Matera Capitale

I Sassi di Matera

I Sassi di Matera
I Sassi di Matera (Clicca per conoscere la sua storia)

wikimatera.it

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Nuova collaborazione dal 15 Gennaio 2022

venerdì 27 marzo 2026

 

LA DIVINA CASA ODIERNA

POEMA SEMISERIO IN TRE GIRONI DOMESTICI.

Proemio

Nel mezzo del cammin tra bollette e Wi-Fi lento,

mi ritrovai per casa alquanto smarrito,

ché il telecomando era sparito.

Ahi dura sorte! Non selva oscura, ma corridoio

con scarpe erranti e calzini senza coppia.

Allor dissi: “Se fossi novello Dante Alighieri,

non canterei di demoni e beati,

ma di mestoli, piumoni e rubinetti ostinati!”

E così comincia il mio viaggio…

I Girone: La Cucina (ovvero l’Inferno del Sugo Ribelle)

Varcata la soglia, m’assalì un odor possente:

non zolfo, ma cipolla ardita.

Nel centro stava il fornello acceso

come fiera a tre teste (la quarta non funziona mai).

Qui vidi anime dannate a rimestar pentole

senza mai trovar coperchio adatto.

Una gridava: “Dov’è il mestolo?”

E l’altra: “Nel cassetto dei misteri, accanto ai tappi spaiati!”

Soffrivano coloro che dissero un dì,

“Faccio io, è semplice.”

E fur condannati a pulir padelle incrostate

con spugna ormai più stanca di loro.

Sul frigo campeggiava un biglietto,

“Non è magia, è organizzazione.”

Ma nessuno l’aveva mai veduta.

E in mezzo al caos, regnava il Sugo Ribelle,

che schizzava su camicie candide

con precisione degna d’arciere medievale.

II Girone: La Camera da Letto (ovvero il Purgatorio delle Coperte)

Salendo pochi passi (e inciampando in un caricabatterie),

giunsi nel regno del riposo promesso.

Qui non v’eran fiamme, ma piumoni attorcigliati

come serpi in lotta notturna.

Le anime penavano tentando di infilare

il copripiumone nel verso giusto,

pena lieve, ma eterna.

Altri espiano la colpa d’aver detto,

“Cinque minuti ancora.”

E così restano sospesi tra sogno e sveglia

con la suoneria che canta come arpia.

Vidi poi il Cassetto delle Calze Solitarie,

ogni tanto, miracolo!

Una coppia si ritrova e ascende

tra cori di “Finalmente!”

Qui s’impara la virtù della pazienza

e l’arte sublime di rifare il letto

che, misteriosamente, si disfa da sé.

III Girone: Il Bagno (ovvero il Paradiso dello Specchio Impietoso)

Infine entrai nel luogo più temuto e sacro.

Non luce divina, ma neon tremolante.

Lo Specchio, giudice severo,

mostra verità che nessun filtro salva.

“Cos’è codesta occhiaia?” domandai tremante.

Rispose l’eco: “È la serie vista fino alle tre.”

Qui scorre l’acqua calda come grazia celeste,

quando la caldaia collabora.

E l’anima trova pace sotto la doccia

meditando su grandi questioni,

“Ho chiuso il gas?”

“Perché lo shampoo finisce sempre insieme al balsamo?”

Beati coloro che trovano l’asciugamano asciutto,

ché loro è il regno del conforto mattutino.

Epilogo

Così compresi che la casa è viaggio interiore,

la cucina tempra,

la camera purifica,

il bagno rivela.

E se il sommo Dante Alighieri cantò di stelle,

io canto di lavatrici in centrifuga

che paion gironi in miniatura.

E uscii a riveder le stelle…

ma solo dopo aver buttato la spazzatura.

 

ALMENO NEI SOGNI… SONO STATO UN EROE

Nei miei sogni non portavo il mio nome… Non ero Enzo, ero Marco Valerio Settimo Versilio, figlio di nessuno e di tutti, nato in una domus troppo povera per essere ricordata e destinato a morire in un luogo troppo lontano per essere pianto.

Avevo diciassette anni quando mi rasarono il capo, la lama scivolò sulla mia pelle come una promessa, non sarei più stato un ragazzo… Sarei stato solo ferro.

Mi misero uno scudo più grande del mio coraggio e un gladio che tremava nella mia mano non per il peso, ma per la paura che non potevo mostrare, perché Roma non aveva bisogno di uomini, aveva bisogno di muri, e noi eravate i mattoni.

Il primo inverno al fronte mi insegnò che il freddo può uccidere più lentamente di una spada, il fango entrava nei sandali, le notti non avevano fine, i lupi ululavano… ma non erano la cosa peggiore.

La cosa peggiore era il silenzio tra un attacco e l’altro.

Quel silenzio in cui pensavo a casa, a mia madre che non sapeva leggere il mio nome inciso sulla tavoletta di arruolamento, a mio fratello più piccolo che avrebbe preso il mio posto nei campi, e capivo che stavo diventando qualcosa che non sarebbe mai più stato.

Il giorno della battaglia arrivò senza gloria, solo pioggia.

La terra era rossa prima ancora che iniziasse lo scontro, come se il mondo sapesse già cosa avrebbe bevuto.

Mi schierai… Scudo contro scudo, spalla contro spalla, da buon centurione, e quando il corno suonò, non urlai, non perché fossi coraggioso, ma perché il terrore mi aveva rubato la voce.

Il primo uomo che uccisi non aveva barba, aveva gli occhi larghi come i miei, cadde piano, come se il mondo lo stesse restituendo alla terra.

E io capii che l’eroismo non era fuoco… Era gelo, era fare un passo avanti quando tutto il tuo essere gridava di correre via, lottai per ore, il cielo si fece nero di frecce, il terreno diventò carne, i compagni cadevano e venivano sostituiti come numeri su una tavola di cera.

Poi arrivò il momento in cui la linea si spezzò, e io restai uno dei pochi con lo scudo incrinato, il braccio che non rispondeva più, e il sangue non sapevo se mio o altrui che mi colava negli occhi.

Il centurione era morto, il vessillo era caduto, e davanti a me c’era solo il vuoto.

Avrei potuto fuggire, nessuno avrebbe saputo, Roma era lontana, la morte invece molto vicina, ma raccolsi lo stendardo, non per la gloria, non per l’Impero, lo feci perché, se cadeva, cadevano anche i nomi dei miei compagni d’armi, quelli che non sarebbero mai tornati.

Avanzai da solo… Un passo, poi un altro, gridando un nome che nessuno avrebbe mai ricordato… il mio.

Quando mi trovarono, ero ancora in piedi, il vessillo stretto tra le dita, gli occhi aperti verso un cielo che non avevo mai visto così limpido, sembrava quasi casa.

Roma vinse quella battaglia, ma nessuno cantò di Marco Valerio Settimo Versilio… Solo il vento passò tra l’erba alta… e per un istante sembrò sussurrare… Non era invincibile, era solo un uomo… che non ha mai indietreggiato.

Questo è stato il mio sogno… dopo aver mangiato la parmigiana a cena!!!

 

COME SAREMMO VISSUTI NELL’OTTOCENTO?

