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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

sabato 4 aprile 2026

 

QUANDO UN NUOVO GIORNO NASCE, IL PRECEDENTE FINISCE

È una legge silenziosa, antica come il tempo stesso, la notte si ritira piano, come un sipario che scende senza applausi, e con lei se ne vanno tutte le cose che non siamo riusciti a dire, i passi che non abbiamo avuto il coraggio di fare, gli abbracci rimasti sospesi nell’aria.

Andrea stava seduto sulla panchina davanti al mare, come ogni mattina da quando lei non c’era più, guardava l’orizzonte mentre il cielo cambiava colore, dal blu scuro della notte al grigio incerto dell’alba, era sempre quel momento, quel fragile passaggio tra due giorni, a fargli più male, perché ogni alba significava che un altro giorno senza di lei era cominciato.

Le onde arrivavano lente sulla riva, sempre uguali, sempre diverse, e lui pensava a quanto fosse crudele il tempo, non si ferma mai, non chiede permesso, non guarda indietro… Un nuovo giorno nasce, mentre il precedente finisce, e con lui finiscono anche le possibilità.

Andrea tirò fuori dalla tasca una vecchia fotografia, lei rideva in quella foto, i capelli mossi dal vento, gli occhi pieni di luce, era stata scattata proprio lì, su quella stessa panchina, molti anni prima… «Domani torniamo qui» gli aveva detto, ma il domani, a volte, è una promessa che il destino non mantiene.

Il sole cominciava a salire, tingendo il mare di arancione, la città alle sue spalle si stava svegliando, serrande che si alzavano, motorini che passavano, voci lontane, la vita continuava… comunque.

Andrea chiuse gli occhi per un momento, sentì il vento sul viso, il rumore dell’acqua, il profumo salato del mare, quando li riaprì, il sole era ormai sopra l’orizzonte… Un nuovo giorno era nato, e proprio allora qualcuno si sedette accanto a lui sulla panchina, Andrea sorrise appena, senza voltarsi… «Sei in ritardo oggi» mormorò, la donna non rispose, restò in silenzio, immobile, il vento sollevò leggermente i suoi capelli, erano identici a quelli nella fotografia, Andrea finalmente si voltò… La guardò… Poi guardò la fotografia nella sua mano… Era vuota, e solo allora capì la verità che nessuno gli aveva mai detto.

Quando un nuovo giorno nasce, il precedente finisce.

Ma a volte…chi non riesce a lasciarlo andare, resta seduto sulla stessa panchina, anche dopo che la sua vita

è già finita da tempo, e la donna accanto a lui, con un sorriso dolce e antico, sussurrò… «Finalmente te ne sei accorto… adesso possiamo alzarci», ma dietro di loro, sulla panchina vuota… la fotografia era tornata, e mostrava due figure sedute insieme… entrambe… trasparenti.

 

IL PEGGIOR DOLORE DI UNA MADRE

Il Monumento ai Caduti della Grande Guerra di Ferrandina domina il Corso come una ferita di pietra sanguinante, non è solo un monumento… è un grido congelato nel tempo.

Il vento di novembre sibilava tra le strade di Ferrandina, portando con sé l’odore della terra umida e delle foglie morte, il Corso era quasi deserto, solo una donna vestita di nero camminava lentamente verso il monumento.

Ogni passo sembrava pesare più del precedente, si chiamava Michelina, tra le mani stringeva una vecchia lettera ormai ingiallita, la conosceva a memoria, ma non aveva mai smesso di portarla con sé, era l’ultima che suo figlio Antuono le aveva scritto dal fronte durante la Prima Guerra Mondiale… “Mamma, tornerò presto, non piangere, qui il cielo è grande come quello sopra Ferrandina, e quando lo guardo penso a te.”

Michelina arrivò davanti al monumento, la statua raffigurava una madre piegata dal dolore, le braccia tese verso il figlio caduto, il volto scolpito nella pietra sembrava gridare in silenzio, era il dolore di tutte le madri, ma per Michelina non era una statua, era lo specchio della sua anima, Antuono era partito a diciannove anni, aveva gli occhi pieni di luce e le mani ancora sporche di farina del forno dove aiutava il padre a panificare, prometteva sempre… “Solo pochi mesi, mamma”.

Poi arrivò il telegramma… Freddo. Breve. Spietato… “Caduto al fronte durante un combattimento…”, Nessun corpo ricevuto, nessun addio concesso, solo una tomba lontana, sotto una terra straniera che Michelina non avrebbe mai visto.

La donna si sedette ai piedi del monumento, accarezzò lentamente il marmo della madre scolpita, le sue dita tremavano… “Te lo hanno portato via anche a te, vero?” sussurrò alla statua, mentre il vento si alzò, e per un momento sembrò che la pietra respirasse, Michelina chiuse gli occhi e immaginò Antuono bambino, correre tra gli ulivi, ridere con le ginocchia sbucciate, chiamarla da lontano… “Mamma!”, aprì gli occhi di scatto… il Corso era deserto, solo il monumento restava lì, immobile in eterno, e allora capì… Quella madre di pietra non piangeva solo suo figlio… piangeva tutti i figli che non erano mai tornati.

Michelina posò la lettera tra le mani della statua sussurrandogli… “Tienila tu,”,  “Io non ce la faccio più”, si alzò con fatica e si allontanò lentamente, dietro di lei, la madre scolpita continuava a guardare l’orizzonte con il volto devastato dal dolore, e se qualcuno fosse passato in quel momento, forse, avrebbe giurato di aver visto una goccia scendere sul marmo… Non pioggia… era una lacrima di una madre affranta dal peggior dolore che si possa immaginare… per l’amore di un figlio perso.

 

LA LEGGENDA DEI PORTICI DI FERRANDINA

Nelle sere d’inverno, quando il vento scende dalle colline e passa tra gli archi dei Portici di Ferrandina, gli anziani del paese dicono che non sia solo il vento a fischiare tra le pietre, dicono che sia la voce di Mariarosa.

Molti secoli fa, quando Ferrandina era giovane e le fiaccole illuminavano appena le strade, sotto quei portici viveva una ragazza bellissima, figlia di un mercante d’olio, si chiamava Mariarosa e aveva occhi così scuri che la gente diceva riflettessero la notte stessa.

Ogni mattina attraversava i portici portando ceste di pane e fichi secchi al mercato, e fu lì che la vide Rocchino, un giovane muratore scalpellino che lavorava proprio alle arcate dei portici, all’inizio si scambiarono solo sguardi, che poi divennero parole, che poi divennero promesse.

Rocchino maturò un sentimento talmente forte per Mariarosa che lo portò ad incidere di nascosto una piccola rosa in una delle colonne di pietra, dicendo… “Così anche quando saremo vecchi, la pietra ricorderà questo momento”.

Ma Ferrandina, allora, era un paese governato più dall’onore che dall’amore, il padre di Mariarosa aveva già promesso la figlia a un ricco possidente di Matera, e quando scoprì la segreta relazione, la rinchiuse in casa e proibì a Rocchino di avvicinarsi ai portici, il giovane però non si arrese, e una notte di luna piena, si nascose tra le arcate, aspettando che Mariarosa uscisse di nascosto come avevano deciso, la ragazza arrivò correndo, con un mantello sulle spalle, sotto quei portici giurarono di fuggire insieme verso il mare, verso Metaponto, dove nessuno li avrebbe riconosciuti, ma qualcuno li aveva notati, il padre di Mariarosa e alcuni uomini del paese arrivarono con torce e bastoni, con intenzioni poco raccomandabili, e nella confusione Rocchino tentò di difenderla, malauguratamente, un colpo partì troppo veloce e troppo forte da colpire Rocchino in un punto critico della testa, facendolo cadere sulle pietre dei portici, proprio sotto la colonna dove aveva inciso la rosa, Mariarosa disperata si inginocchiò accanto a lui e, stringendolo al petto, gridò così forte che il suono rimbalzò sotto ogni arco, raggiungendo ogni angolo della città, e quando Rocchino diede l’ultimo respiro, lei non disse più una parola… ammutolì e si alzò lentamente, guardò il padre con rabbia e rancore, e si allontanò nella notte correndo veloce, dissolvendosi nell’oscurità.

