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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

domenica 3 maggio 2026

 

OGGI È LA GIORNATA MONDIALE CONTRO IL CANCRO

“DATEGLI LA GIUSTA IMPORTANZA”

Una giornata che, quando stai bene, sembra lontana, quasi simbolica, una di quelle date che scorrono tra le notizie senza fermarsi davvero dentro, e poi arriva il giorno in cui quella parola entra nella tua vita… Cancro.

La mia storia è iniziata con un tumore al colon, senza preavviso, senza gentilezza, senza chiedere il permesso, da quel momento ho iniziato un percorso che mi ha lasciato mezzo metro di intestino in meno, una chemioterapia da affrontare, una carenza cardiaca da gestire e un deperimento fisico che mi ha fatto sentire, a volte, come se stessi scomparendo pezzo dopo pezzo.

Lo dico senza eroismi, ci sono stati giorni in cui non mi sentivo abbastanza forte, ci sono stati giorni in cui avevo paura, e giorni in cui anche solo alzarmi dal letto sembrava una scalata.

Se stai leggendo questo e stai affrontando la malattia, voglio dirti una cosa che spesso nessuno dice abbastanza… è normale avere paura, è normale arrabbiarsi, è normale sentirsi fragili, non devi essere un eroe ogni giorno, io ho scoperto che la vera forza non è sorridere sempre, la vera forza è restare, restare quando sei stanco, restare quando ti senti cambiato, restare anche quando pensi di non farcela.

Durante la malattia impari cose che nessuno ti insegna prima, impari che il corpo può tradirti, ma può anche sorprenderti, impari che le persone che ti stanno accanto diventano fondamentali come l’aria, impari che anche una giornata normale può diventare una vittoria enorme.

Io oggi combatto ancora, sono diverso da prima, più fragile sotto certi aspetti, più forte sotto altri, porto addosso cicatrici che non sono solo segni, sono prove che sono passato attraverso qualcosa che mi ha cambiato per sempre, e se stai combattendo anche tu, voglio dirti questo… non sei solo, non sei debole, non sei “rotto”, sei una persona che sta attraversando una battaglia durissima, non ascoltare chi ti dice come dovresti reagire, non esiste un modo giusto per affrontare la malattia, esiste solo il tuo modo, e va bene così.

Ci saranno giorni bui, ci saranno giorni in cui riderai senza sapere perché, ci saranno giorni in cui sentirai di aver perso qualcosa di te, ma credimi… dentro di te c’è molto più di quello che la malattia può portarti via.

Io non so cosa mi riserverà il futuro, so solo che oggi sono qui, ammaccato, rattoppato, con mezzo metro in meno… ma con una consapevolezza enorme… la vita non si misura in quello che perdiamo, ma nella forza con cui scegliamo di restare, e se oggi ti senti stanco, spaventato o perso, lascia che ti dica una cosa che avrei voluto sentirmi dire nei momenti peggiori… non devi vincere la guerra tutta insieme, devi solo vincere oggi, anche solo resistendo, anche solo respirando, anche solo decidendo di esserci ancora, e fidati… a volte, restare in piedi è già una vittoria gigantesca…

 

I GIORNI DELLA MERLA VERSIONE MODERNA

I Giorni della Merla non sono giorni… sono tre parenti lontani dell’inverno che nessuno invita ma che si presentano lo stesso, dicendo… «Passavamo di qui…».

Il primo giorno arriva vestito leggero, così la gente abbocca, uno esce senza guanti e dopo trenta secondi perde l’uso delle dita e deve mandare i vocali con il naso.

Il Giorno osserva soddisfatto e annota su un taccuino… “Inganno riuscito”.

Il secondo giorno è un sadico organizzato, fa freddo solo… alle fermate dell’autobus, sotto le porte e  esattamente nel punto dove non hai la sciarpa, il resto del corpo sta quasi bene, giusto abbastanza da farti pensare… «Ma no, non è freddo…», errore fatale.

Il terzo giorno è il capo, quello che entra in scena con la musica drammatica, è così freddo che il caffè si raffredda mentre lo guardi, i termosifoni smettono di funzionare per solidarietà, il gatto ti giudica perché hai osato alzarti dal divano, ed è qui che entra in scena la Merla, che dice… «Basta, io me ne vado» e si rifugia in un camino acceso, ne esce nera, tossendo, e giura vendetta eterna… «D’ora in poi racconterò a tutti che questi giorni sono i peggiori dell’anno».

Da allora, ogni fine gennaio, i Giorni della Merla tornano, non per il freddo, ma per vedere la gente che dice… «Vabbè, metto solo un maglioncino», e ridono… perché il vero gelo… è la fiducia nell’abbigliamento sbagliato.

 

E RITORNAMMO A RIVEDER LE STELLE

Eravamo due persone tranquille, normali, moderatamente funzionanti, con progetti semplici, cena leggera, passeggiata, lamentela sul tempo, poi il destino ci ha guardati e ha detto… “Troppo sereni, alziamo il volume”.

Tutto comincia con il braccio di mia moglie… una notte si sveglia alle 02:00 e il braccio decide di fare il divo, non risponde, formicola, protesta, sembra un telecomando con le pile scariche, io entro subito in modalità panico nazionale, “Chiama qualcuno!”, “Sto chiamando!”, “Chi?”, “Non lo so, ma qualcuno!”…

Lei invece calma, regale, tono da regina borbonica, “Tranquillo… Non è niente, ma chiama qualcuno”, il braccio nel frattempo fa sciopero generale.

Via di corsa con il 118 al pronto soccorso, sedie scomode, aria tragica, gente che sospira come in una telenovela, io cammino avanti e indietro come un parente nei film, mancava solo il violino…

Diagnosi… embolia ischemica al braccio… io annuisco serio come se lo sapessi da sempre, dentro penso,

“Ischemia? Ma noi paghiamo pure la tassa per la circolazione!”.

Lei affronta tutto con dignità, io con tre caffè e un pacchetto di sigarette che non ricordo di aver mai comprato, quando finalmente torniamo a casa penso, anche questa volta è andata bene, e invece no, perché la tragedia, quando viene, porta pure il cugino…

Dopo pochi giorni tocca a me, cistoscopia di controllo per un problema riscontrato dalla TAC di controllo Oncologico, parte bassa in rivolta, fastidio feroce, cammino come uno che ha perso una scommessa, mi siedo piano, mi alzo ancora più piano, faccio rumori quando mi muovo, tipo porta antica, lei mi guarda con dolce vendetta, “Tranquillo, non è niente, ma chiama qualcuno”, parole già sentite, già vissute recentemente, bevo  tanta acqua ma il problema non si risolve, visite, controlli, medicine, la casa diventa una farmacia, il  divano, una lettiga, nasce la gara del dolore coniugale, “Tu quanto stai male?”, “Abbastanza da lamentarmi”, “Io di più”, “No io di più”, “Pareggio tecnico”.

Ogni pillola ha una storia… ogni bustina è un atto di fede, ogni bugiardino è lungo come un romanzo russo ma con meno allegria, commentiamo gli effetti come critici teatrali, “Questo mi ha steso”, “Questo mi ha confuso”, “Questo non so che ha fatto ma ha fatto qualcosa”.

La sera ci guardiamo sul divano, due sopravvissuti, “Come va?”, “Sono vivo,”, “Pure io… miracolo”, poi piano piano passa, migliora, si respira, torniamo fuori, facciamo due passi, nessuno zoppica (troppo), nessuno si lamenta (a voce alta), alziamo gli occhi al cielo, le stelle stanno lì, tranquille, come se niente fosse successo… tipico.

E insieme, provati, drammatici, leggermente rumorosi nelle articolazioni, “ritornammo a riveder le stelle”, e a controllare gli orari delle medicine, perché l’amore vero è passione, poesia… sapere dove sta il termometro quando serve, ma soprattutto sentirsi dire… “Tranquillo, non è niente, ma chiama qualcuno…

 

IL RE DI FERRO, (FERRANTE D’ARAGONA),

LA PIETRA DI FERRANDINA, (ISABELLA DEL BALZO), 

E LE VOCI DELLA TERRA

Un intrigo tra suocero e nuora mai conosciuto prima... Re Ferrante D'Aragona si invaghisce della nuora Isabella Del Balzo, moglie del figlio Federico, fondatore di Ferrandina.

A Ferrandina, quando il vento scende dai calanchi, le vecchie chiudono le finestre e tracciano un segno di croce sul pane. Dicono che la terra parli, ma solo a chi è destinato a non piegarsi.

Isabella del Balzo era nata sotto quel vento.

Prima che partisse per Napoli, una masciara, curva come un ulivo secco, con gli occhi bianchi di chi ha visto troppo, le prese la mano nella piazza e Le sussurrò…

“Starai tra il ferro, le disse , ma tu sei pietra… Ricordalo!!!”.

A Castel Nuovo, Ferrante d’Aragona governava come un padrone delle ombre. I servi sussurravano che non dormisse mai davvero, che passasse le notti nella stanza dei morti finti, dove i traditori diventavano memoria. Quando Isabella arrivò, il re la sentì prima ancora di vederla: portava addosso l’odore della polvere lucana, quello che non va via nemmeno dopo la pioggia.

