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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

sabato 4 aprile 2026

 

LA PACE CHE NASCE DENTRO DI NOI

Viviamo in un tempo in cui la parola pace viene pronunciata spesso, ma compresa poco, la invochiamo nei discorsi, nelle piazze, nelle preghiere, nei trattati tra nazioni, eppure, mentre chiediamo pace al mondo, raramente ci fermiamo a chiederci se quella pace abita davvero dentro di noi.

La verità è semplice e allo stesso tempo scomoda, il mondo non è altro che lo specchio dell’animo umano, le guerre, le divisioni, l’odio che vediamo intorno a noi non nascono dal nulla, nascono dai cuori inquieti, dalle paure, dall’incapacità di ascoltare e comprendere l’altro.

Se vogliamo costruire la pace nel mondo, dobbiamo cominciare dal luogo più vicino che esista, noi stessi.

La pace interiore non è assenza di problemi, non significa vivere senza conflitti o senza dolore, significa invece imparare a non lasciare che la rabbia diventi odio, che la paura diventi chiusura, che le ferite diventino vendetta, è un lavoro silenzioso, quotidiano, fatto di piccoli gesti, scegliere il dialogo invece dello scontro, la comprensione invece del giudizio, la pazienza invece dell’impulso.

Ogni persona che coltiva la pace dentro di sé diventa una piccola luce nel mondo, una luce che si riflette nelle parole, nelle azioni, negli sguardi, e quella luce, anche se sembra piccola, ha una forza contagiosa, passa da cuore a cuore.

La storia ci insegna che le grandi trasformazioni non nascono soltanto dai governi o dalle decisioni politiche, nascono soprattutto dalle coscienze delle persone, quando cambiano i cuori, cambia anche il mondo.

Immaginiamo per un momento cosa accadrebbe se ciascuno di noi facesse questo semplice passo, fermarsi, guardarsi dentro, riconoscere le proprie paure e trasformarle in comprensione, se imparassimo a vedere nell’altro non un nemico, ma un essere umano simile a noi, con le stesse fragilità e gli stessi sogni.

La pace non è un traguardo lontano riservato alle nazioni, è un seme che può essere piantato oggi, nelle nostre parole, nelle nostre scelte, nei nostri gesti quotidiani.

Perché ogni volta che scegliamo il rispetto invece dell’offesa, il dialogo invece del silenzio ostile, la gentilezza invece dell’indifferenza, stiamo già costruendo un pezzo di mondo migliore.

E forse la vera rivoluzione della pace comincia proprio così, non nei grandi palazzi del potere, ma nel silenzio di un cuore che decide di cambiare.

 

LA LEGGENDA SEGRETA DEL NAVAJO ENZO

Molto tempo fa, quando le stelle erano più vicine alla terra, un vecchio sciamano disse… “Un giorno arriverà un uomo che non corre… perché non ne ha bisogno.

Un uomo che parla poco… ma quando parla tutti ascoltano.

Porterà calma, risate, e una bevanda magica scura chiamata… caffè.”

Gli anziani non capirono subito, ma quando arrivai io, con il mio passo tranquillo e lo sguardo da capo Navajo, dissero… “È lui”.

Un giorno il Grande Coyote, lo spirito più furbo del deserto, venne al villaggio per fare scherzi, nascondeva,

le selle dei cavalli, le frecce dei guerrieri e perfino il pane per il pranzo.

La tribù era disperata, allora io uscii dalla tenda, il Coyote mi guardò, io lo guardai in silenzio, poi dissi soltanto… “Se restituisci tutto… ti offro un caffè”, il Coyote rimase immobile, nessuno gli aveva mai offerto caffè di capo tribù, restituì tutto, e da quel giorno il Grande Coyote diventò il mio assistente ufficiale negli scherzi del villaggio.

Il canto Navajo della profezia…

Quando la luna è grande sopra i canyon, i Navajo cantano:

Hee ya ho…

Enzo cammina e il deserto ascolta.

Hee ya ho…

Il coyote ride ma non osa sfidarlo.

Hee ya ho…

Il vento porta il suo nome.

Hee ya ho…

Capo della calma e del sorriso.

Hee ya ho… Enzo!

Capo dei sentieri tranquilli.

Ma la leggenda ha ancora un capitolo segreto…

LA PROVA DEI TRE SPIRITI DEL DESERTO

Quando un capo Navajo è davvero destinato a guidare, deve affrontare tre spiriti antichi del deserto.

