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I Sassi di Matera

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I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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venerdì 1 maggio 2026

 

LA FAMIGLIA D’AMATO CANTORIO

TRA FERRANDINA E MONTEPELOSO (OGGI IRSINA)

Le notizie riguardanti le origini della famiglia d’Amato o d’Amati sono piuttosto esigue e per certi aspetti anche controverse. La casata sarebbe attestata sul territorio irsinese tra XVII e XVIII secolo, articolata in diverse ramificazioni, ed in merito alla sua originaria provenienza sono state avanzate solo alcune ipotesi. L’Ufficio Ricerche Araldiche Storiche e Genealogiche in una lettera del 2 marzo 1943, rinvenuta nell’archivio privato degli Amato Cantorio, riferisce che “… i d’Amato, uomini illustri d’arme e di toga sarebbero di origine napoletana, già presenti sin dal IV secolo, nobilitati e con stemma gentilizio depositato nell’Archivio Storico Napoletano. Secondo l’illustre storico Michele Ianora, autore di una monografia sulla cittadina di Montepeloso, oggi Irsina, la famiglia sembrerebbe, invece, provenire dall’Amantea e avrebbe avuto tra i suoi insigni discendenti un Domenico, Vescovo di Castro, ed un Mauro, abate di Montecassino. Tra la corrispondenza dello stesso Ianora sono state rinvenute un paio di lettere datate 1906 e 1908, provenienti da Montecassino, nelle quali si risponde a richieste di informazioni relative all’abate Mauro de Amato (1660 – 1746) avanzate dallo storico irsinese. Da esse si evince che il De Amato non fu mai né Abate di Montecassino, né Presidente della Congregazione Cassinese e che lo stesso ricoprì la carica di Abate titolare del Monastero di San Michele Arcangelo di Montescaglioso e ancor prima di Priore ed Amministratore dei monasteri di Castrovillari e Ragusa. Tuttavia, un riferimento a Mauro De Amato Cassinensis Congregationis Abbati, risulta in un’iscrizione lapidea, collocata all’interno della Cattedrale di Irsina, che raffigura uno stemma gentilizio riproducente, nella parte superiore, tre stelle separate, con una fascia, da Archivio privato d’Amato Cantorio. Notizie tratte da: Ianora Michele, Memorie storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso (oggi Irsina), Matera 1987, (ristampa anastatica), Archivio privato Ianora, serie Corrispondenza, lettera inviata il 9 maggio 1906 dall’archivista capitolare Ambrogio M. Amelli, dell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, al prof. Michele Janora. Archivio privato Ianora, serie Corrispondenza, copia di una lettera datata Montecassino, 30 settembre 1908 un cuore rappresentato nella parte inferiore, il tutto sormontato da una croce pastorale e dal cappello vescovile. Iscrizione lapidea sita nella Cattedrale d’Irsina Analogo stemma è rilevabile in Irsina sia all’interno del palazzo d’Amato Cantorio, sito in via Roma, che sul portale principale della masseria denominata Torre Finizia sita alla contrada Basentello, attestata già dagli inizi del XIX secolo di proprietà della stessa famiglia.

Stemma sito all’interno di Palazzo d’Amato Cantorio - Irsina Stemma sito sul portale di Torre Finizia, tale circostanza, però, potrebbe avvalorare l’ipotesi che l’ecclesiastico abbia fatto parte dello stesso ramo d’Amato presente in Irsina. Il documento più antico riferibile al fondo d’Amato Cantorio “Acta Preamboli p. D. Iosepho Amato”, databile 1740 – 1749, di cui si fornisce la trascrizione integrale in appendice all’inventario, è preceduto da un albero genealogico della famiglia, in cui è indicata la discendenza di un tale Giuseppe Amato per otto generazioni fino al capostipite Ambrosio Amato, discendente dei nobili di Catanzaro.

Dallo studio dell’ albero genealogico si evince non solo che, fratello di Giuseppe sarebbe stato quel Domenico (1696 – 1770), prima vicario generale di Velletri e poi Vescovo di Castro citato dallo Ianora, ma anche che un figlio del medesimo Giuseppe, Domenico Antonio, avrebbe contratto matrimonio con una tale Felicia Cantorio Putignano, da cui sarebbe derivato il cognome unito d’Amato Cantorio. I documenti conservati nell’archivio privato consentono, però, di ricostruire in maniera sistematica la storia della famiglia solo a partire dagl’inizi del XIX secolo, quando Nicola d’Amato Cantorio (1820-1895) raccoglie l’eredità del padre Domenicantonio che, deceduto in Nicola d’Amato Cantorio giovane età, aveva affidato il figlio ancora minorenne alle cure della madre e l’amministrazione delle sue proprietà ad un procuratore la cui gestione, poco oculata e incline a facili donazioni nei confronti del clero, aveva determinato il depauperamento delle sostanze. Raggiunta la maggiore età, Nicola non solo si riappropria della sua eredità ma ne determina l’accrescimento. Affiancato, infatti, da Francesco D’Urso, fidato amministratore dei possedimenti siti in Irsina, stipula vantaggiosi contratti di locazione e numerosi istrumenti d’acquisto di terreni. È del 28 maggio 1858, ad esempio, un istrumento con il quale don Gregorio Ridola di Matera vende a don Nicola una proprietà con vigna, casina, cappella e pozzo sita alla contrada Madonna del Pozzo in agro di Ferrandina. Nel frattempo don Coletto ha sposato Angela Lisanti dalla quale ha avuto due figli: Giuseppe, nato a Ferrandina il 5 aprile 1855, ed Eugenio. È a loro che Nicola affida il proprio patrimonio al momento del suo decesso avvenuto il 25 settembre 1895.