“Ferrandina… mormorò, terra che non chiede permesso”.

Ferrante la fece chiamare spesso, e ogni volta Isabella tornava nelle sue stanze con le mani fredde. Nelle cucine, una serva napoletana diceva:

“Quella regina porta sventura”.

E un’altra rispondeva: “No. È il re che la teme”.

Intanto, in Lucania, un frate basiliano scriveva lettere che nessuno voleva leggere ad alta voce. Raccontava che vicino a Ferrandina una statua della Vergine aveva pianto terra, non acqua, e che le campane avevano suonato senza mano umana. Isabella capì: la sua terra la stava avvertendo.

Una notte, Ferrante la fece condurre nella cappella. C’era odore di cera spenta e ferro umido.

“Vi proteggerò, disse, se accetterete la verità del mondo”.

Isabella strinse il rosario che una vecchia di Ferrandina le aveva cucito nell’orlo del vestito e gli rispose… “Io conosco un’altra verità, quella che non si compra”.

Il giorno dopo, Federico fu escluso dal consiglio. Un monaco zoppo, che viveva sotto il castello, disse ai pescatori: “Il re ha sfidato la terra sbagliata”.

Ferrante, consumato, fece portare a Napoli una lastra di pietra ferrandinese. La pose nella stanza delle memorie, tra i volti dei morti, e vi giurò sopra. Ma la masciara aveva detto il vero: la pietra non si piega. Si racconta che quella notte la lastra si incrinò, e che Ferrante urlò come un uomo qualunque.

Quando il re morì, nessuno osò vegliarlo da solo.

Isabella sopravvisse alla caduta del regno e all’esilio. Non tornò mai a Ferrandina da viva. Ma i pastori giurano che, nelle notti senza luna, una donna velata cammini tra i calanchi, seguita dal rumore del ferro che si spezza.

E le masciare, ancora oggi, dicono ai bambini:

Ricordate: “il ferro comanda sugli uomini, ma la pietra ricorda tutto”.

 

PALAZZO DE LEONARDIS-PIRRETTI… 

E LA LEGGENDA DI ETTORE

Ubicato in C.so Vittorio Emanuele II, risalente al XIX secolo, a pianta rettangolare e tetto a padiglione, interno con volte a botte lunettate, scala interna aperta a pianta rettangolare, con tre rampe sostenute da volte in mattoni, muratura in pietra e mattoni, pavimenti in pietra piastrellati, portale in pietra con cornici, balconi sorretti da mensole in pietra.

Edificio ottocentesco a due piani, con piano ammezzato intermedio, ricco portale d’ingresso, sorretto da locali sottostanti adibiti a negozi e botteghe, a piate rettangolari allungati, coperti da volte a botte in mattoni a vista lunettate… ma anche in questo palazzo… esiste una leggenda…

Si racconta che il Palazzo De Leonardis-Pirretti, con le sue severe mura in pietra e i suoi balconi sorretti da antiche mensole, non fosse soltanto dimora di famiglie rispettabili, ma anche teatro di una presenza tanto singolare quanto sgradita.

Nella seconda metà dell’Ottocento vi abitò un certo Ettore Malaspina, uomo che amava definirsi “letterato”, ma che in verità non era altro che uno scribacchino di modesta levatura, trascorreva le giornate chino su fogli ingialliti, riempiendoli di versi pomposi e trattati mai richiesti da alcuno, convinto di essere destinato alla gloria.

Ettore pretendeva rispetto da chiunque incontrasse, passeggiava lungo il corso con il petto gonfio e il mento alto, salutando appena, o ignorando del tutto, i commercianti che lavoravano nei locali sottostanti al palazzo, guai a chi non lo chiamasse “dottore” o “maestro”, bastava uno sguardo distratto per scatenare una delle sue interminabili invettive sull’ignoranza altrui.

Eppure, dietro quella facciata arrogante, si nascondeva un uomo solo, incapace di farsi voler bene, i vicini evitavano di incrociarlo sulla scala interna, quella a tre rampe che riecheggiava dei suoi passi secchi e irritati, si dice che spesso, nelle sere d’inverno, lo si sentisse discutere animatamente… ma senza interlocutori.

Una notte, durante un violento temporale, Ettore scomparve, nessuno vide più il suo volto tirato né udì la sua voce acida, nella sua stanza furono trovati solo fogli sparsi, pieni di parole cancellate e frasi incompiute, come se perfino la sua presunta grandezza si fosse dissolta nell’inchiostro.

Da allora, gli abitanti del palazzo giurano che, nelle notti più silenziose, si possano ancora udire passi sulla scala e un borbottio indistinto, qualcuno sostiene di aver visto una figura affacciarsi dai balconi, con aria altezzosa, osservando il mondo sottostante con disprezzo… e se un passante si ferma troppo a lungo davanti al portale, capita talvolta che una voce sussurri, offesa… “Non sapete chi sono io…”, ma nessuno, ormai… lo ricorda davvero…

 

PALAZZO LIBONATI 

E LO STUCCATORE IMPAZZITO…

Edificato in via G.B. Vico Del XIX Secolo, palazzo signorile con lesene in mattoni e balconi con mensole in pietra, rettangolare con tetto a doppia falda e muratura in pietra, decorazioni esterne con lesene in mattoni, balconi con mensole in pietra.

Un palazzo ottocentesco che conserva tra le sue mura una particolare leggenda… la leggenda dello stuccatore impazzito per la sua maniacale precisione…

 La leggenda dello stuccatore impazzito

Nel cuore silenzioso di via G.B. Vico, dove le ombre del passato sembrano allungarsi al calar del sole, sorge ancora oggi il severo ed elegante Palazzo Libonati, le sue mura in pietra, ornate da lesene in mattoni e balconi sorretti da solide mensole, raccontano una storia che pochi osano ricordare ad alta voce.

Si narra che, durante la sua costruzione nell’Ottocento, vi lavorasse uno stuccatore di straordinaria abilità, il suo nome è andato perduto, ma la sua ossessione per la perfezione è rimasta incisa tra quelle pareti, ogni fregio, ogni decorazione, ogni minimo dettaglio doveva essere impeccabile, nessuna imperfezione era tollerata, nessuna sbavatura concessa.

All’inizio, i committenti ammiravano il suo talento, ,le decorazioni prendevano vita sotto le sue mani come opere d’arte, ma col passare dei mesi, qualcosa cambiò.

L’uomo iniziò a lavorare anche di notte, illuminato solo dalla tremolante luce delle candele, si dice che parlasse da solo, discutendo con le pareti, come se queste gli rispondessero.

Una mattina, gli operai lo trovarono ancora lì, immobile davanti a una cornice appena completata, aveva passato la notte a rifinirla, raschiando e ricostruendo lo stesso dettaglio decine di volte, quando qualcuno osò dirgli che era perfetta così com’era, lo stuccatore ebbe uno scatto d’ira, urlò che la perfezione non era mai abbastanza, che l’opera stessa gli chiedeva di essere migliorata.

Da quel giorno, il suo comportamento divenne sempre più inquietante, si racconta che distruggesse intere sezioni già finite solo per rifarle, convinto che un difetto invisibile agli altri le rendesse indegne, i suoi occhi, un tempo attenti e precisi, si fecero febbrili, consumati da una visione che nessun altro riusciva a comprendere… finché, una notte, accadde qualcosa.

I vicini giurarono di aver udito colpi violenti, come martellate furiose, seguiti da urla spezzate, poi, improvvisamente, il silenzio, il mattino seguente, lo stuccatore era scomparso, nessuna traccia, nessuna spiegazione, solo una parete incompleta, lasciata grezza, come se il lavoro fosse stato interrotto nel mezzo di un gesto, e da allora, quella porzione del palazzo non venne mai terminata.

E ancora oggi, chi attraversa la via nelle notti più quiete giura di sentire un leggero raschiare provenire dall’interno. Un suono ritmico, ossessivo. Come il lavoro di una cazzuola sulla pietra.

C’è chi dice che lo stuccatore non se ne sia mai andato… ma sia rimasto lì, intrappolato tra le sue stesse creazioni, condannato a cercare una perfezione che non potrà mai raggiungere.

sabato 2 maggio 2026

 

PALAZZO ARCIERI… 

E IL PROBABILE CUSTODE DEL SANTO GRAAL

Ubicato in Via Fanti lato Ovest, risalente XIX secolo, è composto da un grande edificio ottocentesco disposto su tre livelli, la facciata principale appare piuttosto sobria, scandita da una lunga serie di balconi decorati da diverse modanature scolpite e un ricco cornicione sommitale aggettante.

Palazzo nobiliare ottocentesco riccamente decorato, caratterizzato da molteplici balconate e cornicioni aggettanti tutt’intorno, segno di ricchezza e buon gusto, di una nobiltà dalle origini antichissime.

Non si conoscono le origini della Famiglia Arcieri, ma dallo stile di vita e dalla sobrietà dell’immobile, si intuisce la radice millenaria che li caratterizza, segno tangibile di origini molto antiche.

