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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

sabato 2 maggio 2026

 

IL CASTELLO/FORTEZZA DI UGGIANO… 

LA VECCHIA FERRANDINA

STORIA DI VITA URBANA

Il Castello di Uggiano o Obelano o Obelanum o Oblano, (la vecchia Ferrandina) non era solo un semplice Castello, bensì una fortezza a difesa di tutto il sud Italia dell’epoca, e oltre ad aver ospitato Re e Regina, aveva nella sua corte un esercito di guerrieri e cavalieri, oltre a nobili di ogni rango, servitù e saltimbanchi, mentre nel suo “Castrum”, all’interno della fortezza, e tutto intorno, case per civili abitazioni, con artigiani e commercianti per i fabbisogni di una intera comunità.

Nel grande piazzale del Castello di Uggiano, quando il sole si alzava dietro le mura possenti e accendeva di oro le pietre antiche, la giornata iniziava ben prima che i nobili si destassero.

Il primo suono era quello del ferro battuto, era mastro Ruggiero, il fabbro, già al lavoro nella sua bottega aperta sul lato orientale del piazzale, le scintille saltavano come lucciole mentre forgiava ferri di cavallo e lame per i cavalieri, poco distante, una donna stendeva panni su una corda tesa tra due colonne, mentre il profumo del pane appena sfornato si diffondeva dalla piccola casa di pietra di Agnese, la fornaia.

I bambini erano i veri padroni del piazzale a quell’ora, correvano scalzi, rincorrendosi tra i secchi d’acqua e le ceste di ortaggi appena portati dentro le mura dai contadini, uno di loro, Pietro, si fermava sempre a guardare i soldati allenarsi, lo affascinavano le armature lucenti e il ritmo cadenzato delle spade che si incrociavano.

Al centro del piazzale, vicino al pozzo, si radunavano i mercanti, tessuti colorati provenienti da terre lontane venivano srotolati su tavole di legno, mentre spezie e erbe riempivano l’aria di odori intensi, le voci si intrecciavano, contrattazioni, risate, richiami, un vecchio suonatore ambulante pizzicava una cetra, accompagnato da un giovane saltimbanco che attirava l’attenzione con capriole e numeri improvvisati.

Verso mezzogiorno, il ritmo cambiava, le guardie si disponevano lungo i camminamenti delle torri di avvistamento, e un leggero silenzio scendeva quando dal portone principale entrava un corteo, un cavaliere di ritorno, forse, o un messaggero, gli sguardi si sollevavano, curiosi ma rispettosi, il castello non era solo casa… era potere, difesa, ordine…

Dalle finestre alte, ornate di drappi, si intravedevano figure eleganti, la corte osservava, distante ma presente, eppure, anche lì sopra, tra nobili e dame, giungevano gli echi della vita del piazzale, il rumore del martello, le risate dei bambini, il canto lontano del menestrello.

Nel pomeriggio, il sole batteva forte sulle pietre e le attività rallentavano, alcuni si ritiravano all’ombra, altri continuavano il lavoro con lentezza, le donne si fermavano a parlare, scambiando notizie e piccoli segreti, i soldati, finito l’addestramento, si mescolavano alla gente, togliendosi l’elmo, diventando uomini tra uomini.

E poi arrivava la sera…

Le torce venivano accese lungo le mura, e il piazzale si trasformava, le fiamme danzanti illuminavano volti stanchi ma sereni, qualcuno raccontava storie, qualcun altro cantava. I bambini, ormai assonnati, si stringevano alle madri, il profumo della minestra calda si diffondeva nell’aria, e sopra tutto, imponente e silenzioso, il Castello di Uggiano vegliava…

Non era solo pietra e difesa… era vita… era un cuore pulsante… fatto di voci, mani, sogni e fatiche, una piccola città racchiusa tra mura difensive, dove ogni giorno si intrecciavano destini diversi, ma uniti dallo stesso spazio, dalla stessa terra… dalla stessa storia…

 

LA CITTADELLA… IL PARADISO LUCANO

Il più antico rione della città di Ferrandina, in provincia di Matera, nella storica e caratteristica regione Lucania, o più recentemente Basilicata, primo agglomerato urbano risalente al XV Secolo e più precisamente nel 1492, alla fondazione del nuovo abitato voluto da Ferdinando I° D’Aragona e realizzato da Federico D’Aragona e Isabella Del Balzo, prima chiamata “Troilia” a favore della città di Troia, e successivamente Ferrandina in onore del padre Ferrante.