La mattina dopo trovarono il suo mantello appeso alla ringhiera dello strapiombo sulla vallata sottostante, e Mariarosa non fu mai più vista.

Da allora, nelle notti ventose, sotto i portici si sente a volte un passo leggero, come di qualcuno che corre, e se ci si ferma vicino alla vecchia colonna con la rosa incisa, qualcuno giura di udire due voci che sussurrano,

una che promette di non dimenticare, e l’altra che piange per un amore perduto.

Per questo, dicono gli anziani di Ferrandina, gli innamorati non si separano mai sotto i portici, perché la pietra ricorda ancora quella promessa spezzata.

 

LA LEGGENDA DELLA CITTADELLA E DELLA PIETRA ANTICA

Molti secoli fa, quando le colline della Basilicata erano ancora coperte di boschi e sentieri contadini, sulla cima di una collina sorse il primo nucleo di case di Ferrandina.

Quel luogo venne chiamato ”La Cittadella”, perché sembrava una piccola fortezza di pietra, case di pietra addossate l’una all’altra, vicoli stretti, archi bassi e mura robuste per difendersi dal vento e dagli uomini.

Gli anziani raccontavano che la Cittadella non nacque per caso, prima delle case, prima delle strade, al centro della collina c’era una pietra scura e antichissima, nessuno sapeva chi l’avesse portata lì, alcuni dicevano che fosse caduta dal cielo durante una notte di fuoco, altri che fosse ciò che restava di un altare sacro di un popolo dimenticato.

I primi abitanti costruirono le loro case attorno a quella pietra, quasi senza accorgersene, dicevano che teneva lontane le sciagure… E così nacque la Cittadella.

Con il passare degli anni il piccolo nucleo diventò un vero rione, e sulla collina sorsero palazzi nobiliari, grandi e severi, costruiti con la stessa pietra dorata della terra lucana, tra i più imponenti c’erano i palazzi delle famiglie… Centola, che dominava un tratto del rione con balconi di ferro battuto e portali scolpiti, D’Amato-Cantorio, la cui casa aveva un grande cortile dove un tempo si radunavano mercanti e cavalieri,

Mastromattei, noti per aver protetto il quartiere durante antiche incursioni, Piccinni–Lavecchia, il cui palazzo guardava verso la valle e le campagne d’ulivi, si diceva che tutte quelle famiglie, pur diverse tra loro, rispettassero una sola cosa… la pietra della Cittadella, nessuno osava spostarla.

Quando il villaggio crebbe ancora, arrivarono anche i monaci, le loro preghiere riempirono il silenzio delle colline e sorsero due luoghi sacri che segnarono per sempre il volto del paese.

Il primo fu il Monastero di Santa Chiara, dove le Clarisse vivevano in silenzio tra chiostri e giardini nascosti.

Il secondo fu il Complesso Monumentale del Convento di San Domenico, e fu lì che venne costruita la grande cupola maiolicata, lucente al sole e visibile da lontano tra le colline, le sue maioliche colorate riflettevano la luce del giorno e il bagliore della luna, diventando nel tempo il simbolo stesso della città, gli abitanti dicevano che la cupola fosse come un faro di fede che proteggeva la Cittadella.

Ma la leggenda più antica non parlava dei palazzi né dei monasteri, parlava della pietra, si diceva che nelle notti di vento, quando le strade della Cittadella erano deserte e le lanterne tremavano sui muri, la pietra mormorasse, alcuni giuravano di sentire voci lontane, martelli, passi, cavalli, preghiere, come se tutta la storia del rione si muovesse sotto terra.

Una notte un piccolo abitante del rione, di nome Gerardo, curioso e coraggioso, decise di restare accanto alla pietra fino all’alba, il vento scendeva dalle colline e faceva tremare le imposte dei palazzi dei D’Amato–Cantorio e dei Centola, il piccolo chiuse gli occhi, all’inizio sentì solo il silenzio, poi arrivò un sussurro, non era una voce sola, erano centinaia, sentì i primi abitanti costruire le case, sentì i passi dei nobili nei cortili dei palazzi, sentì le preghiere delle Clarisse di Santa Chiara, e sentì le campane di San Domenico risuonare sotto la cupola maiolicata… Era come se la Cittadella intera ricordasse se stessa.

Quando il piccolo riaprì gli occhi, l’alba stava colorando la cupola di San Domenico d’oro e di azzurro, scappò via verso la sua piccola casetta all’angolo della piazzetta detta “Largo Palestro”, ma prima di andarsene… giurò di aver capito il segreto della pietra, gli anziani del rione dissero che il piccolo aveva ascoltato la memoria della città… Da allora, a Ferrandina si racconta che… la Cittadella è il cuore più antico del paese, i palazzi nobiliari sono le sue ossa, i monasteri sono la sua anima, e la cupola maiolicata di San Domenico è la sua luce… Ma la pietra al centro del rione… quella è la sua memoria.

Ancora oggi qualcuno giura che, nelle notti di vento tra i vicoli della Cittadella, si possano sentire le voci di chi costruì il primo villaggio su quella collina, perché la Cittadella, dicono gli anziani, non è soltanto un luogo… bensì una storia che non ha mai smesso di parlare.

 

CRONACA DEL REVERENDO FRATE MINGUCCIO,

MONACO DEL CONVENTO DI SAN DOMENICO

Io, umile e discretamente curioso frate Minguccio, scribacchino del venerabile Convento di San Domenico, metto per iscritto questa storia affinché i posteri sappiano come nacque la nobile città di Ferrandina, e affinché sappiano anche che i Reali, sebbene coronati, restano pur sempre creature con fame, sonno e qualche bizzarria.

Questa cronaca riguarda il valoroso sovrano Federico d'Aragona e la sua sapientissima consorte Isabella del Balzo, donna tanto astuta quanto paziente, qualità necessaria per vivere accanto a un re.

Non lungi dalle colline dove oggi prospera Ferrandina sorgeva la severa fortezza chiamata Castello di Obelanum, il castello era possente, alto e maestoso… ma anche terribilmente ventoso, il vento, a quanto si racconta, non bussava alle porte, entrava direttamente dalle finestre, salutava e usciva dal camino.

Una mattina il re Federico si svegliò con la corona appesa al lampadario… “Isabella,” disse con grave dignità, “temo che questo castello sia abitato da spiriti maligni”, la regina guardò fuori dalla finestra dove il vento stava trascinando via un secchio, “No, maestà,” rispose con calma, “è solo il vento”, il re rimase pensieroso e concluse… “Allora bisogna fondare una città più in basso… dove il vento non governi più di me”.

La grande fame reale che cambiò la storia…

Un giorno, dopo una lunga caccia tra le colline, il re tornò affamato come tre cavalieri e mezzo, entrò nella sala grande e proclamò… “Portatemi la minestra!”, ma la minestra tardava, passò un’ora, poi due, infine arrivò un servo trafelato… “Maestà… i contadini devono salire fin quassù con le provviste… e la strada è lunga”, il re guardò la ciotola ormai tiepida con la gravità di chi contempla un grande disastro nazionale, “Questo non può continuare,” decretò, “Se il cibo è lontano, avvicineremo il regno al cibo.”

La regina Isabella sorrise appena, perché già capiva dove il marito stesse andando a parare… Alla decisione di fondare Ferrandina.