Su detto palazzo, viene tramandata una leggenda che riguarda Cavalieri Templari, e si vuole che uno della famiglia Arcieri fosse uno di loro, che dopo aver custodito per tanto tempo il Santo Graal, si ritirò stanco nel “Castrum” del Castello fortezza di Obelanum, (la vecchia Ferrandina), e che successivamente si fosse trasferito nel nuovo abitato che Re Ferdinando D’Aragona chiamò Ferrandina… ricercato per anni dai suoi compagni d’armi in giro per il mondo… ma nessuno riuscì mai a trovarlo…

Si racconta che il cavaliere, il cui nome venne cancellato dagli annali per proteggerne il segreto, giunse a Obelanum sotto mentite spoglie, non più armato di spada e croce templare, ma vestito come un semplice uomo di terra, egli portava con sé solo un fardello invisibile, il peso della conoscenza e della custodia del Santo Graal.

Nel cuore della vecchia Ferrandina, tra le mura del castrum, egli visse per anni in silenzio, osservando, pregando e, secondo alcuni, proteggendo un segreto che non apparteneva più al mondo degli uomini.

Le notti erano spesso illuminate da una luce tenue proveniente dalla sua dimora, e si diceva che non fosse fuoco né candela, ma qualcosa di più antico, qualcosa di sacro.

Quando Re Ferdinando d’Aragona ordinò la fondazione del nuovo abitato di Ferrandina, il cavaliere vide in quell’evento un segno del destino, abbandonò il castello e si stabilì nel nuovo centro, mescolandosi tra la popolazione nascente, fu allora che il suo nome cambiò, e nacque la stirpe degli Arcieri.

Il cognome, secondo la tradizione orale, non derivava tanto dall’arte della guerra, quanto dalla capacità di “mirare lontano”, di custodire e proteggere verità invisibili agli occhi comuni.

Gli Arcieri divennero così una famiglia rispettata, discreta, mai ostentatamente potente, ma sempre presente nei momenti cruciali della vita cittadina.

Col passare dei secoli, la leggenda si fece sussurro, alcuni sostenevano che il Graal fosse stato nascosto nei sotterranei di Ferrandina, altri, più cauti, dicevano che il cavaliere lo avesse portato con sé nella tomba, il cui luogo non fu mai rivelato.

Eppure, strane coincidenze continuarono a circondare la famiglia, lunghi viaggi improvvisi, ospiti misteriosi, simboli incisi su vecchie pietre di proprietà degli Arcieri, riconducibili, secondo gli studiosi più attenti, all’iconografia templare.

Fu nell’Ottocento, in un’epoca di rinnovamento e apparente quiete, che la famiglia decise di lasciare un segno tangibile della propria presenza, la costruzione del Palazzo Arcieri.

Non un edificio ostentatamente sfarzoso, ma una dimora elegante, equilibrata, quasi volutamente sobria,  le sue balconate numerose sembravano guardare in ogni direzione, come sentinelle silenziose, i cornicioni aggettanti, finemente decorati, nascondevano, si dice, simboli esoterici scolpiti che solo pochi sanno riconoscere.

Secondo alcune versioni della leggenda, durante la costruzione del palazzo furono rinvenuti antichi cunicoli sotterranei, forse collegati al vecchio castrum di Obelanum, i lavori si interruppero per giorni, e quando ripresero, alcune parti vennero murate senza spiegazioni.

Da allora, nelle notti più silenziose, qualcuno giura di vedere una figura affacciata a uno dei balconi più alti, un uomo immobile, avvolto in un mantello scuro, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, e c’è chi dice sia solo suggestione… e chi invece è certo che il cavaliere templare non abbia mai davvero abbandonato Ferrandina… ma continui, ancora oggi, a vegliare sul segreto che gli fu affidato secoli fa…

 

LE VICENDE DOMESTICHE DELLA CASA REALE 

PER LA COSTRUZIONE DI FERRANDINA…

Immagino i litigi e le discussioni tra il Re Federico D’Aragona e la Regina Isabella del Balzo durante la costruzione della città di Ferrandina, la chiamarono prima Troilia in onore della città distrutta dell’Africa Minore,  Troia, poi convertita in Ferrandina con il titolo di “Civitas” e sullo stemma comunale la scritta con 6 “F”… “Fridericus Ferranti Filius Ferrandinam Fabbricare Fecit”.

La precisione femminile di Isabella contro la superficialità e distrazione di Federico, che tra una battaglia e l’altra, nei ritagli di tempo, progettava strade troppo strette e case troppo vicine, mentre Isabella ideava la piazza centrale più grande della regione Lucania, insieme ad una maestosa chiesa Madre.

Litigi e discussioni che si protraevano anche durante la notte, motivo per cui, le molteplici escursioni notturne di Federico con la scusa di dover controllare lo stato dei lavori.

E… nell’immaginario collettivo… questo è quanto succedeva nella casa Reale…

Nelle cronache ufficiali, Federico d’Aragona appare come sovrano deciso e stratega instancabile, Isabella del Balzo come consorte devota e raffinata, ma tra le mura ancora grezze di Ferrandina, o Troilia, come lei insisteva a chiamarla nei primi anni, la verità aveva il sapore più umano delle discussioni domestiche.

Si racconta che una sera, mentre i muratori avevano appena tracciato i confini della futura piazza, Isabella scese tra le impalcature con una candela in mano, osservò in silenzio, poi chiamò Federico con quel tono che non ammetteva repliche, «Maestà… questa piazza è indegna di una città che deve nascere per durare», Federico, stanco, ancora con la polvere delle cavalcate addosso, cercò di liquidare la questione con un gesto, «È sufficiente… la gente ha bisogno di case, non di vuoti», «No,» ribatté lei, «la gente ha bisogno di respiro, e una città senza respiro è già morta».

Quella notte, si dice, non dormirono, i servi udivano le loro voci attraversare i corridoi, lui più impulsivo, lei ferma, precisa, quasi architetta dell’anima oltre che delle pietre.

Alla fine, la piazza venne ampliata, non per concessione, ma perché Federico, pur non ammettendolo, sapeva riconoscere quando Isabella aveva ragione.

Le loro divergenze erano continue, ma mai banali, Federico progettava con la mente del soldato, difesa, rapidità, utilità, strade strette per controllare meglio i movimenti, edifici ravvicinati per protezione reciproca, Isabella, invece, pensava alla memoria, «Non stiamo costruendo un accampamento», diceva spesso, «ma una città che parlerà di noi quando saremo polvere».

Una volta arrivò persino a far demolire, senza avvisarlo, una fila di case appena completate perché «troppo soffocanti», Federico andò su tutte le furie, e pare che per tre giorni non le rivolse parola.

Il quarto giorno, però, le fece trovare un dono, un piccolo modellino in legno della città… con le modifiche suggerite da lei, non era una scusa, era il suo modo di dire… scusa… ho capito.

Le “ispezioni notturne” di Federico divennero presto leggenda, ufficialmente, controllava i lavori, in realtà, cercava tregua… cavalcava tra i cantieri silenziosi, osservava le torce lontane, e forse, lontano dagli occhi di Isabella, poteva permettersi di dubitare.

Una notte, però, lei lo seguì… e lo trovò fermo davanti alla futura chiesa madre, ancora incompleta, Federico non la sentì arrivare… «Temi che non basti?» chiese Isabella alle sue spalle, lui rimase in silenzio per un momento, poi rispose con una sincerità rara… «Temo che tutto questo non basti a rendermi degno», fu uno di quei momenti in cui il re scompariva e restava solo l’uomo, Isabella non replicò subito, si avvicinò, guardò anche lei quella costruzione incompiuta, «Allora costruiamola meglio,» disse infine, «Insieme».

Non mancavano, ovviamente, gesti più quotidiani, si narra che Isabella controllasse personalmente le cucine, lamentandosi della scarsa qualità del pane, mentre Federico, incurante, mangiava di gusto qualsiasi cosa pur di tornare presto ai suoi impegni… «È per questo che sei sempre distratto», lo rimproverava lei, «Ti nutri come un soldato», «E tu come una regina,» ribatteva lui sorridendo, «il che compensa entrambi».

Col tempo, Ferrandina divenne davvero una “Civitas”, e nello stemma, con quelle sei “F” solenni, “Fridericus Ferranti Filius Ferrandinam Fabbricare Fecit”, rimase inciso il segno di Federico, ma tra le pietre, negli spazi ampi della piazza, nella proporzione delle vie e nella dignità degli edifici, si percepisce ancora l’influenza silenziosa di Isabella, perché se Federico costruì la città, Isabella le insegnò a respirare, e forse il loro matrimonio fu proprio questo… un continuo scontro tra impulso e misura, tra fretta e visione… che, invece di distruggere, finì per creare qualcosa destinato a durare nel tempo…

 

L’ESSENZA DI MARIA BARBELLA VIVE ANCORA…

IN VIA DEI MILLE N°11 NELLA CITTADELLA A FERRANDINA

La primavera aveva appena posato il suo velo leggero su Ferrandina, e lungo la Via dei Mille l’aria portava con sé un profumo antico, fatto di pietra, di memorie e di silenzi mai del tutto sopiti… camminavo senza fretta, come se il tempo stesso avesse deciso di rallentare per concedermi un incontro che non apparteneva del tutto al presente.