Subito realizzato in forma signorile dalle costruzioni dei tanti Palazzi Gentilizi, poi edificato anche da abitazioni di plebe, stalle per i cavalli dei nobili, magazzini per lo stoccaggio di prodotti agricoli, grano, olive e olio finito, agrumi, ortaggi e sementi di ogni genere.

Ma nel momento in cui vengono edificati, il Convento di San Domenico, con la cupola maiolicata, ed il Monastero delle Clarisse poi di Santa Chiara, il rione acquista valore e dignità, e non solo, con l’avvento anche di chiese, acquista anche di spiritualità e cristianità, rendendo il rione un vero e proprio agglomerato storico, nobiliare e religioso ancora oggi.

Di seguito una versione narrata della storia di questo antico rione, che merita attenzione e riconoscimenti per quanta storia antica contiene…

Nella Lucania antica, sospesa tra vento e memoria, quando il sole scivola lento sulle colline argillose della provincia Materana, e tinge di oro le pietre antiche, esiste un luogo dove il tempo sembra essersi fermato… La Cittadella di Ferrandina.

Si racconta che tutto ebbe inizio in un anno carico di presagi, il 1492, mentre il mondo cambiava altrove, tra scoperte e nuovi orizzonti, qui, tra queste terre austere, nasceva una città destinata a custodire storie silenziose e misteri mai del tutto svelati, il suo primo nome, Troilia, evocava echi lontani di eroi e rovine leggendarie, quasi a voler suggerire che anche qui si sarebbe scritta una storia degna di essere ricordata.

Le prime pietre furono posate con ambizione regale, Palazzi signorili sorsero fieri, con balconi che osservavano il mondo dall’alto e portali scolpiti che sembravano raccontare segreti a chi sapeva ascoltare, ma dietro quelle facciate nobiliari si muoveva un’altra vita, quella della gente comune, fatta di mani sporche di terra, di cavalli nelle stalle e di magazzini colmi di grano, olive e olio profumato.

Poi accadde qualcosa che cambiò per sempre l’anima del rione…

Una notte, si narra, una luce insolita apparve sulla collina, non era fuoco, né stella, il giorno dopo iniziarono i lavori del Convento di San Domenico, con la sua cupola maiolicata, che ancora oggi, riflette il cielo come uno specchio sacro, poco dopo sorse anche il Monastero delle Clarisse, oggi di Santa Chiara, un luogo di silenzio e preghiera, dove le mura sembravano trattenere sospiri e confessioni.

Con l’arrivo dei conventi e delle chiese, la Cittadella cambiò volto, non era più solo un luogo di potere e commercio, ma diventò un crocevia di fede, di mistero e di speranza, i vicoli iniziarono a riempirsi di canti religiosi, ma anche di sussurri, si parlava di monache che non lasciavano mai il monastero, di nobili decaduti che cercavano redenzione, di passaggi segreti tra palazzi e luoghi sacri.

Ancora oggi, chi passeggia tra quelle strade strette e irregolari giura di sentire qualcosa… un passo dietro l’angolo quando non c’è nessuno, il rumore lontano di zoccoli sui sampietrini, o il profumo improvviso dell’olio appena franto, come se il passato non fosse mai davvero andato via… La Cittadella non è solo un quartiere antico… è storia viva… e aspetta chi ha il coraggio di venire ad ascoltarla…

Una sola raccomandazione necessaria, quando venite a visitare questo antichissimo e storico rione, ricordatevi di respirare il più possibile tra le strette viuzze, perché più respirate e più sentirete la presenza di storia antica, nobiltà e sacralità… ingredienti che hanno reso questo rione… il Paradiso Lucano… e magari immaginare di incontrare… Re Federico e Isabella sua consorte… hai visto mai…?

 

CHIESA DI SAN GIUSEPPE… 

ACCORDI E DISACCORDI SULLA SUA EDIFICAZIONE

Ubicata in C.so Vittorio Emanuele II, risalente XIX secolo, chiesa collegiata a pianta rettangolare con tettoia a doppia falda, volta a botte, muratura in pietra e mattoni, decorazioni interne, lesene, cornici a motivi classicheggianti.

