… freddo… talmente freddo che il mio corpo ha fatto logout, la mia anima è uscita, ha guardato la scena e ha detto… “No no, io vi aspetto in sala d’attesa”, e quando entra la sonda succede una cosa strana… non urli perché ti manca il fiato, non piangi perché ti manca la forza, tratti incoscientemente, tratti come quando passi davanti all’autovelox a 140 e dici, “Magari non mi ha visto”, ogni centimetro è un pensiero diverso, “Ok, posso sopportarlo”, “No, non posso”, “Questa è violenza burocratica”, “Mamma aiutami tu”.

A un certo punto il medico dice… “Ancora un attimo”, ancora un attimo DA CHI? da quando è partito questo attimo? Dal 2003? E tu fai sì con la testa, perché ormai sei diventato un collaborazionista del dolore.

Quando finisce, il medico… “Ecco, tutto qui”, TUTTO QUI… come se mi avesse appena controllato l’olio della macchina, io invece mi rialzo come uno che ha appena combattuto in trincea, schiacciato da un carroarmato “Leopard”, seduto su di una mina a testata nucleare, esco dall’ambulatorio camminando in modo strano e disconnesso, il dolore indescrivibile parte dal reduce di guerra genitale e ti bombarda il cervello, sto rivedendo le mie priorità nella vita, e capisci una cosa importante… l’uretrocistoscopia non è un esame… è un’esperienza al limite dell’ immaginario, un rito di passaggio infernale, il seguito è ancora peggio, febbre a 39 per due giorni, dolori infiammatori in tutto l’apparato genitosacrale, ogni espulsione risulta un’impresa eroica, unica soluzione, una overdose di antinfiammatori sino al raggiungimento della pace dei sensi… e dopo tutto questo… niente ti fa più paura… a parte il controllo tra sei mesi.

 

LA LEGGENDA DEL LEGNO SANTO

Nel cuore del centro storico di Ferrandina, affacciata sull’attuale Piazza Plebiscito, si erge la Chiesa Madre di Santa Maria della Croce, uno dei simboli più importanti della storia religiosa e identitaria della comunità ferrandinese, oltre al suo valore architettonico e storico, l’edificio è avvolto da una leggenda antica, tramandata nei secoli dalla tradizione popolare, che ruota attorno a una reliquia di straordinaria importanza: il Legno Santo della Croce.

La storia della Chiesa Madre è strettamente legata alla nascita stessa di Ferrandina, alla fine del Quattrocento, per volontà di Federico d’Aragona, gli abitanti dell’antico casale di Uggiano furono trasferiti nel nuovo centro abitato, con la fondazione della città, iniziata intorno al 1490, si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa principale, destinata a diventare il fulcro della vita religiosa e civile.

Secondo la tradizione, proprio in questo passaggio cruciale avvenne un evento destinato a segnare profondamente la storia locale, il trasferimento di una reliquia del Sacro Legno, un frammento della Croce sulla quale fu crocifisso Gesù Cristo.

La leggenda racconta che il Legno Santo fu donato da Federico d’Aragona alla comunità come segno di protezione divina, la reliquia era inizialmente custodita nella vecchia Chiesa Madre di Uggiano, ma con la fondazione di Ferrandina venne solennemente trasportata nella nuova chiesa, che proprio in onore della Croce prese il nome di Santa Maria della Croce.

Per il popolo ferrandinese, quel frammento non era soltanto una reliquia, ma un segno tangibile della presenza e della protezione di Dio, si credeva che il Legno Santo avesse il potere di difendere la città da calamità, malattie e periodi di grande difficoltà, e nei momenti più duri della storia locale, la popolazione si stringeva attorno alla reliquia in preghiera, rafforzando il senso di comunità e di fede.

Ancora oggi, la reliquia del Legno Santo rappresenta uno dei tesori più venerati della Chiesa Madre, ogni anno, il 14 settembre, in occasione della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, Ferrandina rinnova una devozione che affonda le sue radici in oltre cinque secoli di storia.

Al di là della veridicità storica della leggenda, il racconto del Legno Santo continua a vivere nella memoria collettiva come simbolo di unità, protezione e identità, la Chiesa Madre di Santa Maria della Croce non è soltanto un edificio sacro, ma un luogo in cui storia, fede e tradizione popolare si intrecciano, raccontando l’anima profonda di Ferrandina…