LA FAMIGLIA D’AMATO
CANTORIO
TRA FERRANDINA E
MONTEPELOSO (OGGI IRSINA)
Le notizie riguardanti le origini della famiglia d’Amato o
d’Amati sono piuttosto esigue e per certi aspetti anche controverse. La casata
sarebbe attestata sul territorio irsinese tra XVII e XVIII secolo, articolata
in diverse ramificazioni, ed in merito alla sua originaria provenienza sono
state avanzate solo alcune ipotesi. L’Ufficio Ricerche Araldiche Storiche e
Genealogiche in una lettera del 2 marzo 1943, rinvenuta nell’archivio privato
degli Amato Cantorio, riferisce che “… i d’Amato, uomini illustri d’arme e di
toga sarebbero di origine napoletana, già presenti sin dal IV secolo,
nobilitati e con stemma gentilizio depositato nell’Archivio Storico Napoletano.
Secondo l’illustre storico Michele Ianora, autore di una monografia sulla
cittadina di Montepeloso, oggi Irsina, la famiglia sembrerebbe, invece,
provenire dall’Amantea e avrebbe avuto tra i suoi insigni discendenti un
Domenico, Vescovo di Castro, ed un Mauro, abate di Montecassino. Tra la
corrispondenza dello stesso Ianora sono state rinvenute un paio di lettere
datate 1906 e 1908, provenienti da Montecassino, nelle quali si risponde a
richieste di informazioni relative all’abate Mauro de Amato (1660 – 1746)
avanzate dallo storico irsinese. Da esse si evince che il De Amato non fu mai
né Abate di Montecassino, né Presidente della Congregazione Cassinese e che lo
stesso ricoprì la carica di Abate titolare del Monastero di San Michele
Arcangelo di Montescaglioso e ancor prima di Priore ed Amministratore dei
monasteri di Castrovillari e Ragusa. Tuttavia, un riferimento a Mauro De Amato
Cassinensis Congregationis Abbati, risulta in un’iscrizione lapidea, collocata
all’interno della Cattedrale di Irsina, che raffigura uno stemma gentilizio
riproducente, nella parte superiore, tre stelle separate, con una fascia, da
Archivio privato d’Amato Cantorio. Notizie tratte da: Ianora Michele, Memorie
storiche, critiche e diplomatiche della città di Montepeloso (oggi Irsina),
Matera 1987, (ristampa anastatica), Archivio privato Ianora, serie
Corrispondenza, lettera inviata il 9 maggio 1906 dall’archivista capitolare
Ambrogio M. Amelli, dell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, al prof.
Michele Janora. Archivio privato Ianora, serie Corrispondenza, copia di una
lettera datata Montecassino, 30 settembre 1908 un cuore rappresentato nella
parte inferiore, il tutto sormontato da una croce pastorale e dal cappello
vescovile. Iscrizione lapidea sita nella Cattedrale d’Irsina Analogo stemma è
rilevabile in Irsina sia all’interno del palazzo d’Amato Cantorio, sito in via
Roma, che sul portale principale della masseria denominata Torre Finizia sita
alla contrada Basentello, attestata già dagli inizi del XIX secolo di proprietà
della stessa famiglia.
Stemma sito all’interno di Palazzo d’Amato Cantorio - Irsina
Stemma sito sul portale di Torre Finizia, tale circostanza, però, potrebbe
avvalorare l’ipotesi che l’ecclesiastico abbia fatto parte dello stesso ramo
d’Amato presente in Irsina. Il documento più antico riferibile al fondo d’Amato
Cantorio “Acta Preamboli p. D. Iosepho Amato”, databile 1740 – 1749, di cui si
fornisce la trascrizione integrale in appendice all’inventario, è preceduto da
un albero genealogico della famiglia, in cui è indicata la discendenza di un
tale Giuseppe Amato per otto generazioni fino al capostipite Ambrosio Amato,
discendente dei nobili di Catanzaro.
Dallo studio dell’ albero genealogico si evince non solo
che, fratello di Giuseppe sarebbe stato quel Domenico (1696 – 1770), prima
vicario generale di Velletri e poi Vescovo di Castro citato dallo Ianora, ma
anche che un figlio del medesimo Giuseppe, Domenico Antonio, avrebbe contratto
matrimonio con una tale Felicia Cantorio Putignano, da cui sarebbe derivato il
cognome unito d’Amato Cantorio. I documenti conservati nell’archivio privato
consentono, però, di ricostruire in maniera sistematica la storia della
famiglia solo a partire dagl’inizi del XIX secolo, quando Nicola d’Amato
Cantorio (1820-1895) raccoglie l’eredità del padre Domenicantonio che, deceduto
in Nicola d’Amato Cantorio giovane età, aveva affidato il figlio ancora
minorenne alle cure della madre e l’amministrazione delle sue proprietà ad un
procuratore la cui gestione, poco oculata e incline a facili donazioni nei
confronti del clero, aveva determinato il depauperamento delle sostanze. Raggiunta
la maggiore età, Nicola non solo si riappropria della sua eredità ma ne
determina l’accrescimento. Affiancato, infatti, da Francesco D’Urso, fidato
amministratore dei possedimenti siti in Irsina, stipula vantaggiosi contratti
di locazione e numerosi istrumenti d’acquisto di terreni. È del 28 maggio 1858,
ad esempio, un istrumento con il quale don Gregorio Ridola di Matera vende a
don Nicola una proprietà con vigna, casina, cappella e pozzo sita alla contrada
Madonna del Pozzo in agro di Ferrandina. Nel frattempo don Coletto ha sposato
Angela Lisanti dalla quale ha avuto due figli: Giuseppe, nato a Ferrandina il 5
aprile 1855, ed Eugenio. È a loro che Nicola affida il proprio patrimonio al
momento del suo decesso avvenuto il 25 settembre 1895.
