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I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

venerdì 27 marzo 2026

 

QUELLA FINESTRA IN FIORE

Franco aveva smesso di chiedere quanto tempo restasse.

Aveva capito che il tempo, a un certo punto, smette di essere una quantità e diventa un suono.

Il ronzio della flebo, il fruscio delle lenzuola, il passo leggero dell’infermiera che entrava cercando di non disturbare qualcosa che ormai non poteva più essere disturbato.

Il mondo si era ristretto… Non c’erano più stagioni, solo mattine stanche e sere troppo lunghe.

Sul muro di fronte al letto c’era una crepa sottile. Franco la guardava ogni giorno, come se potesse allargarsi abbastanza da lasciarlo scappare via.

Non dal dolore, quello ormai era diventato un compagno silenzioso, ma da quella lenta sparizione.

Perché non si muore in un solo momento, si muore quando smetti di progettare l’estate.

Quando non compri più scarpe nuove perché “tanto a che serve”.

Quando inizi a regalare le tue cose dicendo che non ti servono più.

Si muore quando gli altri iniziano a parlarti piano.

Sua figlia, la piccola, lo faceva.

Entrava con un sorriso che non le apparteneva più, portando cose che lui non riusciva nemmeno a vedere.

«Te lo lascio qui», diceva puntualmente.

E Franco annuiva, fingendo che il gesto non fosse una piccola bugia condivisa… Non erano per lui.

Erano per l’idea che lui sarebbe rimasto sempre con loro.

Una sera le chiese:

«Il geranio… è fiorito?»

Lei si fermò.

«Sì», rispose dopo un attimo. «È pieno.»

Franco chiuse gli occhi, e capì che non lo avrebbe più visto.

Non avrebbe più sentito quell’odore che arrivava nelle notti d’estate, quando il caldo rendeva l’aria immobile e il tempo sembrava infinito.

Il male non gli stava portando via solo la vita, gli stava rubando il futuro nella sua semplicità, le cose minuscole, tipo, il rumore della moka il mattino, le partite a carte, il gesto automatico di chiudere la porta a chiave la sera.

Stava diventando assenza prima ancora di andarsene.

Lei gli prese la mano, «Papà…», era la prima volta che lo chiamava così da giorni.

Di solito diceva solo “Franco”, come se il nome fosse più facile da lasciare andare.

«Non devi restare forte», sussurrò lui.

Lei abbassò lo sguardo, «Io non lo sono»

Fuori, qualcuno stendeva i panni, un motorino passò, una televisione lontana rideva.

La vita continuava con una crudeltà inesorabile.

Franco pensò a tutte le volte in cui aveva creduto che ci sarebbe stato sempre tempo, tempo per sistemare il garage, tempo per dire “scusa”, tempo per insegnare alla figlia a guidare meglio.

Il tempo invece era finito senza fare rumore.

«Quando torni a casa…» disse piano, «apri la finestra la sera.»

Lei annuì, ma già piangeva.

«Così entra l’odore del geranio in fiore»

Non disse “per ricordarmi”, non disse “per me”, non serviva.

Quando Lei uscì dalla stanza, il silenzio tornò a sedersi accanto al letto.

Franco guardò ancora la crepa nel muro, gli sembrò più lunga.

Poi chiuse gli occhi, non per dormire, ma per smettere di vedere un mondo che avrebbe continuato senza accorgersi della sua mancanza.

E per la prima volta capì… Non era la morte la parte più malinconica.

Era tutto ciò che sarebbe rimasto vivo senza la sua presenza.

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