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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

wikimatera.it

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

domenica 24 maggio 2026

 

LETTERA AL MIO CORPO

Caro corpo,

scriverti è strano, perché a questo punto non siamo più in simbiosi.

Viviamo insieme da una vita, ma ormai mi sembri più un coinquilino passivo-aggressivo che un alleato.

All’inizio andavamo anche d’accordo.

Poi hai deciso che la noia era un problema serio e hai iniziato a invitare specialisti a casa senza avvisarmi.

E allora hai cominciato con i luminari di Oncologia, così, per rompere il ghiaccio, prima anamnesi… Tumore all’intestino, una roba elegante, di peso, mica un semplice raffreddore, hai pensato… “Partiamo subito col botto, così capisce il tono generale”.

Fortunatamente andato a buon fine, con mezzo metro di intestino in meno si vive comunque, poi la chemioterapia di prevenzione, grazie, corpo… davvero, un’esperienza che consiglio a chi vuole…

perdere lucidità e sensibilità,

perdere energie,

e scoprire che il gusto del cartone bagnato può avere delle sfumature olfattive del tutto particolari, finita?

Macché… ora è il turno del “CUORE”, caro corpo, spiegami una cosa… perché mandarmi il cuore in modalità jazz? Perché la fibrillazione atriale? Che cos’è, un bisogno artistico represso? Il battito che fa freestyle, l’ECG che sembra un impianto di montagne russe… e via di cardioversione…

La cardioversione, caro corpo, è quel momento magico in cui… mi spengono, tu vieni resettato, e al risveglio speriamo tutti che tu abbia capito la lezione… forse… e sappi che, a forza di entrare e uscire dalla sala operatoria ormai potrei timbrare il cartellino… “Buongiorno”, “Bentornato”, “No guardi, grazie, non mi fermo, è solo un reset veloce”.

Nel frattempo, senza alcuna tregua, subentra anche la tiroide, ah, la tiroide… la stronza educata, quella che non fa casino, ma ti rovina la giornata con un sorriso, ormoni a caso, umore a sorpresa, metabolismo che lavora quando gli pare… un sabotaggio interno fatto bene… poco male… pasticca di Eutirox ogni mattina e si va avanti.

Ma quando ormai pensavo di averle viste tutte… la notte di Capodanno, poco prima della mezzanotte, si presenta un grave problema Urologico… caro corpo, era necessario? Davvero mancava solo quello? Era una questione di completezza? Tipo… “Facciamogli il giro completo, che poi si lamenta”, altro intervento, altro ricovero, altro pigiama che non è mai quello giusto.

A questo punto… caro corpo, aspetta un attimo… parliamone… io non ti chiedo più “perché”, ti chiedo solo quanto dura e se posso almeno bere un caffè prima, sai qual è il problema, caro corpo? che io non mi sento un guerriero… non lo sono, mi sento uno che viene smontato e rimontato spesso, con viti autofilettanti avanzate, ma rido… rido non perché sono forte… non lo sono… rido perché se non rido ti prendo a male parole, e non servirebbe a niente, quindi ascoltami bene… io continuo a portarti in giro, continuo a firmare consensi informativi, continuo a entrare in sala operatoria come se fosse un ascensore, ma tu, ogni tanto, fai il tuo lavoro… non chiedo miracoli, solo un periodo di serenità… una tregua, una stagione senza nuovi colpi di scena… Con affetto mal riposto… il tuo inquilino principale.

P.S.

Se stai già preparando i prossimi episodi, abbi almeno la compiacenza di farmelo sapere in tempo reale, che il caricatore… alla pistola… l’ho già pronto.

 

EX FILANDA CON CIMINIERA SCORPIONE

Fondata verso la metà del secolo XIX da Antonio Scorpione, nato nell’omonimo palazzo nel 1835, ubicato nel centro storico, ed ivi deceduto nel 1900, discendente da una nobile famiglia, trasferitasi dal vicino casale di Uggiano nella nascente Ferrandina dopo il terremoto del 1456, l’immobile rappresenta una delle prime e più qualificate espressioni di archeologia industriale nella Basilicata. L’importanza storica deriva dall’essere stato, in ambito regionale, fra i primi insediamenti civili ad essere alimentato ad energia elettrica in un periodo sicuramente antecedente l’inaugurazione dell’impianto elettrico, realizzato dal medesimo Antonio Scorpione verso la fine dell’ottocento. Le molteplici attività produttive connesse alla lavorazione e trasformazione delle materie prime agricole, provenienti dal territorio, quali il grano, l’ulivo e la canapa, nei locali destinati a mulino, frantoio e filanda, vengono dimesse all’inizio degli anni ’60 dell’ultimo secolo. La nascita del polo produttivo, si collega in primo luogo ai progressi di agricoltura della coltivazione dell’ulivo, quindi del grano e della canapa, in base alla disponibilità di nuovi terreni a seguito dei processi di disboscamento del territorio ed avviene nel periodo caratterizzato dalla cosiddetta “rivoluzione industriale” che superando antiche e lente tecniche di lavorazione delle materie prime, imprime un’accelerata al processo produttivo di lavorazione mediante l’utilizzo di macchinari a vapore per generare energia elettrica. Il luogo prescelto a metà ‘800, sito in zona periferica all’allora centro urbano, collegato a questo da strada carrabile, si caratterizza morfologicamente da declivio collinare geologicamente composto da banchi di sabbia cementata di facile escavazione, dove molto probabilmente preesistevano cavità grottali artificiali (sgrottamenti) che vengono inglobate e quindi connesse alle aule del nuovo fabbricato, addossato al declivio naturale.

Distintasi nel mondo per la produzione del miglior filato presente nell’allora mercato tessile, chiamato “LA FELANDINA”, tanto richiesto e tanto commercializzato non solo a livello nazionale ma anche all’estero, prodotta da un impianto con caldaia a vapore, alimentata con i prodotti degli scarti della lavorazione delle materie prime (sansa ecc.) generando l’energia elettrica utile per il funzionamento dei macchinari dell’azienda, immettendo i fumi nell’atmosfera tramite alta ciminiera, che conferisce il toponimo al compendio strutturale.

E come ogni monumento che si ristetti, anche la ex Filanda Scorpione con la sua maestosa ciminiera, ha la sua misteriosa leggenda che ne amplifica l’importanza e la sua storia antica…

La leggenda della Filanda Scorpione e del filo pregiato

Nella seconda metà dell’Ottocento, alle porte di Ferrandina, sorgeva la maestosa filanda di Antonio Scorpione, la sua alta ciminiera dominava le colline come un faro di progresso, e di notte il bagliore dei macchinari a vapore sembrava il respiro stesso della nuova era industriale.

Si diceva che Antonio Scorpione non fosse solo un uomo di ingegno, ma anche di ambizione senza limiti, la sua filanda produceva un filato così fine e resistente che venne chiamato “La Felandina”, un tessuto quasi leggendario, richiesto dai mercanti di tutta Europa, ma dove c’era ricchezza, nascevano anche invidia e intrighi.

Un gruppo di mercanti rivali, provenienti da Napoli e Bari, iniziò a sospettare che il successo della filanda non fosse dovuto solo alla tecnica, voci sussurrate nelle taverne raccontavano che Scorpione avesse scoperto un antico segreto nascosto nelle grotte sotto l’edificio, una sorgente sotterranea capace di rendere la fibra più resistente.

Tra questi rivali c’era Don Ruggiero Valente, un commerciante senza scrupoli, che decise di impossessarsi del segreto con ogni mezzo, e una notte d’autunno, i suoi uomini si introdussero nella filanda attraverso le cavità scavate nella collina, ma ciò che trovarono non fu ciò che si aspettavano…

Non trovando alcuna sorgente miracolosa, scoprirono invece qualcosa di ancora più prezioso, i progetti dell’impianto elettrico di Scorpione, una tecnologia all’avanguardia per l’epoca, Don Ruggiero fece recapitare una lettera… “Consegnami il segreto della tua energia, o la tua filanda cadrà in rovina”, Scorpione, uomo fiero, non cedette, ma sapeva che lo scontro diretto avrebbe distrutto tutto ciò che aveva costruito.

A salvare la situazione fu Lucia, una giovane tessitrice della filanda, figlia di contadini, conosceva ogni angolo dell’edificio, comprese le antiche cavità sotterranee, Lucia propose un piano audace, fece credere agli uomini di Don Ruggiero che il segreto fosse davvero nascosto nelle grotte, guidandoli in un dedalo di cunicoli, lì, li condusse in una cavità instabile, dove un piccolo crollo, provocato ad arte, li intrappolò senza ferirli, ma impedendo loro di fuggire, nel frattempo, Scorpione avvisò le autorità, e la verità venne alla luce, Don Ruggiero fu arrestato e il suo tentativo di ricatto smascherato, la reputazione di Antonio Scorpione crebbe ancora di più, non solo industriale innovatore, ma uomo giusto, e quando gli chiesero quale fosse il vero segreto della “Felandina”, rispose… “Non è magia né mistero… è il lavoro, l’ingegno… e le mani di chi crede in ciò che fa”.

Lucia divenne caposala della filanda, e si racconta che fu proprio lei a migliorare ulteriormente la qualità del filato.

La filanda continuò a prosperare per decenni, e la sua ciminiera rimase simbolo di progresso e riscatto, e ancora oggi, gli anziani di Ferrandina raccontano che, nelle notti di vento, si può sentire un leggero sussurro provenire dalla collina… come il filo di un telaio invisibile… che continua a tessere la leggenda… della Felandina.