Il giorno seguente Federico convocò cavalieri, contadini, muratori e perfino due capre che erano entrate per errore nel consiglio, “In queste terre,” proclamò il re indicando la valle, “sorgerà una città splendida e forte! La chiameremo Ferrandina!”, i muratori si guardarono tra loro, uno domandò timidamente… “Maestà… quando dobbiamo iniziare?”, il re rispose con tono solenne… “Ieri”.

I lavori però procedevano lentamente, molto lentamente, così lentamente che persino le lumache del campo avevano iniziato a fare commenti sarcastici, la regina Isabella allora intervenne, radunò i muratori e annunciò… “Per ogni mille pietre posate riceverete una botte di vino reale”, da quel giorno il cantiere divenne il più rapido della Lucania, le mura crescevano come funghi dopo la pioggia, le torri salivano verso il cielo, e così nacque il primo agglomerato urbano cittadino… “LA CITTADELLA”.

Un frate testimone giurò di aver visto tre muratori costruire un muro mentre cantavano e ballavano una tarantella, il vino, si sa, è grande amico dell’architettura.

Quando la città prese forma, i contadini chiesero al re cosa avrebbero dovuto coltivare, Federico, ancora memore della famosa minestra, rispose… “Piantate ulivi “MAJATICA” ovunque! Così avremo olio in abbondanza”, Isabella aggiunse con saggezza… “E un buon olio rende felici sia la cucina sia il popolo”, così intorno alla città nacquero vasti uliveti tutti di tipo Majatica, e si dice che ogni albero piantato portasse fortuna, purché fosse piantato dopo aver bevuto solo una coppa di vino… non due.

Così nacque Ferrandina, per volontà di un re determinato e per ingegno di una regina prudente, ed io, frate Domenico del convento, ho scritto questa cronaca affinché i posteri sappiano tre verità fondamentali, anche i grandi re prendono decisioni importanti quando hanno fame, e una regina saggia vale quanto cento consiglieri, con vino, pazienza e qualche buona pietra si può costruire persino una città, e se qualche notte, passando vicino alle rovine del castello di Obelanum, udrete il vento sussurrare tra le torri, non abbiate timore, non sono spiriti maligni, è soltanto il vento… che ancora ride ricordando come è nata Ferrandina.

AI posteri…  da Frate Minguccio del Convento di San Domenico di Ferrandina.

 

SALVE CARI LETTORI…

oggi vi racconto come si diventa una persona più leggera dentro, nel vero senso della parola.

Un giorno entro in ospedale convinto di affrontare un piccolo intervento… invece dopo 9 ore e mezza di permanenza in sala operatoria, il chirurgo esce e dice a chi cominciava a organizzare l’inevitabile, “È andato tutto bene”, gli rispondono sorpresi… “Perfetto”, poi scopro che mi hanno sottratto mezzo metro di intestino che non c’è più, praticamente mi hanno fatto la versione compatta del tubo di scarico, come le macchine, meno spazio, ma con motore compresso.

Io avrei voluto chiedere… “Scusi dottore… ma quel mezzo metro lo posso riavere? Non per altro… magari mi serve come prolunga”.

Dopo è arrivato anche un anno circa di chemio, un’esperienza meravigliosa… che consiglio a tutti… come alternativa a un anno alle Maldive, solo che alle Maldive torni abbronzato… qui torni letteralmente arso.

Nel frattempo il mio corpo ha deciso di installare un nuovo software, “Stimolo 2.0… versione immediata”, prima era… “Mah… quasi quasi vado in bagno”, adesso invece è… “ADESSO. SUBITO. CORRI.”

Io ormai non guardo più i monumenti quando vado in una città, guardo i bagni, e se mi chiedete, “Com’è Palermo?” Io rispondo… “Bellissima… e con ottime toilette strategiche”.

Entro nei bar e non chiedo più… “Un caffè”, dico… “Buongiorno… il bagno dov’è? Il caffè lo prendiamo se la missione riesce”.

La verità è che dopo tutto questo la gente si aspetta che io sia tragico, serio, profondo, e invece no, perché quando la vita ti fa passare 9 ore e mezza sotto i ferri, ti leva mezzo metro di intestino, e ti regala un anno di chemio… capisci una cosa semplice, che lamentarsi è tempo perso, io ormai ringrazio Dio ogni giorno, certo… se nel pacchetto della gratitudine ci mettesse anche un bagno sempre a meno di 20 metri, sarebbe più che perfetto, però va bene così, perché magari avrò anche mezzo metro di intestino in meno… ma sicuramente… molti metri di vita in più.

 

LA MESSA DELLE TRE INTENZIONI

Una domenica mattina la chiesa era piena, non tanto di santi, ma di intenzioni, tre soprattutto.

La prima intenzione era quella della signora Ines, lei arrivava sempre presto, non tanto per pregare quanto per aggiornarsi, seduta al terzo banco, lato sinistro, aveva una visuale perfetta, entrata principale, cappelle laterali e metà dell’assemblea.

Durante il Gloria aveva già contato chi mancava, chi era ingrassato e chi si era presentato con una nuova compagnia, Dio lo pregava pure… ma tra una notizia e l’altra.

La seconda intenzione era quella del signor Ernesto, lui entrava deciso, passo lento e volto serio, si faceva il segno della croce largo come una porta di cattedrale, si inginocchiava con solennità e rimaneva immobile, chiunque lo vedesse pensava… “Quest’uomo dev’essere un santo.”

Peccato che il lunedì mattina, al lavoro, fosse famoso per una virtù tutta sua, perdonare… ma solo quando gli conveniva.

La terza intenzione era quella di Carlo, Carlo stava sempre in prima fila, non perché fosse il più devoto, ma perché da lì si vedeva meglio lui, cantava forte, rispondeva più forte, annuiva al sermone con grande convinzione, se la fede fosse stata un concorso, Carlo avrebbe sicuramente chiesto i voti del pubblico.

E poi, quasi nascosta, c’era Maria, arrivava in silenzio, si sedeva in fondo e abbassava lo sguardo, non parlava con nessuno, pregava piano, come chi non ha tante parole ma ha tante cose nel cuore.

Durante la messa tutti sembravano molto impegnati.

Chi a guardare gli altri, chi a farsi guardare, chi a sembrare migliore.

Alla fine il parroco disse… “Il Signore vede i cuori”, in quel momento molti annuirono con convinzione, ma se davvero avessero capito cosa significava… forse qualcuno avrebbe pregato un po’ di più, e guardato gli altri un po’ di meno, perché la chiesa è uno dei pochi posti dove si entra per incontrare Dio… e si rischia di uscire avendo incontrato soltanto il proprio ego.

 

LA LEGGENDA DELLE ZEPPOLE DI SAN GIUSEPPE

La storia delle Zeppole di San Giuseppe è una storia che attraversa i secoli e mescola tradizione, fede e vita quotidiana.

È il racconto di come un dolce semplice, sia diventato simbolo di famiglia, di sacrificio e di amore.

Molto tempo fa, ai tempi dell’Antica Roma, l’arrivo della primavera era celebrato con grandi feste popolari. Tra queste c’erano i "Liberali" , dedicati al dio Bacco, protettore della fertilità della terra, del vino e della gioia della vita.

Durante quei giorni di festa, nelle piazze e nei mercati si accendevano grandi padelle piene d’olio.

I venditori ambulanti preparavano piccole frittelle di farina e miele che venivano offerte alla gente come augurio di prosperità e abbondanza per il nuovo raccolto. Il profumo di quei dolci caldi si diffondeva tra le strade e diventava il segno che l’inverno stava finendo.