La chiesa di San Giuseppe fa parte delle cappelle urbane, che fu realizza da confraternite e associazioni religiose, con il concorso economico di privati cittadini, non presenta particolari ornamenti artistici, è a pianta rettangolare con una sola navata con volta a botte,  la facciata, anch’essa rettangolare, è suddivisa in sei riquadri da lesene verticali e orizzontali, al suo interno sono presenti statue e immagini sacre di scarso valore artistico.

Una chiesa non molto considerata tra i migliori monumenti storici locali, ma comunque aperta al culto di chiunque sente il bisogno di affidarsi al Santo, circondata da effigi di altri santi se pur poco importanti, ma pur sempre rappresentanti di fede cristiana, segue una leggenda appassionante…

Nel cuore di C.so Vittorio Emanuele II, quando ancora il XIX secolo era giovane e le strade odoravano di pietra fresca e promesse, si racconta che la nascita della Chiesa di San Giuseppe non fu affatto semplice, né tantomeno silenziosa.

All’inizio, il progetto sembrava benedetto, le confraternite cittadine, unite da devozione e orgoglio, avevano deciso di erigere una cappella urbana che fosse rifugio per l’anima e simbolo di fede condivisa, accanto a loro, alcune associazioni religiose e un gruppo di facoltosi cittadini avevano promesso donazioni generose, ma, come spesso accade quando il denaro incontra la devozione, la pace durò poco.

Le riunioni si tenevano al calar del sole, tra candele tremolanti e tavoli ingombri di pergamene, c’era chi voleva una chiesa imponente, ornata d’oro e affreschi degni dei grandi maestri, e chi invece insisteva per una struttura semplice, “più vicina all’umiltà di San Giuseppe”, dicevano, le discussioni si accendevano facilmente, una confraternita accusava l’altra di voler apparire più devota, mentre alcuni benefattori ritiravano le loro promesse quando non vedevano rispettate le proprie idee.

Si narra che una notte, durante una delle riunioni più tese, scoppiò un violento temporale, i tuoni sembravano rispondere alle urla degli uomini, e un fulmine colpì proprio il terreno destinato alla costruzione… tutti tacquero… fu allora che il più anziano tra loro, un uomo povero ma rispettato, si alzò e disse… “Se questa casa nascerà dall’orgoglio, crollerà presto, se invece nascerà dalla fede, resterà in eterno”.

Quelle parole cambiarono tutto…

I giorni successivi furono diversi, le richieste si fecero più semplici, le offerte più sincere, alcuni donarono poco, altri molto, ma tutti iniziarono a farlo con lo stesso spirito, la chiesa prese forma così com’è oggi, sobria, con una sola navata, decorazioni modeste e una facciata ordinata, divisa da lesene come mani giunte in preghiera, eppure… il finale della storia… porta con sé un piccolo mistero.

Si dice che, durante i lavori, una cassetta contenente una grande somma di denaro, raccolta in segreto da uno dei benefattori più ambiziosi, scomparve senza lasciare traccia, alcuni parlarono di furto, altri di punizione divina, ma anni dopo, quando la chiesa era ormai completata, durante alcuni restauri venne ritrovata murata all’interno di una parete, insieme a un biglietto… “Perché nessuno possa dire che questa casa è stata costruita per vanità…”, il denaro non fu mai utilizzato per abbellimenti, ma destinato ai poveri del quartiere.

Da allora, la Chiesa di San Giuseppe non è mai stata considerata tra le più grandiose, né tra le più ricche, ma chi vi entra racconta di un silenzio particolare, di una pace semplice e autentica… e forse è proprio questo il suo vero tesoro… essere nata non dagli accordi perfetti, ma da un disaccordo trasformato in fede Cristiana...

 FONDO ANTICO

TESORO STORICO FERRANDINESE

E la leggenda tra gli “Incunaboli”

Il Fondo antico è costituito da incunaboli, cinquecentine, seicentine, da testi antichi fino al 1865.

Per quanto riguarda il nucleo bibliografico in oggetto, trattasi di testi cronologicamente collocati tra il 1417 e il 1865:

Testo non identificato del 1417

Operum Divi Aurelii 1551

D.T. de Vio: Caietani Cardinalis 1560

Manuale Confessariorum et poenitentium 1573

J. Chrofcziejoiosky: De morbis puerorum 1583

Fr. Joanne Germiniano: Summa de exemplis 1583

C.I. Episcopi: Historiam Evangelicam 1586

P.D. Cusitani: Conciones quadruplices 1589 Etc.