 

PALAZZO SCORPIONE 

TRA STORIA, ARTE E MISTERO

Nel rione Ciriglio della Ferrandina antica, troviamo il Palazzo Scorpione, allineato alla quinta muraria di Via Filippo Cassola, casa padronale fondata dalla omonima nobile famiglia, trasferitasi da Uggiano dopo il terremoto del 1456 che determinò l’abbandono dell’antico casale e l’emigrazione dei suoi abitanti. Collocato fra le vie Mario Pagano a monte e Filippo Cassola a valle, incassato nel dislivello morfologico del terreno, il Palazzo Scorpione costituisce una delle più significative e maestose espressioni d’architettura civile settecentesca locale, edificato su disegno unitario di scuola napoletana che riflette i motivi e gli stili architettonici dei maggiori artisti contemporanei fra cui il Fuga, il Vanvitelli ed il Sanfelice, visibili sulle facciate e nello scalone scenografico d’ingresso. L’impianto tipologico a forma rettangolare, cui si accede dal monumentale portale in pietra dura bianca su Via F. Cassola, il quale immette direttamente nell’androne d’ingresso, è caratterizzata da una piccola corte centrale di tipo aperto, da cui parte una scenografica scalinata, articolata in due rampe semicircolari a tenaglia, d’influenza Vanvitelliana, che immette ai ballatoi superiori, e quindi, alle unità abitative al primo e secondo piano, composte da una serie di grandi vani disposti lungo i fronti. Particolarmente interessanti le tipologie a la qualità delle coperture negli alloggi nobiliari, caratterizzate da volte ad ombrello ed a margherita al primo piano, da alta volta a padiglione ed una serie di botte unghiate al secondo piano, le coperture esterne, invece, sono tetti rivestiti da manto di coppi. L’edificio a livello altimetrico sviluppa a valle, lungo la facciata principale, tre livelli abitativi, di cui i primi due incassati sul tertro e l’ultimo sporgente a monte su Via M. Pagano, ove si nota con una facciata semplice priva di decori, emergente al solo piano terra. Il terzo livello, è caratterizzato dall’arredamento dello spartito centrale che si raccorda dolcemente alle due ali laterali con linee concave, dando luogo ad una lunga balconata impostata sul cornicione marcapiano sottostante, protetta da ringhiera in ferro battuto riccamente lavorata con motivi naturalistici, significativa espressione d’artigianato artistico locale. La maestosa facciata principale, che domina la quina muraria, coronata da elegante cornicione, caratterizzata dalla lunga balconata centrale, è scandita da una successione ritmica di sobrie paraste giganti, particolarmente care al Fuga, al centro delle quali si aprono, con sequenze regolari e simmetriche, finestre e porte-finestre inquadrate da cornici e sormontate da timpani, che conferiscono all’edificio un notevole slancio ascensionale. Al centro si apre un monumentale portale archivoltato in pietra, fiancheggiato da lesene doppie che si ergono a sostenere la sobria cornice leggermente aggettante la quale immette direttamente nell’androne coperto da volta a botte, dove si affaccia la suggestiva scalinata confluente in una doppia rampa, d’influenza Vanvitelliana. Per quanto attiene i decori d’interesse storico/artistico, si segnala sulla facciata principale la presenza di un mascherone lapideo raffigurante un volto umano stilizzato a due epigrafi che recitano rispettivamente quanto segue:

<< Antonio Scorpione nato in questa casa il 10/07/18345, morto il 25/05/900 la consorte Giovanna Lisanti, le figlie Vincenza ed Emanuela questa lapide posero il 10/07/1900>>.

<<Qui rese l’anima a Dio il 16/7/1927 l’Ing. Giuseppe La Capra, la moglie Vincenza Scorpione ed i figli rievocando affetti, famiglia e virtù attitudini lo ricordano ai buoni Agosto 1927>>.

Si segnala inoltre, la presenza di una tela sei-settecentesca raffigurante un San Pasquale Bajlon e una statua di un Bambinello, probabilmente sette-ottocentesca, rivestita da tessuto bianco d’epoca.

Oltre alla storia antica, questo particolare palazzo gentilizio nasconde, tra le sue mura, una particolare leggenda dai risvolti incredibilmente misteriosi…

Nel cuore della Ferrandina antica, quando ancora le strade erano illuminate da lanterne tremolanti e il vento portava con sé l’eco dalle colline, si erge il Palazzo Scorpione, che non era soltanto una dimora nobiliare… era un cantiere vivo, pulsante, abitato da artisti, scultori e architetti venuti da lontano.

Si racconta che la famiglia Scorpione, appena giunta da Uggiano dopo il grande terremoto del 1456, volesse lasciare un segno eterno della propria rinascita. Per questo, nel Settecento, chiamò maestranze ispirate alle grandi scuole napoletane del Fuga, del Vanvitelli e del Sanfelice, erano uomini silenziosi, con mani segnate dal marmo e occhi pieni di visioni, chi tracciava linee perfette sulle facciate, chi scolpiva pietre come fossero carne viva, chi modellava il ferro fino a farlo fiorire in tralci e foglie.

Durante il giorno, il palazzo risuonava di scalpelli e martelli, le doppie rampe della scalinata prendevano forma sotto la guida di un anziano Capomastro che, si diceva, avesse studiato i segreti delle curve “vive”, capaci di accompagnare il passo come musica, le volte ad ombrello e a margherita nascevano lentamente, come cieli interni, mentre gli artigiani discutevano di proporzioni, luce e armonia.

Ma quando calava la notte, qualcosa si trasformava...

Una giovane modella, chiamata a posare per una figura sacra destinata a una tela del palazzo, quella che oggi raffigura San Pasquale Bajlon, iniziò a vagare tra i corridoi anche dopo il lavoro, nessuno sapeva esattamente da dove venisse, aveva uno sguardo inquieto, come se cercasse qualcosa che non riusciva a trovare, alcuni giuravano che parlasse da sola davanti allo scalone, altri che restasse immobile ore intere sotto il mascherone di pietra sulla facciata, fissandolo come se potesse rispondere.

Un giovane scultore si innamorò di lei, lavorava al portale monumentale, incidendo con cura le cornici e le lesene, cominciò a ritrarre il suo volto di nascosto, trasformandolo in dettagli, una curva di labbro in un fregio, uno sguardo inciso nella pietra, una presenza nascosta tra i motivi decorativi.

Poi… una notte d’estate… la ragazza scomparve.

La trovarono all’alba, senza vita, ai piedi della scalinata, nessun segno di violenza, nessuna spiegazione, solo il suo volto, immobile, rivolto verso l’alto, come se stesse guardando qualcosa che gli altri non potevano vedere.

Da quel giorno, il giovane scultore non fu più lo stesso, terminò il suo lavoro in silenzio, ma aggiunse un ultimo dettaglio… il mascherone sulla facciata, non era previsto nei disegni originari… lo scolpì con una cura ossessiva, dandogli un’espressione ambigua… né dolore né pace… chi lo osserva oggi giura che quel volto cambi leggermente espressione a seconda della luce.

Il palazzo fu completato, magnifico e armonioso, le famiglie lo abitarono, le generazioni si susseguirono, lasciando epigrafi e memorie sulle sue mura, ma tra le stanze, soprattutto nelle notti più quiete, qualcuno racconta ancora di passi leggeri sulla scalinata a doppia rampa… e di una figura che si ferma sotto il mascherone… come in attesa…e c’è chi sostiene che, tra le volute del ferro battuto della lunga balconata, sia nascosto un volto… quello della giovane modella, eternamente intrappolata nell’arte che contribuì a creare…

 

PALAZZO GENTILIZIO TRASFORMATO IN EX STAZIONE DI POSTA

SCENARIO DI UN AMORE IMPOSSIBILE

Il complesso architettonico ubicato in agro di Ferrandina, ha la struttura tipica del Palazzo ottocentesco, esso si sviluppa su due piani, con tetto a padiglione in coppi e ripete nella composizione di facciata un esempio abbastanza interessante dell’architettura di quel periodo. Il prospetto principale è caratterizzato da una triplice serie di archi, elemento dominante di entrambi i piani, inquadrati da paraste inferiormente lisce e superiormente scanalate, le quali scandiscono ritmicamente la successione degli archi. Il motivo architettonico descritto, individua uno spazio porticato al piano terra ed uno superiore destinato a terrazza su cui prospettano gli ambienti più rappresentativi. Le finestre, indifferentemente, presentano delle eleganti cornici in stucco. Un motivo interessante è costituito dalle paraste di angolo che sagomate in maniera molto originale evidenziano gli spigoli dell’edificio. Una ricca trabeazione continua, particolarmente visibile sul prospetto principale, ripete elementi classicheggianti quali metope e triglifi, evidenziati in corrispondenza delle paraste. Dal portico, attraverso un portale ben tessito che reca sul concio di chiave la scritta A.D. 1855, si accede al cortile interno, sui cui lati si aprono quattro archi (il lato destro si presenta continuo in quanto le aperture sono state chiuse), mentre di fronte si apre un grosso arco che inquadra il pianerottolo intermedio. In corrispondenza dell’androne d’ingresso vi è una scala di pregevole disegno, che conduce al piano superiore. Da ricordare gli ambienti interni con pavimenti in cotto, grosse volte a botte al piano terra e a crociera in quello superiore. La costruzione inoltre denuncia nelle sue modalità costruttive elementi tradizionali locali quali l’uso incondizionato del mattone per ogni esigenza tecnologica e stilistica (camini, cornici e cornicioni, elementi strutturali quali: paraste, volte ecc.).

