LA LEGGENDA DELLA
CAPPELLA DEL CALVARIO DI FERRANDINA
La Cappella
del Calvario a Ferrandina si erge poco lontano dall’abitato urbano, e dominando
dal punto più alto, offre una panoramica totale di tutto l’abitato.
La cappella
è dedicata all’Arcangelo Michele e contiene un altare ligneo, arredata con tele
che raffigurano la passione di Cristo.
Lungo un
sentiero, poco lontano, si giunge al Monte Calvario, su di una piccola altura dove
tre croci in ferro indicano la passione e crocifissione di Gesù, e proprio qui
si consumò uno dei più suggestivi scenari del risorgimento Lucano, con briganti
comandati da Vincenzo Mastrangelo colonnello della brigata locale, detto
“Staccone” per la sua conformazione fisica, contro i piemontesi usurpatori e
carnefici, scrivendo una delle pagine più tristi della storia locale, una
leggenda tramandata dai discendenti dei diretti protagonisti.
Sotto il
cielo ampio della Lucania, dove il vento porta ancora echi di voci lontane, la
Cappella del Calvario vegliava silenziosa su Ferrandina, come una madre che non
dorme mai, dall’alto, abbracciava con lo sguardo ogni tetto, ogni strada, ogni
anima che abitava quel lembo di terra antica, intrisa di storia e sacrificio.
Si dice che
l’Arcangelo Michele, a cui la cappella era consacrata, non avesse mai smesso di
combattere, non più con la spada fiammeggiante contro i demoni, ma nel cuore
degli uomini che, in tempi difficili, si trovarono a difendere ciò che amavano
più della propria vita.
Era un tempo
in cui la terra tremava sotto passi stranieri, e il silenzio dei campi veniva
spezzato dal rumore delle armi, i piemontesi avanzavano come un’ombra lunga,
portando con sé leggi nuove e un ordine che sapeva di ferro e paura, eppure,
tra quelle colline, c’era chi non voleva piegarsi.
Vincenzo Mastrangelo
non era solo un nome sussurrato tra i vicoli, era una presenza viva, un fuoco
negli occhi dei giovani, una speranza nei cuori degli anziani, lo chiamavano
brigante Staccone, ma per la sua gente era un figlio della terra, uno che aveva
scelto di restare quando sarebbe stato più facile fuggire.
Le notti
erano lunghe, illuminate da fuochi discreti e da preghiere sussurrate, nella
cappella, tra le tele della Passione di Cristo, uomini stanchi si
inginocchiavano, riconoscendo nel dolore dipinto sulle pareti qualcosa di
profondamente loro, anche loro portavano una croce, invisibile ma pesante.
Il sentiero
che conduceva al Monte Calvario diventò presto un cammino sacro, e lì, sulle
tre croci di ferro, non si vedeva solo il sacrificio di Cristo, ma il destino
di chi combatteva sapendo di poter perdere tutto, ogni passo era un addio non
detto, ogni sguardo un ricordo inciso per sempre… E poi venne il giorno…
Il vento era
fermo, come se anche la natura trattenesse il respiro, le colline, testimoni
silenziose, videro uomini affrontarsi non solo con armi, ma con ideali
inconciliabili, da una parte l’ordine imposto, dall’altra una libertà
disperata, radicata nella terra stessa.
Mastrangelo
guidava i suoi con una calma che sapeva di destino, non c’era odio nei suoi
occhi, ma una tristezza profonda, come quella di chi sa che ogni vittoria sarà
comunque una perdita, combatterono con il coraggio di chi non ha più nulla da
difendere se non la propria dignità.
Quando tutto
finì, il silenzio tornò, ma non era lo stesso, era un silenzio pesante, colmo
di nomi che nessuno voleva dimenticare, le tre croci, da allora, non furono più
solo simbolo di una passione antica, ma memoria viva di uomini caduti per amore
della propria terra.
Ancora oggi,
quando il sole tramonta dietro Ferrandina e la luce accarezza la Cappella del
Calvario, qualcuno giura di sentire passi lungo il sentiero, non sono fantasmi,
ma ricordi, ricordi di eroi senza medaglie, di cuori ostinati, di una storia
che non si è mai davvero conclusa… Perché ci sono luoghi in cui la terra non
dimentica… e Ferrandina, dall’alto del suo Calvario, continua a raccontare…
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