FERRANDINA NELLE
VICENDE STORICHE DEL RISORGIMENTO LUCANO.
RICORDANDO I FATTI
DEL 16 LUGLIO 1860
Nella cittadina di Ferrandina,
in provincia di Matera, ebbe luogo un’insurrezione popolare di grande clamore
«sia per la determinazione insolita messa in atto nello svolgersi dei fatti,
sia per la grande risonanza che ebbe sul Comitato centrale di Corleto Perticara
e sulla stessa direzione di Napoli». A Ferrandina, durante i festeggiamenti
della Madonna del Carmine, un gruppo di giovani, capeggiato dal noto liberale
di Ferrandina, Carmine Sivilia, iniziò ad inneggiare alla libertà con grida di
«viva Garibaldi, viva Vittorio Emanuele». Il coinvolgimento e l’entusiasmo
divenne totale tanto che le forze dell’ordine non riuscendo a capire quale
fosse l’esatta entità dei rivoltosi, ritennero prudente non intervenire». La
autorità civili e militari rimasero sbigottite. Un corriere fu mandato a Matera
per chiedere rinforzi alla forza pubblica. Il 18 luglio, infatti, una
quindicina di gendarmi, si riteneva che la sollevazione fosse circoscritta a
pochi rivoluzionari, pur facendo intendere che sarebbero arrivati altri 70
militari, era pronta a dar fuoco ai rivoltosi. Proprio nella piazza più
importante di Ferrandina, in quella del Largo oggi piazza Plebiscito, questi imposero
alla folla di «togliersi i cappelli, in segno di riverenza, e di gridare viva
Francesco II». Ma ormai la sommossa era nell’animo dell’intera cittadinanza.
Dalle strade vicine giunsero da diverse direzioni i patrioti più
intraprendenti, come l’avvocato Carmine Sivilia, Giacomo De Leonardis, Giuseppe
Assetta, Domenico Scorpione, Felice Bitonti, Raffaele Masciulli, Nicola
Petruccelli, Leonardo Murante, Nicola Provinzano, Raffaele ed Eligio
Lanzillotti, Giovanni ed Antonio Grassi e molti altri, i quali con fierezza
sfidarono il corpo preposto a sedare la rivolta gridando ad alta voce «viva
l’Italia, viva Garibaldi». Immediatamente lo stesso fermento si propagò in
tutti i presenti tanto da divenire un potente e assordante boato che inneggiava
a Garibaldi. La forza dell’ordine dovette piegare la testa.
Vinta dall’euforia collettiva
insurrezionale, pensò di ritirarsi di buon ordine in attesa di tempi migliori.
Ma gli eventi incalzavano in favore della tanta sospirata unificazione del
Paese. Il tarantino Nicolò Mignogna, uno dei volontari che si arruolò fra i
Mille, fu mandato da Garibaldi in Basilicata affinché preparasse il terreno per
l’insurrezione della regione.
Insieme al patriota Giacinto
Albini, divise la Basilicata in dodici Centri d’Azione dipendenti da quelli di
Corleto Perticara, mettendoli a loro volta in comunicazione con i Comitati
pugliesi. Il colonnello barlettano Camillo Boldoni, inviato dal Comitato
d’Ordine napoletano, doveva assumere il comando militare del movimento
insurrezionale. Si avviavano i preparativi della grande rivolta lucana del 18
agosto del 1860.
Da ricordare anche uno dei più
grandi rivoluzionari della storia Ferrandinese, Giuseppe Venita, rivoluzionario
Lucano (Ferrandina, 19 Marzo 1744 – Calvello, 13 Marzo 1822) è stato un patriota
italiano, uno dei più valorosi condottieri dei moti carbonari del 1820 in
Basilicata. Nel 1798 divenne sergente e passò al servizio del governo della
Repubblica partenopea. In seguito, si arruolò nell'esercito borbonico
apparentemente come valoroso combattente ma, in realtà, fu una spia. Costituì
una vendita carbonara assieme al fratello Francesco, con l'obiettivo di
ripristinare la Costituzione soppressa dal re Ferdinando I e tentando di
condurre il popolo lucano verso ideali patriottici. Fu inviato il generale Roth
per reprimere le sue attività rivoluzionarie. Venita si rifugiò a Calvello ma
venne scovato dal contingente austriaco e condannato a morte assieme ad altri
cospiratori, incluso suo fratello.