Detto palazzo, per le sue decorazioni e struttura muraria, dimostra in modo evidente, che nella metà dell’ottocento (1855), era un Palazzo Gentilizio di campagna, sia per la sua struttura abitativa superiore, che di quella inferiore, trattasi quest’ultima di locali adibiti a stalle e depositi agricoli, e proprio per dette caratteristiche è oggetto di leggende misteriose tipo quella che segue…

Nelle campagne silenziose attorno al Palazzo ex Stazione di Posta, quando ancora le carrozze sostavano sotto gli archi e l’odore del fieno si mescolava a quello della terra bagnata, si raccontava una storia che nessuno osava dire ad alta voce dopo il tramonto.

Si dice che, poco dopo la costruzione del palazzo nel 1855, vi abitasse una giovane donna, Filomena, figlia del proprietario, bella, colta, ma prigioniera di quelle stanze eleganti affacciate sulla terrazza, al piano inferiore, tra le stalle e i depositi, lavorava invece Michele, un contadino forte e silenzioso, con le mani segnate dal lavoro e lo sguardo limpido come il cielo d’estate.

I due si incontrarono per la prima volta nel cortile interno, sotto il grande arco che incorniciava la scalinata, lei era scesa di nascosto, incuriosita da quel mondo che le era proibito, lui stava portando sacchi di grano in deposito, bastò uno sguardo, uno soltanto, perché qualcosa cambiasse per sempre.

Da quel giorno, iniziarono a vedersi di nascosto, si incontravano al tramonto, quando le ombre del porticato si allungavano e nessuno faceva caso a una figura in più tra gli archi, parlavano poco, ma bastava, Michele le raccontava della terra, dei raccolti, delle stagioni, Filomena gli parlava di sogni che non avrebbe mai potuto vivere… l’amore tra loro crebbe come il grano selvatico, forte, inevitabile… e destinato a essere falciato.

Il padre di Filomena, uomo severo e legato all’onore, scoprì tutto, per lui, quell’amore era un affronto insopportabile, una figlia nobile non poteva legarsi a un semplice contadino, Michele fu cacciato via dal palazzo con violenza, e gli venne proibito di tornare, ma l’amore non obbedisce agli ordini…

Una notte d’estate, sotto un cielo senza luna, Michele tornò, Filomena lo attendeva nel cortile, tremante ma decisa, volevano fuggire insieme, lasciare quelle mura, quella terra che li aveva uniti ma anche condannati… ma non arrivarono mai oltre il portale…

Si racconta che il padre, avvisato da un servo, li colse di sorpresa proprio sotto l’arco d’ingresso, ne seguì uno scontro violento, Michele, disarmato, cercò solo di proteggere Filomena, ma la rabbia ebbe la meglio… un colpo, poi un altro… e Michele cadde sul pavimento, macchiandolo di rosso col suo sangue, Filomena  gridò, si gettò su di lui… e, secondo la leggenda, si tolse la vita lì accanto, incapace di vivere senza di lui.

Da allora, nelle notti di vento, qualcuno giura di sentire passi sotto il porticato, come di due amanti che cercano ancora una via di fuga, mentre altri raccontano di una figura femminile sulla terrazza, immobile, che guarda verso i campi…

E tra le stalle… quando l’aria è ferma e la terra profuma di grano maturo… c’è chi dice di udire un sussurro… un amore che la terra non ha mai voluto restituire.

 

PALAZZO CENTOLA 2… LA VENDETTA…

Ubicato in via dei Mille, risalente XVIII secolo, a pianta rettangolare, tetto a padiglione con tegole, muratura in pietra, cornice di coronamento superiore, portale in pietra.

Edificio in pietra e mattoni, portale e gradini d’accesso in pietra, ricca cornice di coronamento superiore, la facciata principale si presenta piuttosto sobria, è ornata da finestre e da una balconata con ringhiera in ferro battuto retta da mensole in pietra.

A differenza dall’altro in Via Vittorio Veneto, veniva utilizzato come seconda abitazione, un edificio non allo stesso livello storico del precedente, ma comunque gentilizio e abbastanza ricco di storia e di leggende, come quella che viene riportata di seguito…

Si racconta che il Palazzo Centola 2 di via dei Mille non fosse soltanto una dimora secondaria, ma un luogo scelto con estrema attenzione dalla famiglia Centola per un motivo che pochi conoscevano.

Mentre il palazzo principale in Via Vittorio Veneto era simbolo di potere e rappresentanza, questo edificio più sobrio custodiva qualcosa di più intimo… e più inquietante.

Nel XVIII secolo, il secondogenito della famiglia, escluso dall’eredità maggiore, si ritirò proprio qui, uomo colto ma tormentato, trascorreva le sue giornate tra manoscritti, specchi e strani strumenti che attiravano curiosità e sospetti, si diceva che studiasse il tempo… non quello che scorre, ma quello che si può piegare.

Secondo la leggenda, tra i due palazzi esisteva un legame invisibile, nelle notti senza luna, una luce tremolante appariva contemporaneamente in una finestra del palazzo principale e sulla balconata in ferro battuto di questo edificio, gli abitanti del paese iniziarono a sussurrare che i due fratelli comunicassero attraverso qualcosa che non apparteneva al mondo dei vivi.

Una notte, però, accadde qualcosa di diverso…

Dal palazzo in Via Vittorio Veneto si udì un grido, improvviso e soffocato, nello stesso istante, la luce in via dei Mille si fece accecante, poi si spense di colpo, il mattino seguente, il fratello maggiore fu trovato senza vita nel suo letto… ma con un’espressione di puro terrore, nel secondo palazzo, invece, non vi era traccia del secondogenito…

Le porte erano chiuse dall’interno, i gradini in pietra intatti… nessun segno di fuga… solo una cosa era cambiata, sulla parete accanto al portale in pietra, comparve una sottile crepa verticale, come se l’edificio stesso si fosse aperto e poi richiuso, e chi giurò di avvicinarsi abbastanza disse di aver sentito, provenire da quella fessura, un debole sussurro… come una voce intrappolata tra due luoghi…

Da allora si dice che i due palazzi siano ancora collegati… ma non più come prima, nel palazzo di Via Vittorio Veneto si percepisce una presenza che osserva, immobile, in quello di via dei Mille, invece, qualcuno, o qualcosa, sembra ancora cercare una via d’uscita.

E nelle notti più silenziose, c’è chi giura che la balconata in ferro battuto scricchioli leggermente… come se qualcuno vi si affacciasse, senza mai mostrarsi…

 

SIGNORE E SIGNORI VI PRESENTO… 

LA URETROCISTOSCOPIA

È come entrare nel più profondo degli inferi, per poi uscirne finalmente… a riveder le stelle.

Tutto comincia così…

Avete presente quando il medico vi dice… “È minimamente invasivo”, minimamente per chi, scusa? Per Hulk Hogan? Perché io entro lì convinto di fare un controllino e cinque minuti dopo sto nudo sotto un lenzuolino che copre esattamente niente di importante, quel telo non serve a proteggere la dignità, serve solo a illuderla, la dignità.

L’urologo mi fa… “Si rilassi”, e io penso… certo, adesso mi rilasso mentre mi parcheggi un flauto traverso nei posti sacri.

Poi arriva la sonda, ragazzi, la sonda NON È PICCOLA, è “tecnicamente sottile”, che è il modo medico di dire “fa comunque schifo”, parte il gel lubrificante… freddo… talmente freddo che il mio corpo ha fatto logout, la mia anima è uscita, ha guardato la scena e ha detto… “No no, io vi aspetto in sala d’attesa”, e quando entra la sonda succede una cosa strana… non urli perché ti manca il fiato, non piangi perché ti manca la forza, tratti incoscientemente, tratti come quando passi davanti all’autovelox a 140 e dici, “Magari non mi ha visto”, ogni centimetro è un pensiero diverso, “Ok, posso sopportarlo”, “No, non posso”, “Questa è violenza burocratica”, “Mamma aiutami tu”.

A un certo punto il medico dice… “Ancora un attimo”, ancora un attimo DA CHI? da quando è partito questo attimo? Dal 2003? E tu fai sì con la testa, perché ormai sei diventato un collaborazionista del dolore.

Quando finisce, il medico… “Ecco, tutto qui”, TUTTO QUI… come se mi avesse appena controllato l’olio della macchina, io invece mi rialzo come uno che ha appena combattuto in trincea, schiacciato da un carroarmato “Leopard”, seduto su di una mina a testata nucleare, esco dall’ambulatorio camminando in modo strano e disconnesso, il dolore indescrivibile parte dal reduce di guerra genitale e ti bombarda il cervello, sto rivedendo le mie priorità nella vita, e capisci una cosa importante… l’uretrocistoscopia non è un esame… è un’esperienza al limite dell’ immaginario, un rito di passaggio infernale, il seguito è ancora peggio, febbre a 39 per due giorni, dolori infiammatori in tutto l’apparato genitosacrale, ogni espulsione risulta un’impresa eroica, unica soluzione, una overdose di antinfiammatori sino al raggiungimento della pace dei sensi… e dopo tutto questo… niente ti fa più paura… a parte il controllo tra sei mesi.