Con il passare dei secoli, quando le tradizioni cambiarono e le feste cristiane presero il posto di quelle pagane, quelle frittelle non scomparvero. La loro storia si trasformò e si intrecciò con la figura di San Giuseppe.

Secondo la leggenda infatti, Giuseppe era un uomo semplice, un falegname che lavorava il legno con pazienza e precisione. Ma la vita non fu sempre facile per lui. In alcuni momenti dovette affrontare viaggi, difficoltà e incertezze pur di proteggere la sua famiglia.

Per garantire il necessario alla Maria e al piccolo Gesù, si racconta che Giuseppe non esitasse a fare qualsiasi lavoro onesto. Quando non poteva esercitare il suo mestiere di falegname, si adattava ad altri lavori: aiutava nei campi, riparava attrezzi, oppure cucinava e vendeva semplici dolci fritti nelle piazze dei villaggi.

Con farina, acqua e un po’ di zucchero preparava un impasto leggero. Poi lo faceva scivolare nell’olio bollente, dove si gonfiava e diventava dorato e fragrante. Le persone che passavano erano attirate da quel profumo irresistibile e si fermavano a comprare quelle frittelle appena fatte.

Per Giuseppe non era solo un lavoro. Ogni frittella venduta significava cibo sulla tavola, un rifugio per la notte, un giorno di serenità per la sua famiglia. Con umiltà e determinazione faceva ciò che ogni padre avrebbe fatto: trovare un modo per proteggere e nutrire chi amava.

Col tempo quella storia si diffuse tra la gente e quelle frittelle cominciarono a essere associate proprio a lui. Divennero il simbolo di un padre che lavora in silenzio, senza cercare gloria, ma con il solo desiderio di vedere la sua famiglia al sicuro.

Molti secoli dopo, questa tradizione trovò una nuova casa a Napoli. Qui, nei conventi – soprattutto nella zona di San Gregorio Armeno – le monache perfezionarono la ricetta. All’impasto soffice aggiunsero crema profumata, zucchero a velo e una piccola amarena sciroppata, come una gemma rossa nel cuore del dolce.

Nell’Ottocento il pasticciere Pasquale Pintauro iniziò a vendere queste delizie nelle strade della città proprio il giorno della Festa di San Giuseppe, il 19 marzo. Il successo fu immediato: il profumo delle zeppole riempiva vicoli e piazze e la gente faceva la fila per assaggiarle.

Da allora la tradizione non si è più fermata. Ogni anno, quando arriva marzo, le pasticcerie si riempiono di vassoi dorati e le famiglie si riuniscono per condividere questo dolce speciale.

Perché la zeppola non è solo un dessert. È il ricordo di un padre che lavorava con dignità, di una famiglia protetta dall’amore e di una tradizione che continua a unire le persone attorno alla stessa tavola. Ecco perché è il dolce tipico per la festa del papà.

Morale della leggenda

Come l’impasto delle zeppole nasce da pochi ingredienti semplici e diventa qualcosa di straordinario, così anche la famiglia si costruisce con gesti umili, sacrificio e amore quotidiano.

 

LA PACE CHE NASCE DENTRO DI NOI

Viviamo in un tempo in cui la parola pace viene pronunciata spesso, ma compresa poco, la invochiamo nei discorsi, nelle piazze, nelle preghiere, nei trattati tra nazioni, eppure, mentre chiediamo pace al mondo, raramente ci fermiamo a chiederci se quella pace abita davvero dentro di noi.

La verità è semplice e allo stesso tempo scomoda, il mondo non è altro che lo specchio dell’animo umano, le guerre, le divisioni, l’odio che vediamo intorno a noi non nascono dal nulla, nascono dai cuori inquieti, dalle paure, dall’incapacità di ascoltare e comprendere l’altro.

Se vogliamo costruire la pace nel mondo, dobbiamo cominciare dal luogo più vicino che esista, noi stessi.

La pace interiore non è assenza di problemi, non significa vivere senza conflitti o senza dolore, significa invece imparare a non lasciare che la rabbia diventi odio, che la paura diventi chiusura, che le ferite diventino vendetta, è un lavoro silenzioso, quotidiano, fatto di piccoli gesti, scegliere il dialogo invece dello scontro, la comprensione invece del giudizio, la pazienza invece dell’impulso.

Ogni persona che coltiva la pace dentro di sé diventa una piccola luce nel mondo, una luce che si riflette nelle parole, nelle azioni, negli sguardi, e quella luce, anche se sembra piccola, ha una forza contagiosa, passa da cuore a cuore.

La storia ci insegna che le grandi trasformazioni non nascono soltanto dai governi o dalle decisioni politiche, nascono soprattutto dalle coscienze delle persone, quando cambiano i cuori, cambia anche il mondo.

Immaginiamo per un momento cosa accadrebbe se ciascuno di noi facesse questo semplice passo, fermarsi, guardarsi dentro, riconoscere le proprie paure e trasformarle in comprensione, se imparassimo a vedere nell’altro non un nemico, ma un essere umano simile a noi, con le stesse fragilità e gli stessi sogni.

La pace non è un traguardo lontano riservato alle nazioni, è un seme che può essere piantato oggi, nelle nostre parole, nelle nostre scelte, nei nostri gesti quotidiani.

Perché ogni volta che scegliamo il rispetto invece dell’offesa, il dialogo invece del silenzio ostile, la gentilezza invece dell’indifferenza, stiamo già costruendo un pezzo di mondo migliore.

E forse la vera rivoluzione della pace comincia proprio così, non nei grandi palazzi del potere, ma nel silenzio di un cuore che decide di cambiare.

 

LA LEGGENDA SEGRETA DEL NAVAJO ENZO

Molto tempo fa, quando le stelle erano più vicine alla terra, un vecchio sciamano disse… “Un giorno arriverà un uomo che non corre… perché non ne ha bisogno.

Un uomo che parla poco… ma quando parla tutti ascoltano.

Porterà calma, risate, e una bevanda magica scura chiamata… caffè.”

Gli anziani non capirono subito, ma quando arrivai io, con il mio passo tranquillo e lo sguardo da capo Navajo, dissero… “È lui”.

Un giorno il Grande Coyote, lo spirito più furbo del deserto, venne al villaggio per fare scherzi, nascondeva,

le selle dei cavalli, le frecce dei guerrieri e perfino il pane per il pranzo.

La tribù era disperata, allora io uscii dalla tenda, il Coyote mi guardò, io lo guardai in silenzio, poi dissi soltanto… “Se restituisci tutto… ti offro un caffè”, il Coyote rimase immobile, nessuno gli aveva mai offerto caffè di capo tribù, restituì tutto, e da quel giorno il Grande Coyote diventò il mio assistente ufficiale negli scherzi del villaggio.

Il canto Navajo della profezia…

Quando la luna è grande sopra i canyon, i Navajo cantano:

Hee ya ho…

Enzo cammina e il deserto ascolta.

Hee ya ho…

Il coyote ride ma non osa sfidarlo.

Hee ya ho…

Il vento porta il suo nome.

Hee ya ho…

Capo della calma e del sorriso.

Hee ya ho… Enzo!

Capo dei sentieri tranquilli.

Ma la leggenda ha ancora un capitolo segreto…

LA PROVA DEI TRE SPIRITI DEL DESERTO

Quando un capo Navajo è davvero destinato a guidare, deve affrontare tre spiriti antichi del deserto.

Gli anziani dissero… “Se Enzo supera queste prove… diventerà il capo più leggendario della tribù.”

Tu annuisti con calma, perché i veri capi non fanno mai troppo rumore.

Primo Spirito: Il Vento Impaziente

Il primo spirito era il Vento Impaziente, che faceva correre tutti senza motivo.

