UNA VITA SENZA
PRETESE… MA FELICE
Sono nato
figlio, e già questo mi sembrava un mestiere impegnativo, figlio di una donna
con il grembiule sempre infarinato e di un uomo che parlava poco ma aggiustava
tutto, persino le giornate storte. Da bambino correvo per le scalinate infinite
dei “Sassi” con le ginocchia sbucciate e i calzoncini strappati, convinto che
il mondo fosse grande quanto il cortile sotto casa.
Poi
crescendo, diventai fratello, un ruolo che imparai a interpretare come si fa
con i vestiti passati di mano: all’inizio un po’ larghi, poi perfetti. Ho
difeso, litigato e fatto pace. Scoprii che l’amore non è solo poesia, ma anche
dividere l’ultima fetta di torta senza farlo pesare troppo.
Col tempo
diventai zio. E lì, trovai una specie di magia. I nipoti arrivavano come
piccoli cicloni con le tasche piene di domande e le mani appiccicose di gelato
o di nutella, li portavo in villa, gli raccontavo storie improbabili di draghi
in pensione e principesse che russavano. Ero uno zio serio solo quando serviva,
cioè quasi mai. Avevo capito che con i bambini non bisogna insegnare tutto:
basta restare abbastanza vicini da farsi prendere per mano.
Poi arriva
l’amore. Non quello dei film in bianco e nero, anche se un po’ mi sarebbe
piaciuto vivere in una scena di “La dolce vita”, con il vento tra i capelli e
una musica lontana. Il mio amore era più concreto: caffè bevuti in silenzio la
mattina, mani che si cercavano sotto il tavolo, discussioni su dove mettere il
divano. Diventai marito con la stessa dedizione con cui ero stato figlio e
fratello: senza proclami, ma con costanza. E diventai anche cognato, ruolo
sottovalutato ma delicato, fatto di sorrisi diplomatici e complicità
improvvise.
Non ho
potuto diventare padre. La vita, a volte, scrive capitoli che non avevi
previsto. Ci furono giorni in cui il silenzio della casa sembrava più grande
del necessario. Ma non ne feci mai della
mancanza un rancore. Trasformai quel vuoto in spazio, uno spazio per esserci
ancora di più, per essere zio due volte, tre volte, mille volte. Per diventare
il rifugio dei segreti adolescenziali, il complice delle marachelle, il
distributore ufficiale di consigli non richiesti.
I nipoti
crebbero, arrivarono anche i pronipoti, minuscoli e profumati di talco, con gli
occhi spalancati sul futuro, io li guardavo e, dentro, sentivo una specie di
eco dolce. Non sarei potuto diventato nonno, no, ma avevo già imparato che i
titoli contano meno delle presenze.
Una sera,
seduto accanto a mia moglie, con la televisione accesa ma l’audio basso, pensai
che se qualcuno mi avesse offerto di ricominciare tutto da capo, con la
possibilità di cambiare qualcosa, gli avrei risposto di no. Niente correzioni,
niente riscritture.
Perché ero
stato figlio amato, fratello imperfetto ma leale, felicemente Zio, marito
innamorato, cognato affidabile, ma soprattutto, pienamente soddisfatto della
vita vissuta.
La mia non è
stata una vita da copertina, non ci sono stati titoli altisonanti né imprese
memorabili, ma tante risate a tavola, abbracci improvvisi, mani intrecciate nel
buio, e a ben guardare, questa è stata già una storia romantica, un po’
semiseria, certo, perché senza un po’ di ironia non si va lontano, ma
profondamente e ostinatamente piacevole.
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