 

LA LEGGENDA DEL LEGNO SANTO

Nel cuore del centro storico di Ferrandina, affacciata sull’attuale Piazza Plebiscito, si erge la Chiesa Madre di Santa Maria della Croce, uno dei simboli più importanti della storia religiosa e identitaria della comunità ferrandinese, oltre al suo valore architettonico e storico, l’edificio è avvolto da una leggenda antica, tramandata nei secoli dalla tradizione popolare, che ruota attorno a una reliquia di straordinaria importanza: il Legno Santo della Croce.

La storia della Chiesa Madre è strettamente legata alla nascita stessa di Ferrandina, alla fine del Quattrocento, per volontà di Federico d’Aragona, gli abitanti dell’antico casale di Uggiano furono trasferiti nel nuovo centro abitato, con la fondazione della città, iniziata intorno al 1490, si rese necessaria la costruzione di una nuova chiesa principale, destinata a diventare il fulcro della vita religiosa e civile.

Secondo la tradizione, proprio in questo passaggio cruciale avvenne un evento destinato a segnare profondamente la storia locale, il trasferimento di una reliquia del Sacro Legno, un frammento della Croce sulla quale fu crocifisso Gesù Cristo.

La leggenda racconta che il Legno Santo fu donato da Federico d’Aragona alla comunità come segno di protezione divina, la reliquia era inizialmente custodita nella vecchia Chiesa Madre di Uggiano, ma con la fondazione di Ferrandina venne solennemente trasportata nella nuova chiesa, che proprio in onore della Croce prese il nome di Santa Maria della Croce.

Per il popolo ferrandinese, quel frammento non era soltanto una reliquia, ma un segno tangibile della presenza e della protezione di Dio, si credeva che il Legno Santo avesse il potere di difendere la città da calamità, malattie e periodi di grande difficoltà, e nei momenti più duri della storia locale, la popolazione si stringeva attorno alla reliquia in preghiera, rafforzando il senso di comunità e di fede.

Ancora oggi, la reliquia del Legno Santo rappresenta uno dei tesori più venerati della Chiesa Madre, ogni anno, il 14 settembre, in occasione della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, Ferrandina rinnova una devozione che affonda le sue radici in oltre cinque secoli di storia.

Al di là della veridicità storica della leggenda, il racconto del Legno Santo continua a vivere nella memoria collettiva come simbolo di unità, protezione e identità, la Chiesa Madre di Santa Maria della Croce non è soltanto un edificio sacro, ma un luogo in cui storia, fede e tradizione popolare si intrecciano, raccontando l’anima profonda di Ferrandina…

 

SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZO INVERNO

C’è un momento, dopo ogni tempesta, in cui il silenzio non è vuoto ma colmo, è il respiro che torna regolare, il battito che si riallinea al tempo delle cose, l’inverno, con la sua durezza, sembra il custode ideale di questo passaggio, non promette fioriture immediate, ma verità nude.

La tempesta non chiede permesso, arriva, scuote, confonde, e porta con sé domande scomode, paure che credevamo sopite, certezze che si sgretolano come rami secchi sotto il vento, eppure, quando tutto sembra perduto, accade qualcosa di impercettibile, il cielo si apre, non di colpo, non con clamore, ma con una luce timida che filtra tra le nuvole stanche.

Il sereno dopo la tempesta non è euforia, è consapevolezza, è guardarsi intorno e riconoscere ciò che è rimasto, ciò che ha resistito, è scoprire che anche il freddo può essere limpido, che la notte può custodire sogni anziché paure, in mezzo all’inverno, quando la terra sembra dormire, nasce una quiete nuova, più profonda, più onesta.

Questo sogno di una notte di mezzo inverno non parla di fughe, ma di ritorni, al centro di sé, alle cose essenziali, alla forza silenziosa che ci permette di ricominciare, perché ogni tempesta lascia dietro di sé un cielo diverso, e sta a noi imparare a riconoscerlo.

E forse è proprio questo il dono, capire che il sereno non cancella ciò che è stato, ma lo trasforma in spazio, in luce, in possibilità.

 

LA LEGGENDA DEI TRE COLLI 

E DEL SERPENTE DI FERRANDINA

Si racconta che, molto tempo fa, quando le pietre parlavano al vento e la terra ricordava ogni passo dell’uomo, sulle colline dove oggi sorge Ferrandina giacesse un’antica ferita.

Tre colli si alzavano verso il cielo come sentinelle silenziose, e ai loro piedi viveva un grande serpente nero, custode della memoria della terra e delle sue paure, non era creatura di male, ma di prova, chi temeva il passato non poteva salire, chi aveva coraggio trovava la strada.

Un giorno la terra tremò, e il vecchio abitato di Uggiano cadde come un sogno spezzato, gli uomini fuggirono, portando con sé solo la speranza e la fede che non crolla nemmeno quando le case diventano polvere.

Guidati dalla croce della loro fede, salirono sul colle più alto, dove piantarono una croce d’oro per dire al cielo e alla terra… “Qui ricominciamo”, il serpente allora si ritirò ai piedi dei colli, non sconfitto, ma domato, simbolo delle paure vinte, della sapienza imparata dal dolore, della forza di chi non fugge più.

E si dice che Federico, figlio di Ferrante, pose la prima pietra pronunciando parole che il vento ancora ricorda… Ferrandinam Fabricare Fecit… da allora, Ferrandina vive tra cielo e terra, sorretta dai suoi tre colli, protetta dalla croce, e vigilata dal serpente, che insegna agli uomini che solo affrontando ciò che sta in basso si può abitare davvero ciò che sta in alto.

 

LA LEGGENDA DEL MERCANTE DI FERRANDINA

Si narra che, molti secoli fa, Ferrandina fosse attraversata da mercanti provenienti da ogni parte del Mediterraneo, tra questi ve n’era uno particolarmente ricco, noto più per la sua avarizia che per le sue mercanzie, arrivava in paese con carri carichi di stoffe e spezie, ma trattava con durezza chiunque cercasse aiuto o un prezzo più giusto.

Un giorno, mentre il mercante attraversava le colline argillose intorno a Ferrandina, incontrò una vecchia mendicante che gli chiese solo un po’ d’acqua, l’uomo la scacciò con parole crudeli, prima di allontanarsi, la donna lo fissò e gli disse che la terra stessa avrebbe chiesto conto della sua durezza di cuore.

Poco dopo, il cielo si fece scuro e un violento temporale si abbatté sulla zona, il terreno, reso fragile dall’argilla, cedette, il carro del mercante sprofondò nel fango e lui con esso, secondo la leggenda, nessuno riuscì a salvarlo, e della sua ricchezza non rimase traccia.

Gli anziani del paese raccontano che, nelle notti di pioggia, si possa ancora sentire il rumore di monete trascinate dal fango e il lamento di un uomo pentito, da allora, la leggenda viene tramandata come monito, chi disprezza gli altri per amore dell’oro finisce per essere inghiottito da ciò che crede di possedere.

Questa invece è una narrazione leggendaria legata alla zona è collegata al Castello di Uggiano e a un mercante che compare nella tradizione del borgo vicino all’attuale Ferrandina.

Secondo alcune fonti che raccolgono storie locali sul territorio (ad esempio I Borghi d’Italia), la leggenda riguarda un mercante che si ferma nei pressi dell’antico borgo di Ferrazzano (oggi collegato alla storia di Ferrandina)…

C’era un signore locale, Riccardo da Camarda, proprietario del castello di Ferrazzano (o Ferracciano), disprezzato dal popolo per le tasse elevate.

Un mercante di passaggio mostra al signore stoffe e tessuti bellissimi, ma quando viene detto il prezzo il signore lo caccia via, indignato, il mercante allora regala le sue stoffe agli abitanti del borgo, che, vestiti magnificamente, diventano molto ammirati e potenti.

In alcune versioni la comunità così rafforzata si libera del signore e distrugge il castello.

Alcuni raccontano che il mercante sia stato Ferdinando d’Aragona stesso, anche se le date non coincidono con i fatti storici, è probabile che questa parte sia un elemento leggendario aggiunto alla narrazione.

Questa storia è più una leggenda popolare locale che un racconto documentato.

Ferrandina fu rifondata nel Quattrocento in seguito alla distruzione dell’antico centro di Uggiano, probabilmente dopo un terremoto e successivi spostamenti di popolazione.

Il Castello di Uggiano è un luogo reale di cui restano rovine nei pressi di Ferrandina oggi, e attorno a esso si radicano varie storie locali.

Non esiste una “leggenda ufficiale” universalmente riconosciuta del Mercante di Ferrandina, ma una storia leggendaria legata alla zona del Castello di Uggiano e alla nascita del borgo è stata tramandata in alcune raccolte locali.

 

IL FUTURO BRILLANTE DI DUE SORELLE 

DAL PASSATO MODESTO

In via Francesco Nullo a Ferrandina, nel caratteristico rione “Purgatorio”, dove le case disposte a schiera sembrano incollate l’una all’altra, sui due lati di una interminabile viuzza che scorre a mo’ di montagne russe, attraversarla tutta sembra di cavalcare onde di un oceano d’asfalto.

La via è dedicata al noto patriota Garibaldino, uno dei mille, protagonista di tante battaglie, perito all’età di 37 anni in Polonia, dove era riverito e rispettato da tutti.

