IL PORTALE DELLA CHIESA DI SANTA CHIARA
La Chiesa di Santa Chiara (O delle Clarisse) Ubicata in Via
Dei Mille nel rione La Cittadella, risalente al XVII secolo, chiesa collegiale
e cappella del Convento delle Monache Clarisse, a pianta rettangolare, tetto a
due falde con tegole, volta a botte, muratura in pietrame e mattoni intonacata,
pavimento in cemento battuto, portale d’ingresso sovrastato da nicchia con
statuetta di Santa Chiara, con volta interna decorata con stucchi e fregi,
altare in legno scolpito con colonne tortili, un quadro attribuito all’artista
Andrea Miglionico risalente al XVI secolo, e pulpito ligneo. La chiesa è
costituita da un’unica navata a pianta rettangolare, senza transetto e senza
abside, coperta da una volta a botte lunettata e decorata in stile barocco,
stucchi floreali molto ricchi, ma ordinati secondo scansioni geometriche ben
definite. Sul lato destro dell’altare è collocata la sacrestia con copertura a
volta a crociera in mattoni faccia-vista e a cui si accede da un portale
scolpito in legno di quercia, al lato sinistro, invece, un ambiente con volta a
botte lunettata, che consente il collegamento con l’omonimo convento.
Nel cuore silenzioso del rione La Cittadella, tra Via Dei
Mille e l’attuale Via Vittorio Veneto, si tramanda da secoli una leggenda che
pochi osano raccontare fino in fondo.
Si narra che il portale scolpito in legno di quercia, quello
che conduce alla sacrestia della chiesetta, non sia una semplice opera
d’artigianato, le sue colonne tortili intagliate, i motivi floreali e le figure
appena accennate tra le venature del legno nasconderebbero un linguaggio
antico, comprensibile solo a chi sa “guardare oltre”.
Le monache Clarisse, che un tempo abitavano il convento
adiacente, custodivano un segreto, quella porta non separava soltanto due
ambienti… ma due dimensioni.
Secondo la leggenda, nelle notti di luna nuova, quando il
silenzio avvolge il quartiere e persino il vento sembra trattenere il respiro,
il portale iniziava a vibrare leggermente, non era un rumore udibile, ma una
sensazione, come un battito lento nel legno.
Chi appoggiava l’orecchio alla superficie raccontava di
sussurri, preghiere in una lingua sconosciuta, forse più antica del latino
stesso, alcuni giuravano di aver visto le incisioni muoversi, come se le figure
scolpite cercassero di emergere dalla materia.
Le monache più anziane parlavano di “ore nascoste”, momenti
che non appartengono né al giorno né alla notte, in cui il tempo si piega, in
quei brevi istanti, il portale si aprirebbe… ma non verso la sacrestia.
Una giovane novizia, curiosa oltre misura, avrebbe deciso di
attraversarlo. Era una notte d’inverno, e il convento era immerso nel buio.
Quando la porta si schiuse, non trovò la consueta stanza, ma un lungo corridoio
illuminato da una luce dorata senza fonte.
Le pareti erano fatte dello stesso legno del portale, ma
vivo, pulsante, ogni passo sembrava risuonare come un’eco lontana, si dice che
lungo quel corridoio scorressero visioni, il passato del convento, le preghiere
dimenticate, le vite di chi aveva varcato quella soglia prima di lei.
Quando tornò, perché tornò, anche se cambiata, nessuno seppe
dire quanto tempo fosse passato, per lei, pochi minuti, per le altre, tre
giorni.
Da allora, le Clarisse avrebbero inciso un simbolo
invisibile sul portale, un sigillo esoterico fatto non di segni, ma di
intenzione, impedire che chiunque, senza preparazione, potesse oltrepassare
quella soglia.
Eppure, ancora oggi, qualcuno giura che il legno di quercia
non sia del tutto inerte, che al tramonto, se la luce entra con una certa
angolazione, le venature disegnino mappe impossibili, e che, nelle notti più
quiete, si possa sentire un lieve bussare… dall’altra parte.
C’è chi dice che sia solo una storia per affascinare i
visitatori, ma nel rione La Cittadella, quando si passa davanti a quella porta,
nessuno resta indifferente.
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