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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

giovedì 9 aprile 2026

 

CRONACHE TRAGICOMICHE DELL’ORA LEGALE

(OVVERO… LA SVEGLIA ASSASSINA COLPISCE ANCORA)

Stanotte entrava l’ora legale… Sì, entrava, come un ladro silenzioso… ma invece di rubare cose di valore, si è portata via un’ora della mia vita, così. Senza neanche un preavviso, io, ingenuo, come il più sfortunato di Ferrandina, avevo pure fatto la promessa… “Stavolta mi organizzo, vado a dormire presto, così mi sveglio fresco e riposato”.

Certo… Come no… Ore 23:30, “Ancora cinque minuti al computer…”, ore 00:45: “Vabbè ormai è tardi…”, ore 02:00: Per magia… diventano le 03:00.

Un salto temporale degno della più assurda fantascienza, ma senza effetti speciali… solo evidenti occhiaie.

Stamattina la sveglia suona inesorabilmente, io la guardo con lo stesso amore con cui si guarda una cartella esattoriale, mi alzo… o meglio, vengo sollevato dal letto da una forza misteriosa fatta di senso del dovere e disperazione, vado in cucina, accendo la luce… e fuori… è giorno pieno, e lì, davanti al caffè, realizzo tutto, non è solo cambiata l’ora… è cambiato il mio rapporto con la realtà.

Ho salutato il pendolo con “buonanotte”, ho detto “buon sabato” a chiunque incontrassi in casa, e per un attimo ho anche pensato di rimettermi il pigiama e annullare la giornata per manifesta stanchezza, ma poi… poi entra quella luce strana, bella, lunga… quella luce che profuma già di primavera, di finestre aperte, di domeniche lente, e allora capisci che sì… ti hanno rubato un’ora… ma in cambio ti hanno regalato serate più lunghe, tramonti pigri e quella voglia di vivere fino all’ultimo raggio di sole, quindi va bene così… accettiamo il destino… beviamo questo caffè eroico e andiamo avanti con dignità (più o meno).

A proposito… me ne stavo quasi dimenticando (Come al solito),

Buona Domenica delle Palme… che sia dolce come un sorriso rubato, leggera come una mattina con un’ora in meno, e un po’ romantica… come quando il sole resta con noi qualche minuto in più, quasi per farci compagnia… e se oggi vi sentite un po’ confusi… tranquilli, non siete voi, è solo il tempo che, come sempre… fa un po’ il furbo.

P.S. Raccomandazione… e non mangiate troppo a pranzo… che poi state male!!!

 

OGNI CADUTA DI OGGI… CONTRIBUIRÀ… ALLA VITTORIA DI DOMANI

La prima volta che caddi, pensai che fosse la fine…

Ero giovane, pieno di sogni e con quella convinzione ingenua che bastasse voler qualcosa per ottenerla, quando il primo fallimento arrivò, fu come una crepa sottile nel vetro, quasi invisibile, ma abbastanza profonda da farsi sentire dentro.

Poi arrivò la seconda caduta, e la terza, e ogni volta il mondo sembrava un po’ più pesante.

All’inizio cercavo di evitare il dolore, poi imparai a sopportarlo, infine, senza accorgermene, iniziai a capirlo, ogni sconfitta lasciava qualcosa… una lezione, una cicatrice, una nuova consapevolezza, era come costruire una corazza, pezzo dopo pezzo, non una barriera per smettere di sentire, ma una protezione per continuare a camminare anche quando faceva male.

Ci furono giorni in cui volevo mollare tutto, giorni in cui guardavo gli altri vincere e mi chiedevo se fossi rimasto indietro, ma qualcosa dentro di me, piccolo e ostinato, continuava a sussurrare, “Non è ancora finita”, e allora ripartivo, sempre più lento, forse… ma anche sempre più forte.

