Matera Capitale

I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

venerdì 1 maggio 2026

 

TANTO PER PRECISARE…

Informo i lettori che i miei scritti sono frutto di studi approfonditi e ricerche certosine su documenti storici di archivi di Stato e del Catasto Onciario di Napoli, le notizie storiche prelevate da antichi testi ormai dimenticati e lasciati impolverare in scaffali compromessi dalla stabilità, le notizie storiche sono reali, come anche alcune leggente riportate da voci metropolitane, altre invece frutto della mia fantasiosa memoria storica millenaria, per invogliare la curiosità e la lettura anche ai meno interessati, e nello stesso tempo dare nozioni di storia antica locale, per informare, promuovere e divulgare ricchezze storico/artistiche/monumentali di una cittadina poco valorizzata e poco riconosciuta nel Mondo del Patrimonio Culturale e Storico Italiano, Europeo, Mondiale, e in attesa di riconoscimenti ufficiali, che presto o tardi arriveranno, e ve lo garantisco, continuerò fino all’ultimo dei miei giorni, a pubblicare storie e leggende della città di Ferrandina… degna provincia della Capitale Europea e Mediterranea della Cultura e del Dialogo.

n.b. Presto tutte le storie verranno raccolte e pubblicate in un singolo libro e sarà disponibile a chiunque vorrà acquistarlo e conservarlo come patrimonio culturale personale.

Enzo Scasciamacchia

 

LE FESTIVITÀ, PIENE DI INDIGESTIONI 

E COLICHE INTESTINALI

Una tranquilla Pasqua e una divertente Pasquetta all’insegna di pranzi abbondanti e indigestioni da ricordare fino a Ferragosto quando andremo a fare… la prova costume… depressione infinita…

C’era una volta una Pasqua tranquilla, o almeno, così era stata venduta nel gruppo WhatsApp di famiglia.

“Quest’anno facciamo una cosa semplice”, aveva scritto mia cugina Mariagrazia, traduzione… antipasti per 12… anche se si è in 6.

Arrivo alle 12:30 con l’ingenuità di chi ha fatto una colazione leggera “per tenersi spazio”, errore numero uno, sul tavolo lo aspettano… uova sode decorate come opere d’arte rinascimentali, salumi disposti a forma di colomba e una pastiera che ti guarda come se sapesse già come andrà a finire, “Assaggia, è leggero!” dice qualcuno porgendomi una fetta grande quanto un manuale universitario, dopo il terzo giro di antipasti, provo a fare una mossa strategica… “No grazie, aspetto il primo”, silenzio… sguardi preoccupati, “Ma come, non mangi?”, errore numero due.

Arriva il primo, lasagne, non una porzione… la porzione… quella che sfida le leggi della fisica e della dignità umana… sorrido, ma dentro di me sto già scrivendo il testamento.

Segue il secondo, poi il contorno, poi “solo un assaggino” di tutto quello che non era ancora stato servito, alle 16:45 qualcuno propone il dolce, nel frattempo… non sento più le gambe, ma annuisco, non per scelta, è un riflesso automatico.

Alle 18:00, sdraiato sul divano in una posizione che nessun fisioterapista approverebbe, sussurro… “Mai più…” pasquetta…

Ore 10:00, messaggio nel gruppo… “Ragazzi, picnic leggero! Solo cose semplici!”, io, ancora gonfio come un pallone da calcio regolamentare, penso… “Questa è la mia occasione di redenzione”, errore numero tre.

Arrivano al prato… “Cose semplici” include… frittate, parmigiana, arancine, panini ripieni con qualsiasi cosa esista sulla Terra, e una teglia misteriosa che nessuno ha mai visto ma tutti devono assaggiare, “Dai, oggi si mangia all’aria aperta!”, che, apparentemente, rende le calorie più veloci, resisto, bevo acqua, respira e guardo l’orizzonte… poi qualcuno apre il contenitore della pasta al forno… Game over.

Ore 15:30: io ormai sono steso sull’erba, guardo il cielo e faccio un patto con l’universo… “Se sopravvivo, da domani a dieta”.

Arriva Ferragosto… spiaggia, sole… costume… mi guardo allo specchio, sospiro e dico… “Vabbè… se respiro piano magari non si vede”, e mentre mi avvio verso l’acqua con la dignità di un eroe sconfitto ma ancora in piedi, sento una voce familiare… “Oh Enzo! Vieni, abbiamo portato qualcosa da mangiare!”… silenzio… sguardo verso il mare… sguardo verso il cibo… “…Arrivo”.

 

LA VITA OLTRE LA VITA...

Cerco di immaginare come potrebbe essere la mia vita dopo la dipartita... e ve lo racconto.

Non avevo mai avuto paura della morte, non perché fossi coraggioso… tutt’altro… ma perché non ero mai riuscito a immaginarlo davvero, mi sembrava sempre una parola troppo grande per stare dentro la mia testa.

Poi, un giorno qualunque, uno di quelli con il caffè bevuto in fretta e una lista di cose da fare mai completata… successe… la cosa più strana fu che… non successe niente.