Gli anziani dissero… “Se Enzo supera queste prove… diventerà il capo più leggendario della tribù.”

Tu annuisti con calma, perché i veri capi non fanno mai troppo rumore.

Primo Spirito: Il Vento Impaziente

Il primo spirito era il Vento Impaziente, che faceva correre tutti senza motivo.

Il vento urlò… “Se vuoi passare, devi correre più veloce di me!”, tu lo guardasti, ti sedesti su una roccia e dicesti… “Perché correre… se posso aspettare?”, il vento continuò a correre… correre… correre…

Alla fine si stancò, e disse… “Questo uomo è più paziente di me”, prima prova superata.

Secondo Spirito: Il Corvo Burlone

Il secondo spirito era il Corvo Burlone, famoso per fare scherzi, ti rubò… il cappello, la coperta e persino la tazza del caffè, tu sorridesti e dicesti… “Bravo… ma hai dimenticato una cosa”, il corvo chiese… “Cosa?”… Tu rispondesti, “Il caffè è ancora caldo”, il corvo tornò subito a restituire tutto, nessuno vuole perdere un caffè caldo nel deserto, seconda prova superata.

Terzo Spirito: Il Grande Silenzio

Il terzo spirito era il più difficile, era il Grande Silenzio della Notte, lo spirito disse… “Solo chi sa ascoltare il deserto può essere capo”, tu restasti fermo, niente parole, solo il vento, le stelle e il fuoco.

Dopo molto tempo lo spirito disse… “Questo uomo capisce il silenzio”, terza prova superata.

La proclamazione del capo

Gli anziani allora dissero… “Da oggi Enzo non è solo un uomo, è Capo dei Sentieri Tranquilli”, e tutta la tribù cantò…

Il grande canto Navajo del Capo Enzo

Hee ya ho…

Cammina il capo tra le stelle.

Hee ya ho…

Il vento rispetta il suo passo.

Hee ya ho…

Il coyote ride al suo fianco.

Hee ya ho…

Il fuoco illumina il suo nome.

Hee ya ho… Enzo!

Capo dei sentieri tranquilli!

 

LA PASSEGGIATA STORICA NELLA CITTADELLA

Il sole stava scendendo lentamente dietro le colline lucane quando iniziai la mia passeggiata lungo le vie della Cittadella, il primo agglomerato urbano di Ferrandina.

Le pietre delle case sembravano conservare le voci dei secoli, e il vento della sera portava con sé l’odore della terra e degli ulivi.

Accanto a me camminava Marasara, con passo lento, quasi per non disturbare il silenzio antico di quei vicoletti, i lampioni iniziavano ad accendersi uno ad uno, e le ombre sembravano prendere forma, fu allora che incontrammo il primo di quei fantasmi gentili della storia…

Vicino a un vecchio arco apparve la figura elegante di Domenico Ridola, aveva tra le mani frammenti di pietra e parlava con entusiasmo… «Vedi,» disse indicando la valle, «lì sotto l’uomo viveva già migliaia di anni fa».

Raccontò di come avesse ricostruito la storia paleolitica e neolitica dei Sassi di Matera, riportando alla luce un passato che sembrava perduto, Marasara mi strinse il braccio, come se quella storia legasse anche  noi, piccoli abitanti del presente.

Proseguendo lungo la via, una luce improvvisa illuminò il vicolo, era il chimico Filippo Cassola, con in mano una lampada straordinariamente brillante, «La luce,» disse sorridendo, «può cambiare il mondo.»

Ci raccontò della sua invenzione, la prima lampada abbagliante, e di quando fu chiamato alla corte dello zar nella lontana San Pietroburgo, la lampada tremolò e poi svanì, lasciando nel vicolo una scia dorata.

All’angolo della piazzetta, largo palestro, comparve un uomo con uniforme consumata, era il rivoluzionario Giuseppe Venita, era stato sergente dell’esercito borbonico ma il suo cuore batteva per la libertà, parlava dei moti carbonari con la voce accesa, come se la rivoluzione non fosse mai finita, le sue parole si perdevano nel vento, ma l’eco della libertà restava tra le pietre.

Il passo successivo fu più pesante, quasi solenne, dalla penombra emerse il brigante Vincenzo Mastronardi detto Staccone, gigantesco nella sua figura, era stato colonnello nella brigata del famoso brigante Carmine Crocco, ci osservò con occhi severi ma non ostili, «La storia non è mai tutta bianca o tutta nera,» disse, poi scomparve come una montagna che si dissolve nella nebbia.