Se fossimo davvero finiti nell’Ottocento, non sarebbe stata la solita storia romantica fatta di carrozze eleganti e salotti pieni di geni. Sarebbe stata… una catastrofe storica di proporzioni leggendarie.

Tutto iniziò in modo molto semplice, una sera qualunque, tra un bicchiere di vino e una lamentela sul traffico, qualcuno disse…

Ma vuoi mettere vivere nell’Ottocento? Conoscere poeti, musicisti, nobili… altro che notifiche!

A un tratto… silenzio… all’improvviso un lampo, poi… il nulla.

Quando riaprimmo gli occhi, eravamo su una strada sterrata. Vestiti di velluto, stretti come acciughe, troppo stretti, con colletti così alti che respirare era diventato un’opinione personale.

Allora… o siamo a una rievocazione storica… oppure abbiamo un problema, passa una carrozza… vera, con cavalli… veri, un tizio dentro che ci guarda come se fossimo noi quelli strani.

Dopo pochi minuti, la realtà fu chiara… eravamo nell’Ottocento, e non era normale tutto ciò, ma soprattutto… noi non eravamo pronti per lui.

Nel giro di due giorni, avevamo tentato di spiegare il Wi-Fi a un duca, avevamo chiesto a una nobildonna dove fosse il bagno (errore gravissimo… il concetto era… flessibile).

Avevamo cercato di proporre un “aperitivo” alle cinque del pomeriggio, causando uno scandalo sociale, ma il momento peggiore arrivò quando fummo invitati a un salotto culturale.

Finalmente! Pensammo, incontreremo Poeti, Musicisti, e Intellettuali!

Entrammo con entusiasmo… e uscimmo dopo tre ore di… versi lunghissimi sulla nebbia, discussioni accese sul senso della malinconia, un pianista che suonò per 47 minuti senza mai sorridere.

A un certo punto, convinto di rompere il ghiaccio, dissi… a bello… però qualcosa di più allegro non c’è?

Un silenzio glaciale congelò tutta la sala… una signora svenne, un conte mi schiaffeggiò con il guanto sfidandomi a duello, il pianista smise di suonare e rispose… l’allegria è pericolosa, e di altri tempi.

Ma il vero disastro fu il ballo, invitati a una serata nobiliare, pensammo… “Facile, un semplice ballo”, ma dopo aver studiato per dieci minuti i movimenti degli altri, decidemmo di improvvisare, il risultato?

Un giro di valzer trasformato in una specie di tarantella, un inchino fatto nel momento sbagliato, e, cercando di essere eleganti, un saluto con un cenno tipo “ciao raga”.

Il giorno dopo eravamo ufficialmente… “Sospetti infiltrati, poveracci di bassa plebe ”.

La svolta arrivò quando un giovane poeta ci chiese… Secondo Voi… Qual è il futuro dell’arte?

Rispondemmo, senza pensarci… Tik Tok.

Da quel momento, fummo considerati visionari e pericolosi, ma fortunatamente, alla fine, tornammo misteriosamente al presente, e la prima cosa che facemmo? Ritornare a respirare senza colletto.

La seconda? Accendere il telefono, la terza? Dire, all’unisono… Bello l’Ottocento… ma solo nei sogni.

 

IL POTERE DELL’ESPERIENZA POST PENSIONE

Ormai entro al mercato ortofrutticolo come se stessi facendo un sopralluogo della scientifica, non sto comprando, sto valutando.

All’inizio non era così, all’inizio ero uno che chiedeva…

“Scusi, ma queste sono buone?”, errore da principianti, errore da turista del reparto ortofrutta.

Il fruttivendolo mi guarda come si guarda uno che dice che il ketchup sta bene sulla pasta.

“Assaggia”, da quel momento è iniziata la mia trasformazione.

Oggi entro, respiro profondamente e capisco subito che tipo di giornata sarà, non per il meteo, per l’umore dimostrato dai pomodori.

Cammino lento tra le cassette, tocco le zucchine con la concentrazione di un chirurgo, le sollevo, le peso, le giro e rigiro, una signora incuriosita mi guarda, io, sentendomi osservato, sollevo una melanzana in controluce, come se stessi cercando difetti strutturali, da vero intenditore, la ruoto. la palpeggio tipo massaggio cardiaco e annuisco.

La signora intimidita, rimette a posto la sua melanzana, non è pronta a certe valutazioni.

Ormai uso addirittura termini tecnici, tipo, “Queste pesche hanno avuto un’infanzia infelice”, “Questo basilico è cresciuto sotto stress”, “Questa lattuga ha perso la sua autostima troppo presto”.

Una volta ho anche detto… “Mi serve un avocado che abbia fatto un percorso sufficientemente Bio”, il fruttivendolo non ha chiesto spiegazioni, ma dalla sua espressione si capiva tutto.

C’è stato un momento preciso in cui ho capito di esagerare un po’ nelle valutazioni, e comunque, prendo un pomodoro, lo annuso, e senza rendermene conto… lo avvicino all’orecchio, sì, proprio all’orecchio, come se potessi sentirgli raccontare la sua storia, una signora mi guarda terrorizzata, io le sussurro, “Ha sofferto la siccità”, la signora mi guarda intimorita e fugge via.

Adesso non chiedo più se qualcosa è dolce, ora osservo, annuso, rifletto, ma senza esprimermi, per non mettere paura alle signore che mi affiancano.

Una volta una nonna mi ha fermato e mi ha chiesto… “Secondo te, questo mandarino?”, mi sarebbe venuto spontaneo rispondergli, “Signora, innanzitutto si presenti, e poi non può darmi del “TU” senza conoscermi, lei lo sa che sta parlando con un esperto in maturazioni e coltivazioni corrette di prodotti ortofrutticoli?”, ma poi mi rendo conto di essere troppo arrogante e presuntuoso, e mi limito solo a prendere il mandarino e, in rigoroso silenzio, l’ho girato tra le dita, ho fatto un piccolo sospiro, e rispondo… “Ha studiato”, la nonna annuisce, e lo acquista, non so se sono davvero diventato esperto, ma so che ormai al mercato nessuno mi dice più, “Non schiacciare la frutta”, perché sanno che non lo sto schiacciando, lo sto solo analizzando… frutto di una esperienza maturata dopo il pensionamento.

 

QUANDO GOVERNARE SIGNIFICA DISTRUGGERE

Nel corso della storia, troppi leader hanno sostenuto di voler migliorare la vita del proprio popolo scegliendo la via più brutale e irreversibile, “la guerra”. In nome della sicurezza, della stabilità, dell’orgoglio nazionale o di un presunto bene superiore, hanno scatenato conflitti che hanno lasciato dietro di sé città rase al suolo, famiglie spezzate e generazioni traumatizzate.

È qui che nasce il grande paradosso del potere, come può chi afferma di proteggere il proprio popolo giustificare decisioni che condannano innocenti, donne, bambini, anziani, a sofferenze genocide?

La guerra moderna non è più uno scontro tra eserciti lontani dai civili. È una tempesta che travolge tutto. Le bombe non distinguono. Le sanzioni non colpiscono solo i palazzi del potere ma le tavole vuote delle famiglie. Le strategie militari si traducono in ospedali distrutti, scuole silenziose e infanzie interrotte.