Nessun tunnel luminoso, nessun coro angelico, solo silenzio… e poi una stanza, una stanza semplice, con una sedia, un tavolo e una finestra, fuori, un paesaggio indefinito, non mare, non montagna, non città,  qualcosa che cambiava leggermente ogni volta che lo guardavo, come se non riuscissi a decidermi, “Ah,” dissi, sedendomi… “Quindi è così”.

Passarono minuti, o forse ore, o forse niente, perché lì il tempo sembrava una convenzione un po’ superata, alla fine comparve qualcuno, un tipo normale, in giacca, con un’aria leggermente annoiata… “Enzo?”… “Sì”, “Benvenuto”, “Grazie… credo… è l’aldilà?”, “Più o meno, dipende da come lo vuoi chiamare”… annuii, come se avessi capito… ma non aveva capito niente… “E quindi adesso?”… “Adesso vivi”, aggrottai la fronte… “Scusa?”… “Vivi… Qui”.

E in effetti iniziò così…

I giorni… se così si potevano chiamare… si riempirono lentamente, libri che comparivano quando li desideravo, passeggiate in luoghi che cambiavano a seconda dell’umore, conversazioni con persone che sembravano sapere sempre esattamente cosa dire… o cosa non dire, era… piacevole… forse troppo.

Dopo un po’, iniziai a notare qualcosa, nessuno aveva fretta, nessuno sbagliava davvero, nessuno perdeva niente, e, cosa più inquietante, nessuno desiderava veramente qualcosa…

Una sera, o quello che gli somigliava, tornai dall’uomo in giacca… “Senti,” dissi, “è tutto… bello, ma anche un po’ vuoto, no?”, l’uomo lo guardò senza sorpresa, “Succede”, “Succede?”, “Sì, arriva sempre questo momento”, mi sedetti, “E allora?”, “Abbiamo delle opzioni”, “Tipo?”, “Puoi restare qui, tranquillo, senza dolore, senza rischi”, “Oppure?”, “Oppure puoi tornare”, rimasi in silenzio… “Tornare dove?”… “Indietro, alla vita”, “Ma, per caso sono morto”, “Dettagli tecnici”, risi… una risata breve, quasi incredula, “E perché qualcuno dovrebbe voler tornare?”, l’uomo fece spallucce, “Perché lì le cose finiscono”, “E qui no?”, “No”,

Guardai fuori dalla finestra, il paesaggio stava cambiando di nuovo, bello… sempre più bello… troppo bello, “E se torno… ricorderò tutto questo?”… l’uomo sorrise appena, “No, ma qualcosa ti resterà addosso, una specie di nostalgia senza nome”, mi alzai… “E se resto?”, “Resterai… per sempre”, “Per sempre è lungo”, “Esattamente”.

Ci pensai… non molto, a dire il vero, “Sai che ti dico?” dissi infine… “Riproviamo”.

L’uomo annuì, come se fosse la scelta più comune del mondo, “Bene… allora vai”, la stanza svanì… aprii gli occhi di colpo… il caffè era ancora caldo sul tavolo, il telefono vibrava, una lista di cose da fare mi fissava dallo schermo… “Ah,” dissi, portandomi una mano al petto… “Che sogno strano…”, mi alzai, un po’ scosso, ma con una leggerezza nuova, non sapevo perché, ma tutto mi sembrava improvvisamente più fragile, più… prezioso, sorrisi… poi mi fermai, e sul tavolo, accanto al caffè, c’era un foglietto che non ricordavo di aver scritto… una frase sola, in una grafia che sembrava la sua… “Hai già scelto una volta… non sprecarla…”.



 

FERRANDINA NELLE VICENDE STORICHE DEL RISORGIMENTO LUCANO.

RICORDANDO I FATTI DEL 16 LUGLIO 1860

Nella cittadina di Ferrandina, in provincia di Matera, ebbe luogo un’insurrezione popolare di grande clamore «sia per la determinazione insolita messa in atto nello svolgersi dei fatti, sia per la grande risonanza che ebbe sul Comitato centrale di Corleto Perticara e sulla stessa direzione di Napoli». A Ferrandina, durante i festeggiamenti della Madonna del Carmine, un gruppo di giovani, capeggiato dal noto liberale di Ferrandina, Carmine Sivilia, iniziò ad inneggiare alla libertà con grida di «viva Garibaldi, viva Vittorio Emanuele». Il coinvolgimento e l’entusiasmo divenne totale tanto che le forze dell’ordine non riuscendo a capire quale fosse l’esatta entità dei rivoltosi, ritennero prudente non intervenire». La autorità civili e militari rimasero sbigottite. Un corriere fu mandato a Matera per chiedere rinforzi alla forza pubblica. Il 18 luglio, infatti, una quindicina di gendarmi, si riteneva che la sollevazione fosse circoscritta a pochi rivoluzionari, pur facendo intendere che sarebbero arrivati altri 70 militari, era pronta a dar fuoco ai rivoltosi. Proprio nella piazza più importante di Ferrandina, in quella del Largo oggi piazza Plebiscito, questi imposero alla folla di «togliersi i cappelli, in segno di riverenza, e di gridare viva Francesco II». Ma ormai la sommossa era nell’animo dell’intera cittadinanza. Dalle strade vicine giunsero da diverse direzioni i patrioti più intraprendenti, come l’avvocato Carmine Sivilia, Giacomo De Leonardis, Giuseppe Assetta, Domenico Scorpione, Felice Bitonti, Raffaele Masciulli, Nicola Petruccelli, Leonardo Murante, Nicola Provinzano, Raffaele ed Eligio Lanzillotti, Giovanni ed Antonio Grassi e molti altri, i quali con fierezza sfidarono il corpo preposto a sedare la rivolta gridando ad alta voce «viva l’Italia, viva Garibaldi». Immediatamente lo stesso fermento si propagò in tutti i presenti tanto da divenire un potente e assordante boato che inneggiava a Garibaldi. La forza dell’ordine dovette piegare la testa.