Al civico 11, nel rione la Cittadella, mi parve di scorgere due figure sedute accanto all’uscio della loro casetta,  avevano lo sguardo stanco di chi ha visto troppo, ma anche quella dolcezza rassegnata che solo i genitori conservano, anche dopo le più grandi disgrazie, mi avvicinai a loro, e fu come se mi aspettassero… erano i genitori di… Maria Barbella…

Parlavano piano, con quel tono che non vuole disturbare i ricordi, ma nemmeno lasciarli andare, mi raccontarono della partenza nel 1892, del viaggio verso Mulberry Bend, nel cuore sporco e affollato di New York, dove la speranza si mescolava alla miseria, lì, dissero, la loro Maria aveva conosciuto non solo la fatica, ma l’ingiustizia più feroce.

La loro voce tremava quando ricordavano il processo, la condanna, il carcere duro di Sing Sing, quella parola terribile, sedia elettrica, una macchina nuova, crudele, simbolo di un mondo che non perdonava agli stranieri nemmeno il diritto di difendersi, eppure Maria si era difesa, con tutta la disperazione di una donna tradita e sola… “Era innocente,” sussurrò la madre, stringendo tra le dita un lembo del grembiule come se fosse ancora il vestito della figlia bambina… mi parlarono poi dell’assoluzione, arrivata come una pioggia tardiva su una terra già arsa, e di Joe Petrosino, che in quel mondo ostile aveva rappresentato per lei una protezione, una presenza giusta in mezzo all’ingiustizia… Maria, dissero, non aveva mai smesso di lottare, si era ricostruita una vita tra le ombre di Little Italy, aveva sposato Francesco Paolo Bruno, nel 1897, cercando una normalità che le era stata negata troppo presto.

Due anni dopo nacque il piccolo Frederick, e in quel bambino forse aveva trovato un motivo per continuare a respirare senza paura, ma la pace, quella vera, era sempre rimasta fragile.

Nel 1902 viveva ancora con loro insieme al marito, come se il mondo non fosse mai riuscito davvero a strapparla alle sue radici, e negli anni, il suo nome cambiò, si adattò a Mary di Chiara, un nome nuovo per una vita che tentava di dimenticare, con un secondo marito, Ernesto, visse a Pike Street, a Manhattan, in una città che continuava a essere dura con chi non era nato dalla sua stessa terra.

Morì il 24 marzo 1950, mi dissero… e nella loro voce non c’era dramma, ma una quiete malinconica, come se finalmente la sofferenza si fosse sciolta nel silenzio della terra… riposava al Calvary Cemetery, sotto un nome che era insieme suo e non suo… restammo in silenzio per un po’… poi, quasi senza rendermene conto, confessai ciò che sentivo… avrei voluto conoscerla… avrei voluto esserci, in quei giorni di paura e umiliazione, per offrirle una parola, una presenza, qualcosa che le ricordasse che non era sola… che la sua dignità non era stata cancellata da un tribunale né dall’odio di una città straniera… il padre mi guardò con una triste gratitudine… “Le sarebbe piaciuto,” disse… “Aveva bisogno di qualcuno che le credesse… non come a un caso, ma come a una persona”.

Quando mi allontanai, la luce della primavera sembrava più tenue, le case, la strada, il rione, tutto appariva immutato, eppure carico di una presenza invisibile, e pensai che certe vite, anche quando finiscono lontano, continuano a camminare nei luoghi da cui sono partite… come Maria, che forse non aveva mai davvero lasciato la sua Via dei Mille, 11, Ferrandina, provincia di Matera, Lucania… Italia… ma era rimasta lì, sospesa tra il dolore e il desiderio di essere finalmente compresa…

 

FEDERICO E ISABELLA… 

COMPLICI DI UN AMORE PERICOLOSO

Nel Castello Fortezza di Obelano (la vecchia Ferrandina), tra corridoi di pietra e arazzi che raccontavano guerre lontane, nacque un amore che non avrebbe mai dovuto esistere… e che proprio per questo divenne indimenticabile.

Alla corte del Re Federico d'Aragona serviva un giovane cavaliere, Leone da Volterra, era valoroso, leale… ma portava negli occhi una malinconia che nemmeno le vittorie riuscivano a spegnere.

Alla corte della Regina Isabella del Balzo, invece, vi era una dama di compagnia, Alina, non era di sangue nobile, ma la sua grazia e la sua intelligenza la rendevano più luminosa di qualsiasi gioiello.

Si incontrarono per la prima volta nel giardino interno, sotto un pergolato di rose bianche, fu uno sguardo appena accennato, ma bastò a cambiare tutto.

Da quel giorno, ogni occasione divenne un pretesto, un messaggio consegnato, un libro dimenticato, una passeggiata “casuale”, ma l’amore tra un cavaliere e una dama senza titolo era pericoloso… troppo… eppure… non erano soli.

Il re osservava Leone con un sorriso appena accennato, la regina, dal canto suo, notava il rossore di Alina ogni volta che il cavaliere entrava nella stanza, i due sovrani, legati da un affetto profondo e complice, decisero di aiutare quell’amore fragile… e fu così che iniziarono i piccoli miracoli, una ronda notturna “assegnata per errore” nel giardino, una lettera affidata alla persona giusta, un ballo a corte dove, tra danze e maschere, Leone e Alina poterono sfiorarsi senza paura.

Una notte, grazie a un tacito accordo tra re e regina, i due si incontrarono nella loggia più alta del castello, la luna li avvolgeva in una luce argentea… «Se questo è un sogno,» sussurrò Alina, «non voglio svegliarmi», Leone le prese la mano… «Allora restiamo qui, anche solo per un momento… contro il mondo intero», ma il mondo, prima o poi, presenta il conto.

Una nuova guerra fu annunciata, Federico chiamò a raccolta i suoi uomini migliori, e tra loro c’era anche Leone… quella volta, però, il re esitò… «Non tutti i doveri sono scritti con il sangue», disse guardandolo negli occhi, «Alcuni… si scrivono con il cuore».

Con l’aiuto della regina, venne organizzato qualcosa di impensabile, Leone fu incaricato di una missione lontana dalla guerra… una missione che gli avrebbe permesso di partire, sì, ma non da solo, all’alba, mentre il castello ancora dormiva, due figure lasciarono Obelano… un cavaliere e una dama, non fuggivano… venivano semplicemente liberati.

Dalle mura, Isabella del Balzo osservava in silenzio, mentre Federico d'Aragona le stringeva la mano… «Abbiamo fatto la cosa giusta?» chiese lei… e Federico sorrise appena, «Per una volta… abbiamo lasciato vincere l’amore».

E nel castello di Obelano, tra pietre antiche e segreti custoditi, rimase per sempre l’eco di una storia diversa, non di re e regine… ma di due cuori che… grazie a loro… riuscirono a scegliere il proprio destino.

 

NON SO SE CONTINUARE O INTERROMPERE A SCRIVERE STORIE

IL MONDO… A QUANTO PARE… GIRA DIVERSAMENTE

Tante volte in questo triste periodo ho pensato di interrompere questa mia mania di scrivere per far piacere a chi si diletta nel leggere le mie storie e leggende, dopo averlo fatto per anni su quotidiani, su testate Web e da autonomo, troppe volte ultimamente ho documentato tragedie, disgrazie, dipartite, vuoi per incidenti atmosferici, per infortuni, per incidenti d’auto e malori, troppe volte o dovuto trovare le parole giuste per cercare di alleviare il dolore di chi subiva dette disgrazie che pare si siano accanite contro questa comunità.

Ed è per questo che oggi mi ritrovo a chiedermi… vale ancora la pena continuare a scrivere storie piacevoli quando poi il mondo gira diversamente…?

Scusate lo sfogo…

C’è stato un tempo per me in cui scrivere era come accendere una luce, le parole arrivavano leggere, quasi da sole, e si posavano sulla carta come rondini al tramonto, raccontavano di feste di paese, di amori nati sotto balconi antichi, di anziani seduti al sole a ricordare quando il tempo sembrava più lento e più buono, e io, che di quelle storie ero diventato custode, le credevo utili, necessarie, perfino.

Poi qualcosa è cambiato…

All’inizio è stata una notizia, una di quelle che si scrivono trattenendo il respiro, poi un’altra, e un’altra ancora… a quel punto il tono cambiò, le parole si fecero pesanti, non erano più racconti, erano ferite da descrivere con delicatezza, come se bastasse scegliere il termine giusto per non farle sanguinare troppo.

Cominciai a scrivere di pioggia che non portava più vita ma distruzione, di strade diventate silenziose all’improvviso, di sirene che spezzavano la notte, scrivevo di addii… troppi addii… e ogni volta cercavo di fare qualcosa che nessuno mi aveva mai insegnato, trovare parole che non fossero solo cronaca, ma carezze, parole che potessero posarsi sul dolore degli altri senza far rumore, senza pesare, ma il dolore, quello vero, non si lascia alleggerire così facilmente.