E come tutte le famiglie gentilizie che si rispettino, non
può mancare una leggenda che ne valorizzi ancora di più il valore storico e
nobiliare…
La Maledizione dei d’Amato Cantorio
Tra le colline silenziose che
separano Ferrandina da Montepeloso, l’odierna Irsina, si tramandava da secoli
una storia che pochi osavano raccontare a voce alta, era la storia della
famiglia d’Amato Cantorio… e dei loro tormentati testamenti.
Si diceva che tutto ebbe inizio
con un documento antico, redatto tra il 1740 e il 1749, gli “Acta Preamboli di
Don Iosepho Amato”, un atto apparentemente innocuo, ma che nascondeva una
verità pericolosa, in esso, oltre alla genealogia che riconduceva la famiglia
ai nobili di Catanzaro, vi era un riferimento criptico a proprietà immense, mai
ufficialmente dichiarate.
Secondo la leggenda, Giuseppe
Amato non lasciò semplicemente beni ai suoi discendenti, ma frammentò la sua
eredità in più testamenti, ognuno dei quali conteneva solo una parte della
verità, solo riunendoli tutti si sarebbe potuto accedere a un patrimonio
immenso, terre fertili, palazzi nobiliari e, soprattutto, depositi bancari
nascosti presso istituti napoletani, accumulati nei secoli da uomini d’arme e
di toga.
Ma quei testamenti furono presto
oggetto di manipolazioni…
Si racconta che già nel
Settecento, dopo la morte di Domenico, il vescovo, uno dei documenti venne
alterato da un parente ambizioso, da quel momento, ogni generazione cercò di
riscrivere la propria parte di eredità, falsificando firme, aggiungendo
clausole, cancellando nomi.
Il vero caos esplose
nell’Ottocento, alla morte di Domenicantonio…
Il giovane Nicola d’Amato
Cantorio, rimasto orfano, venne affidato a un procuratore che, almeno secondo
le voci, non si limitò a gestire male i beni, ma cercò di impossessarsi di uno
dei testamenti originali, alcuni sostenevano che lo avesse nascosto nella
cappella della proprietà della Madonna del Pozzo, altri che lo avesse venduto a
un prelato.
Quando Nicola raggiunse la
maggiore età, trovò un patrimonio ridotto… ma anche tracce evidenti di
manomissioni, fu allora che iniziò la sua ossessione.
Per anni acquistò terreni,
stipulò contratti, ricostruì il patrimonio familiare, ma il suo vero scopo,
sussurravano i contadini, era un altro, ritrovare tutti i testamenti e
ricomporre il segreto originario… e si dice che ci riuscì…
Nel 1895, poco prima di morire,
Nicola convocò i suoi figli Giuseppe ed Eugenio nel palazzo di via Roma a
Irsina, mostrò loro un fascio di documenti sigillati e parlò di ricchezze
incalcolabili custodite tra Napoli, Matera e terre mai registrate ufficialmente…
ma quella notte accadde qualcosa… e anche se le versioni divergono…
Alcuni raccontano che Giuseppe e
Eugenio litigarono violentemente per l’eredità, arrivando alle armi, altri
sostengono che un terzo uomo, forse un membro del clero o un lontano parente, fosse
presente e avesse tentato di impadronirsi dei documenti, quel che è certo è che
all’alba Nicola fu trovato morto… ufficialmente per cause naturali… ma uno dei
figli sparì… e i testamenti… anche…
Negli anni successivi, strane
morti colpirono chiunque cercasse di ricostruire la storia della famiglia, archivi
bruciati, lettere scomparse, testimoni silenziati, perfino le iscrizioni nella
cattedrale sembravano, secondo alcuni, cambiare dettagli con il passare del
tempo.
Ancora oggi, tra le mura del
palazzo d’Amato Cantorio e nella masseria di Torre Finizia, si dice che nelle
notti senza luna si possano udire passi e sussurri, c’è chi giura che uno dei
testamenti sia ancora nascosto, forse murato dietro uno degli stemmi con le tre
stelle e il cuore… e che chiunque lo trovi… non erediterà solo una fortuna… ma
anche la maledizione…
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