All’inizio di detta via, esiste una modesta casa grotta, con solaio a botte, interamente fatto di mattoni antichissimi, un tempo sicuramente utilizzata come cantina o stalla per cavalli di famiglia nobile, ed è proprio qui che ha vissuto, nel XIX secolo, una modesta famiglia di modesti lavoratori dei campi.

Lui ex guardia reale ritiratosi a vita privata, stanco di combattimenti sanguinari, per curare i propri raccolti, lei dama di compagnia di nobildonne di alto lignaggio, genitori di due splendide bimbe dalla folta capigliatura riccia corvina e dai lineamenti gentili e piacevoli, di una simpatia disarmante, tanto da non passare inosservate ovunque andavano, ma ignare del futuro roseo e brillante che le attendeva…   

Le due sorelle, che tutti nel rione chiamavano affettuosamente Rita e Lella, crebbero tra il profumo acre della terra lavorata e il tepore della piccola casa grotta, dove l’inverno sembrava meno rigido grazie al respiro caldo delle pietre antiche, nonostante la modestia delle loro condizioni, vi era in loro una grazia naturale che pareva ereditata da un destino più grande di quanto chiunque potesse immaginare.

Il padre, uomo di poche parole ma di grande dignità, insegnò loro il valore della disciplina e dell’onore, la madre, invece, trasmise un’eleganza discreta, fatta di piccoli gesti e modi gentili che avevano appreso nei salotti nobiliari, così, tra un giorno nei campi e una sera illuminata da una tremolante lucerna, le due ragazze crebbero coltivando sogni silenziosi.

Un’estate, durante la festa patronale, giunsero in paese alcuni ospiti illustri, una famiglia nobile in viaggio verso le loro proprietà, tra loro vi era la marchesa Eleonora, donna colta e attenta, che rimase colpita dall’educazione e dalla naturale raffinatezza delle due sorelle, bastarono pochi scambi di parole perché intravedesse in loro qualcosa di raro.

Fu così che, con il consenso dei genitori e non senza qualche timore, Rita e Lella lasciarono per la prima volta Ferrandina per trasferirsi al seguito della marchesa, il mondo che si aprì davanti ai loro occhi era fatto di sale affrescate, giardini profumati e conversazioni colte, ma ciò che più stupiva era come, nonostante tutto, esse riuscissero a rimanere fedeli a sé stesse.

Lella, la minore, mostrò subito un talento naturale per la musica, il suo canto, limpido e profondo, incantava chiunque l’ascoltasse, Rita, invece, si distinse per la sua intelligenza vivace e la capacità di intrattenere con spirito e grazia, ben presto, entrambe divennero presenze amate e rispettate.

Il destino, tuttavia, aveva in serbo sorprese ancora più grandi per loro…

Durante un ricevimento d’autunno nel maestoso castello di Obelanum, Lella fu invitata a cantare davanti a una platea scelta, tra gli ospiti vi era il giovane Conte Giacomo, della corte del Castello del Malconsiglio, uomo di spirito nobile e animo sensibile, fu un incontro di sguardi prima ancora che di parole, egli rimase profondamente colpito dalla dolcezza e dalla forza che trasparivano dalla voce dell’adorabile cantante.

Rita, nel frattempo, attirò l’attenzione del Marchese parente del Conte, Gianfelice, noto per la sua mente brillante e il carattere curioso, tra discussioni su libri, cavalli e viaggi, nacque tra loro un’intesa fatta di rispetto e ammirazione reciproca.

I mesi passarono, e ciò che era iniziato come un incontro fortuito si trasformò in qualcosa di più profondo, le due sorelle, partite da una viuzza che sembrava non finire mai, si trovarono improvvisamente al centro di un destino che pareva scritto tra le stelle.

E così giunse il giorno tanto atteso…

Nella più bella sala reale del castello di Obelanum, tra arazzi dorati e lampadari scintillanti, si celebrarono le nozze, Rita, vestita di seta color avorio, avanzava con passo lieve accanto al Marchese Gianfelice, Lella, radiosa in un abito color perla, stringeva il braccio del Conte Giacomo con un sorriso colmo di vita.

Gli invitati, provenienti da ogni dove, mormoravano stupiti, nessuno avrebbe mai immaginato che due ragazze di umili origini potessero portare tanta luce e nobiltà d’animo in un luogo così solenne… eppure, nel silenzio di quel momento, mentre le promesse venivano sussurrate, sembrava chiaro a tutti che non era stata la fortuna a guidarle fin lì, ma qualcosa di più profondo… la gentilezza… la dignità e quel misterioso filo invisibile che unisce i sogni al coraggio, e nelle notti successive, quando il vento accarezzava le torri del castello, qualcuno giurava di sentire, tra le sue note, l’eco lontano di una viuzza ondulata, dove tutto ebbe inizio…

 

LA MIA VITA… COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI

Sono nato con l’animo dell’ottimista prudente, uno di quelli che attraversano sulle strisce anche quando la strada è deserta, ringraziando il semaforo per la collaborazione.

Infanzia tranquilla, merende regolari, ginocchia sbucciate con moderazione, il mio più grande trauma? Una figurina doppia scambiata con entusiasmo… che avevo già doppia.

La mia vita scorreva liscia come l’olio extravergine, spremuto a freddo, finché non arrivò l’età adulta, che si presentò senza appuntamento e senza manuale di istruzioni, lavoro, impegni, responsabilità… e quella misteriosa capacità di stancarsi solo a guardare la lista delle cose da fare.

Poi, colpo di scena numero uno… il mio corpo decide di iscriversi a un campionato di “malanni creativi multipli”, nulla di drammatico singolarmente, ma in squadra facevano un figurone, medici che mi guardavano come si guarda un cubo di Rubik quasi risolto, “Interessante… non lo tocchi”.

Esami, controlli, attese, scopro due verità fondamentali, le sale d’attesa hanno una dilatazione temporale propria, e le riviste sono sempre di tre anni prima.

Colpo di scena numero due… invece di disperarmi, mi viene voglia di ridere, non subito, prima brontolo con stile, poi capisco che la vita è come una ricetta improvvisata, se non puoi cambiare gli ingredienti, aumenta il condimento.

Così ho iniziato a vivere alla giornata, non “carpe diem” elegante, più un “carpe panino quando capita”, ho cominciato ad apprezzare cose che prima ignoravo, il rumore del caffè che sale, le telefonate brevi, le passeggiate lente, i parcheggi trovati al primo colpo (evento che mi ha quasi spinto alla fede) capendo poi che dipende dal fatto che tutti sono a lavoro.

Colpo di scena numero tre… scoprii che la serenità non era dietro un grande traguardo, ma nascosta nei dettagli ridicoli, tipo, parlare con le piante, una mi ha pure risposto, va detto… era finta, ma il dialogo è stato comunque profondo… e questo mi ha subito preoccupato.

Gli amici mi dicono… “Con tutto quello che hai passato, sei incredibilmente positivo”, io rispondo, “Certo, ho fatto il confronto prezzo/qualità, era fuori budget”.

Ora vivo come se non ci fosse un domani, ma con l’agenda aggiornata, non si sa mai, ringrazio spesso, non perché sia andato tutto bene, ma perché (statisticamente) poteva andare molto peggio, e invece ha preso una curva buffa.

E il colpo di scena finale?

Non ho mai smesso di essere quel bambino prudente delle strisce pedonali, solo che adesso attraverso la strada della vita guardando da entrambe le parti… salutando e ringraziando, per educazione, non si sa mai chi potrebbe passare.


 

UNA TRANQUILLA DOMENICA POMERIGGIO

IN ATTESA DI SAN VALENTINO

Il pomeriggio domenicale scorre lento e pigro, di quelli che sembrano fatti apposta per ricordarti che la vita, quando vuole, sa essere tremendamente gentile.

In casa regna quel silenzio familiare che solo due persone sposate da trentanove anni sanno condividere senza sentirsi obbligate a riempirlo di parole inutili.

Enzo è seduto sul divano, con il telecomando in mano, non sta guardando davvero la televisione, sta praticando l’antica arte del “fare zapping riflessivo”, disciplina che ha perfezionato negli anni e che consiste nel cambiare canale ogni sette secondi con aria profondamente concentrata.

Marasara, dalla cucina, lo osserva scuotendo la testa mentre prepara il caffè, «Enzo… stai cercando qualcosa o ti stai allenando per le Olimpiadi del telecomando?», «Sto valutando il panorama culturale televisivo italiano» risponde lui con tono solenne, «Ah… quindi niente».

Lei porta il caffè in salotto e si siede accanto a lui, le loro ginocchia si sfiorano, come succede da quasi quarant’anni, con quella naturalezza che ormai è più casa di qualsiasi muro.

«Tra poco è San Valentino» dice Marasara, fingendo distrazione mentre sistema il centrino che Enzo, puntualmente, ha storto passando, Enzo sospira teatrale, «Trentanove anni insieme… io merito almeno una medaglia al valore», lei lo guarda con un sopracciglio alzato, «Io invece direttamente la santificazione», scoppiano a ridere, quella risata complice che nasce da mille ricordi condivisi, conti che non tornavano, vacanze improvvisate, litigate epocali finite con un gelato diviso a metà, e notti passate a parlare del futuro quando il futuro sembrava ancora un posto lontano.

