Dalla Magna Grecia Lucana… Allievi di Pitagora
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mercoledì 5 agosto 2020
giovedì 30 luglio 2020
mercoledì 15 luglio 2020
Domani potrebbe essere già troppo tardi...
Stiamo perdendo il più importante dei simboli della Cultura Ferrandinese...
Ferrandina deve
ricominciare a credere nelle proprie origini
Non è possibile… bisognerebbe fare
qualcosa a Ferrandina, perdere le proprie origini, trascurare le proprie
testimonianze di una storia Antica e Culturalmente remota, non può e non deve
essere possibile, in un paese come questo, in una Nazione come questa, ricca di
origini che hanno determinato la nostra vita quotidiana, che hanno determinato
il corso di una Storia Mondiale, che hanno dato origini a culture, abitudini e
modi di vivere ai popoli di tutto il mondo.
Questo è il caso di Ferrandina,
fondata nel lontano anno 1000 A.C. con il nome di Troilia, che insieme al suo
Castello/Fortezza, Obelanum (Obelanon, Ogiano, Obelano, Uggiano), in epoca
bizantina, gestita da Longobardi e Normanni dopo la caduta del Dominio Greco, il
nome Ferrandina si deve a Federico d'Aragona che nel 1494 la battezzò così in
onore di suo padre, re Ferrante (o Ferrantino).
Nel 1507 Ferdinando il Cattolico le
attribuì il titolo di "civitas".
Lo stemma comunale reca sei F: il
significato è:
Fridericus Ferranti Filius
Ferrandinam Fabbricare Fecit.
Alcune fonti riferiscono che il 15 e
30 dicembre del 1456 due forti scosse di terremoto distruggono Uggiano. Una
popolazione di più di duemila abitanti (404 fuochi) non può essere alloggiata
nel castrum o sulle pendici inospitali della collinetta, ma, almeno in parte, sull’area
della Ferrandina greca e romana. Con ciò viene meno la centenaria storia della
distruzione di Uggiano per il forte terremoto, del trasferimento della popolazione
(fecimo mettere quelli cittadini in altro loco due miglia da longe e più...),
della fondazione di Ferrandina e di quella di Federico d’Aragona che nel 1494
costruisce la città dalle fondamenta... e la chiama Ferrandina. Un prezioso
documento riferisce che “Uggiano aveva una fortissima rocca. Il predetto re
Federico..., sotto il pretesto del terremoto, come quello per evitare i mali
che temeva, pensò che la detta rocca fosse demolita...”. Inoltre, se si ammette
la scarsa robustezza dei materiali impiegati nella costruzione dei castelli,
riesce chiaro come anche il venir meno di una costante manutenzione possa
essere sufficiente a deteriorarne l’efficienza difensiva, anche senza
l’intervento di un terremoto o di una volontà distruttiva. L’abbandono di Uggiano
a seguito di un sisma, per costruire Ferrandina, è una circostanza da ritenersi
scarsamente probabile come anche una guerra o una regia volontà distruttiva da
sole non sono mai sufficienti a provocare la scomparsa definitiva di un
qualsiasi insediamento umano. Uggiano, posto sul colle di fronte a Ferrandina,
testimonia per la sua posizione l’importanza strategica del luogo. Un primo
riferimento cronologico certo è l’845, quando il territorio di Oblano (questa è
la denominazione che più ricorre nei documenti) viene a far parte del
Principato di Salerno, la presenza di un castello costruito su quest’altura, in
un punto strategico di cerniera fra due valli, è certamente finalizzata ad
affermare, con il proprio presidio militare dalla parte di Craco e della
Salandrella, la supremazia militare ed amministrativa. Viene costruito, secondo
alcune fonti, senz’altro prima dell’ XI secolo: nel 1068 Roberto il Guiscardo
assale il caposaldo dell’Impero bizantino (cum paucis abiit Obbianum..), non
essendo riuscito a prendere Irsina. Nel Catalogo dei Baroni mentre si fa
menzione delle condizioni economiche e demografiche della Basilicata normanna,
si cita un Rogerius de Ogiano. Si trovano ulteriori riferimenti al sito
soltanto nel 1269 e nel 1275, quando Uggiano passa a Pietro de Beaumont e a
Giovanni di Monteforte. Nel periodo normanno il luogo fortificato, i cui
ambienti vengono riservati (in armonia con le ipotesi della Fasoli) soltanto al
signore, castellanus, al suo seguito e all’apparato difensivo, viene sottoposto
ad un intervento di rafforzamento e di completamento.