Col tempo, capii una cosa, che nessuno mi aveva mai insegnato davvero, che le vittorie non arrivano nonostante le sconfitte… ma che arrivano grazie a loro, perché ogni errore mi aveva insegnato dove mettere i piedi, ogni delusione mi aveva mostrato cosa contava davvero, ogni caduta mi aveva dato una ragione in più per rialzarmi con più consapevolezza.

Un giorno, quasi senza accorgermene, arrivò quella vittoria che avevo tanto inseguito, non fu un’esplosione di gioia, non fu un momento perfetto come lo avevo immaginato da ragazzo… fu qualcosa di più silenzioso, guardai indietro, a tutte le volte in cui avevo pensato di non farcela, a tutte le crepe, le cicatrici, le notti insonni … e sorrisi, perché capii che la vera vittoria non era quel traguardo… era la persona che ero diventato per arrivarci… e in quel momento, con una corazza costruita con pazienza, fatica e speranza… non avevo più paura di cadere, perché ormai sapevo una cosa fondamentale… ogni caduta… era solo un altro passo… verso qualcosa di più grande… La pensione!!!

 

SANTA MARIA DELLA CROCE E LA LEGGENDA DELLE INTERCESSIONI

La Sacra effige della Madonna, Santa Maria della Croce, custodita nella Chiesa Madre di Ferrandina, venerata come la Protettrice della Città, montata su di un maestoso Trono in legno d’orato, sormontato da un baldacchino sorretto da due angeli, frutto di un arricchimento del tardo settecentesco, con il bambinello sorretto dal suo braccio destro, e un pomo nella mano sinistra, una scultura lignea di fattura partenopea datata sulla base 1530, venne realizzata in occasione di un voto fatto da rappresentanti del popolo al Sacro Legno della Croce di Gesù Cristo, in seguito alla pestilenza che colpì la Comunità nel 1521.

L’autore della lucente effige attribuita, molto probabilmente, alla bottega di Giovanni da Nola, perché simile a sculture presenti a Tito, Melfi, San Mauro Forte e Marsico Nuovo.

La sua maestosità rappresenta la fede che la Comunità dimostra durante le processioni e le venerazioni durante le maggiori festività locali, costante punto di riferimento per adorazioni e richieste di intercessioni.

Si narra che nei giorni più oscuri della pestilenza del 1521, quando il silenzio gravava su Ferrandina come un sudario e il pianto delle famiglie si mescolava al rintocco lento delle campane, il popolo si raccolse in preghiera dinanzi al Sacro Legno della Croce, non vi era casa che non avesse conosciuto il dolore, né cuore che non tremasse.

Fu allora che, in una notte senza luna, una luce tenue ma costante apparve sopra l’altare, alcuni giurarono di aver visto una figura di donna, avvolta in un manto dorato, con lo sguardo colmo di misericordia, tra le braccia reggeva un Bambino che, con gesto sereno, benediceva la città, nella mano opposta, ella stringeva un pomo, simbolo del destino dell’umanità, come a volerlo riscattare dal male.

Una voce, dolce ma potente, si diffuse tra i presenti… “Abbiate fede, figli miei… dove l’uomo cade, l’amore si rialza… dove la morte passa, la speranza rimane”.

Il giorno seguente, inspiegabilmente, il morbo iniziò a ritirarsi, le strade, un tempo deserte, tornarono a popolarsi, e il popolo, colmo di gratitudine, mantenne il voto, commissionò una sacra effige che incarnasse quella visione, affinché mai si spegnesse il ricordo della grazia ricevuta.

Ma la leggenda non si ferma lì…

Si racconta che ogni volta che Ferrandina è minacciata, da carestie, guerre o calamità, la Madonna della Croce manifesti la sua intercessione, alcuni vedono il suo sguardo mutare, farsi più vivo, altri giurano che il Bambino inclini appena la mano, come a benedire ancora il popolo.