Vinta dall’euforia collettiva insurrezionale, pensò di ritirarsi di buon ordine in attesa di tempi migliori. Ma gli eventi incalzavano in favore della tanta sospirata unificazione del Paese. Il tarantino Nicolò Mignogna, uno dei volontari che si arruolò fra i Mille, fu mandato da Garibaldi in Basilicata affinché preparasse il terreno per l’insurrezione della regione.

Insieme al patriota Giacinto Albini, divise la Basilicata in dodici Centri d’Azione dipendenti da quelli di Corleto Perticara, mettendoli a loro volta in comunicazione con i Comitati pugliesi. Il colonnello barlettano Camillo Boldoni, inviato dal Comitato d’Ordine napoletano, doveva assumere il comando militare del movimento insurrezionale. Si avviavano i preparativi della grande rivolta lucana del 18 agosto del 1860.

Da ricordare anche uno dei più grandi rivoluzionari della storia Ferrandinese, Giuseppe Venita, rivoluzionario Lucano (Ferrandina, 19 Marzo 1744 – Calvello, 13 Marzo 1822) è stato un patriota italiano, uno dei più valorosi condottieri dei moti carbonari del 1820 in Basilicata. Nel 1798 divenne sergente e passò al servizio del governo della Repubblica partenopea. In seguito, si arruolò nell'esercito borbonico apparentemente come valoroso combattente ma, in realtà, fu una spia. Costituì una vendita carbonara assieme al fratello Francesco, con l'obiettivo di ripristinare la Costituzione soppressa dal re Ferdinando I e tentando di condurre il popolo lucano verso ideali patriottici. Fu inviato il generale Roth per reprimere le sue attività rivoluzionarie. Venita si rifugiò a Calvello ma venne scovato dal contingente austriaco e condannato a morte assieme ad altri cospiratori, incluso suo fratello.

La Leggenda del Fuoco di Ferrandina

Si racconta che, nelle notti d’estate, quando il vento accarezza le pietre antiche di Ferrandina e le campane sembrano suonare da sole, le voci dei patrioti del passato tornino a vivere…

Era il 16 luglio 1860, giorno di festa per la Madonna del Carmine, le strade erano piene di luci e canti, ma sotto quella gioia si nascondeva un’anima inquieta, pronta a ribellarsi.

Quando il giovane liberale Carmine Sivilia alzò la voce gridando “Viva Giuseppe Garibaldi! Viva l’Italia!”, fu come se una scintilla avesse incendiato un intero popolo.

Si dice che in quel momento, tra la folla, apparve una figura misteriosa, un uomo vestito di scuro, con lo sguardo fiero e antico, alcuni giurarono che fosse lo spirito di Giuseppe Venita, tornato a guidare i suoi concittadini, nessuno osò fermarlo mentre passava tra la gente, toccando le spalle dei più giovani, infondendo coraggio, quando i gendarmi arrivarono e imposero di gridare “Viva Francesco II”, accadde qualcosa di straordinario, un silenzio improvviso calò sulla piazza… poi, come un tuono, si levò un grido unico, potente, irresistibile… “Viva l’Italia! Viva Garibaldi!”.

Le cronache raccontano di una ritirata prudente delle forze dell’ordine, ma la leggenda narra altro, i soldati, guardando negli occhi quella folla, videro non uomini, ma un popolo guidato da ombre antiche, da padri e fratelli caduti per la libertà… e tremarono…

Non tutti vissero quei giorni come un trionfo, la famiglia De Leonardis, si dice, perse due figli nelle settimane successive, partiti per unirsi ai moti lucani e mai più tornati, la madre, ogni sera, lasciava una candela accesa alla finestra, sperando di rivederli.

Anche i fratelli Lanzillotti furono divisi, uno restò fedele al re, l’altro alla causa italiana, si incontrarono una sola volta, nella notte, senza parlare, si abbracciarono in lacrime, sapendo che il destino li aveva messi su fronti opposti, eppure, tra dolore e sangue, nacque qualcosa di più grande.

Quando, un mese dopo, la Basilicata si sollevò definitivamente, si racconta che molti giurarono di aver visto ancora quell’uomo misterioso… Venita… camminare tra i patrioti, accanto a figure come Nicolò Mignogna e Giacinto Albini, come se il passato e il presente si fossero uniti… il suo messaggio era semplice… “La libertà non muore mai… cambia solo volto”.