Chi prende queste decisioni spesso non vedrà mai le conseguenze dirette delle proprie scelte, non sentirà il suono delle sirene nella notte, non scaverà tra le macerie, non dovrà spiegare a un bambino perché la sua casa non esiste più. Eppure, sono proprio queste conseguenze a definire il vero costo della guerra.

Se l’obiettivo di un governo è il benessere del proprio popolo, allora la guerra rappresenta quasi sempre il fallimento più clamoroso della politica. Non è forza, ma incapacità. Non è protezione, ma rinuncia alla responsabilità più alta, quella di preservare la vita.

La storia ha dimostrato che le vittorie militari raramente coincidono con vittorie umane. Anche quando una guerra “finisce”, il dolore continua per decenni sotto forma di povertà, instabilità, odio e desiderio di vendetta. Ogni conflitto seminato oggi diventa spesso la radice di quello di domani.

Per questo, chi governa dovrebbe essere giudicato non per la potenza che sa esprimere sul campo di battaglia, ma per la pace che riesce a costruire senza sparare un colpo.

La vera leadership non si misura nella capacità di distruggere un nemico, ma nel coraggio di evitare che esista una guerra da combattere.

Finché il potere continuerà a essere esercitato senza empatia, la guerra resterà una tentazione. Ma finché esisteranno voci che denunciano questa logica, esisterà anche la possibilità di un’alternativa.

E forse, un giorno, la grandezza di uno Stato non sarà più associata alla sua forza militare, ma alla sua capacità di non doverla usare.

E sappiate, cari Leader, che in ogni guerra, non ci sono mai ne vincitori ne vinti… ma solo innocenti vittime.

 

AVEVA RAGIONE DANTE ALIGHIERI

Ogni volta che varco la soglia della mia banca, mi sembra di sentire in lontananza la voce di Dante Alighieri che mi sussurra delicatamente all’orecchio… “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate…”

Solo che invece del portone dell’Inferno, mi trovo davanti alla porta scorrevole che si apre con la stessa accoglienza di “Caron Dimonio” la figura infernale che fa da traghettatore a Dante e Virgilio all’ingresso dell’inferno.

Dentro, il girone degli ignavi ha cambiato aspetto, niente più insegne vuote che corrono dietro a vessilli senza senso, qui si corre dietro al numerino eliminacode.

Prendo il mio che indica A38, il display intanto segna, A12, bene, 26 anime prima di me.

Perfetto. Ho giusto il tempo di invecchiare, pentirmi delle scelte di vita e forse reincarnarmi.

Alla mia sinistra, una signora combatte con il bancomat come se fosse un enigma della Sfinge:

“Ma io voglio solo vedere il saldo!”

Il bancomat, con la stessa empatia di un usciere infernale, le risponde:

Operazione non disponibile

Dietro il vetro, gli impiegati. Creature mitologiche.

Non sono dannati… ma nemmeno salvi, sono i neutrali della burocrazia, e non dicono mai né sì, né no, dicono solo… “Bisogna aprire una pratica.”

Uno di loro mi chiama finalmente… “A38”

Mi avvicino con lo spirito di un pellegrino medievale, “Vorrei solo chiudere il conto”, silenzio tombale.

Lui mi guarda come se avessi chiesto di abolire la gravità… “Serve il modulo per la richiesta del modulo di chiusura.”, “E dove lo trovo?”, “Online”, “Posso farlo qui?”, “No, deve prenotare un appuntamento”, “Quando?”, “Tra tre settimane”, “Ma io sono già qui”, lui sorride. Un sorriso lento. Antico. Probabilmente tramandato dai demoni contabili di generazione in generazione… “Capisco”, invece no, non capisce, nessuno capisce.

In quel momento realizzo: Dante aveva ragione… ma aveva sottovalutato una cosa.

Nell’Inferno almeno sapevi perché eri lì.

In banca, invece, stai scontando una pena… per un peccato che non ricordi di aver mai commesso, esco, e giuro di aver visto scritto, sopra il distributore dei numerini:

“Lasciate ogne IBAN, voi ch’intrate.”

 

UNA VITA SENZA PRETESE… MA FELICE

Sono nato figlio, e già questo mi sembrava un mestiere impegnativo, figlio di una donna con il grembiule sempre infarinato e di un uomo che parlava poco ma aggiustava tutto, persino le giornate storte. Da bambino correvo per le scalinate infinite dei “Sassi” con le ginocchia sbucciate e i calzoncini strappati, convinto che il mondo fosse grande quanto il cortile sotto casa.

Poi crescendo, diventai fratello, un ruolo che imparai a interpretare come si fa con i vestiti passati di mano: all’inizio un po’ larghi, poi perfetti. Ho difeso, litigato e fatto pace. Scoprii che l’amore non è solo poesia, ma anche dividere l’ultima fetta di torta senza farlo pesare troppo.

Col tempo diventai zio. E lì, trovai una specie di magia. I nipoti arrivavano come piccoli cicloni con le tasche piene di domande e le mani appiccicose di gelato o di nutella, li portavo in villa, gli raccontavo storie improbabili di draghi in pensione e principesse che russavano. Ero uno zio serio solo quando serviva, cioè quasi mai. Avevo capito che con i bambini non bisogna insegnare tutto: basta restare abbastanza vicini da farsi prendere per mano.

Poi arriva l’amore. Non quello dei film in bianco e nero, anche se un po’ mi sarebbe piaciuto vivere in una scena di “La dolce vita”, con il vento tra i capelli e una musica lontana. Il mio amore era più concreto: caffè bevuti in silenzio la mattina, mani che si cercavano sotto il tavolo, discussioni su dove mettere il divano. Diventai marito con la stessa dedizione con cui ero stato figlio e fratello: senza proclami, ma con costanza. E diventai anche cognato, ruolo sottovalutato ma delicato, fatto di sorrisi diplomatici e complicità improvvise.

Non ho potuto diventare padre. La vita, a volte, scrive capitoli che non avevi previsto. Ci furono giorni in cui il silenzio della casa sembrava più grande del necessario. Ma non ne feci  mai della mancanza un rancore. Trasformai quel vuoto in spazio, uno spazio per esserci ancora di più, per essere zio due volte, tre volte, mille volte. Per diventare il rifugio dei segreti adolescenziali, il complice delle marachelle, il distributore ufficiale di consigli non richiesti.

I nipoti crebbero, arrivarono anche i pronipoti, minuscoli e profumati di talco, con gli occhi spalancati sul futuro, io li guardavo e, dentro, sentivo una specie di eco dolce. Non sarei potuto diventato nonno, no, ma avevo già imparato che i titoli contano meno delle presenze.

Una sera, seduto accanto a mia moglie, con la televisione accesa ma l’audio basso, pensai che se qualcuno mi avesse offerto di ricominciare tutto da capo, con la possibilità di cambiare qualcosa, gli avrei risposto di no. Niente correzioni, niente riscritture.

Perché ero stato figlio amato, fratello imperfetto ma leale, felicemente Zio, marito innamorato, cognato affidabile, ma soprattutto, pienamente soddisfatto della vita vissuta.