Enzo posa il telecomando, che per lui è un gesto quasi rivoluzionario, e prende la mano di Marasara, la stringe piano, come fa sempre, come ha fatto la prima volta senza sapere che sarebbe stato per tutta la vita… «Lo sai che ti risposerei?» dice lui, lei lo guarda sorpresa. «Davvero?», «Sì… però stavolta scegli tu il ristorante, così evitiamo quella tragedia del ’87», «Non era una tragedia…», «Marasara, abbiamo mangiato pesce in un ristorante di montagna», lei ride così forte che deve appoggiarsi alla sua spalla, e lui resta fermo, lasciandola ridere, guardandola con quello sguardo pieno di amore tranquillo, quello che non ha bisogno di effetti speciali.

Fuori il sole comincia a scendere, tingendo la stanza di arancione, dentro casa, invece, il tempo sembra fermarsi tra una carezza distratta, una presa in giro affettuosa e quella certezza silenziosa che, dopo trentanove anni, l’amore non è più una promessa… è diventato un modo di respirare insieme.

«Enzo…», «Dimmi», «Per San Valentino niente regali inutili», «Perfetto», «Solo fiori, cioccolatini, cena romantica e magari un weekend», Enzo annuisce serio, «Quindi… niente regali inutili», lei lo guarda e gli dà un piccolo buffetto sulla guancia.

E la domenica continua così… tra ironia, tenerezza e quella meravigliosa verità che, dopo tanto tempo insieme, l’amore diventa un bellissimo scherzo che nessuno dei due vuole smettere di raccontare.



 

IL PORTALE DELLA CHIESA DI SANTA CHIARA

La Chiesa di Santa Chiara (O delle Clarisse) Ubicata in Via Dei Mille nel rione La Cittadella, risalente al XVII secolo, chiesa collegiale e cappella del Convento delle Monache Clarisse, a pianta rettangolare, tetto a due falde con tegole, volta a botte, muratura in pietrame e mattoni intonacata, pavimento in cemento battuto, portale d’ingresso sovrastato da nicchia con statuetta di Santa Chiara, con volta interna decorata con stucchi e fregi, altare in legno scolpito con colonne tortili, un quadro attribuito all’artista Andrea Miglionico risalente al XVI secolo, e pulpito ligneo. La chiesa è costituita da un’unica navata a pianta rettangolare, senza transetto e senza abside, coperta da una volta a botte lunettata e decorata in stile barocco, stucchi floreali molto ricchi, ma ordinati secondo scansioni geometriche ben definite. Sul lato destro dell’altare è collocata la sacrestia con copertura a volta a crociera in mattoni faccia-vista e a cui si accede da un portale scolpito in legno di quercia, al lato sinistro, invece, un ambiente con volta a botte lunettata, che consente il collegamento con l’omonimo convento.

Nel cuore silenzioso del rione La Cittadella, tra Via Dei Mille e l’attuale Via Vittorio Veneto, si tramanda da secoli una leggenda che pochi osano raccontare fino in fondo.

Si narra che il portale scolpito in legno di quercia, quello che conduce alla sacrestia della chiesetta, non sia una semplice opera d’artigianato, le sue colonne tortili intagliate, i motivi floreali e le figure appena accennate tra le venature del legno nasconderebbero un linguaggio antico, comprensibile solo a chi sa “guardare oltre”.

Le monache Clarisse, che un tempo abitavano il convento adiacente, custodivano un segreto, quella porta non separava soltanto due ambienti… ma due dimensioni.

Secondo la leggenda, nelle notti di luna nuova, quando il silenzio avvolge il quartiere e persino il vento sembra trattenere il respiro, il portale iniziava a vibrare leggermente, non era un rumore udibile, ma una sensazione, come un battito lento nel legno.

Chi appoggiava l’orecchio alla superficie raccontava di sussurri, preghiere in una lingua sconosciuta, forse più antica del latino stesso, alcuni giuravano di aver visto le incisioni muoversi, come se le figure scolpite cercassero di emergere dalla materia.

Le monache più anziane parlavano di “ore nascoste”, momenti che non appartengono né al giorno né alla notte, in cui il tempo si piega, in quei brevi istanti, il portale si aprirebbe… ma non verso la sacrestia.

Una giovane novizia, curiosa oltre misura, avrebbe deciso di attraversarlo. Era una notte d’inverno, e il convento era immerso nel buio. Quando la porta si schiuse, non trovò la consueta stanza, ma un lungo corridoio illuminato da una luce dorata senza fonte.

Le pareti erano fatte dello stesso legno del portale, ma vivo, pulsante, ogni passo sembrava risuonare come un’eco lontana, si dice che lungo quel corridoio scorressero visioni, il passato del convento, le preghiere dimenticate, le vite di chi aveva varcato quella soglia prima di lei.

Quando tornò, perché tornò, anche se cambiata, nessuno seppe dire quanto tempo fosse passato, per lei, pochi minuti, per le altre, tre giorni.

Da allora, le Clarisse avrebbero inciso un simbolo invisibile sul portale, un sigillo esoterico fatto non di segni, ma di intenzione, impedire che chiunque, senza preparazione, potesse oltrepassare quella soglia.

Eppure, ancora oggi, qualcuno giura che il legno di quercia non sia del tutto inerte, che al tramonto, se la luce entra con una certa angolazione, le venature disegnino mappe impossibili, e che, nelle notti più quiete, si possa sentire un lieve bussare… dall’altra parte.

C’è chi dice che sia solo una storia per affascinare i visitatori, ma nel rione La Cittadella, quando si passa davanti a quella porta, nessuno resta indifferente.


 

LA PROTESTA DEI CONTADINI 

CONTRO I LATIFONDISTI FASCISTI

il 2 agosto del 1945  a Ferrandina i contadini diedero vita ad una sommossa, per chiedere l'allontanamento dei latifondisti  fascisti e l'assegnazione delle terre incolte. Nel corso dei tumulti venne assassinato Vincenzo Caputi, ritenuto il mandante dell'uccisione del sindaco e consigliere provinciale socialista Nicola Montefinese.

Vincenzo Caputi fu podestà di Ferrandina dal 29 gennaio1944 al 16 giugno 1944

*Della morte di Nicola Montefinese “Il Giornale di Basilicata” di tendenza governativa e il Presidente La Carpia diedero versioni diverse.

“Il Giornale di Basilicata” scriveva: “la tragica morte del sindaco di Ferrandina mentre vuol tirare sulla folla, rimane ucciso dal moschetto”.

Il presidente La Carpia nella prima riunione del consiglio comunale del 2 marzo 1921 diede, invece, la seguente versione dei fatti: “una grave sciagura toccava il nostro sindaco Montefinese Nicola, che lasciava la vita vittima della sua stessa arma, impugnata per legittima difesa, egli rientrava da passeggio, in compagnia dell’avv. Alessandro Bruni e del sig. Cucca Carmine, e tutti salivano sul Municipio, mentre in piazza si radunava gente che emetteva grida ostili all’indirizzo dell’avv. Bruni. la folla si ingrassava e minacciava di invadere il municipio, cosa che avvenne dopo. I tre malcapitati si ripararono nel gabinetto sindacale, il sindaco nel maneggio delle armi scivolava e cadeva riverso col moschetto che lo colpiva al costato destro e lo uccideva”.

Il 1° agosto 1945, nella sede del partito comunista, fu organizzata una riunione per preparare una sommossa che sarebbe dovuta scoppiare il giorno successivo. Nel mirino vi erano Vincenzo Caputi e tutte le persone che avevano gestito il potere negli anni del fascismo.

La mattina del 2 agosto 1945 picchetti di agitatori bloccarono tutte le uscite di Ferrandina, non permettendo ai contadini di andare a lavorare nei campi. Vincenzo Caputi, in tale clima, si barricò nella sua casa, dove fu circondato. Tentò di scappare dall’uscita di via Olmi, ma fu preso e mentre salivano alla piazza venne sparato vicino alla porta della chiesa Madre al lato di via Venita.

L'ordine fu ristabilito con l'invio, da parte del governo provvisorio di unità antifascista, di 100 carabinieri da Napoli, 250 alpini della divisione Garibaldi e l'arrivo a Ferrandina, il 4 agosto, del ministro Scelba.

Questa invece è la versione di chi partecipò attivamente a queste vicende, si chiamava Rocco… un povero contadino senza pane per sfamare la propria famiglia…

Nell’estate del 1945, a Ferrandina l’aria sapeva di polvere e di attesa, la guerra era finita da pochi mesi, ma per i contadini nulla era cambiato davvero, la terra restava nelle mani di pochi, e le mani dei molti continuavano a sanguinare.

C’era chi si alzava prima dell’alba, come Rocco, che ogni mattina legava le scarpe consumate con uno spago e lasciava un pezzo di pane duro ai figli ancora addormentati… “Mangiate piano”, diceva sempre alla moglie, “così vi sembra di più”.

E c’era Maria, che aveva perso due fratelli al fronte e ora cuciva abiti rattoppati per i vicini, in cambio di un pugno di farina, e la sera, seduti fuori dalle case fatte di pietre, si raccontavano che presto qualcosa sarebbe cambiato… non sapevano come… ma lo sentivano.

Il 1° agosto, nella sede del partito comunista, si riunirono uomini stanchi ma decisi, non erano rivoluzionari di professione, ma padri, figli, braccianti, parlavano sottovoce, ma nei loro occhi c’era un fuoco antico… la terra doveva essere di chi la lavorava.