E nelle notti più silenziose, quando il vento accarezza le pietre antiche della Chiesa Madre, c’è chi afferma di udire un sussurro lieve… una preghiera che sale dalla terra e una risposta che scende dal cielo, così, tra fede e mistero, la Comunità continua a rivolgersi a Lei, certa che quel trono dorato non sia solo opera d’arte, ma ponte invisibile tra l’umano e l’Altissimo…

 

L’AQUILA BICIPITE, EMBLEMA DI SOVRANITÀ, DIVINITÀ E IMPERIALITÀ

L’Aquila Bicipite esposta maestosa nella Chiesa Madre di Ferrandina, una scultura lignea risalente al XVII secolo, pensata come un’aquila a due teste che avrebbe dovuto fare da contenitore alla preziosa reliquia quattrocentesca del Sacro Legno della Croce di Gesù Cristo, simbolo di sovranità e divinità, ma anche di imperialità come già presente nello stemma del Sacro Romano Impero, dell’Impero Bizantino, degli Aragonesi e dei Borboni.

Lo storico locale S. Centola definisce l’Aquila Bicipite “emblema simboleggiante l’unione spirituale dei due Imperi, d’oriente e d’occidente, uniti sotto lo scettro del grande Costantino”.

Se non si fosse conservata la portella ovale apribile anteriore del manufatto, sarebbe stata classificata come “Stemma Araldico”, e non come contenitore della reliquia.

Si presume che detto contenitore sia stato commissionato da Roberto Sanseverino e portato in occidente dalla Terra Santa nel XVII secolo.

Svetta oggi all’ingresso della sagrestia nella Chiesa Madre Santa Maria della Croce di Ferrandina, in rispetto alla storia e alla sacralità di detto manufatto ligneo a suffragio della Comunità.

Naturalmente non mancano le varie leggende che circondano detto emblema, una delle quali è la seguente…

Correva l’anno del Signore 1495, quando Ferrandina, cinta da ulivi e vento, attendeva con il fiato sospeso un evento che avrebbe segnato la sua memoria per secoli, le campane della Chiesa Madre di Santa Maria della Croce suonavano lente e solenni, come a chiamare non solo i vivi, ma anche le anime antiche che riposavano nella terra lucana.

Dalla via che saliva polverosa, apparve un corteo mai visto… cavalieri in armature lucenti, stendardi ricamati d’oro e cremisi, e in mezzo a loro, sotto un baldacchino sorretto da quattro uomini, un oggetto avvolto in drappi scuri, la gente mormorava, accalcata lungo i bordi della strada… “È giunto… è giunto davvero…”

A guidare il corteo erano due figure regali, riconoscibili anche senza corona, Federico e Isabella, sovrani venuti da lontano, custodi di un dono sacro, i loro volti, segnati dal viaggio e dalla responsabilità, tradivano un misto di fierezza e timore.

Quando il corteo giunse davanti alla chiesa, il vento si levò improvviso, sollevando i drappi e rivelando ciò che custodivano, una maestosa aquila bicipite, scolpita nel legno come fosse viva, le due teste, rivolte a oriente e a occidente, parevano vegliare su mondi lontani, mentre il petto dell’animale celava un segreto più grande di qualsiasi regno.

Il parroco, tremante, avanzò con l’incenso, Federico discese da cavallo e, con voce grave, disse… “Questa non è solo opera d’uomo, ma scrigno di fede, porta in sé il Sacro Legno della Croce, giunto dalla Terra Santa, che Ferrandina lo custodisca, e che Dio custodisca Ferrandina…”, Isabella, al suo fianco, posò una mano sull’aquila e sussurrò… “Due mondi, due imperi, una sola luce”.

Si racconta che, mentre l’aquila veniva portata dentro la chiesa, le sue ali parvero vibrare appena, come mosse da un soffio invisibile, alcuni giurarono di aver visto le due teste chinarsi, in segno di riverenza.

Da quel giorno, l’aquila bicipite non fu più soltanto legno scolpito, ma sentinella del sacro e custode di un mistero, e ancora oggi, nelle notti in cui il vento canta tra le pietre di Ferrandina, c’è chi dice di udire il battere lento delle sue ali, come a ricordare il giorno in cui i Reali e i Cavalieri portarono la fede fino al cuore del paese… in rispetto della fede e della venerabilità riservata al popolo Ferrandinese…

 

LA PASQUA DI OGGI È UGUALE A QUELLA DI IERI?

