ALMENO NEI SOGNI…
SONO STATO UN EROE
Nei miei
sogni non portavo il mio nome… Non ero Enzo, ero Marco Valerio Settimo
Versilio, figlio di nessuno e di tutti, nato in una domus troppo povera per
essere ricordata e destinato a morire in un luogo troppo lontano per essere
pianto.
Avevo
diciassette anni quando mi rasarono il capo, la lama scivolò sulla mia pelle
come una promessa, non sarei più stato un ragazzo… Sarei stato solo ferro.
Mi misero
uno scudo più grande del mio coraggio e un gladio che tremava nella mia mano
non per il peso, ma per la paura che non potevo mostrare, perché Roma non aveva
bisogno di uomini, aveva bisogno di muri, e noi eravate i mattoni.
Il primo
inverno al fronte mi insegnò che il freddo può uccidere più lentamente di una
spada, il fango entrava nei sandali, le notti non avevano fine, i lupi
ululavano… ma non erano la cosa peggiore.
La cosa
peggiore era il silenzio tra un attacco e l’altro.
Quel
silenzio in cui pensavo a casa, a mia madre che non sapeva leggere il mio nome
inciso sulla tavoletta di arruolamento, a mio fratello più piccolo che avrebbe
preso il mio posto nei campi, e capivo che stavo diventando qualcosa che non
sarebbe mai più stato.
Il giorno
della battaglia arrivò senza gloria, solo pioggia.
La terra era
rossa prima ancora che iniziasse lo scontro, come se il mondo sapesse già cosa
avrebbe bevuto.
Mi schierai…
Scudo contro scudo, spalla contro spalla, da buon centurione, e quando il corno
suonò, non urlai, non perché fossi coraggioso, ma perché il terrore mi aveva rubato
la voce.
Il primo
uomo che uccisi non aveva barba, aveva gli occhi larghi come i miei, cadde
piano, come se il mondo lo stesse restituendo alla terra.
E io capii
che l’eroismo non era fuoco… Era gelo, era fare un passo avanti quando tutto il
tuo essere gridava di correre via, lottai per ore, il cielo si fece nero di
frecce, il terreno diventò carne, i compagni cadevano e venivano sostituiti
come numeri su una tavola di cera.
Poi arrivò
il momento in cui la linea si spezzò, e io restai uno dei pochi con lo scudo
incrinato, il braccio che non rispondeva più, e il sangue non sapevo se mio o
altrui che mi colava negli occhi.
Il
centurione era morto, il vessillo era caduto, e davanti a me c’era solo il
vuoto.
Avrei potuto
fuggire, nessuno avrebbe saputo, Roma era lontana, la morte invece molto
vicina, ma raccolsi lo stendardo, non per la gloria, non per l’Impero, lo feci
perché, se cadeva, cadevano anche i nomi dei miei compagni d’armi, quelli che
non sarebbero mai tornati.
Avanzai da
solo… Un passo, poi un altro, gridando un nome che nessuno avrebbe mai
ricordato… il mio.
Quando mi
trovarono, ero ancora in piedi, il vessillo stretto tra le dita, gli occhi
aperti verso un cielo che non avevo mai visto così limpido, sembrava quasi
casa.
Roma vinse
quella battaglia, ma nessuno cantò di Marco Valerio Settimo Versilio… Solo il
vento passò tra l’erba alta… e per un istante sembrò sussurrare… Non era
invincibile, era solo un uomo… che non ha mai indietreggiato.
Questo è
stato il mio sogno… dopo aver mangiato la parmigiana a cena!!!
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