Con l’Unità d’Italia, Ferrandina pianse i suoi caduti, ma non fu più la stessa, le famiglie distrutte trovarono lentamente pace, la madre dei De Leonardis smise di accendere la candela quando un commilitone le riportò una lettera dei figli, morti da eroi, i fratelli Lanzillotti si ritrovarono anni dopo, finalmente dalla stessa parte, sotto una sola bandiera, e ancora oggi si dice che, nelle notti del 16 luglio, chi passa per Piazza Plebiscito può sentire un’eco lontano… “Viva l’Italia… viva Garibaldi…”, e tra la folla invisibile, qualcuno giura di vedere un uomo sorridere, con lo sguardo fiero di chi ha sacrificato tutto… ma non è stato dimenticato…

 

LA NOTTE IN CUI UGGIANO TREMÒ… 

NACQUE FERRANDINA

Si racconta che, quando il castrum di Oblano dominava ancora fiero le colline e le sue torri vegliavano sulle valli lucane, Uggiano fosse una roccaforte tanto potente da attirare l’attenzione di re, principi e guerrieri.

Le sue mura avevano visto passare eserciti, cavalieri e sovrani, ma nulla avrebbe potuto preparare i suoi abitanti a ciò che accadde in una notte senza luna.

Era l’anno che precedette la fondazione della nuova Ferrandina. l’aria era immobile… troppo immobile, i contadini parlavano sottovoce, e gli anziani dicevano che la terra “respirava male”, poi, all’improvviso, il silenzio si spezzò, un boato profondo, come il ruggito di una bestia sepolta nelle viscere della terra, scosse le fondamenta del castello, le mura tremarono, le torri oscillarono, e dalle pietre caddero frammenti come lacrime di roccia, le campane iniziarono a suonare da sole, e dalle porte del castello irruppero cavalieri a cavallo, con armature che riflettevano i bagliori delle torce, i loro cavalli nitrivano impazziti mentre cercavano di farsi strada tra la folla, i soldati gridavano ordini, ma le loro voci si perdevano tra le urla della gente… “Fuggite! La terra si apre!”… le donne stringevano i bambini, gli anziani cadevano in ginocchio pregando, mentre crepe profonde si aprivano lungo le strade del borgo.

Si narra che, tra il caos, apparve una figura avvolta in un mantello scuro, un messaggero del re, portava l’ordine di abbandonare Uggiano… il sovrano, si diceva, aveva ricevuto un presagio, quella terra non era più sicura.

I nobili uscirono dal castello scortati da guardie armate, mentre cavalieri lanciati al galoppo attraversavano la folla disperata, alcuni cercavano di mantenere l’ordine, altri semplicemente fuggivano, un’intera popolazione si riversò fuori dalle mura, come un fiume in piena, dietro di loro, il castrum di Oblano continuava a tremare, una torre crollò con un fragore immenso, una nube di polvere si alzò verso il cielo, oscurando le stelle, si dice che in quel momento molti giurarono di aver visto luci strane tra le rovine, come spiriti intrappolati nella pietra… quella notte, nessuno dormì… e all’alba… Uggiano era già quasi vuota, gli abitanti, guidati da soldati e messi reali, si incamminarono verso la nuova città voluta dal re Federico d’Aragona… Ferrandina, un luogo che prometteva sicurezza… ma che non avrebbe mai avuto l’anima di Uggiano… e ancora oggi, tra le rovine di Ferrandina Vecchia, quando il vento soffia tra le pietre, qualcuno giura di sentire il galoppo dei cavalli, le urla dei soldati e il pianto della gente, e nelle notti più silenziose… si dice che la terra… sotto il castrum… continui ancora a tremare.



 

LA FAMIGLIA D’AMATO CANTORIO

TRA FERRANDINA E MONTEPELOSO (OGGI IRSINA)

Le notizie riguardanti le origini della famiglia d’Amato o d’Amati sono piuttosto esigue e per certi aspetti anche controverse. La casata sarebbe attestata sul territorio irsinese tra XVII e XVIII secolo, articolata in diverse ramificazioni, ed in merito alla sua originaria provenienza sono state avanzate solo alcune ipotesi. L’Ufficio Ricerche Araldiche Storiche e Genealogiche in una lettera del 2 marzo 1943, rinvenuta nell’archivio privato degli Amato Cantorio, riferisce che “… i d’Amato, uomini illustri d’arme e di toga sarebbero di origine napoletana, già presenti sin dal IV secolo, nobilitati e con stemma gentilizio depositato nell’Archivio Storico Napoletano. Secondo l’illustre storico Michele Ianora, autore di una monografia sulla cittadina di Montepeloso, oggi Irsina, la famiglia sembrerebbe, invece, provenire dall’Amantea e avrebbe avuto tra i suoi insigni discendenti un Domenico, Vescovo di Castro, ed un Mauro, abate di Montecassino. Tra la corrispondenza dello stesso Ianora sono state rinvenute un paio di lettere datate 1906 e 1908, provenienti da Montecassino, nelle quali si risponde a richieste di informazioni relative all’abate Mauro de Amato (1660 – 1746) avanzate dallo storico irsinese. Da esse si evince che il De Amato non fu mai né Abate di Montecassino, né Presidente della Congregazione Cassinese e che lo stesso ricoprì la carica di Abate titolare del Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso e ancor prima di Priore ed Amministratore dei monasteri di Castrovillari e Ragusa. Tuttavia, un riferimento a Mauro De Amato Cassinensis Congregationis Abbati, risulta in un’iscrizione lapidea, collocata all’interno della Cattedrale di Irsina, che raffigura uno stemma gentilizio riproducente, nella parte superiore, tre stelle separate, con una fascia, da Archivio privato d’Amato Cantorio. Notizie tratte da: Ianora Michele, Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso (oggi Irsina), Matera 1987, (ristampa anastatica), Archivio privato Ianora, serie Corrispondenza, lettera inviata il 9 maggio 1906 dall’archivista capitolare Ambrogio M. Amelli, dell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, al prof. Michele Janora. Archivio privato Ianora, serie Corrispondenza, copia di una lettera datata Montecassino, 30 settembre 1908 un cuore rappresentato nella parte inferiore, il tutto sormontato da una croce pastorale e dal cappello vescovile. Iscrizione lapidea sita nella Cattedrale d’Irsina Analogo stemma è rilevabile in Irsina sia all’interno del palazzo d’Amato Cantorio, sito in via Roma, che sul portale principale della masseria denominata Torre Finizia sita alla contrada Basentello, attestata già dagli inizi del XIX secolo di proprietà della stessa famiglia.