Il vento urlò… “Se vuoi passare, devi correre più veloce di me!”, tu lo guardasti, ti sedesti su una roccia e dicesti… “Perché correre… se posso aspettare?”, il vento continuò a correre… correre… correre…

Alla fine si stancò, e disse… “Questo uomo è più paziente di me”, prima prova superata.

Secondo Spirito: Il Corvo Burlone

Il secondo spirito era il Corvo Burlone, famoso per fare scherzi, ti rubò… il cappello, la coperta e persino la tazza del caffè, tu sorridesti e dicesti… “Bravo… ma hai dimenticato una cosa”, il corvo chiese… “Cosa?”… Tu rispondesti, “Il caffè è ancora caldo”, il corvo tornò subito a restituire tutto, nessuno vuole perdere un caffè caldo nel deserto, seconda prova superata.

Terzo Spirito: Il Grande Silenzio

Il terzo spirito era il più difficile, era il Grande Silenzio della Notte, lo spirito disse… “Solo chi sa ascoltare il deserto può essere capo”, tu restasti fermo, niente parole, solo il vento, le stelle e il fuoco.

Dopo molto tempo lo spirito disse… “Questo uomo capisce il silenzio”, terza prova superata.

La proclamazione del capo

Gli anziani allora dissero… “Da oggi Enzo non è solo un uomo, è Capo dei Sentieri Tranquilli”, e tutta la tribù cantò…

Il grande canto Navajo del Capo Enzo

Hee ya ho…

Cammina il capo tra le stelle.

Hee ya ho…

Il vento rispetta il suo passo.

Hee ya ho…

Il coyote ride al suo fianco.

Hee ya ho…

Il fuoco illumina il suo nome.

Hee ya ho… Enzo!

Capo dei sentieri tranquilli!

 

LA PASSEGGIATA STORICA NELLA CITTADELLA

Il sole stava scendendo lentamente dietro le colline lucane quando iniziai la mia passeggiata lungo le vie della Cittadella, il primo agglomerato urbano di Ferrandina.

Le pietre delle case sembravano conservare le voci dei secoli, e il vento della sera portava con sé l’odore della terra e degli ulivi.

Accanto a me camminava Marasara, con passo lento, quasi per non disturbare il silenzio antico di quei vicoletti, i lampioni iniziavano ad accendersi uno ad uno, e le ombre sembravano prendere forma, fu allora che incontrammo il primo di quei fantasmi gentili della storia…

Vicino a un vecchio arco apparve la figura elegante di Domenico Ridola, aveva tra le mani frammenti di pietra e parlava con entusiasmo… «Vedi,» disse indicando la valle, «lì sotto l’uomo viveva già migliaia di anni fa».

Raccontò di come avesse ricostruito la storia paleolitica e neolitica dei Sassi di Matera, riportando alla luce un passato che sembrava perduto, Marasara mi strinse il braccio, come se quella storia legasse anche  noi, piccoli abitanti del presente.

Proseguendo lungo la via, una luce improvvisa illuminò il vicolo, era il chimico Filippo Cassola, con in mano una lampada straordinariamente brillante, «La luce,» disse sorridendo, «può cambiare il mondo.»

Ci raccontò della sua invenzione, la prima lampada abbagliante, e di quando fu chiamato alla corte dello zar nella lontana San Pietroburgo, la lampada tremolò e poi svanì, lasciando nel vicolo una scia dorata.

All’angolo della piazzetta, largo palestro, comparve un uomo con uniforme consumata, era il rivoluzionario Giuseppe Venita, era stato sergente dell’esercito borbonico ma il suo cuore batteva per la libertà, parlava dei moti carbonari con la voce accesa, come se la rivoluzione non fosse mai finita, le sue parole si perdevano nel vento, ma l’eco della libertà restava tra le pietre.

Il passo successivo fu più pesante, quasi solenne, dalla penombra emerse il brigante Vincenzo Mastronardi detto Staccone, gigantesco nella sua figura, era stato colonnello nella brigata del famoso brigante Carmine Crocco, ci osservò con occhi severi ma non ostili, «La storia non è mai tutta bianca o tutta nera,» disse, poi scomparve come una montagna che si dissolve nella nebbia.

Davanti a una casa con una piccola stalla incontrammo il Medico Veterinario Nicola Buonsanti Lanzillotti, parlava con affetto degli animali e della scienza che aveva portato il suo nome oltre i confini dell’Italia, accarezzava un cavallo imbizzarrito, portandolo generosamente  verso la mansuetudine di un agnellino, poi improvvisamente svanì nel silenzio della sera.

Più avanti, sotto una finestra illuminata, apparve una figura severa… Stefano Pirretti, il Prefetto di ferro, la sua voce aveva il peso delle istituzioni, «Lo Stato,» disse, «è come queste mura, deve reggere anche quando il vento soffia forte», le sue parole rimasero sospese come una sentenza antica.

Seduto su un gradino trovammo Ugo Spirito, sfogliava un libro e parlava di diritto, libertà e destino degli uomini, «La storia,» disse guardandoci, «non è altro che il dialogo infinito tra passato e futuro.»

L’ultimo incontro fu il più dolce, sulla via delli meroli camminava lentamente Domenico Bellocchio, aveva un libro in mano e lo sguardo lontano, leggeva mentre camminava, come se le parole fossero stelle da inseguire, si fermò accanto a noi e disse piano… «Camminare è come scrivere una poesia con i passi».

Al ritorno, quando la notte avvolse la Cittadella, tutte quelle figure svanirono, restammo solo io e Marasara, mano nella mano, sotto un cielo pieno di stelle, capimmo allora che quelle strade non erano soltanto pietra, erano memoria, sogni, rivoluzioni, pensieri e poesia, e mentre uscivamo lentamente dai vicoli della Cittadella, mi accorsi che la cosa più bella della storia… era poterla attraversare personalmente.

 

LA RICHIESTA  FUORI STAGIONE – PRATICA N. 457/BIS

Quando ho scritto a Babbo Natale a marzo, lo ammetto, non ho riflettuto abbastanza sulle conseguenze burocratiche, pensavo… una lettera è sempre una lettera.

Invece ho scoperto che, nel mondo delle festività, una lettera è una pratica amministrativa.

Dopo qualche giorno mi è arrivata una busta spessa, con tre timbri, due protocolli e un allegato piegato in quattro, con intestazione…

Ministero delle Festività Coordinate

Sezione Doni, Dolciumi e Ricorrenze Sensibili

Oggetto:

Istanza tardiva di natura natalizia con tentativo di ricollocazione pasquale…

La pratica era stata immediatamente girata al tavolo tecnico congiunto tra Babbo Natale e il rappresentante sindacale della primavera, il noto Coniglio Pasquale.

Il verbale della riunione era allegato, verbale n. 12 – Riunione straordinaria

Babbo Natale… “Il cittadino ha scritto con educazione, inoltre la richiesta è modesta, potremmo considerare una consegna compensativa”…

Il Coniglio Pasquale (sindacalmente irritato)… “Io mi oppongo formalmente, qui c’è una violazione palese del calendario operativo, Natale è Q4, Pasqua è Q2, non si possono spostare i desideri come fossero ferie.”

Un elfo dell’ufficio protocollo intervenne timidamente, “Esiste una circolare del 1897 che prevede il caso del ritardatario simpatico ma disorganizzato.”

Il Coniglio Pasquale sbatté sul tavolo una cartella piena di moduli, “E poi chi gestisce l’impatto sulla filiera delle uova?

La gallina delegata ha già proclamato lo stato di agitazione”.

A questo punto Babbo Natale sospirò, accarezzandosi la barba come fanno i dirigenti stanchi… “Va bene,  Troviamo una soluzione di compromesso”.