Lo stato di conservazione dei libri purtroppo non è ottimale, infatti molte delle opere necessitano di restauro poiché sono completamente spaginate cosa che rende possibile anche la totale perdita del patrimonio bibliografico antico appartenente al Comune di Ferrandina. Al tempo della soppressione, oltre 70 biblioteche conventuali si trovavano in Basilicata nei conventi dei vari ordini. Di queste ben tre erano a Ferrandina nei tre conventi di religiosi. L’inventario della biblioteca del convento di S. Domenico giunto a noi, appare molto provvisorio e disarticolato però mostra notizie essenziali del fondo libraio che appare abbastanza significativo e meritevole di valorizzazione. L’inventario originario, secondo alcuni studiosi locali, descrive non solo i libri ma anche reperti, quadri e altri oggetti preziosi conservati anch’essi presso la Biblioteca comunale. Sembrerebbe che la Biblioteca fosse a sfondo scolastico e serviva per lo studentato interno al convento. Si riscontrano le normali e classiche divisioni della teologia che vanno dalla S. Scrittura alla Teologia Dommatica, morale, sacramentaria. È necessario individuare cosa è rimasto ai posteri perché il suddetto patrimonio non rappresenta solamente il patrimonio di un convento ma costituisce parte della storia del popolo ferrandinese.

E su queste notizie, nasce una interessante leggenda… quella della visita dell’illustre viandante sconosciuto, passato casualmente dalla città Aragonese…

Nel cuore silenzioso del convento di San Domenico a Ferrandina, tra archi consumati dal tempo e un chiostro dove il vento sembrava sussurrare antiche preghiere, si custodiva un tesoro che pochi avevano davvero compreso… il Fondo Antico…

Si dice che, in un autunno del tardo Cinquecento, giunse al convento un viaggiatore illustre, alcuni lo identificarono con Torquato Tasso, altri sostennero fosse solo un dotto pellegrino, egli portava con sé non solo manoscritti, ma una fame insaziabile di conoscenza.

Fu accolto da Francesco, il custode bibliotecario, non era un uomo di grande fama, ma conosceva ogni volume come si conosce un volto amato, le sue mani, segnate dall’inchiostro e dal tempo, tremavano appena mentre apriva le porte della biblioteca… «Qui non custodiamo solo libri,» disse Francesco con voce bassa, «ma il respiro di chi ci ha preceduto».

Le scaffalature, alte e scure, custodivano incunaboli antichi, alcuni risalenti a epoche così remote da sembrare quasi irreali, il misterioso testo del 1417, privo di autore, giaceva avvolto in un panno consunto. Le opere del 1551, del 1560, del 1573… ogni volume raccontava una storia di mani, menti e anime, il visitatore rimase colpito non solo dalla quantità, ma dal silenzio… un silenzio vivo…

Passeggiando nel chiostro, tra colonne illuminate da una luce dorata, Francesco gli raccontò… «Un tempo, questa biblioteca era viva di giovani studenti, qui si studiava la Sacra Scrittura, la teologia morale, i misteri della fede… ma ora…» si fermò, indicando una finestra rotta «…ora il tempo si porta via ciò che resta», il viaggiatore, colpito, chiese di vedere i volumi più fragili, Francesco gli mostrò libri ormai spaginati, fogli sciolti come foglie d’autunno, «Se nessuno li salverà», disse il custode, «scompariranno… e con loro, la memoria di Ferrandina».

Quella notte, sotto il portico del chiostro, il visitatore scrisse a lungo, si racconta che compose parole accorate sulla fragilità del sapere e sull’urgenza di custodirlo, alcuni credono che quei pensieri abbiano viaggiato lontano, ispirando uomini e istituzioni, prima di partire, il forestiero si fermò davanti a Francesco, «Non sei solo un custode», disse, «sei un guardiano del tempo e della Cultura», Francesco sorrise appena, «Io posso solo custodire», rispose… «Ma qualcuno dovrà ricordare»…

E ancora oggi… nelle giornate di vento, tra i corridoi del vecchio convento, si dice che si possano udire pagine sfogliarsi da sole, e qualcuno giura che, tra le ombre del chiostro, due figure camminino ancora, un poeta e un custode… uniti dal silenzioso giuramento di non lasciare morire la memoria.



