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I Sassi di Matera

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I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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giovedì 9 aprile 2026

 

LA PROCESSIONE DEL VENERDÌ SANTO DI FERRANDINA, 

TRA IL SACRO E LA LEGGENDA

Una delle tradizioni millenarie di Ferrandina è la suggestiva processione della passione di Cristo Gesù del venerdì santo, radicata e tramandata nei secoli, riconosciuta ed apprezzata come una delle più struggenti della Lucania.

Essa risale al 1870 quando il canonico Nicola Caputi, la ebbe a reimpostare a devozione dell’intera comunità, aveva la durata limitata al venerdì santo, ma molto spesso si protraeva sino al sabato mattina.

La suggestione consisteva nel trasporto di effigi di Gesù Morto, che in antichità era di fattura lignea, successivamente sostituita con una uguale in cartapesta policroma dell’artista Salvatore Mariano, di San Giovanni, e dell’Addolorata, in una particolare processione con portantini che effettuavano tre passi in avanti e uno in dietro a loro suffragio, mentre chi seguiva e aveva fatto voto a supplizio procedeva durante tutto il tragitto “scalzo” e con il simbolo della propria sofferenza tra le mani.

L’antica effige del sepolcro di Cristo in antichità era custodita nella Chiesa di Santa Chiara nel rione “La Cittadella”, il più antico della città Aragonese, ma con la soppressione dell’ordine delle Monache Clarisse nel 1897, fu trasferito nella Chiesa del Convento dei Domenicani di San Domenico nello stesso rione.

   Un’altra caratteristica che ne testimonia la particolarità è quella del “Cirio” che precede la singolare processione, dall’alto della sua maestosità, portato a spalla da giovani devoti, una struttura realizzata da antichi artigiani improvvisati, ricchi di esperienza decennale, tanto da tramandare questo antico manufatto realizzato in prevalenza da candele, simbolo del “cero pasquale”, a più piani, decorato con fiori e nastri, e giovani promesse, che continueranno a rispettare e riproporre, l’antica tradizione negli anni a venire.

Le tradizioni per una comunità sono importanti, come anche le leggende che girano intorno tramandate da antenati che all’epoca vivevano di stenti, ma che osservavano e elaboravano ogni piccolo dettaglio di una vita di sacrifici.

Questa che vi vado a narrare è una delle più suggestive leggende mai avvenute a Ferrandina, e proprio durante questa unica e suggestiva processione…

 

Tra gli ulivi e le antiche pietre di Ferrandina, quando il tempo sembra essersi fermato ai secoli passati, il Venerdì Santo non è mai stato solo una ricorrenza religiosa, è memoria viva, è dolore condiviso, è fede che attraversa le generazioni.

Era la fine dell’Ottocento, pochi anni dopo che il canonico Nicola Caputi aveva riorganizzato la processione della Passione, ridandole forma e solennità per l’intera comunità, il paese viveva ancora di stenti, carestie, emigrazione e sacrifici segnavano la vita quotidiana, ma proprio in quella sofferenza il popolo trovava nella processione un momento di riscatto spirituale.

Quella notte, come da tradizione, il corteo partì dalla zona della Chiesa di San Domenico del Convento dei Domenicani, dove, dopo la soppressione delle Clarisse nel 1897, era stata custodita l’antica effige del Cristo morto, l’opera in cartapesta policroma, realizzata dall’artista Salvatore Mariano, sembrava quasi respirare alla luce tremolante dei ceri.

Davanti a tutti, svettava il “Cirio”… alto, imponente, costruito con pazienza da mani artigiane che conoscevano il valore della devozione più della tecnica, era simbolo di luce e resurrezione, ma quella notte la sua fiamma pareva inquieta, piegata da un vento che nessuno riusciva a percepire.

I portantini avanzavano con il loro passo rituale, tre avanti e uno indietro, come a ricordare il peso dei peccati e la fatica della redenzione, dietro di loro, uomini e donne scalzi, con croci e segni di penitenza, trascinavano il proprio dolore lungo le strade del rione La Cittadella, il più antico della città aragonese.

Ma quando la processione giunse proprio nel cuore di quel rione, accadde l’impensabile…

Senza alcun preavviso, il simulacro del Cristo morto divenne insostenibile, il peso aumentò in modo innaturale, come se qualcosa… o qualcuno… si fosse aggrappato ad esso, i portantini, uomini robusti e abituati alla fatica, iniziarono a tremare, le loro mani scivolavano, le ginocchia cedevano, il corteo si fermò, un silenzio carico di paura calò sulla folla, nemmeno i bambini osavano piangere.

Si racconta che proprio in quell’istante, da una delle strette viuzze in ombra, apparve una figura femminile vestita interamente di nero, il volto nascosto da un velo, il passo lento, quasi sospeso, non apparteneva a nessuna famiglia del paese…  nessuno l’aveva mai vista prima, avanzò senza chiedere permesso, senza dire una parola, tra le mani stringeva un rosario antico, consumato dal tempo, si fermò davanti al Cristo, sollevò lentamente la mano… e lo sfiorò, in quell’attimo, il peso svanì, i portantini, increduli, riuscirono nuovamente a sollevare l’effigie come se nulla fosse accaduto, alcuni caddero in ginocchio, altri iniziarono a piangere, ma quando cercarono la donna… era scomparsa… dissolta nel nulla.

Il “Cirio” riprese a brillare con una fiamma stabile, il vento cessò, la processione continuò, ma nulla fu più come prima.

Nei giorni successivi, gli anziani del paese iniziarono a raccontare, alcuni sostenevano che fosse stata la stessa Madre Addolorata, discesa tra il suo popolo per condividere il dolore del Figlio, altri parlavano di un’anima penitente, legata a un voto mai sciolto, tornata per chiedere redenzione.

Da allora, ogni anno, quando la processione attraversa quel punto preciso della Cittadella, i portantini rallentano il passo, e ancora oggi, tra il tremolio delle candele e il suono cupo dei passi, c’è chi giura di sentire una presenza accanto a sé… una presenza silenziosa… antica, e profondamente umana, come solo una Mamma può esserlo…

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