La comunità che racconta, quella stessa che un tempo rideva tra le righe delle mie storie, sembrava piegarsi, giorno dopo giorno, sotto un peso invisibile, gli sguardi si abbassavano più spesso, i saluti si facevano più brevi, anche le piazze parevano più vuote, come se la gioia avesse preso un’altra strada.

E stasera, seduto davanti a una pagina bianca, mi fermo, per la prima volta dopo anni, non so cosa scrivere, avevo una storia pronta, una di quelle belle, con un finale che scalda il cuore, ma mi sembra fuori luogo, quasi irrispettosa, come raccontare una favola mentre tutto intorno brucia piano, senza fiamme ma con la stessa devastazione… “Vale ancora la pena?” mi chiedo… la domanda rimane sospesa nella stanza.

Ed è in questo momento che penso a tutte le volte in cui qualcuno, leggendo una mia storia, ha sorriso, a quel ragazzo che mi ha scritto dicendo che, per un attimo, si è dimenticato dei problemi, a quell’anziana che conserva ritagli dei miei racconti in un cassetto, come piccoli tesori… e capisco… che forse il mondo sta davvero girando diversamente, forse le tragedie non si fermeranno solo perché io smetto di raccontarle, ma proprio per questo, proprio per questo, le storie piacevoli diventano ancora più necessarie, non per negare il dolore… ma per ricordare che non è tutto… e allora, ho ripreso la penna, e ho cominciato a scrivere una storia nuova, non ignorando ciò che è successo, non cancellando le ombre, ma tra quelle ombre ho acceso una piccola luce, fragile ma ostinata, perché in una comunità tartassata, ferita, stanca… anche una sola storia capace di far respirare un po’ di speranza non è inutile… anzi, è sollievo… è conforto.

 

LA VILLETTA DI PIAZZA ALCIDE DE GASPERI

SCENARIO DI VITA QUOTIDIANA

La Villetta centrale di Ferrandina, in Piazza Alcide De Gasperi, non è semplicemente un giardino pubblico, è il centro nevralgico cittadino, un mondo a parte, un piccolo teatro a cielo aperto, dove ogni giorno diventa scenario di incontro tra amici o semplici conoscenti, un palco dove ogni giorno è di scena la vita vera…

La mattina presto arriva sempre Tonino, con il suo giornale sotto il braccio, si siede sulla panchina di fronte alla fontana, quella leggermente scheggiata, e inizia a leggere ad alta voce le notizie, anche quando nessuno glielo chiede, «Avete visto? Ancora lavori bloccati sulla strada provinciale!» dice, scuotendo la testa, poco dopo compare Peppino, che in realtà non legge mai il giornale ma sa tutto prima degli altri, «Tonì, ma quali lavori… quello è tutto un giro politico, fidati di me»… e così, nel giro di mezz’ora, la villetta si anima.

C’è anche Maria, che passa “solo cinque minuti” e poi resta fino a mezzogiorno, c’è Franco, appassionato di calcio, pronto a discutere animatamente di ogni partita come se fosse una finale mondiale, e poi c’è Carmela, che sa sempre chi si sposa, chi si lascia e chi… fa finta di essere felice… «Avete sentito di Luca?» dice abbassando la voce, anche se in realtà tutti possono sentirla, «Si sposa a giugno», «Ma non sta con quell’altra?» chiede Maria, «Eh… appunto», le risate partono spontanee, mischiate a sospiri e commenti a metà tra il serio e il divertito.

Il pomeriggio cambia atmosfera, i ragazzi occupano le panchine, parlando di sogni, lavoro e futuro, qualcuno vuole partire, qualcuno giura che rimarrà per sempre… «Io me ne vado al nord», dice Antonio, «E poi torni dopo due mesi», ribatte ridendo Michele… «No, questa volta è diverso», ma nessuno ci crede davvero.

Intanto, gli anziani osservano tutto, come spettatori esperti, ogni tanto intervengono, con una frase semplice che mette tutti d’accordo, «La vita gira, figli miei… oggi discutete, domani brindate insieme», e infatti è proprio così.

Un giorno si parla di politica, con toni accesi e mani che si muovono nell’aria, il giorno dopo si festeggia un matrimonio, con dolci portati da casa e bicchieri improvvisati, un giorno si commenta un tradimento, il giorno dopo si ride ricordando vecchie storie.

La villetta vede tutto… litigi, riconciliazioni, nascite, addii, ma soprattutto vede le persone restare, perché, alla fine, anche chi parte… torna sempre… magari dopo anni, magari cambiato, ma torna lì, su quella panchina… e basta poco per ricominciare… «Oh, ma vi ricordate quando…?», e da lì, la conversazione riparte, come se il tempo non fosse mai passato.

La Villetta centrale non è solo un luogo… è una memoria viva, fatta di voci, risate e storie intrecciate, un posto dove ogni problema trova almeno una parola, ogni gioia viene condivisa, e ogni giorno diventa un racconto… e così, tra una chiacchiera e l’altra, Ferrandina continua a vivere… a palazz…

 

LA LETTURA È MEZZA CULTURA… 

CHI NON LEGGE NON APPRENDE,

E CHI NON APPRENDE… DIPENDE…!!!

C’era una volta un uomo di nome Arturo che diceva sempre… “La lettura è mezza cultura… e a me basta metà, grazie”, Arturo era convinto di essere furbo, non leggeva libri, non leggeva giornali, non leggeva nemmeno le istruzioni del microonde (motivo per cui una volta riuscì a scongelare… e poi ricongelare una lasagna nello stesso ciclo).

Un giorno incontrò Sofia, una vecchia amica che invece leggeva di tutto, romanzi, saggi, perfino le etichette dello shampoo mentre si faceva la doccia, “Arturo,” gli disse lei, “chi non legge non apprende”, lui rise, “E chi non apprende… vive tranquillo con meno problemi!”, Sofia non rispose subito, lo invitò a fare una passeggiata in città, e camminando, Arturo si perse…non sapeva leggere le indicazioni.

Entrarono in un ristorante, Arturo ordinò a caso, senza leggere il menù, e si ritrovò con una zuppa di qualcosa che sembrava… discutibile, poi ricevette un messaggio importante, ma non capì bene cosa fare… e perse un’opportunità di lavoro.

A fine giornata, Arturo era stanco, frustrato e un po’ imbarazzato… “Allora?” chiese Sofia… Arturo sospirò, “Forse hai ragione… chi non legge non apprende… e chi non apprende… dipende…”, “Dipende da chi?” chiese lei, “Da tutti gli altri”, rispose lui, “Da chi ti spiega, da chi decide per te, da chi sa più di te, e alla fine… non sei mai davvero libero di decidere”, Sofia sorrise… e così Arturo iniziò piano piano… prima articoli brevi, poi racconti, poi libri interi, scoprì cose nuove, parole nuove, idee nuove, e soprattutto, iniziò a farsi domande, perché, la lettura, non è solo “mezza cultura”, è metà della strada per pensare con la tua testa, chi non legge non è stupido… ma è più esposto, più facile da convincere, più facile da confondere, più facile da guidare… e allora sì, è vero… chi non apprende… dipende.

Ma la buona notizia è che basta poco per cambiare rotta, anche solo 10 minuti al giorno, non serve diventare filosofi o studiosi… basta essere curiosi… perché ogni pagina letta è un piccolo atto di indipendenza.

 

VIA VITTORIO VENETO A FERRANDINA 

NON È SOLO UNA STRADINA…

È UNO SCENARIO MISTERIOSO E LEGGENDARIO

Nel cuore della Ferrandina antica, tra i vicoli silenziosi del rione La Cittadella, esiste una stradina che sembra vivere sospesa tra storia e leggenda, Via Vittorio Veneto, che di giorno appare come una via qualunque, stretta e discreta, ma quando cala la sera… qualcosa cambia…

Si racconta che nel lontano 1492, quando Federico d’Aragona e Isabella Del Balzo attraversavano quel tratto di strada scortati dai loro cavalieri, uno di questi, un giovane dalla lealtà incrollabile, scomparve misteriosamente proprio lì, senza lasciare traccia.

La leggenda narra che quella notte il corteo si fermò improvvisamente, i cavalli si agitarono, come se percepissero una presenza invisibile, il giovane cavaliere, incaricato di precedere la scorta, avanzò lungo la via… e svanì improvvisamente nell’ombra, nessuno udì un grido, nessuno vide un corpo, solo il suono metallico della sua armatura che, per un istante, riecheggiò tra le mura e poi si dissolse nel nulla.

Da allora, gli abitanti della zona raccontano che nelle notti più silenziose, quando il vento si insinua tra le pietre antiche, si possono ancora udire passi cadenzati e il lieve tintinnio di una spada, alcuni giurano di aver visto una figura avvolta in un’armatura attraversare lentamente la strada, fermarsi a metà del vicolo… e voltarsi, come in attesa di qualcuno che non arriverà mai.

C’è chi dice che il cavaliere sia rimasto intrappolato tra due mondi, condannato a vegliare per sempre su quel passaggio, fedele al suo re anche dopo la morte, altri sussurrano che protegga un segreto nascosto sotto le pietre della via, qualcosa che nemmeno il tempo ha osato rivelare.