Dopo quarantacinque minuti di discussione, due pause carota e una verifica sindacale, la commissione deliberò… Decisione finale della pratica 457/BIS

Il richiedente riceverà un uovo pasquale, all’interno sarà inserita una sorpresa educativa, la sorpresa consisterà in un calendario dell’anno in corso, con evidenziate le festività principali.

In fondo alla lettera c’era una nota scritta a mano da Babbo Natale:

“Caro Enzo, la prossima volta scrivi pure quando vuoi… ma prova a farlo prima che partano le riunioni”.

Sotto, con calligrafia più nervosa, il Coniglio Pasquale aveva aggiunto, “E soprattutto prima che io abbia già nascosto tutte le uova.”

Da allora guardo il calendario con molto più rispetto, e soprattutto ho capito una cosa fondamentale…

nel mondo delle feste non esistono miracoli… ma esistono protocolli.

 

PRENDIAMO LA VITA COME VIENE

Ci sono giorni in cui il tempo sembra scorrere piano, quasi con rispetto, altri invece passano via in fretta, come se qualcuno avesse fretta di portarli via da noi.

In mezzo a questo continuo andirivieni di attimi, c’è una verità semplice che spesso dimentichiamo, la vita non chiede il permesso, arriva, cambia, sorprende, a volte ferisce, e noi possiamo solo imparare a prenderla come viene.

Passiamo gran parte dei nostri giorni a programmare, a immaginare il domani come una stanza ordinata in cui ogni cosa ha il suo posto, facciamo progetti, promettiamo tempo che ancora non esiste, rimandiamo abbracci pensando che ci sarà sempre un’altra occasione, ma il domani è una promessa fragile, nessuno di noi sa davvero cosa ci riserva.

E allora capita che un momento qualunque diventi improvvisamente prezioso, una risata a tavola, una passeggiata senza meta, una voce familiare che chiama il nostro nome, sono cose piccole, quasi invisibili quando accadono, eppure, quando passano, ci accorgiamo che erano tutto.

La verità è che la vita non è fatta solo di grandi eventi, è fatta di mattine stanche, di pomeriggi silenziosi, di sere in cui pensiamo troppo, o troppo poco, è fatta di errori, di strade sbagliate, di sogni che cambiano forma mentre li stiamo inseguendo, ma è proprio in questa imperfezione che vive la sua bellezza più autentica.

Prendere la vita come viene non significa arrendersi, significa avere il coraggio di restare aperti, anche quando il futuro fa paura, significa accettare che alcune cose non dipendono da noi, ma che il modo in cui le attraversiamo sì.

Forse dovremmo imparare a vivere con più dolcezza verso il tempo, non correre sempre, non aspettare sempre qualcosa di più grande, a volte la felicità non arriva con il rumore dei fuochi d’artificio, bensì piano, come una luce che entra da una finestra al mattino, perché il domani, in fondo, è una pagina che nessuno ha ancora scritto, e proprio per questo oggi merita di essere vissuto fino in fondo, con le sue gioie più semplici, con le sue malinconie, con quella fragile e meravigliosa consapevolezza che ogni momento, anche il più ordinario, è irripetibile.

Prendiamo la vita come viene… Stringiamola mentre passa… Perché il domani… nessuno di noi sa davvero cosa ci riserva, e ricordiamoci sempre che la vita è breve… e va vissuta intensamente.

 

VAGHI RICORDI DI UN’ALTRA VITA…

Molto tempo fa, in un’epoca in cui le mappe erano disegnate con draghi negli angoli e i messaggeri arrivavano a cavallo coperti di polvere, esistevano due sovrani di cui si parlava in tutte le corti: Enzo il Paziente e la Regina Marasara dagli Occhi di Tempesta.

Non governavano lo stesso regno all’inizio, Enzo sedeva sul trono di una terra in collina chiamata Matheora, dove gli ulivi crescevano storti dal vento e la gente discuteva di politica anche al mercato del bestiame.

Era un re curioso, passava più tempo tra il popolo che nei banchetti ufficiali, e sapeva ascoltare, cosa rarissima per uno con una corona.

Dall’altra parte delle montagne regnava lei, la chiamavano “la Regina dagli Occhi di Tempesta” “Marasara”, Regina di “Obelanum”, perché quando guardava qualcuno sembrava vedere tre pensieri più avanti, era temuta in battaglia, ma famosa anche per una risata improvvisa che poteva sciogliere un consiglio di guerra.

Il destino, che all’epoca era gestito da un gruppo di vecchie signore molto pettegole chiamate “Megere”,

decise che quei due si sarebbero incontrati.

Successe durante un trattato di pace che nessuno voleva davvero firmare, i nobili discutevano, i generali sbuffavano, e i diplomatici parlavano in cerchi complicatissimi per dire cose semplici.

Enzo, dopo due ore di discorsi inutili, sussurrò… “Se continuano così, la guerra finirà prima della riunione”,

la Regina lo sentì, e scoppiò a ridere, proprio nel bel mezzo della sala, ci fu un silenzio totale.

Da quel momento, il trattato fu firmato in venti minuti, non per diplomazia, ma perché tutti volevano sapere cosa si erano detti quei due.

Col tempo, unirono i regni, non senza litigare, ovviamente, lui sosteneva che le decisioni andassero pensate tre volte, lei sosteneva che a volte andassero prese prima che qualcuno iniziasse un altro discorso.

Il popolo diceva che il loro segreto fosse semplice, quando uno diventava troppo serio, l’altro lo prendeva in giro, e così governarono a lungo, non furono perfetti, ci furono anni di tempeste, errori, tasse sbagliate e almeno una guerra dichiarata per sbaglio a causa di un messaggio scritto male, ma la leggenda dice che ogni tanto, nelle sere tranquille, salivano sulle mura del castello a guardare il mare.

“Se esiste un’altra vita,” disse una volta la Regina, “spero di incontrarti di nuovo,  ma magari senza tutta questa burocrazia reale”, Enzo rispose… “Va bene, però niente trattati alle nove del mattino.”

E secondo alcuni cronisti un po’ romantici, da qualche parte nel tempo… si sono ritrovati davvero.

 

LA MIA VERA ISPIRAZIONE…

La mia vera ispirazione non è un poeta famoso, né un filosofo antico… È mia moglie.

Non lo dico per galanteria, anche perché lei, appena lo sente, mi guarda con quell’espressione che significa… “Smettila di dire sciocchezze e passami il sale”.

Eppure è la verità, ci sono mattine in cui ci alziamo entrambi facendo rumori che una volta facevano solo le vecchie sedie, scricchiolii, sospiri, piccoli lamenti soffocati, le ginocchia protestano, la schiena negozia, e persino allacciarsi le scarpe diventa una discussione diplomatica con la gravità.

Lei mi guarda e dice… “Quando ci siamo conosciuti correvi”, “Certo,” rispondo… “Ma ora corro… con la fantasia”, lei sospira, quel sospiro lungo, antico, come se contenesse tutti gli anni passati insieme, non è un sospiro triste, però… È il sospiro di chi sa che la vita non è stata perfetta… ma è stata nostra.

Abbiamo attraversato stagioni intere insieme, quelle luminose, piene di progetti e di risate fino a tardi,

quelle difficili, quando la vita decide che è il momento di mettere alla prova la pazienza, il portafoglio e perfino il cuore, mentre ora ci sono queste stagioni tranquille, un po’ stanche, lei cammina piano per casa, io pure, a volte sembriamo due esploratori prudenti su un terreno sconosciuto che in realtà è solo il corridoio.