Davanti a una casa con una piccola stalla incontrammo il Medico Veterinario Nicola Buonsanti Lanzillotti, parlava con affetto degli animali e della scienza che aveva portato il suo nome oltre i confini dell’Italia, accarezzava un cavallo imbizzarrito, portandolo generosamente  verso la mansuetudine di un agnellino, poi improvvisamente svanì nel silenzio della sera.

Più avanti, sotto una finestra illuminata, apparve una figura severa… Stefano Pirretti, il Prefetto di ferro, la sua voce aveva il peso delle istituzioni, «Lo Stato,» disse, «è come queste mura, deve reggere anche quando il vento soffia forte», le sue parole rimasero sospese come una sentenza antica.

Seduto su un gradino trovammo Ugo Spirito, sfogliava un libro e parlava di diritto, libertà e destino degli uomini, «La storia,» disse guardandoci, «non è altro che il dialogo infinito tra passato e futuro.»

L’ultimo incontro fu il più dolce, sulla via delli meroli camminava lentamente Domenico Bellocchio, aveva un libro in mano e lo sguardo lontano, leggeva mentre camminava, come se le parole fossero stelle da inseguire, si fermò accanto a noi e disse piano… «Camminare è come scrivere una poesia con i passi».

Al ritorno, quando la notte avvolse la Cittadella, tutte quelle figure svanirono, restammo solo io e Marasara, mano nella mano, sotto un cielo pieno di stelle, capimmo allora che quelle strade non erano soltanto pietra, erano memoria, sogni, rivoluzioni, pensieri e poesia, e mentre uscivamo lentamente dai vicoli della Cittadella, mi accorsi che la cosa più bella della storia… era poterla attraversare personalmente.

 

LA RICHIESTA  FUORI STAGIONE – PRATICA N. 457/BIS

Quando ho scritto a Babbo Natale a marzo, lo ammetto, non ho riflettuto abbastanza sulle conseguenze burocratiche, pensavo… una lettera è sempre una lettera.

Invece ho scoperto che, nel mondo delle festività, una lettera è una pratica amministrativa.

Dopo qualche giorno mi è arrivata una busta spessa, con tre timbri, due protocolli e un allegato piegato in quattro, con intestazione…

Ministero delle Festività Coordinate

Sezione Doni, Dolciumi e Ricorrenze Sensibili

Oggetto:

Istanza tardiva di natura natalizia con tentativo di ricollocazione pasquale…

La pratica era stata immediatamente girata al tavolo tecnico congiunto tra Babbo Natale e il rappresentante sindacale della primavera, il noto Coniglio Pasquale.

Il verbale della riunione era allegato, verbale n. 12 – Riunione straordinaria

Babbo Natale… “Il cittadino ha scritto con educazione, inoltre la richiesta è modesta, potremmo considerare una consegna compensativa”…

Il Coniglio Pasquale (sindacalmente irritato)… “Io mi oppongo formalmente, qui c’è una violazione palese del calendario operativo, Natale è Q4, Pasqua è Q2, non si possono spostare i desideri come fossero ferie.”

Un elfo dell’ufficio protocollo intervenne timidamente, “Esiste una circolare del 1897 che prevede il caso del ritardatario simpatico ma disorganizzato.”

Il Coniglio Pasquale sbatté sul tavolo una cartella piena di moduli, “E poi chi gestisce l’impatto sulla filiera delle uova?

La gallina delegata ha già proclamato lo stato di agitazione”.

A questo punto Babbo Natale sospirò, accarezzandosi la barba come fanno i dirigenti stanchi… “Va bene,  Troviamo una soluzione di compromesso”.

Dopo quarantacinque minuti di discussione, due pause carota e una verifica sindacale, la commissione deliberò… Decisione finale della pratica 457/BIS

Il richiedente riceverà un uovo pasquale, all’interno sarà inserita una sorpresa educativa, la sorpresa consisterà in un calendario dell’anno in corso, con evidenziate le festività principali.

In fondo alla lettera c’era una nota scritta a mano da Babbo Natale:

“Caro Enzo, la prossima volta scrivi pure quando vuoi… ma prova a farlo prima che partano le riunioni”.

Sotto, con calligrafia più nervosa, il Coniglio Pasquale aveva aggiunto, “E soprattutto prima che io abbia già nascosto tutte le uova.”