Ed in base proprio a tanta Storia e
tanta Cultura, che si presenta il momento di interrompere tanto disinteresse e
tanta incuria, oggi la Fortezza di “Uggiano” si presenta in ruderi,
diroccamenti continui e crolli, non è più possibile assistere a tanto scempio,
le origini locali rischiano di scomparire e di rimanere solo un ricordo scritto
ed archiviato in biblioteche impolverate, dimenticate da tutti, l’interesse
pubblico dovrebbe tutelare queste testimonianze indispensabili per le
generazioni future, l’incuria e il disinteresse, non fanno altro che cancellare
quanto di più concreto e tangibile ci possa essere nella storia delle origini
locali, molti storici, studiosi ed appassionati, decantano e denunciano in
continuazione, tramite social, documentazioni visive e fotografiche, il degrado
giornaliero e imperterrito dell’antico Maniero, lo stesso Re Federico e la sua
consorte, Isabella del Balzo, si stanno sicuramente rigirando nelle rispettive
tombe, al solo immaginare che tra non molto, rimarranno solo un cumulo di
pietre e di terriccio, della loro tanto amata dimora.
Non si riesce a capire quale possa
essere la reale motivazione di tanto disinteresse, ma sicuramente si comprende,
abbastanza chiaramente, che non a tutti interessa la tutela della storia delle
proprie origini, questo è solo segno di incompetenza e ignoranza da parte di
chi dovrebbe tutelare il proprio patrimonio artistico, monumentale, storico e
millenario della propria Comunità, soprattutto quando si vanta un vasto tesoro
Storico/Culturale cittadino, in attesa di essere riconosciuto dal turismo e
dall’opinione pubblica locale, regionale e Nazionale, perché sappiatelo che
tutto parte dalla passione, dell’ interesse e dalla volontà, di persone
intenzionate ed attente alla valorizzazione di tanta ricchezza. Restiamo
fiduciosi.
domenica 12 luglio 2020
Eustachio da Matera a Venosa
Oggi il mio ennesimo articolo in prima pagina
Eustachio da Matera
EUSTACHIO DA MATERA
(Matera, inizio XIII secolo
– Napoli, dopo il 1270)
giurista e poeta italiano
Eustachio, natio di Matera, visse
anche a Venosa, dove fu giurista di grande fama,
sul suo nome la tradizione non è
concorde e presenta le varianti di Eustazio, Eustasio, Eustacchio, oltre quella
più nota di Eustachio. Legato alla corte di Federico II, giudice come Riccardo,
visse nel periodo di transizione seguito alla sconfitta imperiale e al successivo
passaggio dalla dominazione sveva a quella angioina. La sua opera si lega a
quel momento politico; egli registrò in essa il «lamento» per la penosa
situazione dell’Italia. Il Planctus Italiae, di cui ci restano testimonianze
frammentarie, è un poema, in latino, in cui sembrano comparire due esigenze: la
storia contemporanea e la ricostruzione mitologica delle genealogie dei singoli
luoghi. Come spesso accade con le personalità che si incontrano nella
Basilicata, anche nel caso di Eustachio si tratta più che della vicenda di un
singolo, della storia, lunga e ancora incompiuta, di un recupero. Lo stato
frammentario dell’opera di Eustachio, di cui continuano ad affiorare versi,
lascia solo intravedere un disegno complesso e originale, a stento disseppellito
e decifrabile nelle sue linee guida. Il Planctus Italiae è una sorta di
enciclopedia medievale sulle origini mitiche e l’attualità storica di molte,
forse addirittura tutte, le città italiane, fotografate alla caduta dell’impero
federiciano. L’attribuzione di quei frammenti, di cui il più lungo si riferisce
proprio alla città di Potenza e proviene da una manoscritto del Convento di San
Francesco, si basa su testimonianze incrociate di più autori medievali, che
ricorsero al Planctus come fonte per le loro genealogie: innanzitutto
Boccaccio, poi Dionigi da Borgo di San Sepolcro. Sulle prime ad Eustachio
venivano attribuiti anche i versi del De balneis Puteolanis, che Erasmo Pércopo
dimostrò invece essere più tardi. Le ricerche su Eustachio incuriosirono un
acuto studioso russo di scuola positivista, quel benemerito movimento al quale
dobbiamo molti ritrovamenti di opere di scrittori lucani (tra cui, il più noto
rimane quello di Isabella di Morra). Aleksander Wesselofsky era uno studioso di