Ogni tanto ci prendiamo in giro, “Sei diventato lento,” dice lei, “Non sono lento,” rispondo, “Sono contemplativo”, “Contempla meno e porta fuori la spazzatura”, e io vado senza batter ciglio, ma la verità è che, quando non mi guarda, la osservo, osservo le sue mani, che hanno fatto mille cose nella vita, osservo il modo in cui sistema una tazza sul tavolo come se fosse un piccolo rito quotidiano, osservo la sua pazienza, la sua ostinazione, il suo modo di affrontare gli acciacchi come se fossero vecchi vicini fastidiosi, si lamenta un po’, ma poi continua la giornata.

Io penso che l’amore non è quello delle canzoni, l’amore vero è ricordarsi dove lei ha lasciato gli occhiali, è dividere una pastiglia a metà perché “così dura di più”, è discutere mezz’ora su dove abbiamo parcheggiato, e poi trovarla… la macchina… esattamente dove aveva detto lei.

A quel punto io fingo sorpresa, lei finge pazienza, la malinconia arriva ogni tanto, silenziosa, quando ci accorgiamo che il tempo ha camminato più veloce di noi, ma poi lei ride, e in quel momento capisco che la mia vera ispirazione non è la giovinezza perduta, né il passato… È questa donna qui, quella che mi prende in giro quando esagero con le parole, quella che mi dice di non fare il sentimentale… mentre mi sistema la cravatta, con tutti gli acciacchi che abbiamo, e forse proprio per questo, perché la verità è che la vita ci ha un po’ piegati… ma non è riuscita a spezzarci, e finché lei sarà lì, dall’altra parte del tavolo, a dirmi che sto raccontando troppe storie… io continuerò a scriverle eternamente, soprattutto il giorno della Festa della Donna, perché la mia, è, e sarà sempre… la mia ispirazione.

Tanti auguri alla mia e a tutte le donne del Mondo…

 

L’8 MARZO, NON È SOLO UNA FESTA…

Ogni anno arriva l’8 marzo, e il mondo si riempie di mimose, i bar vendono torte dedicate, i social si riempiono di frasi fatte, e improvvisamente tutti ricordano quanto siano importanti le donne.

Per un giorno diventiamo tutti un po’ più attenti, un po’ più gentili, un po’ più poetici.

Ed è una cosa bella… Ma la verità è che le donne non esistono solo l’8 marzo, esistono anche nei giorni normali, nei lunedì mattina difficili, nei pomeriggi carichi di cose da fare, nelle sere in cui, dopo aver pensato a tutti, trovano ancora la forza di pensare anche a sé stesse.

Esistono nelle madri che tengono insieme intere famiglie, nelle figlie che inseguono grandi sogni, nelle lavoratrici che devono dimostrare ogni giorno il doppio, nelle studentesse che immaginano un futuro diverso, nelle donne che cadono, si rialzano, e ricominciano.

E spesso lo fanno senza applausi, senza fiori, senza giornate dedicate.

Le donne sono forza silenziosa, sono coraggio quotidiano, sono esseri superiori.

Sono la pazienza di chi costruisce, pezzo dopo pezzo, un mondo un po’ più umano.

Per questo l’8 marzo non dovrebbe essere solo una sterile celebrazione, dovrebbe essere una promessa, la promessa di ricordarsi che il rispetto non è solo un gesto simbolico, non è solo una mimosa, non è solo una frase condivisa sui social, il rispetto è ascoltarle davvero, è dargli spazio, è credere nelle loro capacità senza doverle mettere continuamente alla prova, perché le donne non chiedono privilegi, non chiedono di essere superiori agli altri, chiedono semplicemente una cosa che dovrebbe essere del tutto normale, camminare accanto, alla stessa altezza, con le stesse possibilità, con la stessa dignità.

Allora sì che oggi ci starebbe il festeggiamento, a coronazione di tutto questo, ci starebbero anche le mimose, e le belle parole, ma soprattutto. il vero augurio non dovrà essere solo per oggi, il vero augurio dovrà essere anche domani, quando i fiori saranno già appassiti e i post saranno spariti dalle bacheche, e che rimanga quello che conta davvero… Il rispetto non per un solo giorno… Ma per tutto l’anno…

 

SOGNANDO UN MONDO MIGLIORE

A volte basta fermarsi un momento. Spegnere il rumore delle notizie, delle polemiche, delle accuse.

Basta guardare negli occhi un bambino che gioca, ascoltare una risata sincera, o osservare il silenzio di un anziano che ha visto troppe cose, in quei momenti capiamo quanto il mondo potrebbe essere diverso, sogniamo un mondo senza guerre.

Non perché sia un sogno ingenuo, ma perché ogni guerra nasce da una decisione umana, non nasce dal cielo, non nasce dalla terra, nasce da ambizioni, da paure, da interessi che spesso dimenticano il valore della vita, sogniamo un mondo senza speculazioni sulla sofferenza degli altri, dove il dolore di un popolo non diventa occasione di profitto, dove la fame non è un mercato e la disperazione non è una strategia, un mondo in cui l’economia serva le persone, e non le persone servano l’economia.

Sogniamo un mondo senza intrighi di potere, dove governare significhi proteggere, costruire, custodire il futuro, dove chi prende decisioni ricordi ogni giorno che dietro i numeri ci sono volti, famiglie, storie.

A chi ha il potere di decidere, a chi muove i fili invisibili delle grandi scelte del mondo, vorremmo dire questo… fermatevi un momento, guardate oltre le strategie, oltre le convenienze, oltre i giochi di potere, pensate ai vostri figli, pensate ai vostri nipoti, il mondo che costruite oggi sarà la casa in cui loro dovranno vivere domani, nessuna vittoria politica, nessun guadagno economico, nessun vantaggio strategico potrà mai valere quanto la possibilità di lasciare ai nostri figli un pianeta più giusto, più umano, più in pace.

Non è un’utopia chiedere rispetto per la vita, non è debolezza chiedere giustizia, non è ingenuità credere nella pace, è responsabilità, perché un giorno i nostri figli e i nostri nipoti ci chiederanno che cosa abbiamo fatto quando avevamo la possibilità di cambiare le cose, e la risposta che daremo non sarà scritta nei discorsi o nei trattati, ma nel mondo che lasceremo loro, e quel giorno, davanti ai loro occhi, capiremo se abbiamo davvero fatto tutto il possibile per meritare il loro futuro.

 

L’ALBA DI UN NUOVO GIORNO

L’alba arrivò senza chiedere permesso, come aveva fatto per tutta la vita.

La luce filtrava dalle persiane socchiuse e cadeva sul pavimento con quella delicatezza crudele che solo il mattino conosce, tutto era immobile, tutto era uguale, eppure qualcosa, dentro, era irrimediabilmente cambiato.

Ci sono momenti in cui si capisce troppo tardi.

Non con uno shock improvviso, non con una tragedia plateale, ma con una lentezza che lacera, una consapevolezza che sale piano, come la luce dell’alba… silenziosa, inevitabile.

La vita era passata, non in modo spettacolare, non con grandi avventure o grandi cadute, bensì scivolata via tra giorni tutti simili, tra promesse fatte a sé stessi e poi dimenticate, tra sogni lasciati in un cassetto con l’idea vaga che un giorno ci sarebbe stato tempo… Sempre più avanti… Sempre più tardi.

Si era giovani una volta, ma non lo si apprezzava davvero, si credeva che la giovinezza fosse eterna, che le persone amate sarebbero rimaste sempre lì, che le occasioni avrebbero aspettato con pazienza.

Ma niente aspetta…

L’alba continuava a entrare dalla finestra, lenta e inesorabile, la polvere nell’aria brillava come minuscole stelle sospese, ogni cosa sembrava dire… questo è il tempo che ti è stato dato, e quanto poco era stato custodito.

Quante parole non dette, quanti abbracci rimandati, quanti giorni vissuti distrattamente, come se fossero soltanto un corridoio verso qualcosa che sarebbe arrivato dopo, ma quel “dopo” non era mai arrivato.