La mia non è stata una vita da copertina, non ci sono stati titoli altisonanti né imprese memorabili, ma tante risate a tavola, abbracci improvvisi, mani intrecciate nel buio, e a ben guardare, questa è stata già una storia romantica, un po’ semiseria, certo, perché senza un po’ di ironia non si va lontano, ma profondamente e ostinatamente piacevole.

 

C’ERA UNA VOLTA IL FESTIVAL DI SANREMO

Anzi no… c’è ancora, ma nessuno lo guarda.

L’amico, per esempio, ogni anno dichiara con orgoglio, “Io? Sanremo? Ma per favore, ho di meglio da fare.”

Poi però il lunedì mattina arrivava in ufficio e, mentre accendeva il computer che tanto non avrebbe usato prima del terzo caffè, esordiva così, “Comunque oh… la canzone della tipa vestita da evidenziatore non era male”, ma scusa, allora lo guardi? Chiede la collega, “no no, figurati. Ho solo visto un pezzo mentre cercavo il telecomando”, “Un pezzo?”, un pezzo che casualmente includeva… tutte le esibizioni, i monologhi, le polemiche, la classifica provvisoria, e il litigio su Twitter tra due che fino al giorno prima nessuno sapeva esistessero.

Al bar sotto l’ufficio, la situazione era ancora più grave.

“Io non lo seguo” diceva Tizio, sorseggiando il cappuccino, però è uno scandalo che sia arrivato terzo.

Terzo chi? chiedeva Caio, quello con il cappotto lungo, erano in dodici col cappotto lungo, appunto, una vergogna.

A casa, la zia Maria era categorica, “Io lo guardo solo per le canzoni”, (mica vero), guardava per criticare i vestiti, ma hai visto quella con le piume? Era il direttore d’orchestra, zia, eh ma oggi si vestono tutti strani.

Il culmine arrivava il sabato sera.

Tutti dichiaravano… “Io non voto”, ma misteriosamente il televoto raggiungeva cifre degne di un’elezione nazionale.

Io non voto, diceva Paolo, mentre digitava 3-3-3-3-3-3, e a chi gli chiedeva “che fai?”, sto scrivendo a mia madre.

Il giorno dopo, la frase più pronunciata in Italia era… “Non lo guardo, però…”

E dopo quel “però” usciva… un’analisi musicale, un giudizio estetico, una critica sociale e una teoria del complotto sulla giuria.

Alla fine, nessuno lo aveva visto, eppure tutti sapevano tutto, le canzoni, gli scandali, le stecche, le lacrime, Il vestito “iconico”, il momento “cringe”, il vincitore “immeritato”.

Sanremo non è un programma, ma un’esperienza mistica collettiva come il meteo,

nessuno ci crede davvero, ma tutti ne parlano.

E così, anche quest’anno, milioni di italiani non lo hanno guardato… con grande attenzione.

 

QUELLA FINESTRA IN FIORE

Franco aveva smesso di chiedere quanto tempo restasse.

Aveva capito che il tempo, a un certo punto, smette di essere una quantità e diventa un suono.

Il ronzio della flebo, il fruscio delle lenzuola, il passo leggero dell’infermiera che entrava cercando di non disturbare qualcosa che ormai non poteva più essere disturbato.

Il mondo si era ristretto… Non c’erano più stagioni, solo mattine stanche e sere troppo lunghe.

Sul muro di fronte al letto c’era una crepa sottile. Franco la guardava ogni giorno, come se potesse allargarsi abbastanza da lasciarlo scappare via.

Non dal dolore, quello ormai era diventato un compagno silenzioso, ma da quella lenta sparizione.

Perché non si muore in un solo momento, si muore quando smetti di progettare l’estate.

Quando non compri più scarpe nuove perché “tanto a che serve”.

Quando inizi a regalare le tue cose dicendo che non ti servono più.

Si muore quando gli altri iniziano a parlarti piano.

Sua figlia, la piccola, lo faceva.

Entrava con un sorriso che non le apparteneva più, portando cose che lui non riusciva nemmeno a vedere.

«Te lo lascio qui», diceva puntualmente.

E Franco annuiva, fingendo che il gesto non fosse una piccola bugia condivisa… Non erano per lui.

Erano per l’idea che lui sarebbe rimasto sempre con loro.

Una sera le chiese:

«Il geranio… è fiorito?»

Lei si fermò.

«Sì», rispose dopo un attimo. «È pieno.»

Franco chiuse gli occhi, e capì che non lo avrebbe più visto.

Non avrebbe più sentito quell’odore che arrivava nelle notti d’estate, quando il caldo rendeva l’aria immobile e il tempo sembrava infinito.

Il male non gli stava portando via solo la vita, gli stava rubando il futuro nella sua semplicità, le cose minuscole, tipo, il rumore della moka il mattino, le partite a carte, il gesto automatico di chiudere la porta a chiave la sera.

Stava diventando assenza prima ancora di andarsene.

Lei gli prese la mano, «Papà…», era la prima volta che lo chiamava così da giorni.

Di solito diceva solo “Franco”, come se il nome fosse più facile da lasciare andare.

«Non devi restare forte», sussurrò lui.

Lei abbassò lo sguardo, «Io non lo sono»

Fuori, qualcuno stendeva i panni, un motorino passò, una televisione lontana rideva.

La vita continuava con una crudeltà inesorabile.

Franco pensò a tutte le volte in cui aveva creduto che ci sarebbe stato sempre tempo, tempo per sistemare il garage, tempo per dire “scusa”, tempo per insegnare alla figlia a guidare meglio.

Il tempo invece era finito senza fare rumore.

«Quando torni a casa…» disse piano, «apri la finestra la sera.»

Lei annuì, ma già piangeva.

«Così entra l’odore del geranio in fiore»

Non disse “per ricordarmi”, non disse “per me”, non serviva.

Quando Lei uscì dalla stanza, il silenzio tornò a sedersi accanto al letto.

Franco guardò ancora la crepa nel muro, gli sembrò più lunga.

Poi chiuse gli occhi, non per dormire, ma per smettere di vedere un mondo che avrebbe continuato senza accorgersi della sua mancanza.

E per la prima volta capì… Non era la morte la parte più malinconica.

Era tutto ciò che sarebbe rimasto vivo senza la sua presenza.

 

PASSEGGIANDO E SOGNANDO NEI VIALI DELLA CITTADELLA

A volte mi succede di camminare lungo le storiche stradine della Cittadella, a Ferrandina, e immaginare storie medioevali che probabilmente hanno interessato proprio questi viali, e mi piace camminare e immedesimarmi nel magico scenario storico dell’antico rione primo agglomerato urbano cittadino…  

… Nel mezzo del cammin di Ferrandina, quando le pietre parlavano ancora la lingua degli avi e il vento portava odore di legna e ferro battuto, la Cittadella si destava sotto un cielo color pergamena.

Era il cuore del XV secolo, e tra le sue mura, prime nate, prime difese, prime vissute, la vita scorreva come un fiume silenzioso tra archi, muretti in pietra e vicoli stretti.

Quella sera, però, non era una sera qualunque.