C’era una volta una Pasqua che profumava di pane caldo e silenzio divino…

La mattina arrivava piano, con le campane che suonavano a festa e la luce che entrava dalle finestre come una calda carezza, le case si riempivano di voci basse, di passi leggeri, di nonne che preparavano il pranzo e di mani che si cercavano in silenzio.

La Resurrezione non era solo una parola, era un’attesa condivisa, un respiro trattenuto che diventava sorriso, si vestivano gli abiti “buoni”, quelli che pizzicavano un po’, e si usciva tenendo stretta la mano di qualcuno, la strada era breve, ma sembrava importante, e in quella semplicità, tra un uovo sodo e una fetta di torta farcita, c’era qualcosa di sacro, il sentirsi insieme, il credere che dopo ogni inverno, davvero, qualcosa potesse rinascere…

Oggi la Pasqua arriva più in fretta, le campane ci sono ancora, ma spesso restano in un sordo sottofondo, coperte dal rumore dei messaggi, delle notifiche, delle ultime notizie, le tavole sono super imbandite, forse troppo, ma sempre più distratte, si sorride, sì… ma con un occhio allo smartphone, con la testa già altrove, ci si abbraccia, ma più distrattamente, si dice “Buona Pasqua” come si dice “a dopo”.

Eppure, se ci fermiamo un momento, proprio oggi… qualcosa potrebbe resistere, in una nonna che aspetta tutti con lo stesso amore di sempre, in un padre che taglia la torta Pasqualina come faceva suo padre, in un bambino che scarta l’uovo di cioccolato con gli occhi pieni di stupore e sorpresa, come se fosse la prima volta al mondo.

La Pasqua di ieri vive ancora in questi piccoli gesti, un po’ nascosta, un po’ timida, non chiede grandi cose, solo di essere ascoltata, forse la differenza non è nel tempo, ma nello sguardo.

Ieri si viveva più lentamente, oggi più freneticamente, ma la Resurrezione… quella vera… quella che parla al cuore… accade ancora nello stesso modo, quando qualcuno si ferma, guarda negli occhi chi ha accanto, e sceglie di esserci davvero, e allora, in quell’istante, senza rumore, la Pasqua torna a essere quella di una volta… o forse… non se n’è mai andata.

 

MA L’ORA CHE CAMBIERÀ STANOTTE È LEGALE O ILLEGALE?

Stanotte succede quella magia un po’ sospetta che chiamiamo ora legale, vai a dormire tranquillo alle 23:00… e ti svegli che qualcuno, nel frattempo, ti ha rubato un’ora di vita, senza lasciare biglietti, tra l’altro.

Le lancette fanno un salto in avanti, come se avessero fretta di arrivare all’estate, tu invece no… Tu eri lì che avevi appena iniziato a dormire bene, e zac… le 2 diventano le 3. Fine….

C’è chi dice… “È un vantaggio! Più luce la sera!”, ed è vero, uscirai dall’ufficio e il sole sarà ancora lì, a guardarti come per dire… “Dai, adesso vivi!”

Peccato che tu, dentro, sia una creatura notturna confusa, con l’anima ancora parcheggiata alle 2:17.

Poi c’è la categoria dei pragmatici… “Dormiremo un’ora in meno, ma recupereremo”, sì, certo, come no, recupererai esattamente come recuperi il sonno del lunedì… cioè mai.

I più colpiti sono quelli che lavorano dalla mattina presto, la sveglia suona, tu la guardi e pensi… “Questo orario è illegale, chiamate qualcuno voglio protestare”, ma nessuno risponde, perché anche loro stanno cercando di capire che giorno è.

E poi ci sono gli eroi silenziosi… quelli che dicono “Vabbè, tanto è solo un’ora”, gli stessi che dopo pranzo fissano il muro per 12 minuti, cercando di ricordare il proprio nome.