Boccaccio e, nel corso delle ricerche sulla Genealogia deorum gentilium si
imbatté nel luogo in cui «nescio quem Eustachium» (non so quale Eustachio) era
la fonte di una leggenda sulle mitiche origini di Genova e Torino, raccontata
all’autore del Decameron da Paolo da Perugia. Il Wesselofsky aveva anche
esaminato l’elenco degli autori che Dionigi da Borgo di San Sepolcro indica
come proprie fonti nel suo commento a Valerio Massimo, dove appunto ritrovava
un «Eustachium Venusinum, qui sub nomine poetae introducitur et Plantus Italiae
nominatur». Arrivato in Italia nell’ottobre
1896, Wesselofsky riuscì a ricostruire l’intera vicenda bibliografica,
vedendo di persona almeno il manoscritto napoletano, già citato da Bartolomeo
Capasso e fornendosi della pubblicazione di Ireneo Sanesi, che, sulle tracce di
Emmanuele Viggiano, aveva edito, ritrascrivendolo dallo stesso manoscritto di
Potenza, l’opuscolo Un frammento di poema storico del secolo XIII (Pistoia,
1896) in nozze Sanesi – Crocini. Ritornato a Pietroburgo, il Wesselofsky
pubblicò il suo Evstachij iz’’ Matery (ili Venozy) i ego Planctus Italiae
(1897), che dopo dieci anni, tradotto dal noto pubblicista e scrittore
napoletano Federico Verdinois vede la luce a Melfi per le cure di monsignor
Rocco Briscese. Già durante il viaggio italiano, lo studioso russo scriveva ad
Alessandro D’Ancona: «A Napoli [...] feci nella Biblioteca e nella società
storica alcuni studi, cui diedi forma di una nota e meglio di una inchiesta: a
proposito di un tal Eustachio di Venosa (meglio che: Matera), autore del
Planctus Italiae. Sarebbe egli tutt’uno coll’Eustachio di Paolo di Perugia,
citato dal Boccaccio (nescio quem)?». Livio Petrucci ha recentemente dimostrato
che il manoscritto napoletano, definito «commento virgiliano» dagli studiosi
del tempo, nel quale sono peraltro contenuti alcuni versi del nostro Eustachio,
è, invece, per la massima parte, una copia delle Genealogie boccacciane con
alcune varianti. Viene di conseguenza allora la domanda: come mai Boccaccio,
che conosceva Dionigi di San Sepolcro e se ne serviva abbondantemente, poi
dubitava dell’identità di Eustachio, nel luogo citato? Forse si trattava di
autori diversi o, comunque, lo stesso Boccaccio avanzava dei dubbi
sull’attribuzione della mitica origine di Genova e Torino allo stesso autore
del Planctus Italiae.
«WHO’S WHO?»
Chi è allora Eustachio? Se si ritorna al
manoscritto potentino, edito da Viggiano prima e da Sanesi poi, si ricostruisce
una figura di poeta che può coincidere con quella cui la tradizione di Dionigi
attribuiva il Planctus. Emmanuele Viggiano lesse i versi di Eustachio «in un
antico libro conservato nell’Archivio de’ PP. Conventuali di S. Francesco»,
mentre Ireneo Sanesi, novant’anni più tardi, riuscì a ritrovare quel libro nel
Seminario di Potenza e lo descrisse come un messale del XIII secolo in cui alla
carta 48 erano stati ricopiati i trentaquattro versi riguardanti la cronaca
della città di Potenza, verosimilmente estratti dal Planctus, del cui autore il
copista si premurava di far conoscere alcune notizie, trascrivendo dei versi:
Nomen Matera genitrix Eustacius, omen
Judicis, et Scribae Venusiaque
dedit:
Excidium Patriae velut alter flet Hyeremias
Mundi conflictus, Italiaeque malum:
Italiae fata queror Urbis, et Orbis onus
[Matera che mi ha generato mi diede il nome di Eustachio, Venosa il
prestigio di giudice e scrivano: come un nuovo Geremia piango l’eccidio della
patria, la guerra del mondo, male d’Italia: piango il destino delle città
d’Italia, e la rovina del mondo].
Trascrivo i versi dalla più corretta lezione
di Viggiano, giacché la riproposizione del Sanesi, per quanto più nota in campo
accademico, si presenta in qualche luogo dubbia: Sanesi trascrive infatti
Venusiam anziché Venusiaque, per poi discutere sull’inesattezza di
quell’accusativo quando grammaticalmente vi era necessità di un nominativo,
oppure nei versi successivi copia coronica al posto del più esatto ed evidente
chronica del Viggiano. Eustachio, allora, nato a Matera esercitava la
professione di giudice a Venosa, qualche anno più tardi rispetto a Riccardo.