Le torce tremavano lungo le mura e un mormorio attraversava le case addossate l’una all’altra come confratelli in preghiera. Il popolo sapeva, il Re e la Regina camminavano tra loro.

Federico d’Aragona, il Re, avanzava con passo lento, non come conquistatore ma come custode. Al suo fianco, Isabella del Balzo, sua consorte, avvolta in un manto scuro, osservava ogni pietra come se volesse impararne la memoria.

Non vi erano trombe, non vi erano proclami… solo passi.

Attraversarono la Porta antica, dove le sentinelle abbassarono il capo. Le case della Cittadella sembravano stringersi attorno a loro, come a proteggere un segreto.

«Vedi, mia Regina,» disse Federico, sfiorando il muro ruvido di una dimora, «qui nasce il futuro. Non nei palazzi gentilizi, ma nelle strade dove il pane viene spezzato tra le mani callose di vecchi contadini segnati dal duro lavoro.»

Isabella sorrise appena.

Dalle finestre, occhi curiosi. Dai vicoli, bambini scalzi. Un fabbro si fermò con il martello sospeso, una donna lasciò cadere il filo dal telaio, quel filo prezioso che nei secoli successivi divenne il simbolo cittadino chiamato “Felandina” che divenne noto in tutto il mondo come il miglior filato.

La passeggiata divenne pellegrinaggio.

Salirono verso la chiesetta primitiva di Santa Chiara, dove il silenzio era più antico delle mura stesse. Le pietre portavano ancora i segni dei primi coloni, di mani che avevano costruito rifugio e speranza.

«Questa è la vera corona,» sussurrò Isabella, guardando le case addossate come fratelli in armi.

Il vento passò tra le mura della torre bassa del Convento delle Clarisse, e le strade tortuose, portando con sé l’eco di tempi remoti.

E mentre il Re e la Regina scendevano lungo Calata San Domenico, tra il loro Convento e Chiesa, notarono la maestosità della Cupola maiolicata elevandola a loro fregio regale. Ferrandina non era più solo un agglomerato di pietre, bensì un agglomerato storico di Chiese, Conventi e Palazzi Gentilizi.

Era promessa, era presidio e diventò destino.

E mentre si dirigevano verso la loro dimora presso il Castello/Fortezza di Uggiano poco fuori il centro abitato, quella stessa notte, nella Cittadella, si disse che i sovrani non avevano camminato sopra la terra…

…ma dentro la sua memoria.

 

LA MIA VITA TRAMANDATA NELL’ANTICA ROMA

Nell’antica Roma, quando ancora le strade non portavano il mio nome ma solo la polvere dei passi degli uomini che volevano dominare sugli altri, nacqui con un’anima che non sapeva piegarsi.

Dicevano che l’ira funesta del Pelide Achille fosse la più terribile tra quelle narrate dai poeti… ma io, fin da ragazzo, non avevo mai temuto l’ira degli uomini.

I prepotenti li riconoscevo subito.

Erano nei vicoli del Suburra, tra i figli dei patrizi che scendevano tra il popolo solo per umiliare. Erano nei mercati, tra mercanti che schiacciavano i deboli con il peso delle monete. Erano nei campi d’addestramento, tra giovani che confondevano la forza con il diritto di comandare.

Arroganti, presuntuosi, egoisti.

E ogni volta che li affrontavo… qualcosa si accendeva dentro di me.

Non era rabbia cieca… Era giustizia.

Ricordo ancora la prima volta.

Avevo appena dodici anni quando un figlio di senatore colpì un vecchio schiavo solo per avergli intralciato il passo. Nessuno parlò. Nessuno si mosse… Io sì.

Mi misi davanti a lui, non avevo né il suo nome, né la sua ricchezza, né la sua protezione.

Avevo solo il coraggio.

Quando mi guardò con disprezzo, capii che in quel momento non ero più un ragazzo.

E quando lo affrontai, sentii scorrere nelle vene la stessa calma feroce di un generale sul campo.

Più tardi, negli anni, molti mi dissero che in quei momenti assomigliavo a Massimo Decimo Meridio (Il Gladiatore), non perché cercassi la gloria, ma perché combattevo senza odio.

Combattevo perché qualcuno doveva farlo.

Nell’arena della vita romana non sempre c’erano spade. A volte bastava uno sguardo, una parola, un passo avanti quando tutti gli altri indietreggiavano.

Crescendo, affrontai ufficiali corrotti, padroni crudeli, soldati che abusavano del loro potere, ed ogni volta mi dicevano… “Impara a stare al tuo posto”, ma il mio posto non era dietro, il mio posto era davanti.

Non per comandare, ma per resistere.

E così, tra marmi, sabbia e sangue, divenni ciò che Roma teme più di ogni barbaro alle porte, un uomo che non si piega, non agli dei, non alla paura, né tanto meno agli uomini.

Poi purtroppo improvvisamente la sveglia mi riporta alla realtà, una realtà che purtroppo assomiglia molto al sogno, quella che ti porterebbe a vestirti con armatura, elmetto e scudo, pronto per affrontare le vicende di vita reale, tra arroganti, presuntuosi, prepotenti e maleducati.

mercoledì 25 marzo 2026

 

“I HAVE A DREAM…” (IO HO UN SOGNO)  MARTIN LUTHER KING JR.

Lo dicevo già da piccolo.

Non sapevo bene quale fosse il sogno, ma, mi suonava importante.

“I have a dream.”

Detto mentre stavo mangiando un panino, mentre evitavo i compiti o fissando il vuoto pensando

“Ma se oggi non faccio niente, si noterà?”

Non ero uno di quei bambini prodigio, non costruivo robot, non suonavo Mozart, non parlavo tre lingue.

Ma aveva un dono raro… procrastinare con visione strategica.

Non rimandavo a caso, rimandavo con metodo.

A 16 anni volevo diventare ricco, ma senza stress, possibilmente senza svegliarsi presto.

A 20 anni avevo già avuto, 4 idee rivoluzionarie, 2 “progetti seri” e 1 momento in cui ho detto…

“Ragà, secondo me ho capito tutto”, bene… non aveva capito niente, ma l’energia era giusta.

Tra i 25 e i 30 entro nella famosa fase… “Ora faccio sul serio.”

Compro un’agenda e scrivo obiettivi a caso, usando parole come… mindset (come affrontare le sfide della vita), sinergia, ottimizzazione del tempo.

Poi il giorno dopo invece, mi sveglio tardi, apro il frigo, e decido che la vera ottimizzazione è rimandare a domani.

E mentre la vita arriva inesorabilmente, non con effetti speciali, ma con email, riunioni inutili con gente che dice “facciamo un call veloce” che dura 1 ora e 40, (gergo per me incomprensibile)

Intanto sviluppo nuove competenze, annuisco in modo professionale, dico “ci lavoriamo” senza sapere su cosa, sembrare impegnato mentre penso alla cena.

Col tempo il sogno cambia, non è più… “Voglio conquistare il mondo”, bensì… “Voglio non impazzire.”

E piano piano, imparo, sbaglio, mi rialzo e capisco cose tipo, la gente che sa cosa fa… spesso non sa cosa fa,

il caos organizzato paga, la sicurezza è metà competenza e metà faccia tosta.