La mattina del 2 agosto, Ferrandina si svegliò diversa, le strade erano presidiate, i campi irraggiungibili, nessuno andò a lavorare, per la prima volta, i contadini si fermarono, non per riposare, ma per farsi sentire,

Il nome che correva di bocca in bocca era quello di Vincenzo Caputi, per molti, rappresentava un passato che non volevano più sopportare, nelle case, le donne stringevano i rosari, mentre gli uomini si univano alla folla.

Caputi, chiuso nella sua casa, sentiva il rumore crescere come un temporale, provò a fuggire, uscì da una via secondaria, sperando di passare inosservato, ma la folla lo riconobbe… fu un attimo… un colpo… un grido.

Vicino alla chiesa madre, tra pietre antiche e passi concitati, la vita di un uomo si spense, mentre attorno la rabbia continuava a bruciare, ma la sommossa non portò la pace, arrivarono i carabinieri, gli alpini, e con loro il gelo dell’ordine ristabilito, le strade si svuotarono, i canti si spensero, e le porte si richiusero piano, come dopo un lutto.

Rocco tornò a casa quella sera con le mani vuote, i figli gli corsero incontro, ma lui non parlò, si sedette e guardò il pane rimasto sul tavolo, Maria, invece, smise di cucire per qualche giorno, diceva che l’ago le tremava troppo.

Qualcuno sussurrava che era stato inutile, altri dicevano che era stato necessario, ma la verità, quella che restò, era negli occhi dei contadini… avevano alzato la testa, per un giorno almeno, e anche se la terra non era ancora loro, avevano capito che il silenzio non sarebbe più bastato.

Eppure, quella sera, Ferrandina pianse… pianse non solo per i morti, ma per la speranza spezzata a metà, come un pane diviso troppo presto… quando la fame è ancora tutta lì… 



 

LA VEGLIA DELLE CLARISSE DI FERRANDINA

Quando il convento di Santa Chiara chiuse le sue porte e le suore furono costrette ad andarsene, Ferrandina non dormì più allo stesso modo.

Si dice che la prima notte, dopo la soppressione, nessuno osò passare davanti al grande portone, il vento entrava dal chiostro e usciva gemendo dalle finestre alte, come un respiro trattenuto troppo a lungo, un uomo del paese, tornato tardi dai campi, giurò di aver visto una luce muoversi lentamente sotto i portici, non come una fiamma, ma come un lume portato da mani invisibili, la luce si fermò davanti alla chiesa, tremò, poi sparì.

Da quella notte, ogni vigilia di Santa Chiara, accadeva qualcosa, le porte restavano chiuse, eppure si udivano passi leggeri, ordinati, come di sandali sul pavimento… non correvano… non strisciavano, camminavano in silenzio, come durante una processione.

Chi abitava vicino raccontava che, allo scoccare della mezzanotte, le campane suonavano una sola volta, lente, profonde, anche quando il campanile era vuoto, subito dopo, il convento sembrava illuminarsi dall’interno, come se qualcuno avesse acceso tutte le candele rimaste.

Un anziano muratore, che aveva lavorato lì da giovane, disse una cosa che nessuno dimenticò mai… “Le Clarisse nun se ne so’ mai jute… quann le caccèrn, lassàrn ‘a preghier ddà ghindr”.

Secondo lui, le suore avevano promesso di vegliarlo per sempre, quel luogo, non per spaventare, ma per custodire ciò che avevano amato.

C’è chi dice che una di loro non riuscì ad andarsene, rimasta chiusa per errore in una cella durante il caos dell’abbandono, altri giurano che non morì mai davvero, ma che si consumò pregando, finché il suo corpo diventò silenzio e la sua anima luce.

Ancora oggi, nelle notti calme, chi si ferma davanti al convento in silenzio, può sentire un canto bassissimo… quasi un soffio, non è un lamento… è una preghiera.

E gli anziani di Ferrandina dicono sempre la stessa cosa… “Fign a quann s sent  cantà… Santa Chiara sta angor llà”

 

LA TRISTEZZA DEGLI ANGELI 

PER QUESTO MONDO CATTIVO

Nel silenzio immacolato del Paradiso, dove il tempo non scorre ma respira lentamente, gli angeli avevano smesso di cantare, le loro ali, un tempo vibranti di luce, ora si muovevano appena, come tende sfiorate da un vento stanco, anche i santi, seduti sui gradini di marmo eterno che conducevano al Trono, tacevano,  osservavano la Terra sospesa nel vuoto, azzurra e fragile, ma macchiata da ombre che nessuna preghiera sembrava più lavare… fu l’arcangelo Lirael a rompere quel silenzio, «Li abbiamo protetti per millenni» disse, con la voce che suonava come campane lontane, «Abbiamo sussurrato coscienze, deviato coltelli, acceso speranze, eppure continuano a scegliere il male», accanto a lui, Santa Miriam, patrona degli amori perduti, stringeva tra le dita un rosario fatto di stelle spente, ogni grano rappresentava una promessa tradita sulla Terra… «Non è il male che scelgono» rispose piano, «È la paura… ma la paura, quando cresce troppo, diventa crudeltà».

Sulle terrazze di luce si radunarono altri spiriti celesti, San Eliano, che in vita aveva curato i malati senza mai chiedere nulla, osservava il mondo con occhi colmi di tristezza, «Ho visto uomini distruggere chi li guariva» disse, «Ho visto bambini imparare l’odio prima ancora di conoscere il proprio nome», un mormorio percorse il cielo, simile a un temporale che nasce lontano.

Gli angeli custodi, legati da sempre ai cuori degli uomini, iniziarono a sciogliere i fili invisibili che li univano ai loro protetti, non con rabbia, ma con una stanchezza antica quanto la creazione, solo uno di loro esitava,

si chiamava Seraphiel, l’angelo delle seconde possibilità, aveva vegliato su una giovane donna per tutta la sua vita, salvandola da incidenti, disperazioni, amori sbagliati, aveva visto in lei una luce ostinata, fragile ma reale… «Non possiamo abbandonarli tutti» disse, avanzando tra le colonne fatte di aurora, «Se anche una sola anima continua a scegliere il bene, allora la Terra non è perduta», San Eliano lo guardò con dolcezza amara, «E quante anime hai visto spegnersi mentre ne salvavi una sola?», Seraphiel non rispose, le sue ali tremarono, lasciando cadere piume che si trasformarono in piccole piogge sulla Terra.

Nel frattempo, il Consiglio Celeste si riunì davanti al grande specchio del creato, che mostrava ogni guerra, ogni tradimento, ogni mano tesa respinta, le immagini scorrevano come ferite aperte, Lirael sollevò la sua spada di luce, ma non per combattere, «Non distruggeremo il mondo» proclamò… «Semplicemente… smetteremo di proteggerlo», un sussulto attraversò il Paradiso, le costellazioni sembrarono tremare,

Santa Miriam chiuse gli occhi, dal suo rosario caddero altre stelle morte, che si trasformarono in pioggia sottile sopra le città degli uomini, nessuno sulla Terra capì perché, quella notte, la pioggia sembrasse più salata del solito, Seraphiel scese allora ai confini del cielo, dove il Paradiso sfuma nel silenzio dell’universo, guardò la Terra un’ultima volta e vide la donna che aveva protetto per anni seduta alla finestra, mentre consolava un bambino che non era suo, ma che aveva trovato solo per strada, lei gli parlava con voce dolce, raccontandogli storie per farlo smettere di tremare, l’angelo sentì qualcosa spezzarsi dentro la sua eternità,

tornò verso il Consiglio, le ali bagnate di pioggia terrestre… «Io rinnego la loro crudeltà» disse con fermezza, «Ma non rinnego la loro capacità di amare, se voi vi ritirerete, io resterò», gli altri angeli lo guardarono con stupore, poi con una malinconia profonda, uno dopo l’altro, voltarono lo sguardo verso la Terra, non vedevano solo guerre e odio, vedevano anche mani che si stringevano tra le macerie, sconosciuti che condividevano pane, lacrime asciugate senza chiedere nulla in cambio, Santa Miriam sorrise appena, un sorriso antico e stanco… «Forse» sussurrò «il mondo non merita la salvezza… ma l’amore… sì».

Il Consiglio non revocò la sua decisione, molti angeli si ritirarono, lasciando il cielo più silenzioso e distante, i santi smisero di intercedere per ogni preghiera, ma alcuni rimasero, Seraphiel fu il primo, Santa Miriam lo seguì, poi, lentamente, altri spiriti celesti scesero a vegliare solo su chi, nel buio, continuava ostinatamente a scegliere la luce.

Da allora, si dice che la pioggia leggera non sia più soltanto il pianto degli angeli delusi, è anche il segno di quelli che, nonostante tutto… hanno deciso di restare.



 

LA LEGGENDA DEL TRICOLORE

Si racconta che, negli anni turbolenti del Risorgimento, quando il Regno delle Due Sicilie stava crollando e le idee di libertà arrivavano anche nei paesi della Basilicata, a Ferrandina vivesse un giovane contadino di nome Michele, noto per il suo amore per la giustizia e per l’Italia che ancora non esisteva.