Stemma sito all’interno di Palazzo d’Amato Cantorio - Irsina Stemma sito sul portale di Torre Finizia, tale circostanza, però, potrebbe avvalorare l’ipotesi che l’ecclesiastico abbia fatto parte dello stesso ramo d’Amato presente in Irsina. Il documento più antico riferibile al fondo d’Amato Cantorio “Acta Preamboli p. D. Iosepho Amato”, databile 1740 – 1749, di cui si fornisce la trascrizione integrale in appendice all’inventario, è preceduto da un albero genealogico della famiglia, in cui è indicata la discendenza di un tale Giuseppe Amato per otto generazioni fino al capostipite Ambrosio Amato, discendente dei nobili di Catanzaro.

Dallo studio dell’ albero genealogico si evince non solo che, fratello di Giuseppe sarebbe stato quel Domenico (1696 – 1770), prima vicario generale di Velletri e poi Vescovo di Castro citato dallo Ianora, ma anche che un figlio del medesimo Giuseppe, Domenico Antonio, avrebbe contratto matrimonio con una tale Felicia Cantorio Putignano, da cui sarebbe derivato il cognome unito d’Amato Cantorio. I documenti conservati nell’archivio privato consentono, però, di ricostruire in maniera sistematica la storia della famiglia solo a partire dagl’inizi del XIX secolo, quando Nicola d’Amato Cantorio (1820-1895) raccoglie l’eredità del padre Domenicantonio che, deceduto in Nicola d’Amato Cantorio giovane età, aveva affidato il figlio ancora minorenne alle cure della madre e l’amministrazione delle sue proprietà ad un procuratore la cui gestione, poco oculata e incline a facili donazioni nei confronti del clero, aveva determinato il depauperamento delle sostanze. Raggiunta la maggiore età, Nicola non solo si riappropria della sua eredità ma ne determina l’accrescimento. Affiancato, infatti, da Francesco D’Urso, fidato amministratore dei possedimenti siti in Irsina, stipula vantaggiosi contratti di locazione e numerosi istrumenti d’acquisto di terreni. È del 28 maggio 1858, ad esempio, un istrumento con il quale don Gregorio Ridola di Matera vende a don Nicola una proprietà con vigna, casina, cappella e pozzo sita alla contrada Madonna del Pozzo in agro di Ferrandina. Nel frattempo don Coletto ha sposato Angela Lisanti dalla quale ha avuto due figli: Giuseppe, nato a Ferrandina il 5 aprile 1855, ed Eugenio. È a loro che Nicola affida il proprio patrimonio al momento del suo decesso avvenuto il 25 settembre 1895.

E come tutte le famiglie gentilizie che si rispettino, non può mancare una leggenda che ne valorizzi ancora di più il valore storico e nobiliare…

La Maledizione dei d’Amato Cantorio

Tra le colline silenziose che separano Ferrandina da Montepeloso, l’odierna Irsina, si tramandava da secoli una storia che pochi osavano raccontare a voce alta, era la storia della famiglia d’Amato Cantorio… e dei loro tormentati testamenti.

Si diceva che tutto ebbe inizio con un documento antico, redatto tra il 1740 e il 1749, gli “Acta Preamboli di Don Iosepho Amato”, un atto apparentemente innocuo, ma che nascondeva una verità pericolosa, in esso, oltre alla genealogia che riconduceva la famiglia ai nobili di Catanzaro, vi era un riferimento criptico a proprietà immense, mai ufficialmente dichiarate.

Secondo la leggenda, Giuseppe Amato non lasciò semplicemente beni ai suoi discendenti, ma frammentò la sua eredità in più testamenti, ognuno dei quali conteneva solo una parte della verità, solo riunendoli tutti si sarebbe potuto accedere a un patrimonio immenso, terre fertili, palazzi nobiliari e, soprattutto, depositi bancari nascosti presso istituti napoletani, accumulati nei secoli da uomini d’arme e di toga.

