L’ESSENZA DI MARIA BARBELLA VIVE ANCORA…
IN VIA DEI MILLE N°11 NELLA CITTADELLA A FERRANDINA
La primavera aveva appena posato il suo velo leggero su
Ferrandina, e lungo la Via dei Mille l’aria portava con sé un profumo antico,
fatto di pietra, di memorie e di silenzi mai del tutto sopiti… camminavo senza
fretta, come se il tempo stesso avesse deciso di rallentare per concedermi un
incontro che non apparteneva del tutto al presente.
Al civico 11, nel rione la Cittadella, mi parve di scorgere
due figure sedute accanto all’uscio della loro casetta, avevano lo sguardo stanco di chi ha visto
troppo, ma anche quella dolcezza rassegnata che solo i genitori conservano,
anche dopo le più grandi disgrazie, mi avvicinai a loro, e fu come se mi
aspettassero… erano i genitori di… Maria Barbella…
Parlavano piano, con quel tono che non vuole disturbare i
ricordi, ma nemmeno lasciarli andare, mi raccontarono della partenza nel 1892,
del viaggio verso Mulberry Bend, nel cuore sporco e affollato di New York, dove
la speranza si mescolava alla miseria, lì, dissero, la loro Maria aveva
conosciuto non solo la fatica, ma l’ingiustizia più feroce.
La loro voce tremava quando ricordavano il processo, la
condanna, il carcere duro di Sing Sing, quella parola terribile, sedia
elettrica, una macchina nuova, crudele, simbolo di un mondo che non perdonava
agli stranieri nemmeno il diritto di difendersi, eppure Maria si era difesa,
con tutta la disperazione di una donna tradita e sola… “Era innocente,”
sussurrò la madre, stringendo tra le dita un lembo del grembiule come se fosse
ancora il vestito della figlia bambina… mi parlarono poi dell’assoluzione,
arrivata come una pioggia tardiva su una terra già arsa, e di Joe Petrosino,
che in quel mondo ostile aveva rappresentato per lei una protezione, una
presenza giusta in mezzo all’ingiustizia… Maria, dissero, non aveva mai smesso
di lottare, si era ricostruita una vita tra le ombre di Little Italy, aveva
sposato Francesco Paolo Bruno, nel 1897, cercando una normalità che le era
stata negata troppo presto.
Due anni dopo nacque il piccolo Frederick, e in quel bambino
forse aveva trovato un motivo per continuare a respirare senza paura, ma la
pace, quella vera, era sempre rimasta fragile.
Nel 1902 viveva ancora con loro insieme al marito, come se
il mondo non fosse mai riuscito davvero a strapparla alle sue radici, e negli
anni, il suo nome cambiò, si adattò a Mary di Chiara, un nome nuovo per una
vita che tentava di dimenticare, con un secondo marito, Ernesto, visse a Pike
Street, a Manhattan, in una città che continuava a essere dura con chi non era
nato dalla sua stessa terra.
Morì il 24 marzo 1950, mi dissero… e nella loro voce non
c’era dramma, ma una quiete malinconica, come se finalmente la sofferenza si
fosse sciolta nel silenzio della terra… riposava al Calvary Cemetery, sotto un
nome che era insieme suo e non suo… restammo in silenzio per un po’… poi, quasi
senza rendermene conto, confessai ciò che sentivo… avrei voluto conoscerla… avrei
voluto esserci, in quei giorni di paura e umiliazione, per offrirle una parola,
una presenza, qualcosa che le ricordasse che non era sola… che la sua dignità
non era stata cancellata da un tribunale né dall’odio di una città straniera… il
padre mi guardò con una triste gratitudine… “Le sarebbe piaciuto,” disse…
“Aveva bisogno di qualcuno che le credesse… non come a un caso, ma come a una
persona”.
Quando mi allontanai, la luce della primavera sembrava più
tenue, le case, la strada, il rione, tutto appariva immutato, eppure carico di
una presenza invisibile, e pensai che certe vite, anche quando finiscono
lontano, continuano a camminare nei luoghi da cui sono partite… come Maria, che
forse non aveva mai davvero lasciato la sua Via dei Mille, 11, Ferrandina,
provincia di Matera, Lucania… Italia… ma era rimasta lì, sospesa tra il dolore
e il desiderio di essere finalmente compresa…
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