Di notte, Michele si riuniva in segreto con altri ferrandinesi nelle grotte lungo il Basento. Lì ascoltavano le storie di Garibaldi e dei moti liberali, portate da viandanti e soldati sbandati. Una donna del paese, Rosa la filatrice, cucì in segreto un piccolo tricolore, usando pezzi di stoffa trovati qua e là: il verde di un grembiule, il bianco di un lenzuolo, il rosso di un fazzoletto.

La leggenda narra che, nella notte in cui giunse la notizia della caduta di Napoli, Michele salì sul punto più alto del paese e legò il tricolore alla Torre di avvistamento del Convento delle Clarisse, (oggi Convento di Santa Chiara), nel rione “La Cittadella”. All’alba, quando i soldati borbonici la videro sventolare, il vento improvvisamente si alzò così forte da rendere impossibile raggiungerla. Spaventati, interpretarono l’evento come un segno del destino e lasciarono il paese senza combattere.

Michele scomparve poco dopo. Alcuni dicono che si unì ai garibaldini, altri che fu vittima del brigantaggio. Ma ancora oggi, secondo la leggenda, nelle notti ventose di marzo, chi passa vicino al vecchio centro storico di Ferrandina può sentire il rumore di una bandiera che sbatte al vento, anche se sulla torre non c’è più nulla, ma tutti sanno che è il tricolore della libertà, che continua a vegliare sul paese, rievocando la memoria del suo patriota “Michele”… pace all’anima sua.



 

STORIA SEMISERIA DI UN GIOVANE 65ENNE

Enzo ha sessantacinque anni, e una lunga carriera da ex uomo impegnatissimo, talmente impegnato

che se un giorno si fosse perso, non se ne sarebbe accorto nessuno, nemmeno lui.

Una volta la sua agenda era una giungla, riunioni, scadenze, telefonate, impegni presi di fretta e mantenuti peggio.

Aveva sempre fretta, anche quando non sapeva bene dove andare, l’importante era, arrivare tardi.

Il tempo per sé? Archiviato sotto “prossima settimana”, il tempo per i cari? C’era, certo, cinque minuti, ma intensissimi, di solito mentre parlava al telefono.

Enzo correva così tanto, che il lunedì iniziava il venerdì sera e finiva quando era già lunedì di nuovo, un uomo serio, responsabile, con la strana sensazione di non aver mai vissuto davvero il martedì.

Poi, all’improvviso… la pensione, una parola che all’inizio fa paura, perché sembra una resa, e invece no, è un’amnistia.

Ora Enzo si sveglia e nessuno lo aspetta con urgenza, si dedica ai suoi Hobby, la lettura, la scrittura, tante le sue pubblicazioni, giornalistiche ed editoriali, si guarda intorno come per dire… “Davvero tutto questo tempo è mio? Sicuri?”

Fa le cose con calma, ma con dignità ogni gesto è una piccola rivincita, la colazione insieme alla sua consorte, le scarpe allacciate senza competizione, le decisioni prese senza consultare tre persone e due scadenze, cammina piano, non perché non possa andare veloce, ma perché adesso può permettersi di godere delle piccole cose che lo circondano, un lusso che prima non stava in agenda, con i suoi cari parla di più, e ascolta, senza controllare l’ora, un talento nuovo, che all’inizio dà crampi alla pazienza, ma poi migliora.

Ogni tanto ripensa al passato e scuote la testa… “Se avessi avuto più tempo…” poi sorride, perché ora ce l’ha, e non ha nessuna intenzione di sprecarlo correndo.

La sera Enzo va a letto non stremato, ma soddisfatto, non ha concluso molto, ed è proprio questo il capolavoro, perché dopo una vita piena di impegni, ora ha finalmente un appuntamento fisso con sé stesso e con il Medico curante, con l’Ospedale, con le sale operatorie, in compagnia di tanti nuovi conoscenti, specialisti, chirurghi, anestesisti, capi sala, OSS e infermieri, e, miracolo… nessuno mai arriva in ritardo.


 

SAN VALENTINO, LA FESTA DEGLI INNAMORATI…

E DEI SOPRAVVISSUTI

Oggi è quel giorno dell’anno in cui l’amore si misura in cioccolatini, cuoricini e frasi copiate male da Google, le coppie felici passeggiano mano nella mano, quelle “così così” litigano su dove andare a cena, i single dicono, “È solo una festa commerciale” (ma intanto guardano le storie di tutti).

San Valentino è quella ricorrenza magica in cui, un mazzo di fiori costa come un mutuo, il cioccolato diventa improvvisamente romantico (ieri era solo uno snack), spuntano dichiarazioni d’amore che neanche nei temi delle medie, e poi ci sono loro… gli eroi veri, quelli che ricordano la data senza promemoria.

Auguri a chi ama, a chi è amato, e anche a chi oggi ama… la pizza da solo sul divano, perché in fondo, l’amore è bello… ma anche sopravvivere a San Valentino non è male.

Buon 14 febbraio a tutti!



domenica 3 maggio 2026

 

OGGI È LA GIORNATA MONDIALE CONTRO IL CANCRO

“DATEGLI LA GIUSTA IMPORTANZA”

Una giornata che, quando stai bene, sembra lontana, quasi simbolica, una di quelle date che scorrono tra le notizie senza fermarsi davvero dentro, e poi arriva il giorno in cui quella parola entra nella tua vita… Cancro.

La mia storia è iniziata con un tumore al colon, senza preavviso, senza gentilezza, senza chiedere il permesso, da quel momento ho iniziato un percorso che mi ha lasciato mezzo metro di intestino in meno, una chemioterapia da affrontare, una carenza cardiaca da gestire e un deperimento fisico che mi ha fatto sentire, a volte, come se stessi scomparendo pezzo dopo pezzo.

Lo dico senza eroismi, ci sono stati giorni in cui non mi sentivo abbastanza forte, ci sono stati giorni in cui avevo paura, e giorni in cui anche solo alzarmi dal letto sembrava una scalata.

Se stai leggendo questo e stai affrontando la malattia, voglio dirti una cosa che spesso nessuno dice abbastanza… è normale avere paura, è normale arrabbiarsi, è normale sentirsi fragili, non devi essere un eroe ogni giorno, io ho scoperto che la vera forza non è sorridere sempre, la vera forza è restare, restare quando sei stanco, restare quando ti senti cambiato, restare anche quando pensi di non farcela.

Durante la malattia impari cose che nessuno ti insegna prima, impari che il corpo può tradirti, ma può anche sorprenderti, impari che le persone che ti stanno accanto diventano fondamentali come l’aria, impari che anche una giornata normale può diventare una vittoria enorme.

Io oggi combatto ancora, sono diverso da prima, più fragile sotto certi aspetti, più forte sotto altri, porto addosso cicatrici che non sono solo segni, sono prove che sono passato attraverso qualcosa che mi ha cambiato per sempre, e se stai combattendo anche tu, voglio dirti questo… non sei solo, non sei debole, non sei “rotto”, sei una persona che sta attraversando una battaglia durissima, non ascoltare chi ti dice come dovresti reagire, non esiste un modo giusto per affrontare la malattia, esiste solo il tuo modo, e va bene così.

Ci saranno giorni bui, ci saranno giorni in cui riderai senza sapere perché, ci saranno giorni in cui sentirai di aver perso qualcosa di te, ma credimi… dentro di te c’è molto più di quello che la malattia può portarti via.

Io non so cosa mi riserverà il futuro, so solo che oggi sono qui, ammaccato, rattoppato, con mezzo metro in meno… ma con una consapevolezza enorme… la vita non si misura in quello che perdiamo, ma nella forza con cui scegliamo di restare, e se oggi ti senti stanco, spaventato o perso, lascia che ti dica una cosa che avrei voluto sentirmi dire nei momenti peggiori… non devi vincere la guerra tutta insieme, devi solo vincere oggi, anche solo resistendo, anche solo respirando, anche solo decidendo di esserci ancora, e fidati… a volte, restare in piedi è già una vittoria gigantesca…

 

I GIORNI DELLA MERLA VERSIONE MODERNA

I Giorni della Merla non sono giorni… sono tre parenti lontani dell’inverno che nessuno invita ma che si presentano lo stesso, dicendo… «Passavamo di qui…».

Il primo giorno arriva vestito leggero, così la gente abbocca, uno esce senza guanti e dopo trenta secondi perde l’uso delle dita e deve mandare i vocali con il naso.

Il Giorno osserva soddisfatto e annota su un taccuino… “Inganno riuscito”.

Il secondo giorno è un sadico organizzato, fa freddo solo… alle fermate dell’autobus, sotto le porte e  esattamente nel punto dove non hai la sciarpa, il resto del corpo sta quasi bene, giusto abbastanza da farti pensare… «Ma no, non è freddo…», errore fatale.

Il terzo giorno è il capo, quello che entra in scena con la musica drammatica, è così freddo che il caffè si raffredda mentre lo guardi, i termosifoni smettono di funzionare per solidarietà, il gatto ti giudica perché hai osato alzarti dal divano, ed è qui che entra in scena la Merla, che dice… «Basta, io me ne vado» e si rifugia in un camino acceso, ne esce nera, tossendo, e giura vendetta eterna… «D’ora in poi racconterò a tutti che questi giorni sono i peggiori dell’anno».

Da allora, ogni fine gennaio, i Giorni della Merla tornano, non per il freddo, ma per vedere la gente che dice… «Vabbè, metto solo un maglioncino», e ridono… perché il vero gelo… è la fiducia nell’abbigliamento sbagliato.