Ma quei testamenti furono presto oggetto di manipolazioni…

Si racconta che già nel Settecento, dopo la morte di Domenico, il vescovo, uno dei documenti venne alterato da un parente ambizioso, da quel momento, ogni generazione cercò di riscrivere la propria parte di eredità, falsificando firme, aggiungendo clausole, cancellando nomi.

Il vero caos esplose nell’Ottocento, alla morte di Domenicantonio…

Il giovane Nicola d’Amato Cantorio, rimasto orfano, venne affidato a un procuratore che, almeno secondo le voci, non si limitò a gestire male i beni, ma cercò di impossessarsi di uno dei testamenti originali, alcuni sostenevano che lo avesse nascosto nella cappella della proprietà della Madonna del Pozzo, altri che lo avesse venduto a un prelato.

Quando Nicola raggiunse la maggiore età, trovò un patrimonio ridotto… ma anche tracce evidenti di manomissioni, fu allora che iniziò la sua ossessione.

Per anni acquistò terreni, stipulò contratti, ricostruì il patrimonio familiare, ma il suo vero scopo, sussurravano i contadini, era un altro, ritrovare tutti i testamenti e ricomporre il segreto originario… e si dice che ci riuscì…

Nel 1895, poco prima di morire, Nicola convocò i suoi figli Giuseppe ed Eugenio nel palazzo di via Roma a Irsina, mostrò loro un fascio di documenti sigillati e parlò di ricchezze incalcolabili custodite tra Napoli, Matera e terre mai registrate ufficialmente… ma quella notte accadde qualcosa… e anche se le versioni divergono…

Alcuni raccontano che Giuseppe e Eugenio litigarono violentemente per l’eredità, arrivando alle armi, altri sostengono che un terzo uomo, forse un membro del clero o un lontano parente, fosse presente e avesse tentato di impadronirsi dei documenti, quel che è certo è che all’alba Nicola fu trovato morto… ufficialmente per cause naturali… ma uno dei figli sparì… e i testamenti… anche…

Negli anni successivi, strane morti colpirono chiunque cercasse di ricostruire la storia della famiglia, archivi bruciati, lettere scomparse, testimoni silenziati, perfino le iscrizioni nella cattedrale sembravano, secondo alcuni, cambiare dettagli con il passare del tempo.

Ancora oggi, tra le mura del palazzo d’Amato Cantorio e nella masseria di Torre Finizia, si dice che nelle notti senza luna si possano udire passi e sussurri, c’è chi giura che uno dei testamenti sia ancora nascosto, forse murato dietro uno degli stemmi con le tre stelle e il cuore… e che chiunque lo trovi… non erediterà solo una fortuna… ma anche la maledizione…

 

UN AUGURIO PER TUTTI

Buona Pasqua di Resurrezione a tutti, parenti, amici o semplici conoscenti, a tutti i miei lettori, auguri di prosperità, serenità, amore e buona salute, auguri a chi ce, a chi ce stato e a chi continuerà ad esserci, auguri anche a chi non c’è più da poco, e a chi non c'è più da tanto… resteranno comunque sempre nei nostri cuori… che il ricordo di chi abbiamo amato continui a vivere nei gesti quotidiani, nei sorrisi condivisi e nei valori che ci hanno trasmesso… che questa Pasqua porti luce anche nei momenti più difficili, doni speranza a chi la sta cercando e forza a chi ne ha bisogno… che sia un tempo di rinascita interiore, di pace sincera e di nuovi inizi, anche piccoli, ma pieni di significato.

Abbracciamo con gratitudine ciò che abbiamo, stringiamoci di più a chi amiamo e impariamo a guardare avanti con fiducia, senza dimenticare il passato che ci ha resi ciò che siamo…

A tutti voi, che fate parte della mia vita in un modo o nell’altro, auguro giorni pieni di calore, cuori leggeri e anime serene… Buona Pasqua di Resurrezione… con tutto il cuore… Enzo…

 

PALAZZO NOBILIARE FAM. BITONTO

E LA LEGGENDA DELLA STREGA MALEFICA

Ubicato in Via Vittorio Veneto, risale al XIX secolo, a pianta rettangolare, terrazzi piani e tetti doppia falda, scalinata esterna, muratura in pietra e mattoni intonacata, balconi ad arco con modanatura alle finestre.

Palazzotto ottocentesco a due piani, caratterizzati l’uno da balconi incassati ad arco, e l’altro da finestre e portale con modanature e da rampe di scale con struttura ad arco.

Questo Palazzotto nobiliare vanta una singolare leggenda, riportata qui di seguito…

Nel cuore della Cittadella, quando il Palazzo dei Bitonto ancora dominava silenzioso Via Vittorio Veneto, si raccontava di una presenza oscura che abitava i locali sottostanti, anticamente adibiti a stalla e deposito, con botole di accesso a sotterranei bui e umidi.

Si diceva che, molti anni prima, in quei sotterranei umidi e scavati nella pietra, una donna conosciuta solo come… “La Nera” praticasse magia nera, nessuno ricordava il suo vero nome, i pochi che avevano osato descriverla parlavano di occhi come carbone spento e mani sempre macchiate, come se la terra stessa le si aggrappasse addosso.