Ma non è tutto così negativo… no, perché l’ora legale ha anche il suo lato romantico, le serate più lunghe, le passeggiate ancora piene di luce, quella sensazione che l’estate stia facendo capolino come un ospite che arriva in anticipo ma è sempre il benvenuto.

Certo, nel frattempo il tuo cervello è in modalità aggiornamento sistema, “Installazione in corso, nuova percezione del tempo, tempo rimanente… boh.”

Quindi sì… sarà anche un po’ un vantaggio… ma a me pare una truffa gentile, ci regala luce… ma se la prende sotto forma di sonno, che è un po’ come pagare con una valuta che scopri essere importantissima solo quando finisce… morale della favola… domani saremo tutti leggermente più stanchi, un filo più confusi… ma con una scusa perfetta per dire… “Non sono io, è il fuso orario interiore…”

 

IL GRIDO DELL’ADDOLORATA ALLA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO A FERRANDINA…

“DOVE SEI… FIGLIO MIO DOVE SEI…”

La notte era buia a Ferrandina, come un velo di dolore steso sul silenzio delle case, le luci tremolanti delle candele in processione disegnavano ombre vive sui muri antichi, mentre un vento lieve portava con sé il suono lontano dei passi e della marcia funebre della banda locale, cadenzati come un cuore spezzato, dentro la sua chiesa, l’Addolorata attendeva.

Non era solo una statua, quella notte, era madre… era attesa… era strazio trattenuto nei secoli, il suo sguardo di vetro, colmo di lacrime immobili, sembrava cercare qualcosa oltre le mura, oltre il tempo stesso, come se sapesse… come se avesse sempre saputo, poi, lentamente, le porte si aprirono.

Un gemito attraversò la folla, non un grido, ma qualcosa di più profondo, il respiro collettivo di un popolo che si riconosce nel dolore di una madre.

I portatori si mossero piano, con rispetto, come se ogni passo potesse spezzare quel fragile equilibrio tra terra e cielo… l’Addolorata uscì, e in quell’istante, il tempo si fermò.

La banda smise di suonare, come per non disturbare il suo cammino, solo il suono cupo dei tamburi accompagnava il suo avanzare, mentre il corteo si snodava tra i vicoli stretti, illuminati da fiaccole che sembravano stelle cadute per guidarla, Lei cercava suo figlio… ogni passo era una domanda, ogni oscillazione del suo manto nero, un sussurro: “Dove sei? Dove sei figlio mio…”, e la gente, lungo il percorso, abbassava lo sguardo, incapace di sostenere quegli occhi pieni di lacrime, quel dolore antico e sempre nuovo, quando, in lontananza, apparve il feretro… il legno scuro brillava sotto le luci tremolanti, e il Cristo giaceva immobile, segnato dalla passione, avvolto nel silenzio più sacro, assorto nella pace eterna, quando le due processioni si incontrarono, accadde qualcosa che nessuno riuscì mai davvero a spiegare… il vento si fermò, le fiamme dei ceri si piegarono, come in un inchino… e per un istante eterno, madre e figlio furono di nuovo insieme… per l’ultima volta.

Non c’erano parole, solo lacrime di disperazione, lacrime di uomini, di donne, di angeli, lacrime di pietra e di straziante dolore, lacrime che da quel momento, avrebbero raccontato una storia più grande del tempo, più forte della morte.

L’Addolorata si fermò davanti al feretro, affranta, disperata, sconvolta, e chi era presente giura che, in quel preciso momento, il suo volto cambiò espressione, non meno doloroso, ma più umano, come se quel dolore, condiviso da tutti, fosse diventato anche speranza, perché quella notte non era solo morte, era attesa… era promessa… era giubilo, e mentre il corteo riprendeva il suo cammino, tra il suono dei passi stanchi e dei cuori infranti, Ferrandina tutta  portava con sé il peso e la luce di quella scena, una madre che incontra il figlio perduto… e lo affida, ancora una volta, all’eternità…