venerdì 1 maggio 2026

 

TANTO PER PRECISARE…

Informo i lettori che i miei scritti sono frutto di studi approfonditi e ricerche certosine su documenti storici di archivi di Stato e del Catasto Onciario di Napoli, le notizie storiche prelevate da antichi testi ormai dimenticati e lasciati impolverare in scaffali compromessi dalla stabilità, le notizie storiche sono reali, come anche alcune leggente riportate da voci metropolitane, altre invece frutto della mia fantasiosa memoria storica millenaria, per invogliare la curiosità e la lettura anche ai meno interessati, e nello stesso tempo dare nozioni di storia antica locale, per informare, promuovere e divulgare ricchezze storico/artistiche/monumentali di una cittadina poco valorizzata e poco riconosciuta nel Mondo del Patrimonio Culturale e Storico Italiano, Europeo, Mondiale, e in attesa di riconoscimenti ufficiali, che presto o tardi arriveranno, e ve lo garantisco, continuerò fino all’ultimo dei miei giorni, a pubblicare storie e leggende della città di Ferrandina… degna provincia della Capitale Europea e Mediterranea della Cultura e del Dialogo.

n.b. Presto tutte le storie verranno raccolte e pubblicate in un singolo libro e sarà disponibile a chiunque vorrà acquistarlo e conservarlo come patrimonio culturale personale.

Enzo Scasciamacchia

 

LE FESTIVITÀ, PIENE DI INDIGESTIONI 

E COLICHE INTESTINALI

Una tranquilla Pasqua e una divertente Pasquetta all’insegna di pranzi abbondanti e indigestioni da ricordare fino a Ferragosto quando andremo a fare… la prova costume… depressione infinita…

C’era una volta una Pasqua tranquilla, o almeno, così era stata venduta nel gruppo WhatsApp di famiglia.

“Quest’anno facciamo una cosa semplice”, aveva scritto mia cugina Mariagrazia, traduzione… antipasti per 12… anche se si è in 6.

Arrivo alle 12:30 con l’ingenuità di chi ha fatto una colazione leggera “per tenersi spazio”, errore numero uno, sul tavolo lo aspettano… uova sode decorate come opere d’arte rinascimentali, salumi disposti a forma di colomba e una pastiera che ti guarda come se sapesse già come andrà a finire, “Assaggia, è leggero!” dice qualcuno porgendomi una fetta grande quanto un manuale universitario, dopo il terzo giro di antipasti, provo a fare una mossa strategica… “No grazie, aspetto il primo”, silenzio… sguardi preoccupati, “Ma come, non mangi?”, errore numero due.

Arriva il primo, lasagne, non una porzione… la porzione… quella che sfida le leggi della fisica e della dignità umana… sorrido, ma dentro di me sto già scrivendo il testamento.

Segue il secondo, poi il contorno, poi “solo un assaggino” di tutto quello che non era ancora stato servito, alle 16:45 qualcuno propone il dolce, nel frattempo… non sento più le gambe, ma annuisco, non per scelta, è un riflesso automatico.

Alle 18:00, sdraiato sul divano in una posizione che nessun fisioterapista approverebbe, sussurro… “Mai più…” pasquetta…

Ore 10:00, messaggio nel gruppo… “Ragazzi, picnic leggero! Solo cose semplici!”, io, ancora gonfio come un pallone da calcio regolamentare, penso… “Questa è la mia occasione di redenzione”, errore numero tre.

Arrivano al prato… “Cose semplici” include… frittate, parmigiana, arancine, panini ripieni con qualsiasi cosa esista sulla Terra, e una teglia misteriosa che nessuno ha mai visto ma tutti devono assaggiare, “Dai, oggi si mangia all’aria aperta!”, che, apparentemente, rende le calorie più veloci, resisto, bevo acqua, respira e guardo l’orizzonte… poi qualcuno apre il contenitore della pasta al forno… Game over.

Ore 15:30: io ormai sono steso sull’erba, guardo il cielo e faccio un patto con l’universo… “Se sopravvivo, da domani a dieta”.

Arriva Ferragosto… spiaggia, sole… costume… mi guardo allo specchio, sospiro e dico… “Vabbè… se respiro piano magari non si vede”, e mentre mi avvio verso l’acqua con la dignità di un eroe sconfitto ma ancora in piedi, sento una voce familiare… “Oh Enzo! Vieni, abbiamo portato qualcosa da mangiare!”… silenzio… sguardo verso il mare… sguardo verso il cibo… “…Arrivo”.