Egli, probabilmente ghibellino, si trovò coinvolto nella guerra che Carlo I
d’Angiò condusse nell’Italia meridionale contro le frange imperiali. La
definitiva sconfitta di Manfredi determinò in Eustachio quel pianto per la patria,
per l’Italia federiciana e per la definitiva sconfitta delle città legate alla
casa sveva. Lo si evince dai frammenti del manoscritto napoletano che
propongono versi dedicati a Napoli, Messina, Taranto, ma soprattutto nel più
lungo frammento potentino, riconosciuto e accreditato come parte integrante
dell’opera di Eustachio.
IL PLANCTUS ITALIAE: LA CRONACA DELLA DISTRUZIONE DI POTENZA
Attribuiti ad Eustachio già da
Emmanuele Viggiano, i versi che proponiamo alla lettura presentano più livelli
di interesse: essi riguardano la descrizione della città di Potenza dopo la
battaglia di Tagliacozzo, che aveva distrutto le ultime speranze della parte
federiciana, mentre iniziava la vendetta di Carlo I d’Angiò contro i feudatari
ancora legati alla dinastia sveva. In questa congiuntura, il popolo potentino
per ingraziarsi il nuovo sovrano, piombò a tradimento contro i nobili che
ancora innalzavano il vessillo svevo. La vendetta dei d’Angiò fu però spietata
e coinvolse l’intera cittadinanza: le mura di Potenza furono abbattute e ne
seguì una sanguinosa guerra civile tra i simpatizzanti delle due avverse
fazioni. Questi versi sono i più antichi, nella letteratura romanza, in cui si
trovi riferimento a fatti storici ed è quantomeno singolare che riguardino una
città rimasta a lungo periferica rispetto alle grande linee storiografiche. Non
ultimo motivo d’interesse, è il contenuto privato, il riferimento ai singoli -
cittadini e famiglie -, la descrizione della città, della popolazione, del sito
di Potenza all’altezza della prima metà del XIII secolo. Un altro motivo
d’interesse, e non secondario, è poi sotteso a tutto il Planctus Italiae:
l’idea dell’Italia, come nazione da difendere, un’idea che nella nostra storia
è molto più tarda, ma che dimostra ancora una volta, quanta parte ha avuto
l’impero federiciano nella maturazione della coscienza italiana e come sia
ancora da approfondire quell’umanesimo ante litteram di cui si parla a
proposito della corte sveva. Nonostante sia una narrazione, Eustachio non usa
l’esametro dell’epica, ma il distico elegiaco, che rende ancora più drammatico
e movimentato il suo poema. Leggiamo dunque i versi della cronaca della
distruzione di Potenza tratti dal Planctus Italiae di Eustachio da Matera:
Allora il furore del popolo
potentino travolse tutti
quelli che portavano i vessilli dell’aquila imperiale.
La città di Potenza fu generata dai boschi lucani,
e sostenuta dalla tua protezione, o San Gerardo.
Fornita di monti e di prati a perdita d’occhio
coltiva campi fecondi di greggi ed armenti.
Austera di stirpe lombarda e potente di coloni
rifulge più ricca dei suoi vicini.
Udite le furie minacciose di stragi del vincitore,
impazzì il popolo, in un turbine la turba si precipita.
Con questo furore vorrebbe placare l’ira del vincitore,
vendicarsi, fare strage di nobili.
E questo è nulla rispetto al dopo, quando giacque distrutte le sue mura,
in più punita per la sua empietà.
Gugliemo cade e la stirpe Grassinella
E alla caduta della loro casa segue molta rovina.
Viene preso quel Bartolomeo
Che chiama con molti alla rivolta,
Stretti vincoli stringono i nobili
E conducono tutti i prigionieri nella rocca di Acerenza.
Ma la sorte mutevole diede alterne vicende:
Infatti in compagnia di armati Riccardo di Santa Sofia,
Enrico di Castanea e la coorte venosina
Erano giunti, evento straordinario, ai nemici di Acerenza.
Vedono quindi venire i prigionieri.
All’inizio i capi, entrati in battaglia,
Decidono di subire il discrimine: uno fugge, un altro muore.
Un soldato con gli alleati rende libero Bartolomeo
E il fato offre un’attesa alla morte incombente.
Allora morì quel Pietro Sapienza di Basilicata,
Portando in campo l’iniquità della maggior parte della gente.
Viene tradito, e il patto della preziosa amicizia
Dall’oro sciolto. La fede diventa scelleratezza:
Oh quanto grande delitto è il funesto denaro!
I biondi metalli sottomettono
anche il cielo al loro prezzo.
Nell’anno milleduecentosettanta, Regnando il Franco, essendo la sede
romana vacante, Alleviando le pene dell’esilio, Dettando questi mesti fatti per
anno ad uno ad uno.
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