E poi, un giorno, succede, senza colpo ferire. senza slow motion.

Senza che me ne rendessi conto, mi ritrovo… Dirigente di un’azienda che fattura 2 milioni di euro a settimana, unica reazione… “WOW, ce l’ho fatta”, “Ma… quindi adesso devo decidere io?”.

E così mi resi conto di vivere il sogno tanto desiderato sin da piccolo, gestivo numeri enormi, Prendevo decisioni serie, facevo riunioni dove si usano frasi tipo, “Allineiamoci sugli obiettivi strategici”, ma dentro di me… c’era ancora quello che alle 2:17 di notte guardava il soffitto e pensava… “Speriamo che domani non mi chiedano cose troppo difficili.”

“I have a dream”, dicevo, e alla fine si è realizzato, dimostrando che per realizzare una cosa importante, non c’è bisogno di avere tutto chiaro in mente, non devi essere perfetto, basta andare avanti abbastanza a lungo… e ogni tanto fare finta di sapere cosa stai facendo…  il resto, col tempo, viene da sé!!!

 

QUANDO ERO GIOVANE

Quando ero giovane, l’età era un numero. Adesso è un inventario.

Una volta mi alzavo dal letto con l’eleganza di una molla svizzera. Ora mi alzo come un file che si apre su un computer vecchio: prima le ginocchia fanno buffering, poi la schiena carica il sistema operativo, e infine il collo chiede se sono sicuro di voler continuare.

Ma la verità è che, con l’età, non diventano importanti le grandi cose.

Diventano fondamentali i dettagli.

Per esempio:

Una volta uscivo di casa e basta.

Adesso esco di casa e torno indietro tre volte:

– per gli occhiali,

– per il telefono,

– per capire se ho già preso gli occhiali.

Ho sviluppato una relazione intensa con le sedie. Non più per sedermi: per alzarmi. Le sedie sono diventate collaboratrici. Alcune sono affidabili, altre traditrici. Il divano basso, per esempio, è chiaramente contro di me.

Poi ci sono i rumori.

Una volta i rumori venivano dal mondo.

Adesso vengono da me.

Scricchiolii.

Scatti.

Un “tac” misterioso quando mi piego.

Non so cosa sia, ma so che non c’era nel 1994.

E le luci. Ah, le luci.

Da giovane creavo atmosfera con la penombra.

Ora accendo tutto, come un interrogatorio.

Perché leggere senza luce è diventato uno sport estremo.

Ma la cosa più sorprendente è che i dettagli non sono solo fisici.

Sono emotivi.

Una volta mi servivano viaggi, eventi, rivoluzioni interiori.

Adesso mi basta:

– una camicia calda appena stirata,

– il caffè bevuto senza fretta,

– trovare parcheggio senza dover fare manovre da documentario.

E c’è una malinconia leggera in tutto questo.

Non quella tragica, no.

Quella che ti fa sorridere mentre sospiri.

Come quando trovi una vecchia giacca e in tasca c’è ancora un biglietto del cinema. Non ricordi il film, ma ricordi la sensazione di quella sera.

E capisci che la vita, alla fine, non è fatta di grandi momenti.

È fatta di piccoli trionfi:

Alzarsi senza dire “ahia”.

Ricordarsi perché sei entrato in cucina.

E scoprire che gli occhiali… li avevi già in testa.

E in quel momento ridi.

Piano.

Per non farti male alla schiena.

 

LA PROMESSA FATTA IN SILENZIO

Una promessa fatta non davanti a un altare, né sotto un cielo stellato, ma in quella stanza troppo bianca dove il tempo si era fermato insieme al respiro di nostra Madre. Eravamo rimasti in tre, stretti come superstiti dopo un naufragio, e senza bisogno di dirlo avevamo capito che da quel momento in poi il nostro destino sarebbe stato uno solo.

Ritrovarla… ma insieme.

Era stato il nostro modo di sopravvivere.

Prima ancora c’era stato nostro Padre, strappato via troppo presto, quando eravamo troppo giovani per capire davvero cosa fosse la morte e troppo grandi per non sentirne il vuoto.

Anche allora eravamo rimasti in tre, tre piccoli bimbi seduti a tavola, tre voci a riempire i silenzi, tre ombre che si allungavano nelle stesse direzioni.

Poi, dopo qualche anno, ci tocca vivere anche la seconda perdita che ci aveva scavato ancora più a fondo.

Con nostra Madre se n’era andato il centro del mondo, il punto fermo, la casa anche quando eravamo lontani. E noi, ancora una volta, avevamo resistito perché eravamo insieme.

Noi tre… sempre uniti.

Ci eravamo detti, con ostinazione, con rabbia, con paura, che un giorno l’avremmo riabbracciata. Ma non da soli. Non uno alla volta. Sarebbe stato un viaggio comune, come tutto il resto.

Era una promessa fragile, forse infantile, ma ci teneva in piedi… fino ad oggi.

Oggi invece hai deciso di andartene prima… senza avvisare… senza aspettare… senza chiedere.

Come se la promessa fosse solo un pensiero passeggero. Come se il dolore condiviso non fosse stato il nostro patto più sacro.

Ci hai voluto precedere egoisticamente, prepotentemente, con presunzione.

E ora l’immagine che ci lacera è quella di, Voi due, insieme, tu e Lei, riuniti in un abbraccio che avevamo immaginato per tutti e tre. Ti vediamo accanto a Lei, immerso in quella pace che noi possiamo solo intuire, e questa visione non consola… ferisce.

Perché non doveva essere così… non era il momento.

Eravamo in tre quando abbiamo imparato a vivere senza nostro Padre.

Eravamo in tre anche quando abbiamo imparato a sopravvivere senza nostra Madre.

E ora siamo rimasti in due, a fare i conti con un’assenza che pesa più di tutte le altre.

Ci hai lasciati indietro.

E l’attesa, che un tempo era una promessa condivisa, è diventata una solitudine.

Adesso non aspettiamo più solo Lei… adesso aspettiamo anche te.

E il pensiero che vi siate ritrovati senza di noi non è una consolazione, ma una ferita lenta, malinconica, che ci accompagna ogni giorno, come un posto vuoto a tavola che nessuno potrà mai riempire.

 E la promessa?... quella fatta fra tre piccoli fratelli lacerati dal dolore per la perdita Paterna e successivamente anche di quella Materna?... di non separarci più per tutta la nostra vita?... persa anche quella, come il peggiore di tutti i lutti, ora ci ritroviamo in due a raccogliere i cocci di una vita fatta di bei ricordi di tre sfortunati fratelli, oggi ancora una volta… orfani.

 

L’ULTIMO INVERNO DI UN FRATELLO MAGGIORE

Ci sono addii che arrivano in silenzio, come la neve quando cade di notte. Non fanno rumore, non chiedono permesso. Si posano piano sulle cose che ami e, al mattino, il mondo è cambiato.

Un fratello maggiore dovrebbe essere il  primo eroe. Non quello perfetto delle storie, ma quello vero: con le tasche piene di sogni sgualciti, le ginocchia sbucciate e una risata capace di far tremare le stanze. Dovrebbe insegnare a non avere paura del buio, anche quando sei il primo a sentirlo addosso.