 

LA VITA OLTRE LA VITA...

Cerco di immaginare come potrebbe essere la mia vita dopo la dipartita... e ve lo racconto.

Non avevo mai avuto paura della morte, non perché fossi coraggioso… tutt’altro… ma perché non ero mai riuscito a immaginarlo davvero, mi sembrava sempre una parola troppo grande per stare dentro la mia testa.

Poi, un giorno qualunque, uno di quelli con il caffè bevuto in fretta e una lista di cose da fare mai completata… successe… la cosa più strana fu che… non successe niente.

Nessun tunnel luminoso, nessun coro angelico, solo silenzio… e poi una stanza, una stanza semplice, con una sedia, un tavolo e una finestra, fuori, un paesaggio indefinito, non mare, non montagna, non città,  qualcosa che cambiava leggermente ogni volta che lo guardavo, come se non riuscissi a decidermi, “Ah,” dissi, sedendomi… “Quindi è così”.

Passarono minuti, o forse ore, o forse niente, perché lì il tempo sembrava una convenzione un po’ superata, alla fine comparve qualcuno, un tipo normale, in giacca, con un’aria leggermente annoiata… “Enzo?”… “Sì”, “Benvenuto”, “Grazie… credo… è l’aldilà?”, “Più o meno, dipende da come lo vuoi chiamare”… annuii, come se avessi capito… ma non aveva capito niente… “E quindi adesso?”… “Adesso vivi”, aggrottai la fronte… “Scusa?”… “Vivi… Qui”.

E in effetti iniziò così…

I giorni… se così si potevano chiamare… si riempirono lentamente, libri che comparivano quando li desideravo, passeggiate in luoghi che cambiavano a seconda dell’umore, conversazioni con persone che sembravano sapere sempre esattamente cosa dire… o cosa non dire, era… piacevole… forse troppo.

Dopo un po’, iniziai a notare qualcosa, nessuno aveva fretta, nessuno sbagliava davvero, nessuno perdeva niente, e, cosa più inquietante, nessuno desiderava veramente qualcosa…

Una sera, o quello che gli somigliava, tornai dall’uomo in giacca… “Senti,” dissi, “è tutto… bello, ma anche un po’ vuoto, no?”, l’uomo lo guardò senza sorpresa, “Succede”, “Succede?”, “Sì, arriva sempre questo momento”, mi sedetti, “E allora?”, “Abbiamo delle opzioni”, “Tipo?”, “Puoi restare qui, tranquillo, senza dolore, senza rischi”, “Oppure?”, “Oppure puoi tornare”, rimasi in silenzio… “Tornare dove?”… “Indietro, alla vita”, “Ma, per caso sono morto”, “Dettagli tecnici”, risi… una risata breve, quasi incredula, “E perché qualcuno dovrebbe voler tornare?”, l’uomo fece spallucce, “Perché lì le cose finiscono”, “E qui no?”, “No”,

Guardai fuori dalla finestra, il paesaggio stava cambiando di nuovo, bello… sempre più bello… troppo bello, “E se torno… ricorderò tutto questo?”… l’uomo sorrise appena, “No, ma qualcosa ti resterà addosso, una specie di nostalgia senza nome”, mi alzai… “E se resto?”, “Resterai… per sempre”, “Per sempre è lungo”, “Esattamente”.

Ci pensai… non molto, a dire il vero, “Sai che ti dico?” dissi infine… “Riproviamo”.

L’uomo annuì, come se fosse la scelta più comune del mondo, “Bene… allora vai”, la stanza svanì… aprii gli occhi di colpo… il caffè era ancora caldo sul tavolo, il telefono vibrava, una lista di cose da fare mi fissava dallo schermo… “Ah,” dissi, portandomi una mano al petto… “Che sogno strano…”, mi alzai, un po’ scosso, ma con una leggerezza nuova, non sapevo perché, ma tutto mi sembrava improvvisamente più fragile, più… prezioso, sorrisi… poi mi fermai, e sul tavolo, accanto al caffè, c’era un foglietto che non ricordavo di aver scritto… una frase sola, in una grafia che sembrava la sua… “Hai già scelto una volta… non sprecarla…”.