E poi c’è una credenza più inquietante, se percorri Via Vittorio Veneto da solo, a tarda notte, e senti dei passi dietro di te… non voltarti subito, perché chi lo ha fatto racconta di aver incrociato uno sguardo antico, carico di un’attesa che dura da secoli…

E qui comincia il dialogo interiore, con la mia coscienza… quella che mi induce alla scrittura…

E tu, Enzo… avresti il coraggio di attraversarla?

“Io ci abito... perchè in confidenza... sono io il cavaliere misterioso che appare solo la notte…”, allora la verità è ancora più affascinante di qualsiasi leggenda, Enzo, vuol dire che Via Vittorio Veneto non è solo un luogo carico di storia… è un confine, e tu non sei semplicemente “il cavaliere”… sei il custode di quel passaggio.

Si dice che certe anime non scompaiano mai davvero, soprattutto quando hanno un compito incompiuto, forse quella notte del 1492 non sei svanito… hai scelto di restare, e vegliare su Ferrandina, sul rione della Cittadella, su quelle pietre che hanno visto nascere tutto, forse sei tu che, ogni tanto, fai fremere i cavalli che non ci sono più, sei tu che fai vibrare l’aria con quel suono metallico, sei tu che osservi chi attraversa la via… decidendo, in silenzio, chi è degno di percepire la tua presenza… e questo spiega una cosa… le leggende più potenti non nascono per caso, nascono perché qualcuno, da qualche parte, continua a tenerle vive, ora però la domanda cambia, ed è più interessante… se davvero sei tu il cavaliere… chi o cosa stai ancora aspettando, dopo più di cinque secoli…?, “Aspetto quella presenza che non è mai venuta, lo hai detto tu... ma non mi sono mai scoraggiato, aspetterò in eterno... costi quel che costi, e veglierò sempre su chi attraverserà Via Vittorio Veneto, a protezione di non so chi...”, allora la leggenda non è incompleta, Enzo… è viva… Via Vittorio Veneto non è più soltanto una strada di Ferrandina: è un luogo dove il tempo si piega alla volontà di chi ha deciso di restare… e tu non sei un’ombra… sei una promessa… perché aspettare, senza sapere se qualcuno arriverà… non è debolezza, è qualcosa di molto più raro… è fedeltà assoluta… è il tipo di giuramento che nemmeno i secoli riescono a consumare, forse quella presenza non è mai arrivata perché il suo viaggio non è ancora finito, o forse… è passata mille volte da quella strada, senza sapere che eri lì ad aspettarla, e allora il tuo compito diventa ancora più grande… non stai solo aspettando… stai proteggendo ogni passo, ogni voce, ogni anima che attraversa quel vicolo, anche chi non crede alle leggende, anche chi passa distratto… è sotto la tua guardia, e magari, una notte qualsiasi, tra il rumore lieve dei passi e il respiro del vento tra le pietre, qualcuno si fermerà… non per paura… non per caso, ma perché sentirà che lì… qualcuno lo stava aspettando da sempre, e quando succederà, Enzo, forse capirai che non hai vegliato “senza sapere chi”… ma proprio per permettere a quel momento di esistere, ma fino ad allora… la via non sarà mai vuota… perché ci sei tu…

 

PALAZZO PICCINNI-LAVECCHIA, 

NON SOLO STORIA… ANCHE LEGGENDA

La costruzione di Palazzo Piccinni, commissionata dal Notaio Felice Piccinni nel 1890, come si può facilmente leggere sulla targhetta in pietra che sormonta il portone d’ingresso, disegna l’assetto definitivo del Rione “La Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino, terminando quel processo, iniziato sin dai primi decenni del XIX secolo, inteso dalla definizione l’assetto urbanistico del centro storico della Città. Infatti, è proprio nei primi decenni del XIX secolo che la piazza del largo, l’attuale Piazza Plebiscito, viene a definirsi nell’odierna struttura: a est si costruisce Palazzo Caputi, a ovest viene ristrutturato il Palazzo Comunale, a nord le trasformazioni delle antiche botteghe sottostanti il Complesso Conventuale di Santa Chiara, iniziate con la costruzione nel 1833, per merito delle Clarisse, Monache di S. Chiara, delle abitazioni disposte sul lato destro della salita Marconi, alla cui sommità si apre Largo Palestro, dove come già detto, quasi a conclusione del processo di assetto edilizio descritto, il Notaio Felice Piccinni fece edificare la sua abitazione. L’ubicazione del Palazzo è particolarmente riuscita, poiché chiude l’architettura armoniosa di Largo Palestro e dell’intero Rione LA CITTADELLA, nel quale si concentrano alcuni dei più importanti monumenti cittadini, il prestigioso Convento di Santa Chiara, con la sua splendida Chiesetta del 400, e il contiguo Palazzo D’Amato Cantorio, che si allunga su Via Dei Mille e delimita la quinta di case di minor pregio che si sviluppa fra via Dei Mille e Via Vittorio Veneto. Queste due strade sono caratterizzate lungo i lati esterni, opposti a quelli costituiti dalla cortina di case opportunamente definite da Palazzo Piccinni, da importanti e belle costruzioni appartenenti alla più ricca borghesia del posto, come ad esempio il già citato Palazzo D’Amato Cantorio, il Palazzo Siviglia, il Palazzo Mastromattei, il Palazzo De Pace e il Palazzo Centola. Per quanto detto, quindi, si può certamente affermare che la costruzione di Palazzo Piccinni conclude l’assetto definitivo del Rione “La Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino. Il Palazzo, come già ricordato, è stato commissionato nel 1890 dal Notaio Felice Piccinni,  esponente di una nota e importante famiglia del territorio, per la professione Notarile svolta da tempo, mentre ancora prima, numerosi esponenti di questa famiglia, furono iscritti all’Albo dei Farmacisti, come testimoniato dal nipote del committente, anch’esso Notaio, Felice Piccinni, nato a Ferrandina il 1913 ancora vivente e trasferitosi a Napoli nel 1936. Il Palazzo, dopo il trasferimento della famiglia a Napoli, fu venduto ai coniugi Lavecchia – D’Amato Cantorio, che l’ha abitato a lungo. Alla morte di Ida D’Amato Cantorio, il Palazzo è stato ereditato dalla figlia Giovanna Lavecchia, coniugata Imperio, che ancora lo abita e lo custodisce con cura. Il Palazzo è caratterizzato da un’armonica facciata a due piani, tripartita da lesene in mattoni in laterizio intervallate da una fascia marcapiano e conclusa da un cornicione mistilineo, realizzato in analogo materiale. La facciata del piano terra, scandita da lesene bugnate in laterizio, accoglie, lateralmente, le aperture di quelli che una volta erano ambienti destinati a botteghe o deposito, e, nel comparto centrale, il vano centinato, con cornici in gesso che consente l’accesso all’androne. Al piano nobile sono presenti due balconi, con pregevole inferriata ottocentesca e, al centro, un’apertura a “serliana” realizzata con l’intento di dare maggiore risalto all’abitazione, richiamando la tipologia delle ville Venete del XVI secolo. Interessante è la realizzazione della cortina con materiali di differente tradizione, mattoni in laterizio delle fabbriche locali, intonaco rustico a calce e ringhiere in ferro battuto. All’interno del Palazzo si accede dal portone originario in legno, di fattura locale, così come tutti gli altri infissi interni. Nel cortile d’ingresso che ha conservato l’originario pavimento di lastroni in pietra, di fronte al portone principale, si apre la porta di un locale adibito a vario uso, mentre a sinistra l’accesso alla scala a due rampe conduce all’abitazione, posta al primo piano. La scala, ben illuminata da una finestra, è costituita da gradini in lastroni originari in pietra, ed è segnata da un semplice corrimano realizzato da un tondino di ferro, ancorato alla parete con caratteristici ganci di ferro battuto a forma di mani serrate a pugno. Il pianerottolo fra la prima e la seconda rampa della scala, è impreziosito da una pregevole colonna di fattura semplice e rigorosa. L’abitazione vera e propria, si apre in piccolo disimpegno, con pavimento originario in lastroni in pietra, reso accogliente da una bella volta a botte non molto alta. Il disimpegno immette, da sinistra, nella cucina e alla sala da pranzo, disposte l’una di fronte all’altra ed entrambe dotate di originarie volte a vela, il pavimento dei due vani, invece, è stato rifatto con ordinarie mattonelle di ceramica. A destra del disimpegno è l’ingresso nella grande sala per le feste e per la musica, con soffitto piano, così realizzato, per facilitare la costruzione della sovrastante terrazza con l’altana. Con ogni probabilità tale assetto, stando alla presenza di travi metalliche, potrebbe essere il risultato di un intervento di ristrutturazione avvenuto intorno ai primi anni del XX secolo. L’ampio salone è illuminato da grandi balconi ed ha conservato la pavimentazione originaria realizzata con “riggiole” quadrate in cotto locale. Sulla parete laterale del salone, si aprono due stanze con volte a vela e con pavimento originario in cementine contraddistinte da semplici motivi geometrici. Nella parete di fondo del salone si aprono un disimpegno con una camera, un piccolo ripostiglio e un bagno, purtroppo completamente rifatto e pertanto privo degli elementi caratteristici originari. I locali posti a piano strada ben poco hanno conservato dell’assetto originario, ad esclusione di alcuni elementi di una caratteristica volta unghiata.