Da allora guardo il calendario con molto più rispetto, e soprattutto ho capito una cosa fondamentale…

nel mondo delle feste non esistono miracoli… ma esistono protocolli.

 

PRENDIAMO LA VITA COME VIENE

Ci sono giorni in cui il tempo sembra scorrere piano, quasi con rispetto, altri invece passano via in fretta, come se qualcuno avesse fretta di portarli via da noi.

In mezzo a questo continuo andirivieni di attimi, c’è una verità semplice che spesso dimentichiamo, la vita non chiede il permesso, arriva, cambia, sorprende, a volte ferisce, e noi possiamo solo imparare a prenderla come viene.

Passiamo gran parte dei nostri giorni a programmare, a immaginare il domani come una stanza ordinata in cui ogni cosa ha il suo posto, facciamo progetti, promettiamo tempo che ancora non esiste, rimandiamo abbracci pensando che ci sarà sempre un’altra occasione, ma il domani è una promessa fragile, nessuno di noi sa davvero cosa ci riserva.

E allora capita che un momento qualunque diventi improvvisamente prezioso, una risata a tavola, una passeggiata senza meta, una voce familiare che chiama il nostro nome, sono cose piccole, quasi invisibili quando accadono, eppure, quando passano, ci accorgiamo che erano tutto.

La verità è che la vita non è fatta solo di grandi eventi, è fatta di mattine stanche, di pomeriggi silenziosi, di sere in cui pensiamo troppo, o troppo poco, è fatta di errori, di strade sbagliate, di sogni che cambiano forma mentre li stiamo inseguendo, ma è proprio in questa imperfezione che vive la sua bellezza più autentica.

Prendere la vita come viene non significa arrendersi, significa avere il coraggio di restare aperti, anche quando il futuro fa paura, significa accettare che alcune cose non dipendono da noi, ma che il modo in cui le attraversiamo sì.

Forse dovremmo imparare a vivere con più dolcezza verso il tempo, non correre sempre, non aspettare sempre qualcosa di più grande, a volte la felicità non arriva con il rumore dei fuochi d’artificio, bensì piano, come una luce che entra da una finestra al mattino, perché il domani, in fondo, è una pagina che nessuno ha ancora scritto, e proprio per questo oggi merita di essere vissuto fino in fondo, con le sue gioie più semplici, con le sue malinconie, con quella fragile e meravigliosa consapevolezza che ogni momento, anche il più ordinario, è irripetibile.

Prendiamo la vita come viene… Stringiamola mentre passa… Perché il domani… nessuno di noi sa davvero cosa ci riserva, e ricordiamoci sempre che la vita è breve… e va vissuta intensamente.

 

VAGHI RICORDI DI UN’ALTRA VITA…

Molto tempo fa, in un’epoca in cui le mappe erano disegnate con draghi negli angoli e i messaggeri arrivavano a cavallo coperti di polvere, esistevano due sovrani di cui si parlava in tutte le corti: Enzo il Paziente e la Regina Marasara dagli Occhi di Tempesta.

Non governavano lo stesso regno all’inizio, Enzo sedeva sul trono di una terra in collina chiamata Matheora, dove gli ulivi crescevano storti dal vento e la gente discuteva di politica anche al mercato del bestiame.

Era un re curioso, passava più tempo tra il popolo che nei banchetti ufficiali, e sapeva ascoltare, cosa rarissima per uno con una corona.

Dall’altra parte delle montagne regnava lei, la chiamavano “la Regina dagli Occhi di Tempesta” “Marasara”, Regina di “Obelanum”, perché quando guardava qualcuno sembrava vedere tre pensieri più avanti, era temuta in battaglia, ma famosa anche per una risata improvvisa che poteva sciogliere un consiglio di guerra.

Il destino, che all’epoca era gestito da un gruppo di vecchie signore molto pettegole chiamate “Megere”,

decise che quei due si sarebbero incontrati.

Successe durante un trattato di pace che nessuno voleva davvero firmare, i nobili discutevano, i generali sbuffavano, e i diplomatici parlavano in cerchi complicatissimi per dire cose semplici.

Enzo, dopo due ore di discorsi inutili, sussurrò… “Se continuano così, la guerra finirà prima della riunione”,

la Regina lo sentì, e scoppiò a ridere, proprio nel bel mezzo della sala, ci fu un silenzio totale.