Poi è arrivato il tempo in cui le mani hanno iniziato a tremare.

La malattia non ha bussato,  ha sfondato la porta come un vento freddo, portandosi via i suoi passi lunghi, la sua voce piena, i progetti, restavo pensieroso  ed immaginavo di parlargli del mio futuro come si parla a un bambino: inventando colori che non vedevo più.

C’erano sere in cui ci pensavo, con quella nostalgia stanca che solo chi sta soffrendo possiede. In quegli istanti, sembrava che il ricordo diventasse una cosa semplice: stargli vicino, pur non potendo, come il tempo si ritirava, come il mare quando lascia la riva.

Abbiamo parlato poco alla fine, la vita a volte ci gioca brutti scherzi, e ti rendi conto che la fine si vede negli occhi di chi smette di lottare contro il male.

L’aria era fredda stanotte, ma lui ha respirato come se fosse primavera… per l’ultima volta

“Così ricorderò il profumo del mondo,” avrà pensato.

Avrei voluto dirgli che il mondo, per un certo periodo, era lui. Che ogni mia strada iniziava dal suono dei suoi passi davanti ai miei. Che senza di lui sarei stato sempre un fratello minore, anche nel silenzio.

Se n’è andato, e non c’è stato alcun rumore. Solo quella quiete irreale che resta dopo una tempesta.

Ora vivo tra i ricordi lontani,  una frase lasciata a metà, una fotografia che non osa sbiadire. E dentro di me cresce un sentimento diverso,  non più fatto di presenza, ma di assenza luminosa immaginaria.

Perché un fratello non muore davvero, resta sempre nel ricordo infantile di chi resta.

Diventa la voce eterna quando tutto sembra finire.

Diventa il coraggio che non sapevamo di avere.

Diventa, per sempre, il nostro più grande errore mai commesso, quello di esserci persi per troppo tempo.

E ogni inverno, quando l’aria diventerà pungente e il cielo si farà troppo grande, aprirò la finestra.

Perché lui possa ancora respirare  insieme a tutti quelli che gli hanno voluto bene.

 

TANTO PER PRECISARE…

Informo i lettori che i miei scritti sono frutto di studi approfonditi e ricerche certosine su documenti storici di archivi di Stato e del Catasto Onciario di Napoli, le notizie storiche prelevate da antichi testi ormai dimenticati e lasciati impolverare in scaffali compromessi dalla stabilità, le notizie storiche sono reali, come anche alcune leggente riportate da voci metropolitane, altre invece frutto della mia fantasiosa memoria storica millenaria, per invogliare la curiosità e la lettura anche ai meno interessati, e nello stesso tempo dare nozioni di storia antica locale, per informare, promuovere e divulgare ricchezze storico/artistiche/monumentali di una cittadina poco valorizzata e poco riconosciuta nel Mondo del Patrimonio Culturale e Storico Italiano, Europeo, Mondiale, e in attesa di riconoscimenti ufficiali, che presto o tardi arriveranno, e ve lo garantisco, continuerò fino all’ultimo dei miei giorni, a pubblicare storie e leggende della città di Ferrandina… degna provincia della Capitale Europea e Mediterranea della Cultura e del Dialogo.

n.b. Presto tutte le storie verranno raccolte e pubblicate in un singolo libro e sarà disponibile a chiunque vorrà acquistarlo e conservarlo come patrimonio culturale personale.

Enzo Scasciamacchia

domenica 1 marzo 2026

 

ATTACCO DI USA E ISRAELE ALL’IRAN

COME SIAMO ARRIVATI FIN QUI

Quali sono le motivazioni dell'escalation e cosa aspettarsi ora a livello regionale e internazionale

Focus Medio Oriente e Nord Africa · Relazioni Transatlantiche

Stati Uniti e Israele hanno avviato una vasta offensiva congiunta contro l’Iran. L’operazione, chiamata “Ruggito del Leone” e preparata da tempo, è scattata in mattinata e – secondo fonti israeliane – dovrebbe protrarsi per almeno quattro giorni. L’azione avrebbe dimensioni e intensità superiori rispetto all’attacco condotto a giugno dall’amministrazione Trump contro siti nucleari, poiché questa volta nel mirino ci sarebbero Teheran e varie città e aree del Paese. Tra i possibili obiettivi figurerebbe anche la guida suprema Ali Khamenei, che però, secondo fonti iraniane, sarebbe stato trasferito in un luogo protetto. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che si tratta di “un’azione preventiva” volta a neutralizzare le minacce contro Israele, proclamando lo “stato di emergenza immediato” e ipotizzando una possibile reazione da parte di Teheran. Il presidente statunitense, Donald Trump, ha confermato l’operazione, sostenendo che sia necessaria per tutelare i cittadini americani. Secondo Trump, l’Iran avrebbe tentato di espandere il proprio programma nucleare: “Non ci riusciranno mai”, ha affermato, ribadendo che Teheran avrebbe respinto ogni proposta di accordo nei round di colloqui che si sono tenuti nelle ultime settimane. L’offensiva, stando alle prime ricostruzioni, si starebbe sviluppando sia via mare che via terra. Il New York Times riferisce che sarebbero in corso numerosi attacchi americani condotti da velivoli decollati da basi in Medio Oriente o da portaerei. Teheran ha già annunciato una controffensiva contro Israele e le basi USA in Medio Oriente e le sirene hanno già iniziato a risuonare in varie località dello stato ebraico. Con lo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, e il coinvolgimento di Israele, il Paese vive in un clima di tensione diffusa e incertezza, in cui l’attenzione si sposta rapidamente dalle notizie dell’attacco alle sue possibili conseguenze.

Il contesto

L’attacco statunitense arriva in una fase in cui l’Iran si presenta già indebolito, sia sul piano interno che su quello regionale, e in cui anche la postura americana nella regione si è fatta più assertiva. Nelle ultime settimane, le proteste interne – inizialmente di matrice economica – hanno messo sotto pressione l’apparato di sicurezza iraniano, sempre più concentrato sul controllo del fronte domestico. Già dopo il 7 ottobre, l’Iran si trovava in una fase di crescente esposizione e sotto una rinnovata pressione internazionale, in un contesto di indebolimento economico e regionale. Le proteste interne e la repressione che ne è seguita hanno contribuito a riportare Teheran al centro dell’attenzione internazionale, rafforzando il livello di scrutinio politico e diplomatico sul Paese. A partire dal 7 ottobre, l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente ha modificato gli equilibri regionali e ha portato a un rafforzamento della presenza e dell’attenzione statunitense, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati. È nell’intreccio tra un Iran internamente sotto stress, una postura regionale meno solida e un ruolo americano più diretto che si è creato il contesto in cui l’attacco ha potuto prendere forma.