E dopo tanta storia antica, è inevitabile l’esistenza anche di una leggenda… una leggenda che racconta la vera natura di personaggi realmente esistiti…

    Nel cuore del Rione La Cittadella, quando ancora le pietre raccontavano più verità degli uomini, si tramandava una storia che nessun documento riporta.

Si diceva che il Notaio Felice Piccinni non avesse costruito il suo palazzo soltanto per prestigio o per sancire il proprio potere sulla città nascente, dietro quelle mura eleganti, tra i balconi che guardavano Largo Palestro, si nascondeva una vicenda di amore e di terra, di promesse e di tradimenti.

Felice Piccinni era un uomo rispettato, temuto più che amato, gestiva contratti, eredità, terreni agricoli che si estendevano fino alle campagne più fertili, ma ciò che davvero lo ossessionava non era la ricchezza, ma il controllo, ogni campo, ogni uliveto, ogni vigna doveva rispondere al suo nome.

Eppure, proprio tra quei campi, nacque la sua rovina…

Durante una disputa per un terreno conteso con la famiglia D’Amato Cantorio, Felice conobbe Dorotea, la figlia del suo rivale, non era come le altre donne della borghesia, camminava tra gli ulivi senza paura, conosceva il ciclo delle stagioni e parlava con una libertà disarmante.

Tra i due nacque un sentimento proibito, alimentato da incontri segreti lungo i confini delle proprietà, Felice, abituato a trattare tutto come un contratto, per la prima volta non riusciva a stabilire condizioni. Dorotea non voleva ricchezza, né titoli, voleva solo libertà.

Ma quella libertà aveva un prezzo troppo alto…

Quando le famiglie scoprirono la relazione, la reazione fu immediata, i D’Amato Cantorio minacciarono di sottrarre i terreni contesi con prove compromettenti, mentre Piccinni, per salvare il proprio nome, fu costretto a rinnegare pubblicamente Dorotea.

Si racconta che la notte prima dell’inaugurazione del palazzo, Dorotea si presentò davanti al grande portone, non chiese spiegazioni… non una lacrima… consegnò a Felice una manciata di terra, presa dai campi che avevano condiviso… “Questa,” disse, “è l’unica cosa che non potrai mai possedere davvero”.

Il giorno dopo, Dorotea scomparve, alcuni dissero che fosse partita per il nord, altri che si fosse rifugiata in convento, i più anziani, invece, giuravano che si fosse gettata tra i burroni oltre le campagne.

Felice Piccinni inaugurò il palazzo, circondato da notabili e autorità, ma da quel momento, qualcosa cambiò, non vendette mai quei terreni contesi, né si sposò mai, e soprattutto, ogni anno, nella stessa notte, una luce restava accesa a una finestra del piano alto…

I contadini raccontavano che, passando vicino al palazzo, si sentiva il profumo della terra bagnata, anche nelle sere più asciutte, e qualcuno giurava di vedere una figura femminile affacciata, immobile, come in attesa… ancora oggi, tra le pietre di Largo Palestro, si sussurra che quel palazzo non sia stato costruito per celebrare un potere, ma per imprigionare un rimpianto… e che la terra… alla fine… si sia presa tutto. 

 

FERRANDINA, STORIA, ARTE, NOBILTÀ, 

TRADIZIONI E GASTRONOMIA

Una città piena di storia, ma poco riconosciuta, apprezzata solo dai più informati, ma poco frequentata da intenditori di arte antica, le sue origini sono di una civiltà predominante, testimoni le tante famiglie gentilizie che  ne abitarono numerose ogni angolo sin dal primo agglomerato urbano, le sue ricche terre limitrofe ne dettarono la destinazione di città prosperosa e lussuosa, non a caso fondata da un Re.

Ferrandina… un tesoro nascosto nel cuore della Basilicata

Nel silenzio elegante delle colline lucane sorge Ferrandina, una città che custodisce secoli di storia, bellezza e tradizione, lontana dai percorsi turistici più battuti ma capace di sorprendere chiunque sappia riconoscerne il valore autentico.

Fondata per volontà di Ferdinando I d'Aragona, Ferrandina porta nel suo stesso nome il segno della regalità, le sue origini raccontano di una civiltà fiorente, di un centro urbano nato per prosperare, circondato da terre generose e fertili che ne hanno segnato il destino di ricchezza e prestigio.

Storia e nobiltà tra i vicoli del tempo

Passeggiare tra le sue strade significa attraversare epoche diverse, palazzi nobiliari, chiese ricche di arte e dettagli, oltre a conventi e monasteri, scorci che raccontano la presenza di antiche famiglie gentilizie che hanno lasciato un’impronta indelebile nel tessuto urbano.

Ferrandina non è solo da vedere, ma da vivere lentamente: ogni angolo svela una storia, ogni pietra conserva una memoria.

Terra generosa, sapori autentici

Le campagne che circondano la città sono un patrimonio prezioso, qui nasce la celebre Oliva Majatica, simbolo dell’eccellenza agricola locale, insieme a produzioni di olio extravergine, grano e altri frutti della terra che rendono la gastronomia ferrandinese un’esperienza autentica e indimenticabile.

Sapori intensi, tradizioni contadine e ricette tramandate da generazioni raccontano un legame profondo con la terra.

Tradizioni vive e identità autentica

Ferrandina è anche cultura viva, feste popolari, riti religiosi e tradizioni che si rinnovano nel tempo mantenendo forte l’identità della comunità, qui il passato non è solo memoria, ma presenza quotidiana.

Scopri Ferrandina

Ferrandina è una destinazione per chi cerca autenticità, per chi ama l’arte nascosta, per chi desidera assaporare la vera essenza del Sud Italia lontano dalle rotte più affollate, un luogo dove storia, natura e gusto si incontrano in perfetta armonia.

Lasciati sorprendere da Ferrandina… una città da scoprire, vivere e ricordare.

    


 

  

  














 

IL CASTELLO/FORTEZZA DI UGGIANO… 

LA VECCHIA FERRANDINA

STORIA DI VITA URBANA

Il Castello di Uggiano o Obelano o Obelanum o Oblano, (la vecchia Ferrandina) non era solo un semplice Castello, bensì una fortezza a difesa di tutto il sud Italia dell’epoca, e oltre ad aver ospitato Re e Regina, aveva nella sua corte un esercito di guerrieri e cavalieri, oltre a nobili di ogni rango, servitù e saltimbanchi, mentre nel suo “Castrum”, all’interno della fortezza, e tutto intorno, case per civili abitazioni, con artigiani e commercianti per i fabbisogni di una intera comunità.

Nel grande piazzale del Castello di Uggiano, quando il sole si alzava dietro le mura possenti e accendeva di oro le pietre antiche, la giornata iniziava ben prima che i nobili si destassero.

Il primo suono era quello del ferro battuto, era mastro Ruggiero, il fabbro, già al lavoro nella sua bottega aperta sul lato orientale del piazzale, le scintille saltavano come lucciole mentre forgiava ferri di cavallo e lame per i cavalieri, poco distante, una donna stendeva panni su una corda tesa tra due colonne, mentre il profumo del pane appena sfornato si diffondeva dalla piccola casa di pietra di Agnese, la fornaia.

I bambini erano i veri padroni del piazzale a quell’ora, correvano scalzi, rincorrendosi tra i secchi d’acqua e le ceste di ortaggi appena portati dentro le mura dai contadini, uno di loro, Pietro, si fermava sempre a guardare i soldati allenarsi, lo affascinavano le armature lucenti e il ritmo cadenzato delle spade che si incrociavano.

Al centro del piazzale, vicino al pozzo, si radunavano i mercanti, tessuti colorati provenienti da terre lontane venivano srotolati su tavole di legno, mentre spezie e erbe riempivano l’aria di odori intensi, le voci si intrecciavano, contrattazioni, risate, richiami, un vecchio suonatore ambulante pizzicava una cetra, accompagnato da un giovane saltimbanco che attirava l’attenzione con capriole e numeri improvvisati.

Verso mezzogiorno, il ritmo cambiava, le guardie si disponevano lungo i camminamenti delle torri di avvistamento, e un leggero silenzio scendeva quando dal portone principale entrava un corteo, un cavaliere di ritorno, forse, o un messaggero, gli sguardi si sollevavano, curiosi ma rispettosi, il castello non era solo casa… era potere, difesa, ordine…

Dalle finestre alte, ornate di drappi, si intravedevano figure eleganti, la corte osservava, distante ma presente, eppure, anche lì sopra, tra nobili e dame, giungevano gli echi della vita del piazzale, il rumore del martello, le risate dei bambini, il canto lontano del menestrello.

Nel pomeriggio, il sole batteva forte sulle pietre e le attività rallentavano, alcuni si ritiravano all’ombra, altri continuavano il lavoro con lentezza, le donne si fermavano a parlare, scambiando notizie e piccoli segreti, i soldati, finito l’addestramento, si mescolavano alla gente, togliendosi l’elmo, diventando uomini tra uomini.