E come tutte le famiglie gentilizie che si rispettino, non può mancare una leggenda che ne valorizzi ancora di più il valore storico e nobiliare…

La Maledizione dei d’Amato Cantorio

Tra le colline silenziose che separano Ferrandina da Montepeloso, l’odierna Irsina, si tramandava da secoli una storia che pochi osavano raccontare a voce alta, era la storia della famiglia d’Amato Cantorio… e dei loro tormentati testamenti.

Si diceva che tutto ebbe inizio con un documento antico, redatto tra il 1740 e il 1749, gli “Acta Preamboli di Don Iosepho Amato”, un atto apparentemente innocuo, ma che nascondeva una verità pericolosa, in esso, oltre alla genealogia che riconduceva la famiglia ai nobili di Catanzaro, vi era un riferimento criptico a proprietà immense, mai ufficialmente dichiarate.

Secondo la leggenda, Giuseppe Amato non lasciò semplicemente beni ai suoi discendenti, ma frammentò la sua eredità in più testamenti, ognuno dei quali conteneva solo una parte della verità, solo riunendoli tutti si sarebbe potuto accedere a un patrimonio immenso, terre fertili, palazzi nobiliari e, soprattutto, depositi bancari nascosti presso istituti napoletani, accumulati nei secoli da uomini d’arme e di toga.

Ma quei testamenti furono presto oggetto di manipolazioni…

Si racconta che già nel Settecento, dopo la morte di Domenico, il vescovo, uno dei documenti venne alterato da un parente ambizioso, da quel momento, ogni generazione cercò di riscrivere la propria parte di eredità, falsificando firme, aggiungendo clausole, cancellando nomi.

Il vero caos esplose nell’Ottocento, alla morte di Domenicantonio…

Il giovane Nicola d’Amato Cantorio, rimasto orfano, venne affidato a un procuratore che, almeno secondo le voci, non si limitò a gestire male i beni, ma cercò di impossessarsi di uno dei testamenti originali, alcuni sostenevano che lo avesse nascosto nella cappella della proprietà della Madonna del Pozzo, altri che lo avesse venduto a un prelato.

Quando Nicola raggiunse la maggiore età, trovò un patrimonio ridotto… ma anche tracce evidenti di manomissioni, fu allora che iniziò la sua ossessione.

Per anni acquistò terreni, stipulò contratti, ricostruì il patrimonio familiare, ma il suo vero scopo, sussurravano i contadini, era un altro, ritrovare tutti i testamenti e ricomporre il segreto originario… e si dice che ci riuscì…

Nel 1895, poco prima di morire, Nicola convocò i suoi figli Giuseppe ed Eugenio nel palazzo di via Roma a Irsina, mostrò loro un fascio di documenti sigillati e parlò di ricchezze incalcolabili custodite tra Napoli, Matera e terre mai registrate ufficialmente… ma quella notte accadde qualcosa… e anche se le versioni divergono…

Alcuni raccontano che Giuseppe e Eugenio litigarono violentemente per l’eredità, arrivando alle armi, altri sostengono che un terzo uomo, forse un membro del clero o un lontano parente, fosse presente e avesse tentato di impadronirsi dei documenti, quel che è certo è che all’alba Nicola fu trovato morto… ufficialmente per cause naturali… ma uno dei figli sparì… e i testamenti… anche…

Negli anni successivi, strane morti colpirono chiunque cercasse di ricostruire la storia della famiglia, archivi bruciati, lettere scomparse, testimoni silenziati, perfino le iscrizioni nella cattedrale sembravano, secondo alcuni, cambiare dettagli con il passare del tempo.

Ancora oggi, tra le mura del palazzo d’Amato Cantorio e nella masseria di Torre Finizia, si dice che nelle notti senza luna si possano udire passi e sussurri, c’è chi giura che uno dei testamenti sia ancora nascosto, forse murato dietro uno degli stemmi con le tre stelle e il cuore… e che chiunque lo trovi… non erediterà solo una fortuna… ma anche la maledizione…

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