Era una strega, e non di quelle che si limitano a sussurrare maledizioni al vento, la sua presenza portava disgrazia tangibile, raccolti che marcivano prima del tempo, animali che nascevano deformi, bambini colpiti da febbri inspiegabili.

Accanto a lei viveva suo marito, un contadino rozzo e analfabeta, chiamato Pietro, era un uomo smagrito e curvo, con mani lucide e curate, non era molto predisposto al lavoro, e uno sguardo sempre perso, come se non comprendesse appieno il male che lo circondava, alcuni dicevano fosse complice, altri, solo uno strumento manipolabile nelle mani della moglie, ma una cosa era certa… insieme, non avevano mai portato nulla di buono.

Ogni notte, dai sotterranei dei locali sotto il palazzo, si levavano rumori strani, raschiamenti, sussurri, a volte urla soffocate, e chi passava troppo vicino giurava di sentire il terreno vibrare, come se qualcosa sotto cercasse di emergere.

Per anni, gli abitanti della Cittadella sopportarono pazientemente, ma quando una stagione intera di raccolti andò perduta e una strana malattia iniziò a diffondersi tra la gente, la paura si trasformò in rabbia.

Una notte senza luna, armati di torce e forconi, gli abitanti si radunarono davanti al palazzo, non bussarono alla porta principale, conoscevano la verità, il male non stava sopra, ma nei locali sotto… sfondarono l’ingresso e si calarono nei sotterranei… lì trovarono La Nera intenta in un rituale, circondata da simboli tracciati con terra e sangue, Pietro era accanto a lei, tremante, come un animale in gabbia, non ci fu processo, né parole… solo giustizia feroce…

Si racconta che li trascinarono fuori, ma non li portarono lontano, la punizione doveva essere esemplare, scavarono una fossa proprio sotto le fondamenta del palazzo e li seppellirono vivi, insieme, condannandoli a restare per sempre nel luogo da cui avevano diffuso il male… ma la storia non finisce lì… da allora, nelle notti più fredde, chi passa vicino al palazzo giura di sentire ancora dei colpi sordi provenire dal sottosuolo, e c’è chi dice che, nelle crepe più antiche dei muri, si intraveda qualcosa muoversi… come dita di terra che cercano ancora di uscire… qualcuno, abbassando la voce e sussurra… forse non sono mai davvero morti…

 

PALAZZO RAGO… 

SCENARIO DI UNA LEGGENDA STRUGGENTE

Nel XVIII secolo, Ferrandina assiste alla nascita di un nuovo ceto sociale, la borghesia, ed al consolidarsi della classe nobiliare, dovute sia al tramonto del vecchio sistema feudale sia alla crescente prosperità economica indotta da fiorenti attività agricole ed industriali, tra cui si segnala la coltivazione dell’ulivo (un censimento ottocentesco riferisce la presenza di ben 42 trappeti) e la lavorazione della lana e della bambagia. Si verifica quindi una notevole espansione urbanistica a valle del nucleo cinquecentesco, secondo un sistema viario organizzato in rettifili adagiati alla morfologia del suolo, mediante un impianto terrazzato con larghe strade fiancheggiate dai tipici caseggiati allineati a schiera (comunemente dette casedde) costituenti un tessuto edilizio abbastanza omogeneo e compatto, dal quale spiccano i palazzi padronali, simbolo del nuovo potere economico e dell’alto livello sociale. Imponente e maestoso si pone come elemento qualificante del centro storico del paese, d’impianto quadrangolare, a cavallo di due strade principali dell’abitato è caratterizzato a monte da un fronte basso privo di elementi architettonici, con unico elemento focalizzante del portale in pietra sagomata a cornici digradanti. Il complesso principale si sviluppa a valle e rivela caratteri architettonici e decorativi fine ottocento, la facciata su Via Mario Pagano inquadrata da due pilastri angolari, ornati a piano terra da due piatte e larghe lesene, concluse in un elemento pensile, risulta articolata e ripartita simmetricamente dalle aperture delle finestre. In posizione assiale si apre il portale della stessa fattura di quello superiore in conci sagomati di pietra, con stemma nobiliare in chiave, affiancato da due finestre quadrate. Il prospetto ai piani superiori è scandito da due ordini di balconi su mensole in ferro lavorato, un sobrio loggiato centrale a due arcate a tutto sesto su pilastri quadrangolari a croce e costituisce l’elemento focalizzante di tutto il complesso. A coronamento di tutto l’edificio un alto cornicione aggettante, l’interno offre motivo di particolare interesse per la successione e varietà delle volte, a padiglione, a stella, a crociera, lunettata su peducci, e padiglioni,  nonché per i dipinti murali, a motivi floreali e paesaggi marini di gusto prettamente locale.

Ed è proprio qui che si consuma la più straziane delle leggende mai sentite…

Nel cuore di Ferrandina, tra le stanze silenziose e le volte ornate di Palazzo Rago, si tramanda ancora una leggenda che i più anziani raccontano a bassa voce, come se temessero di disturbare ciò che non ha mai lasciato davvero quelle mura.

