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sabato 30 marzo 2019

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La Prima

L'Articolo


Antonio Persio

II° Parte

Con il trasferimento a Roma, a seguito della rinuncia alla pieve patavina e di un breve periodo di studio tra Bologna e Pisa, ebbe invece inizio per Persio una nuova stagione creativa. Al servizio prima dei Caetani, poi dell’antico allievo Lelio Orsini – per il quale compì, nel biennio 1593-94, un viaggio a Firenze, città dalla quale inviò, a un destinatario ignoto, una lettera a proposito della polemica sul genere tragicomico (Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., D.481 inf., c. 402) – e infine dei Cesi, egli scrisse tre opere di grande rilevanza: il De recta ratione philosophandi – testo di argomento logico, del quale è noto soltanto l’indice, pervenuto tramite l’Index capitum librorum Antonii Persii Lyncei Materani Civ. Rom. I.V.C. philosophi theologi praestantissimi. De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris, redatto dopo la sua morte da Giovanni Bartolini e pubblicato a Roma nel 1615 presso Giacomo Mascardi, contenente peraltro anche una lista di numerose opere di Persio al momento perdute – il De natura ignis, il cui manoscritto è conservato a Roma, Biblioteca Corsiniana, Arch. Linc., VI-VII, e il Del bever caldo costumato dagli antichi romani, edito a Venezia nel 1593 (G.B. Ciotti). Con quest’ultimo testo Persio si inserì in una vivace querelle che intrecciava a interessi eruditi – cercare di stabilire se i romani fossero soliti mescolare il vino ad acqua calda o fredda – analisi di carattere medico. Sostenere il carattere caldo dell’acqua significava, infatti, appoggiare l’idea telesiana secondo cui l’unico spiritus di cui l’uomo è dotato, la cui caratteristica primaria è il calore, deve assumere, per conservarsi, elementi a sé simili, in netta contrapposizione ai sostenitori della teoria degli umori e della presenza di una pluralità di spiriti che devono essere equilibrati attraverso elementi contrari. Il trattato di Persio, che ebbe il merito di inserire i nuclei tematici del dibattito in una cornice teorica di ampio respiro, rese la disputa ancor più animata: in suo favore intervennero infatti sia Giusto Lipsio sia Tommaso Campanella. Il filosofo fiammingo, fautore del ‘bere caldo’, rispose nel novembre 1603 a una lettera in cui Persio lo informava degli attacchi di cui erano oggetto le sue tesi, palesando il suo sostegno all’opera (G. Lipsio, Epistolarum selectarum centuria quinta, in Id., Opera omnia, II, Anversa 1637, lettera a Persio del 3 novembre 1603, p. 235), e Campanella scrisse un’Apologia pro abbate Persio de calidi potus usu, la cui redazione originaria è andata perduta. Il supporto offerto da Campanella rappresenta l’esito di una profonda comunanza, stabilitasi in questi anni, tra i due filosofi, entrambi legati agli insegnamenti di Telesio e, in ambiente romano, all’Accademia dei Lincei: fu proprio a Persio che Campanella sottopose la sua Apologia pro Telesio contro il medico Andrea Chiocco, smarrita poi da Kaspar Schoppe in Germania nel 1608, nella quale, in accordo con il filosofo materano, egli sosteneva con forza l’unità dello spiritus. Dopo aver ceduto al fratello Domizio il beneficio connesso all’abbazia di S. Maria de Armenis a Matera, concessogli nel 1596, e aver rinunciato al decanato del capitolo metropolitano di Matera, che gli era stato conferito l’anno seguente, Persio tornò a dedicarsi ad argomenti giuridici e scrisse un’opera – rimasta inedita (ad esempio, a Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., Y.37 sup.), ma che ebbe una straordinaria diffusione – a proposito dell’interdetto veneto: il Trattato dei portamenti della signoria di Venezia verso Santa Chiesa e quante volte sia stata scomunicata. Nel 1611 conobbe Galileo Galilei il quale, dopo la sua morte, si interessò al progetto di pubblicazione dei suoi scritti promosso – ma mai portato a compimento – dall’Accademia dei Lincei. Persio morì a Roma il 22 gennaio 1612 nel palazzo del cardinale Cesi in Borgo e venne sepolto nella Chiesa di S. Onofrio. A coronamento di un percorso intellettuale di primo piano giunse, nello stesso anno, l’ascrizione postuma all’Accademia dei Lincei. Il Trattato dell’ingegno dell’huomo, con in appendice Del bever caldo, è edito a cura di L. Artese, con premessa di E. Canone e G. Ernst, Pisa-Roma 1999. Fonti e Bibl.: F. Fiorentino, B. Telesio, ossia studi su l’idea della natura nel Risorgimento italiano, II, Firenze 1814, pp. 358-364; Id., Di un manoscritto di A. P. sulla questione ecclesiastica nel secolo XVII, in Rivista europea, III (1877), pp. 707-712; G. Gabrieli, Notizia della vita e degli scritti di A. P. linceo, in Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filosofiche, s. 6, IX (1933), pp. 471-479; L. Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana, XXI (1940), pp. 431-435; E. Garin, Telesiani minori, in Rivista critica di storia della filosofia, XXVI (1971), pp. 199-204; Id., Nota telesiana: A. P., in Id. La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze 1979, pp. 432-441; L. Artese, A. P. e la diffusione del ramismo in Italia, in Atti e memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere ‘La Colombaria’», XLVI, (1981), pp. 83-116; Id., Una lettera di A. P. al Pinelli, notizie intorno all’edizione del primo tomo delle Discussiones del Patrizi, in Rinascimento, XXXVII, (1986), pp. 339-348; Id., Filosofia telesiana e ramismo in un inedito di A. P., in Giornale critico della filosofia italiana, LXVI (1987), pp. 433-458; E. Garin, Il termine ‘spiritus’ in alcune discussioni fra Quattrocento e Cinquecento, in Id., Umanisti artisti scienziati, studi sul Rinascimento italiano, Roma 1989, pp. 295-303; L. Artese, Il rapporto Parmenide-Telesio dal P. al Maranta, in Giornale critico della filosofia italiana, LXX (1991), pp. 15-34; M. Padula - C. Motta, Antonio e Ascanio Persio, il filosofo e il filologo, Matera 1991; L. Bolzoni, Conoscenza e piacere. L’influenza di Telesio su teorie e pratiche letterarie fra Cinque e Seicento, in Bernardino Telesio e la cultura napoletana, Napoli 1992, pp. 203-239.



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