QUELLA FINESTRA IN
FIORE
Franco aveva
smesso di chiedere quanto tempo restasse.
Aveva capito
che il tempo, a un certo punto, smette di essere una quantità e diventa un
suono.
Il ronzio
della flebo, il fruscio delle lenzuola, il passo leggero dell’infermiera che
entrava cercando di non disturbare qualcosa che ormai non poteva più essere
disturbato.
Il mondo si
era ristretto… Non c’erano più stagioni, solo mattine stanche e sere troppo
lunghe.
Sul muro di
fronte al letto c’era una crepa sottile. Franco la guardava ogni giorno, come
se potesse allargarsi abbastanza da lasciarlo scappare via.
Non dal
dolore, quello ormai era diventato un compagno silenzioso, ma da quella lenta
sparizione.
Perché non
si muore in un solo momento, si muore quando smetti di progettare l’estate.
Quando non
compri più scarpe nuove perché “tanto a che serve”.
Quando inizi
a regalare le tue cose dicendo che non ti servono più.
Si muore
quando gli altri iniziano a parlarti piano.
Sua figlia,
la piccola, lo faceva.
Entrava con
un sorriso che non le apparteneva più, portando cose che lui non riusciva
nemmeno a vedere.
«Te lo
lascio qui», diceva puntualmente.
E Franco
annuiva, fingendo che il gesto non fosse una piccola bugia condivisa… Non erano
per lui.
Erano per
l’idea che lui sarebbe rimasto sempre con loro.
Una sera le
chiese:
«Il geranio…
è fiorito?»
Lei si
fermò.
«Sì»,
rispose dopo un attimo. «È pieno.»
Franco
chiuse gli occhi, e capì che non lo avrebbe più visto.
Non avrebbe
più sentito quell’odore che arrivava nelle notti d’estate, quando il caldo
rendeva l’aria immobile e il tempo sembrava infinito.
Il male non
gli stava portando via solo la vita, gli stava rubando il futuro nella sua
semplicità, le cose minuscole, tipo, il rumore della moka il mattino, le
partite a carte, il gesto automatico di chiudere la porta a chiave la sera.
Stava
diventando assenza prima ancora di andarsene.
Lei gli
prese la mano, «Papà…», era la prima volta che lo chiamava così da giorni.
Di solito
diceva solo “Franco”, come se il nome fosse più facile da lasciare andare.
«Non devi
restare forte», sussurrò lui.
Lei abbassò
lo sguardo, «Io non lo sono»
Fuori,
qualcuno stendeva i panni, un motorino passò, una televisione lontana rideva.
La vita
continuava con una crudeltà inesorabile.
Franco pensò
a tutte le volte in cui aveva creduto che ci sarebbe stato sempre tempo, tempo
per sistemare il garage, tempo per dire “scusa”, tempo per insegnare alla
figlia a guidare meglio.
Il tempo
invece era finito senza fare rumore.
«Quando
torni a casa…» disse piano, «apri la finestra la sera.»
Lei annuì,
ma già piangeva.
«Così entra
l’odore del geranio in fiore»
Non disse
“per ricordarmi”, non disse “per me”, non serviva.
Quando Lei
uscì dalla stanza, il silenzio tornò a sedersi accanto al letto.
Franco
guardò ancora la crepa nel muro, gli sembrò più lunga.
Poi chiuse
gli occhi, non per dormire, ma per smettere di vedere un mondo che avrebbe
continuato senza accorgersi della sua mancanza.
E per la
prima volta capì… Non era la morte la parte più malinconica.
Era tutto
ciò che sarebbe rimasto vivo senza la sua presenza.
Nessun commento:
Posta un commento