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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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venerdì 27 marzo 2026

 

ALMENO NEI SOGNI… SONO STATO UN EROE

Nei miei sogni non portavo il mio nome… Non ero Enzo, ero Marco Valerio Settimo Versilio, figlio di nessuno e di tutti, nato in una domus troppo povera per essere ricordata e destinato a morire in un luogo troppo lontano per essere pianto.

Avevo diciassette anni quando mi rasarono il capo, la lama scivolò sulla mia pelle come una promessa, non sarei più stato un ragazzo… Sarei stato solo ferro.

Mi misero uno scudo più grande del mio coraggio e un gladio che tremava nella mia mano non per il peso, ma per la paura che non potevo mostrare, perché Roma non aveva bisogno di uomini, aveva bisogno di muri, e noi eravate i mattoni.

Il primo inverno al fronte mi insegnò che il freddo può uccidere più lentamente di una spada, il fango entrava nei sandali, le notti non avevano fine, i lupi ululavano… ma non erano la cosa peggiore.

La cosa peggiore era il silenzio tra un attacco e l’altro.

Quel silenzio in cui pensavo a casa, a mia madre che non sapeva leggere il mio nome inciso sulla tavoletta di arruolamento, a mio fratello più piccolo che avrebbe preso il mio posto nei campi, e capivo che stavo diventando qualcosa che non sarebbe mai più stato.

Il giorno della battaglia arrivò senza gloria, solo pioggia.

La terra era rossa prima ancora che iniziasse lo scontro, come se il mondo sapesse già cosa avrebbe bevuto.

Mi schierai… Scudo contro scudo, spalla contro spalla, da buon centurione, e quando il corno suonò, non urlai, non perché fossi coraggioso, ma perché il terrore mi aveva rubato la voce.

Il primo uomo che uccisi non aveva barba, aveva gli occhi larghi come i miei, cadde piano, come se il mondo lo stesse restituendo alla terra.

E io capii che l’eroismo non era fuoco… Era gelo, era fare un passo avanti quando tutto il tuo essere gridava di correre via, lottai per ore, il cielo si fece nero di frecce, il terreno diventò carne, i compagni cadevano e venivano sostituiti come numeri su una tavola di cera.

Poi arrivò il momento in cui la linea si spezzò, e io restai uno dei pochi con lo scudo incrinato, il braccio che non rispondeva più, e il sangue non sapevo se mio o altrui che mi colava negli occhi.

Il centurione era morto, il vessillo era caduto, e davanti a me c’era solo il vuoto.

Avrei potuto fuggire, nessuno avrebbe saputo, Roma era lontana, la morte invece molto vicina, ma raccolsi lo stendardo, non per la gloria, non per l’Impero, lo feci perché, se cadeva, cadevano anche i nomi dei miei compagni d’armi, quelli che non sarebbero mai tornati.

Avanzai da solo… Un passo, poi un altro, gridando un nome che nessuno avrebbe mai ricordato… il mio.

Quando mi trovarono, ero ancora in piedi, il vessillo stretto tra le dita, gli occhi aperti verso un cielo che non avevo mai visto così limpido, sembrava quasi casa.

Roma vinse quella battaglia, ma nessuno cantò di Marco Valerio Settimo Versilio… Solo il vento passò tra l’erba alta… e per un istante sembrò sussurrare… Non era invincibile, era solo un uomo… che non ha mai indietreggiato.

Questo è stato il mio sogno… dopo aver mangiato la parmigiana a cena!!!

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