La Leggenda del Fuoco di Ferrandina
Si racconta che, nelle notti
d’estate, quando il vento accarezza le pietre antiche di Ferrandina e le
campane sembrano suonare da sole, le voci dei patrioti del passato tornino a
vivere…
Era il 16 luglio 1860, giorno di
festa per la Madonna del Carmine, le strade erano piene di luci e canti, ma
sotto quella gioia si nascondeva un’anima inquieta, pronta a ribellarsi.
Quando il giovane liberale
Carmine Sivilia alzò la voce gridando “Viva Giuseppe Garibaldi! Viva
l’Italia!”, fu come se una scintilla avesse incendiato un intero popolo.
Si dice che in quel momento, tra
la folla, apparve una figura misteriosa, un uomo vestito di scuro, con lo
sguardo fiero e antico, alcuni giurarono che fosse lo spirito di Giuseppe
Venita, tornato a guidare i suoi concittadini, nessuno osò fermarlo mentre
passava tra la gente, toccando le spalle dei più giovani, infondendo coraggio,
quando i gendarmi arrivarono e imposero di gridare “Viva Francesco II”, accadde
qualcosa di straordinario, un silenzio improvviso calò sulla piazza… poi, come
un tuono, si levò un grido unico, potente, irresistibile… “Viva l’Italia! Viva
Garibaldi!”.
Le cronache raccontano di una
ritirata prudente delle forze dell’ordine, ma la leggenda narra altro, i
soldati, guardando negli occhi quella folla, videro non uomini, ma un popolo
guidato da ombre antiche, da padri e fratelli caduti per la libertà… e
tremarono…
Non tutti vissero quei giorni
come un trionfo, la famiglia De Leonardis, si dice, perse due figli nelle
settimane successive, partiti per unirsi ai moti lucani e mai più tornati, la
madre, ogni sera, lasciava una candela accesa alla finestra, sperando di
rivederli.
Anche i fratelli Lanzillotti
furono divisi, uno restò fedele al re, l’altro alla causa italiana, si
incontrarono una sola volta, nella notte, senza parlare, si abbracciarono in
lacrime, sapendo che il destino li aveva messi su fronti opposti, eppure, tra
dolore e sangue, nacque qualcosa di più grande.
Quando, un mese dopo, la
Basilicata si sollevò definitivamente, si racconta che molti giurarono di aver
visto ancora quell’uomo misterioso… Venita… camminare tra i patrioti, accanto a
figure come Nicolò Mignogna e Giacinto Albini, come se il passato e il presente
si fossero uniti… il suo messaggio era semplice… “La libertà non muore mai… cambia
solo volto”.
Con l’Unità d’Italia, Ferrandina
pianse i suoi caduti, ma non fu più la stessa, le famiglie distrutte trovarono
lentamente pace, la madre dei De Leonardis smise di accendere la candela quando
un commilitone le riportò una lettera dei figli, morti da eroi, i fratelli
Lanzillotti si ritrovarono anni dopo, finalmente dalla stessa parte, sotto una
sola bandiera, e ancora oggi si dice che, nelle notti del 16 luglio, chi passa
per Piazza Plebiscito può sentire un’eco lontano… “Viva l’Italia… viva Garibaldi…”,
e tra la folla invisibile, qualcuno giura di vedere un uomo sorridere, con lo
sguardo fiero di chi ha sacrificato tutto… ma non è stato dimenticato…
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