Da quel momento, il trattato fu firmato in venti minuti, non per diplomazia, ma perché tutti volevano sapere cosa si erano detti quei due.

Col tempo, unirono i regni, non senza litigare, ovviamente, lui sosteneva che le decisioni andassero pensate tre volte, lei sosteneva che a volte andassero prese prima che qualcuno iniziasse un altro discorso.

Il popolo diceva che il loro segreto fosse semplice, quando uno diventava troppo serio, l’altro lo prendeva in giro, e così governarono a lungo, non furono perfetti, ci furono anni di tempeste, errori, tasse sbagliate e almeno una guerra dichiarata per sbaglio a causa di un messaggio scritto male, ma la leggenda dice che ogni tanto, nelle sere tranquille, salivano sulle mura del castello a guardare il mare.

“Se esiste un’altra vita,” disse una volta la Regina, “spero di incontrarti di nuovo,  ma magari senza tutta questa burocrazia reale”, Enzo rispose… “Va bene, però niente trattati alle nove del mattino.”

E secondo alcuni cronisti un po’ romantici, da qualche parte nel tempo… si sono ritrovati davvero.

 

LA MIA VERA ISPIRAZIONE…

La mia vera ispirazione non è un poeta famoso, né un filosofo antico… È mia moglie.

Non lo dico per galanteria, anche perché lei, appena lo sente, mi guarda con quell’espressione che significa… “Smettila di dire sciocchezze e passami il sale”.

Eppure è la verità, ci sono mattine in cui ci alziamo entrambi facendo rumori che una volta facevano solo le vecchie sedie, scricchiolii, sospiri, piccoli lamenti soffocati, le ginocchia protestano, la schiena negozia, e persino allacciarsi le scarpe diventa una discussione diplomatica con la gravità.

Lei mi guarda e dice… “Quando ci siamo conosciuti correvi”, “Certo,” rispondo… “Ma ora corro… con la fantasia”, lei sospira, quel sospiro lungo, antico, come se contenesse tutti gli anni passati insieme, non è un sospiro triste, però… È il sospiro di chi sa che la vita non è stata perfetta… ma è stata nostra.

Abbiamo attraversato stagioni intere insieme, quelle luminose, piene di progetti e di risate fino a tardi,

quelle difficili, quando la vita decide che è il momento di mettere alla prova la pazienza, il portafoglio e perfino il cuore, mentre ora ci sono queste stagioni tranquille, un po’ stanche, lei cammina piano per casa, io pure, a volte sembriamo due esploratori prudenti su un terreno sconosciuto che in realtà è solo il corridoio.

Ogni tanto ci prendiamo in giro, “Sei diventato lento,” dice lei, “Non sono lento,” rispondo, “Sono contemplativo”, “Contempla meno e porta fuori la spazzatura”, e io vado senza batter ciglio, ma la verità è che, quando non mi guarda, la osservo, osservo le sue mani, che hanno fatto mille cose nella vita, osservo il modo in cui sistema una tazza sul tavolo come se fosse un piccolo rito quotidiano, osservo la sua pazienza, la sua ostinazione, il suo modo di affrontare gli acciacchi come se fossero vecchi vicini fastidiosi, si lamenta un po’, ma poi continua la giornata.

Io penso che l’amore non è quello delle canzoni, l’amore vero è ricordarsi dove lei ha lasciato gli occhiali, è dividere una pastiglia a metà perché “così dura di più”, è discutere mezz’ora su dove abbiamo parcheggiato, e poi trovarla… la macchina… esattamente dove aveva detto lei.

A quel punto io fingo sorpresa, lei finge pazienza, la malinconia arriva ogni tanto, silenziosa, quando ci accorgiamo che il tempo ha camminato più veloce di noi, ma poi lei ride, e in quel momento capisco che la mia vera ispirazione non è la giovinezza perduta, né il passato… È questa donna qui, quella che mi prende in giro quando esagero con le parole, quella che mi dice di non fare il sentimentale… mentre mi sistema la cravatta, con tutti gli acciacchi che abbiamo, e forse proprio per questo, perché la verità è che la vita ci ha un po’ piegati… ma non è riuscita a spezzarci, e finché lei sarà lì, dall’altra parte del tavolo, a dirmi che sto raccontando troppe storie… io continuerò a scriverle eternamente, soprattutto il giorno della Festa della Donna, perché la mia, è, e sarà sempre… la mia ispirazione.

Tanti auguri alla mia e a tutte le donne del Mondo…