E poi arrivava la sera…

Le torce venivano accese lungo le mura, e il piazzale si trasformava, le fiamme danzanti illuminavano volti stanchi ma sereni, qualcuno raccontava storie, qualcun altro cantava. I bambini, ormai assonnati, si stringevano alle madri, il profumo della minestra calda si diffondeva nell’aria, e sopra tutto, imponente e silenzioso, il Castello di Uggiano vegliava…

Non era solo pietra e difesa… era vita… era un cuore pulsante… fatto di voci, mani, sogni e fatiche, una piccola città racchiusa tra mura difensive, dove ogni giorno si intrecciavano destini diversi, ma uniti dallo stesso spazio, dalla stessa terra… dalla stessa storia…

 

LA CITTADELLA… IL PARADISO LUCANO

Il più antico rione della città di Ferrandina, in provincia di Matera, nella storica e caratteristica regione Lucania, o più recentemente Basilicata, primo agglomerato urbano risalente al XV Secolo e più precisamente nel 1492, alla fondazione del nuovo abitato voluto da Ferdinando I° D’Aragona e realizzato da Federico D’Aragona e Isabella Del Balzo, prima chiamata “Troilia” a favore della città di Troia, e successivamente Ferrandina in onore del padre Ferrante.

Subito realizzato in forma signorile dalle costruzioni dei tanti Palazzi Gentilizi, poi edificato anche da abitazioni di plebe, stalle per i cavalli dei nobili, magazzini per lo stoccaggio di prodotti agricoli, grano, olive e olio finito, agrumi, ortaggi e sementi di ogni genere.

Ma nel momento in cui vengono edificati, il Convento di San Domenico, con la cupola maiolicata, ed il Monastero delle Clarisse poi di Santa Chiara, il rione acquista valore e dignità, e non solo, con l’avvento anche di chiese, acquista anche di spiritualità e cristianità, rendendo il rione un vero e proprio agglomerato storico, nobiliare e religioso ancora oggi.

Di seguito una versione narrata della storia di questo antico rione, che merita attenzione e riconoscimenti per quanta storia antica contiene…

Nella Lucania antica, sospesa tra vento e memoria, quando il sole scivola lento sulle colline argillose della provincia Materana, e tinge di oro le pietre antiche, esiste un luogo dove il tempo sembra essersi fermato… La Cittadella di Ferrandina.

Si racconta che tutto ebbe inizio in un anno carico di presagi, il 1492, mentre il mondo cambiava altrove, tra scoperte e nuovi orizzonti, qui, tra queste terre austere, nasceva una città destinata a custodire storie silenziose e misteri mai del tutto svelati, il suo primo nome, Troilia, evocava echi lontani di eroi e rovine leggendarie, quasi a voler suggerire che anche qui si sarebbe scritta una storia degna di essere ricordata.

Le prime pietre furono posate con ambizione regale, Palazzi signorili sorsero fieri, con balconi che osservavano il mondo dall’alto e portali scolpiti che sembravano raccontare segreti a chi sapeva ascoltare, ma dietro quelle facciate nobiliari si muoveva un’altra vita, quella della gente comune, fatta di mani sporche di terra, di cavalli nelle stalle e di magazzini colmi di grano, olive e olio profumato.

Poi accadde qualcosa che cambiò per sempre l’anima del rione…

Una notte, si narra, una luce insolita apparve sulla collina, non era fuoco, né stella, il giorno dopo iniziarono i lavori del Convento di San Domenico, con la sua cupola maiolicata, che ancora oggi, riflette il cielo come uno specchio sacro, poco dopo sorse anche il Monastero delle Clarisse, oggi di Santa Chiara, un luogo di silenzio e preghiera, dove le mura sembravano trattenere sospiri e confessioni.

Con l’arrivo dei conventi e delle chiese, la Cittadella cambiò volto, non era più solo un luogo di potere e commercio, ma diventò un crocevia di fede, di mistero e di speranza, i vicoli iniziarono a riempirsi di canti religiosi, ma anche di sussurri, si parlava di monache che non lasciavano mai il monastero, di nobili decaduti che cercavano redenzione, di passaggi segreti tra palazzi e luoghi sacri.

Ancora oggi, chi passeggia tra quelle strade strette e irregolari giura di sentire qualcosa… un passo dietro l’angolo quando non c’è nessuno, il rumore lontano di zoccoli sui sampietrini, o il profumo improvviso dell’olio appena franto, come se il passato non fosse mai davvero andato via… La Cittadella non è solo un quartiere antico… è storia viva… e aspetta chi ha il coraggio di venire ad ascoltarla…

Una sola raccomandazione necessaria, quando venite a visitare questo antichissimo e storico rione, ricordatevi di respirare il più possibile tra le strette viuzze, perché più respirate e più sentirete la presenza di storia antica, nobiltà e sacralità… ingredienti che hanno reso questo rione… il Paradiso Lucano… e magari immaginare di incontrare… Re Federico e Isabella sua consorte… hai visto mai…?

 

CHIESA DI SAN GIUSEPPE… 

ACCORDI E DISACCORDI SULLA SUA EDIFICAZIONE

Ubicata in C.so Vittorio Emanuele II, risalente XIX secolo, chiesa collegiata a pianta rettangolare con tettoia a doppia falda, volta a botte, muratura in pietra e mattoni, decorazioni interne, lesene, cornici a motivi classicheggianti.

La chiesa di San Giuseppe fa parte delle cappelle urbane, che fu realizza da confraternite e associazioni religiose, con il concorso economico di privati cittadini, non presenta particolari ornamenti artistici, è a pianta rettangolare con una sola navata con volta a botte,  la facciata, anch’essa rettangolare, è suddivisa in sei riquadri da lesene verticali e orizzontali, al suo interno sono presenti statue e immagini sacre di scarso valore artistico.

Una chiesa non molto considerata tra i migliori monumenti storici locali, ma comunque aperta al culto di chiunque sente il bisogno di affidarsi al Santo, circondata da effigi di altri santi se pur poco importanti, ma pur sempre rappresentanti di fede cristiana, segue una leggenda appassionante…

Nel cuore di C.so Vittorio Emanuele II, quando ancora il XIX secolo era giovane e le strade odoravano di pietra fresca e promesse, si racconta che la nascita della Chiesa di San Giuseppe non fu affatto semplice, né tantomeno silenziosa.

All’inizio, il progetto sembrava benedetto, le confraternite cittadine, unite da devozione e orgoglio, avevano deciso di erigere una cappella urbana che fosse rifugio per l’anima e simbolo di fede condivisa, accanto a loro, alcune associazioni religiose e un gruppo di facoltosi cittadini avevano promesso donazioni generose, ma, come spesso accade quando il denaro incontra la devozione, la pace durò poco.

Le riunioni si tenevano al calar del sole, tra candele tremolanti e tavoli ingombri di pergamene, c’era chi voleva una chiesa imponente, ornata d’oro e affreschi degni dei grandi maestri, e chi invece insisteva per una struttura semplice, “più vicina all’umiltà di San Giuseppe”, dicevano, le discussioni si accendevano facilmente, una confraternita accusava l’altra di voler apparire più devota, mentre alcuni benefattori ritiravano le loro promesse quando non vedevano rispettate le proprie idee.

Si narra che una notte, durante una delle riunioni più tese, scoppiò un violento temporale, i tuoni sembravano rispondere alle urla degli uomini, e un fulmine colpì proprio il terreno destinato alla costruzione… tutti tacquero… fu allora che il più anziano tra loro, un uomo povero ma rispettato, si alzò e disse… “Se questa casa nascerà dall’orgoglio, crollerà presto, se invece nascerà dalla fede, resterà in eterno”.

Quelle parole cambiarono tutto…

I giorni successivi furono diversi, le richieste si fecero più semplici, le offerte più sincere, alcuni donarono poco, altri molto, ma tutti iniziarono a farlo con lo stesso spirito, la chiesa prese forma così com’è oggi, sobria, con una sola navata, decorazioni modeste e una facciata ordinata, divisa da lesene come mani giunte in preghiera, eppure… il finale della storia… porta con sé un piccolo mistero.

Si dice che, durante i lavori, una cassetta contenente una grande somma di denaro, raccolta in segreto da uno dei benefattori più ambiziosi, scomparve senza lasciare traccia, alcuni parlarono di furto, altri di punizione divina, ma anni dopo, quando la chiesa era ormai completata, durante alcuni restauri venne ritrovata murata all’interno di una parete, insieme a un biglietto… “Perché nessuno possa dire che questa casa è stata costruita per vanità…”, il denaro non fu mai utilizzato per abbellimenti, ma destinato ai poveri del quartiere.

Da allora, la Chiesa di San Giuseppe non è mai stata considerata tra le più grandiose, né tra le più ricche, ma chi vi entra racconta di un silenzio particolare, di una pace semplice e autentica… e forse è proprio questo il suo vero tesoro… essere nata non dagli accordi perfetti, ma da un disaccordo trasformato in fede Cristiana...