Carovita: l’origine delle proteste

A partire dalla fine di dicembre 2025, l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal carovita e dalla rapida svalutazione del rial, che tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 ha toccato nuovi minimi storici sul mercato parallelo, erodendo il potere d’acquisto e colpendo in modo particolare le fasce urbane e commerciali. Le prime mobilitazioni sono emerse nei bazar e nei grandi centri urbani, con scioperi e chiusure di negozi legati all’aumento dei prezzi dei beni essenziali. Nel giro di pochi giorni, tuttavia, le proteste hanno progressivamente cambiato natura, spostandosi da rivendicazioni economiche a una contestazione politica più ampia, con slogan diretti contro la leadership della Repubblica islamica e contro il sistema di potere che la sostiene.

Dopo un iniziale parvenza di cooptazione e dialogo, la risposta delle autorità è stata caratterizzata da una repressione estesa, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un blackout delle comunicazioni che è durato per quasi tre settimane. In questo contesto, tra gennaio e febbraio 2026, la crisi interna iraniana ha iniziato a produrre effetti anche sul piano internazionale. Donald Trump ha inizialmente minacciato un intervento militare come risposta alla repressione delle proteste, collegando la violenza contro i manifestanti alla possibilità di un’azione armata statunitense. Con il protrarsi delle mobilitazioni e il consolidarsi dello scontro interno, la linea della Casa Bianca ha però cambiato il suo approccio: la prospettiva di un attacco è stata quindi utilizzata come strumento di pressione per spingere Teheran a riaprire il dossier sul programma nucleare iraniano e ad accettare nuovi colloqui che portino allo smantellamento del programma di Teheran ma che l’Iran vuole in qualche modo mantenere. In questo quadro, l’instabilità interna è diventata una variabile della strategia esterna, intrecciando protesta sociale, repressione e negoziato nucleare.

Proteste, repressione e shutdown

La risposta delle autorità iraniane alle proteste è stata segnata fin dall’inizio da una repressione sistematica, con arresti di massa, uso della forza contro i manifestanti e un ricorso crescente agli internet shutdown come strumento di controllo. A partire dall’8 gennaio 2026, dopo circa dieci giorni di mobilitazioni iniziate a fine dicembre, il governo ha imposto un blackout quasi totale della rete, protrattosi per oltre venti giorni, con accessi solo intermittenti e fortemente limitati, rendendo più difficile documentare quanto accadeva nelle strade e coordinare le proteste su scala nazionale. Allo stesso tempo, il sistema di potere iraniano ha mostrato una capacità di tenuta già vista in crisi precedenti, fondata su una struttura altamente centralizzata e su un apparato di sicurezza coeso, in particolare le Guardie della Rivoluzione (IRGC) e i servizi di intelligence, rimasti leali alla leadership. L’assenza di una leadership unitaria delle proteste, la frammentazione territoriale del Paese e il controllo dell’informazione hanno limitato la possibilità di trasformare una mobilitazione ampia ma discontinua in una sfida politica organizzata. In questo quadro, il regime ha potuto adottare una strategia di contenimento selettivo – repressione mirata, arresti preventivi e deterrenza – evitando concessioni politiche sostanziali ma anche un collasso immediato, confermando quanto sia difficile, in Iran, tradurre una protesta sociale diffusa in un cambio di potere rapido.

Lo scontro con Israele e USA

L’attacco all’Iran non è una prima assoluta. A giugno del 2025, per la prima volta nella storia, le forze aeree americane hanno bombardato alcune infrastrutture legate al programma nucleare iraniano. Nei giorni precedenti si era consumata quella che Trump ha ribattezzato “Guerra dei 12 giorni”, un confronto militare tra Israele e Iran, iniziato la notte tra il 12 e il 13 giugno con una serie di raid israeliani contro obiettivi della Repubblica islamica. Si è trattato del primo scontro diretto e ad alta intensità tra i due paesi. Il governo di Benjamin Netanyahu aveva annunciato la campagna aerea contro l’Iran come un’operazione a scopo preventivo, pensata per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. In quell’occasione, se da un lato Trump ha assecondato Israele ordinando il bombardamento ad alta profondità del sito nucleare di Fordow, dall’altro ha imposto a Netanyahu il cessate il fuoco immediato, rimandando quella che alcuni descrivevano come una possibile “spallata finale” alla Repubblica islamica.

Una crisi che viene da lontano

L’escalation del giugno 2025 è stata certamente il primo scontro ad alta intensità fra Teheran e Tel Aviv – con l’inedito coinvolgimento diretto degli USA – ma già nei mesi precedenti Israele e Iran si erano scontrati militarmente sia in modo diretto che indiretto. In particolare, ad aprile e a ottobre del 2024 c’erano già state due gravi escalation – con lanci di droni e missili in entrambe le direzioni e raid aerei israeliani contro la Repubblica islamica – ma l’origine di quest’ultima spirale di tensione risale addirittura ai fatti del 7 ottobre 2023. A seguito dell’attacco di Hamas a Israele, infatti, la guerra ha coinvolto i vari attori del cosiddetto “Asse della resistenza” guidato dall’Iran, come il partito-milizia libanese Hezbollah, il movimento Houthi in Yemen e altre milizie sciite nella regione. Il conflitto, complici l’indebolimento del “Partito di Dio” libanese e la caduta di Bashar al-Assad in Siria, ha notevolmente ridimensionato questo sistema regionale, considerato il principale elemento di deterrenza della Repubblica islamica, insieme al programma missilistico.

Il ruolo di Washington

Gli Stati Uniti considerano l’Iran come una potenza ostile sin dalla rivoluzione del 1979, dopo la quale nacque la Repubblica islamica. Gli interessi statunitensi in Medio Oriente, e in particolare nel Golfo, ruotano storicamente attorno a sicurezza energetica e tutela degli alleati, soprattutto Israele e le monarchie del Golfo. Il Golfo Persico, dove si concentra una buona parte dello spiegamento militare americano nella regione, è cruciale perché ospita risorse energetiche vitali e snodi marittimi strategici come lo Stretto di Hormuz. Nei decenni gli USA hanno adottato con l’Iran una politica oscillante tra confronto e apertura. Da un lato, hanno spesso perseguito il contenimento e l’indebolimento del regime (sanzioni, isolamento diplomatico, pressione militare indiretta), temendone l’ideologia antioccidentale e l’influenza regionale. Dall’altro, in alcuni momenti – soprattutto attorno al dossier nucleare – hanno cercato canali di dialogo che portarono all’accordo del 2015 (JCPOA), visto come un tentativo di integrare l’Iran in un quadro negoziale, limitandone le ambizioni nucleari in cambio dell’allentamento della morsa sanzionatoria occidentale contro la Repubblica islamica.

Il dossier nucleare

Proprio il dossier nucleare torna spesso al centro del dibattito sull’Iran, come avvenuto in tutte le crisi degli ultimi tre anni. Fino ai bombardamenti statunitensi dello scorso giugno l’approdo di Teheran all’atomica veniva periodicamente dato per prossimo dalle autorità israeliane e ridimensionato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Tuttavia, con l’indebolimento dell’Asse della resistenza, non è da escludere che le autorità iraniane – o perlomeno la frange più oltranziste dell’élite dirigente –possano considerare di ripristinare il programma nucleare e tornino a vedere nell’atomica l’unico modo per ripristinare una qualche forma di deterrenza, soprattutto verso l’unico paese della regione a possederla, Israele, che insieme agli americani ha colpito duramente e in profondità il territorio iraniano.