Si dice che, verso la fine dell’Ottocento, nel palazzo vivesse una nobildonna di straordinaria eleganza e malinconica bellezza, Donna Isabella Rago, rimasta vedova molto giovane, aveva riversato tutto il suo amore nell’unico figlio, Doroteo, un bambino fragile ma d’animo luminoso, al quale era legata da un affetto così profondo da sembrare quasi indissolubile.

Gli anni, però, non furono clementi con Donna Isabella, una malattia lenta e inesorabile la consumò giorno dopo giorno, costringendola a letto nelle stanze affrescate del piano nobile, proprio sotto il loggiato che guardava il paese, i medici non potevano fare nulla, e il palazzo, un tempo pieno di vita, cadde in un silenzio carico di presagio.

La notte del suo ultimo respiro, una tempesta si abbatté su Ferrandina… il vento fischiava tra i balconi in ferro battuto e la pioggia batteva contro i vetri come dita impazienti, nella stanza illuminata da poche candele tremolanti, Doroteo sedeva accanto al letto della madre, stringendole la mano ormai fredda… «Non avere paura, amore mio», sussurrò Donna Isabella con un filo di voce, mentre i suoi occhi, un tempo vivaci, si spegnevano lentamente… «Io resterò sempre qui… sempre con te…», il bambino, con le lacrime silenziose, appoggiò il capo sul petto della madre, cercando il battito che ormai si faceva sempre più debole, si racconta che, proprio in quell’istante, un forte tuono fece tremare l’intero palazzo e tutte le candele si spensero insieme, ma quando la luce tornò… Donna Isabella non respirava più… Lorenzo giurò di aver sentito, ancora per un attimo, una carezza tra i capelli… e il profumo delicato di rose tanto care a sua madre…

Da allora, nelle notti di tempesta, qualcuno dice di vedere una figura affacciarsi dal loggiato centrale, una donna vestita di chiaro, immobile, con lo sguardo rivolto verso le strade del paese, e nelle stanze interne, tra le volte a stella e gli affreschi ormai sbiaditi, c’è chi giura di udire un sussurro dolce, quasi materno, come se Donna Isabella non avesse mai davvero lasciato il suo palazzo…né tantomeno il figlio che aveva promesso di non abbandonare mai...

 

CHIESA DI SANTA MARIA DELL’ADDOLORATA

Ubicata in C.so Vittorio Emanuele II, risalente all’inizio del XIX secolo, è una Chiesa collegiata a pianta rettangolare, tetto a due falde, volta a botte, muratura in mattoni, con decorazioni esterne a lesene e cornici.

La Chiesa pur non avendo particolari pregi artistici e storici, si inserisce con armonia nel tessuto urbano circostante per la grazia delle linee della facciata principale, dove risalta un’ampia scalinata al suo ingresso, un piccolo campanile sulla destra costituisce un bel motivo decorativo, le ricchezze della chiesa sono la statua della Vergine dei sette dolori, e un gruppo nutrito di altre statue.

Anche questa piccola chiesetta conserva misteriosi segreti e leggende tramandate da precedenti generazioni, testimoni di scenari mistici.

Una di queste leggende è riportata di seguito…

Si narra che la Vergine dei sette dolori, l’Addolorata, insieme al gruppo nutrito di altre effigi sacre, la notte della via crucis, si posizionasse sulla scalinata dell’ingresso della chiesa, in attesa del passaggio del feretro del proprio figlio, sacrificato per volere e salvare gli uomini, in attesa della sua Resurrezione, pronunciando parole strazianti durante tutto il passaggio…

…e nel silenzio profondo della notte, rotto soltanto dal lento avanzare dei passi e dal suono cupo delle preghiere, si dice che la sua voce si levasse lieve, ma carica di un dolore antico quanto il mondo… «Figlio mio… luce dei miei occhi… perché tanto dolore per salvare chi spesso dimentica di amare?»

Le fiaccole tremolanti illuminavano appena i volti delle statue, eppure chi giurava di aver assistito a quella scena raccontava che gli occhi dell’Addolorata brillassero come vivi, colmi di lacrime che nessuno osava asciugare, le altre effigi, immobili di giorno, parevano partecipare a quel momento sospeso, come testimoni silenziosi di un mistero che sfugge alla ragione… «Ogni tua ferita è un grido che attraversa i secoli… ogni tuo passo è il peso dei peccati del mondo…», e mentre il feretro avanzava lungo la via, la Madre sembrava chinarsi impercettibilmente, come se volesse sfiorarlo, come se tra il marmo e il legno scorresse ancora un legame vivo, indissolubile.

Alcuni anziani del luogo raccontano che, in quelle notti, un vento leggero scenda lungo la scalinata, pur quando l’aria è immobile, e che chi si ferma ad ascoltare con il cuore più che con le orecchie possa udire un sussurro… «Non è la fine… ma attesa… non è morte… ma promessa».

Poi, con il primo chiarore dell’alba, ogni cosa torna immobile, le statue riprendono il loro silenzio, la scalinata si svuota, e la chiesa custodisce ancora una volta il suo segreto.

Ma chi ha visto, o anche solo sentito, non dimentica, perché in quella notte, tra fede e leggenda, il dolore diventa voce… e la speranza, respiro…