La verità, quella che arriva solo quando è troppo tardi, è che la vita non si perde tutta insieme, non c’è un singolo istante che la spezza, si sgretola piano, giorno dopo giorno, sotto il peso dell’indifferenza, della paura, della pigrizia del cuore, e quando finalmente lo capisci, il mondo continua lo stesso a girare, il sole comunque sorge, la città comunque si sveglia, le persone comunque escono di casa, ma tu resti lì, davanti alla luce del mattino, con una strana nostalgia per qualcosa che non hai mai vissuto davvero completamente.

Questa è forse la forma più silenziosa del dolore, scoprire che la vita non è stata rubata da qualcuno, è stata lasciata andare, e mentre l’alba di un nuovo giorno riempie la stanza, resta solo un pensiero che pesa più di tutto il resto… non era la vita ad essere breve… è stata la nostra attenzione ad essere troppo fragile per trattenerla.

 

LE MEMORIE DI EUSTACHIO, CONTE DI CORLENZIO

Nell’anno del Signore 1847, quando le carrozze risuonavano ancora sui ciottoli delle grandi città europee e le candele illuminavano i salotti dell’alta società, viveva un uomo di grande distinzione: **

Eustachio, Conte di Corlenzio.

Il Conte Eustachio apparteneva a un’antica famiglia nobiliare le cui radici affondavano nei secoli passati, tra cavalieri, ambasciatori e consiglieri di sovrani. Il suo palazzo, situato su una dolce collina circondata da cipressi e vigneti, dominava la valle come un guardiano silenzioso della storia.

Le grandi sale erano ornate di ritratti degli antenati: uomini con armature lucenti e dame avvolte in sete preziose. Eustachio non era soltanto un aristocratico di nascita, ma anche un uomo di spirito raffinato. Parlava correntemente il francese, il latino e il tedesco, leggeva filosofia nelle lunghe sere d’inverno e amava ricevere nel suo salotto poeti, musicisti e diplomatici. Si diceva che il Conte possedesse uno sguardo capace di comprendere l’animo umano.

Dietro i suoi occhiali dorati osservava il mondo con calma e intelligenza, mentre accarezzava pensieroso il piccolo pizzetto che gli ornava il mento.

Ogni domenica pomeriggio, nella grande sala con i lampadari di cristallo, si riuniva l’élite della regione. Tra il profumo del tabacco da pipa e il suono di un pianoforte viennese, si discuteva di politica, arte e dei cambiamenti che agitavano l’Europa.

Ma il Conte Eustachio non amava soltanto la vita mondana. Spesso lo si vedeva passeggiare nei suoi giardini all’alba, con il lungo cappotto scuro e le mani dietro la schiena, riflettendo sul destino della sua casata e sul futuro del mondo. Coloro che lo incontravano per la prima volta percepivano subito una presenza nobile e autorevole. Non era un uomo che alzava la voce: bastava una sua parola, pronunciata con calma, per ottenere rispetto.

Ancora oggi, nelle cronache locali, si racconta che il Conte di Corlenzio fosse uno degli ultimi veri gentiluomini dell’Ottocento, un uomo in cui eleganza, cultura e dignità vivevano come tre colonne della stessa anima.

Genealogia della Nobile Casata di Corlenzio

La casata dei Conti di Corlenzio affonda le proprie origini nei secoli medievali, quando i primi membri della famiglia erano signori di terre e difensori dei confini delle loro province. La genealogia tramandata nei registri di famiglia racconta una linea di uomini e donne che servirono con onore sovrani, città e popoli.

Capostipite della casata

Rinaldo di Corlenzio (1472–1538)

Cavaliere e capitano al servizio di un ducato dell’Italia settentrionale. Ricevette il primo titolo nobiliare dopo aver difeso una rocca durante una guerra di confine.

Seconda generazione

Alessandro I di Corlenzio (1508–1579)

Figlio di Rinaldo. Diplomatico e uomo di corte. Fu il primo a stabilire la residenza di famiglia nella grande villa collinare che divenne poi il palazzo dei Corlenzio.

Terza generazione

Giovanni Battista di Corlenzio (1554–1626)

Umanista e mecenate. Fece ampliare la biblioteca di famiglia e accolse artisti e studiosi nel suo palazzo.

Quarta generazione

Lorenzo I Conte di Corlenzio (1603–1678)

Con lui il titolo di Conte venne ufficialmente riconosciuto. Governò le terre familiari con grande abilità amministrativa.

Quinta generazione

Federico di Corlenzio (1650–1719)

Militare e colonnello. Partecipò a campagne militari europee e portò prestigio alla casata.

Sesta generazione

Ottavio di Corlenzio (1702–1776)

Illuminista e studioso di scienze naturali. Trasformò il palazzo in un centro di discussione culturale.

Settima generazione

Carlo Emanuele di Corlenzio (1765–1821)

Riformatore e proprietario terriero. Modernizzò le proprietà agricole della famiglia.

Ottava generazione

Eustachio, Conte di Corlenzio (1809–1884)

Gentiluomo dell’alta borghesia ottocentesca, noto per la sua cultura, eleganza e per i suoi celebri salotti letterari frequentati da artisti, filosofi e diplomatici.

Con lui la casata dei Corlenzio raggiunse uno dei momenti di massimo splendore sociale e culturale.

Motto della casata:

“Virtus et Honos Aeterni”

(La virtù e l’onore sono eterni)

LA LEGGENDA DI RINALDO, IL CAVALIERE DI CORLENZIO

Molto prima che il nome dei Corlenzio fosse pronunciato nei salotti eleganti dell’Ottocento, esso era già temuto e rispettato sui campi di battaglia del tardo Medioevo.

La leggenda narra che il primo grande antenato della casata fosse Rinaldo di Corlenzio, nato intorno all’anno 1472 in un piccolo borgo circondato da boschi e colline.

Fin da giovane Rinaldo dimostrò un coraggio fuori dal comune. Si racconta che all’età di diciotto anni salvò alcuni viandanti da una banda di briganti lungo una strada di montagna. Armato soltanto della sua spada e del suo cavallo nero, affrontò gli assalitori senza esitazione.

La sua fama giunse presto alle orecchie del duca della regione, che lo fece entrare tra i suoi cavalieri.

Ma la vera leggenda nacque alcuni anni dopo.

Durante una guerra di confine, un castello chiamato Rocca delle Tre Torri fu assediato da un esercito numeroso. All’interno della fortezza si trovavano pochi soldati e molti abitanti del villaggio, destinati a soccombere.

Rinaldo guidava una piccola compagnia di cavalieri. Vedendo il fumo dell’assedio salire nel cielo, decise di tentare un’impresa che molti giudicarono impossibile.

Nella notte, sotto una pioggia battente, Rinaldo e i suoi uomini attraversarono un antico passaggio nascosto nella roccia. Entrarono nel castello senza essere visti e all’alba aprirono i cancelli dall’interno.

La battaglia fu feroce, ma la sorpresa cambiò il destino dello scontro. Gli assedianti furono respinti e la fortezza salvata.

Il duca, impressionato dal coraggio del giovane cavaliere, lo convocò alla sua corte.

Davanti ai nobili riuniti proclamò:

“Da oggi, Rinaldo non sarà soltanto cavaliere, ma signore di Corlenzio, e la sua famiglia porterà per sempre il segno dell’onore.”

Secondo la tradizione di famiglia, fu proprio in quell’occasione che nacque lo stemma con i leoni dorati, simbolo di coraggio e protezione.

Ancora oggi, nelle cronache della casata, si dice che nelle notti di tempesta il cavallo nero di Rinaldo galoppi tra le colline di Corlenzio, come a vegliare sulle terre dei suoi discendenti.