Matera Capitale

Il quotidiano

mercoledì 23 gennaio 2019

Ancora un articolo sul quotidiano ROMA Cronache Lucane


Artisti transitati da Ferrandina

Gennaro fratello di Antonio Sarnelli autore del dipinto su tela presente nella chiesa del Purgatorio a Ferrandina 
San Vincenzo Ferrer con devota (1734)



I SARNELLI

UNA FAMIGLIA DI PITTORI NAPOLETANI DEL SETTECENTO

Il fratello Gennaro di cui parla il De Dominici è stato studiato a fondo dal Di Furia, il quale è l’autore di un esaustivo articolo saggio sulle pagine di Napoli nobilissima. Grazie alle sue ricerche oggi è possibile attribuire a Gennaro tre dipinti firmati e datati, oltre ad altri su base stilistica, partendo da un quadro dei depositi di Capodimonte, una Sacra Famiglia, attribuita all’artista dal Salazar (forse sulla base di una firma sul retro non più visibile) ed a lungo segnalata negli inventari dal Fiorelli (1873) fino al Migliozzi Monaco del 1899, per scomparire dal De Rinaldis in poi, divenendo “scuola napoletana del XVII secolo (tardo). Il primo dipinto in esame è un’Immacolata Concezione, un piccolo rame (46 – 34), conservato nel museo de la Iglesia di Oviedo, firmata Januarius Sarnelli pinx(it) 1727. La data è la più antica in assoluto e precede la prima di Antonio, 1731, e di Giovanni, 1738. La seconda opera è una pala d’altare di cospicue dimensioni (255 – 215), raffigurante Madonna con Bambino e Santi, posta nella chiesa dell’Assunta di Grotteria, vicino Reggio Calabria, firmata Ianu.us Sarnelli 1730. La tela ripete un motivo compositivo di tipo piramidale che ebbe ampia diffusione nella pittura devozionale settecentesca e venne ripresa anche dal fratello Antonio, dal De Matteis e da Paolo de Majo. Il terzo dipinto si trova nella collegiata di San Martino a Cerreto Sannita, raffigura un’Addolorata ed è firmata e datata come la precedente. Essa ripete pedissequamente un originale del Solimena, conservato a Baranello, vicino Campobasso, nella parrocchiale di San Michele. Come nelle altre occasioni sono presenti piccole varianti, per cui l’artista si ispira a colleghi più quotati, senza mai scadere al ruolo di copista o di falsario. Su base stilistica il Di Furia assegna poi a Gennaro alcune altre tele, in particolare una Madonna con Bambino tra San Gennaro e San Tommaso d’Aquino posta sull’altare della terza cappella sinistra nella chiesa di S. Maria del Monte dei Morti a Cerreto Sannita. Palpabile è la somiglianza con la pala di Grotteria ”la schiumosa corposità delle nubi che accolgono la Vergine e le livide tonalità di colore sullo sfondo dove, a coppie, fanno capolino teste di cherubini, sembrano davvero sottintendere la presenza del medesimo artista”(Di Furia). Simile alla pala calabrese è anche una Madonna con Bambino tra San Pietro Martire e San Giacinto conservata nella chiesa madre di Corigliano d’Otranto, vicino Lecce, firmata Sarnelli 1730, somigliante ai modi di Gennaro, che potrebbe far ipotizzare una partecipazione a tre, prima del 1734, quando il solo cognome intende un’opera di bottega fatta a quattro mani. Un’altra opera attribuibile a Gennaro può essere una Trinità del Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila, proveniente dalla locale chiesa di San Domenico, pubblicata dal Moretti, curatore del catalogo, nel 1967, come di Gaetano Sarnelli, un nuovo nome che compare nella famiglia. Gennaro morirà giovane all’età di 27 anni e viene seppellito il 3 febbraio 1731 nella chiesa di Santa Croce di Palazzo a Napoli.







          






lunedì 21 gennaio 2019

Ancora un articolo con Ferrandina protagonista


Ferrandina Palazzi Gentilizi

L'Articolo

Il Dettaglio


PALAZZO D’AMATO CANTORIO


E’ un grosso edificio signorile risalente al secolo XVIII, il più grande e il più importante della Città di Ferrandina. La costruzione, quasi interamente in mattoni, riccamente decerata con lesene, capitelli e cornici, è a tre piani, l’ultimo, sulla facciata che si apre su Via dei Mille, è rimasto incompiuto. L’ala residenziale del palazzo è quella che affaccia sull’ampio giardino che lo circonda, mentre nella parte rimasta incompiuta, verso Via dei Mille, dovevano essere i locali per la servitù. Le facciate di Palazzo Cantorio sono scandite da lesene verticali in mattoni in triplice ordine sormontate da capitelli in stucco di ordine composito. Al di sopra di questi ultimi, intervallata da una facciata piana, si erge una ricca cornice, costituita da mattoni, sagomati con grande precisione. Due lievi scansioni orizzontali, sempre in mattoni, separano i tre livelli orizzontali. Al livello intermedio si aprono dei balconi con piani a sbalzo sagomati, riquadrati da cornici ad arco in mattoni. Analoghe cornici squadrate ornano le finestre del primo e del terzo livello. Il portale della facciata ovest è costituito da pregevoli formelle in pietra arenaria scolpite a motivi floreali. La scala interna si svolge su rampe alternate, singola e doppia coperte da volte a vela. Nel vano d’ingresso, lateralmente, è visibile un pozzo in pietra dalle pareti costituite da blocchi scolpiti elegantemente, probabile elemento di spglio cinquecentesco. Sui pianerottoli di smonto si aprono porte di caposcala ornate da fregi e cornici in pietra. Le volte che coprono gli ambienti interni, sono prevalentemente a vela lunettate e sono ornate da affreschi centrali riproducenti scene bibliche. Intorno a tali affreschi vi sono decorazioni e fregi costituiti da stucchi bianchi su fondo azzurro. L’attacco tra le pareti degli ambienti e le volte è sottolineato da un’alta cornice. Sul muro che divide il giardino dall’attiguo Convento di Santa Chiara, vi sono dei resti di una costruzione di origine, forse, medioevale; secondo alcuni storici locali, si tratta di un tempietto dedicato poi nel XVI secolo, allo Spirito Santo. Questi resti consistono in un’arco a tutto sesto in pietra da taglio impostato su due tozze colonnine costituite da rocchi di pietra sovrapposti sormontate da capitelli di spoglio, scolpiti a fregi e figure di animali. Nella parte retrostante l’arco, si apre uno stretto varco che dà accesso ad uno spazio aperto confinante con il muro della Chiesa di Santa Chiara.





giovedì 17 gennaio 2019

Ancora un articolo su Ferrandina


Le ricchezze Ferrandinesi continuano...

EX FILANDA E CIMINIERA SCORPIONE

di Enzo Scasciamacchia

Il compendio architettonico denominato ex “Filanda e ciminiera Scorpione”, si colloca al margine nord del centro abitato, originariamente immerso nella campagna, da esso distante circa un chilometro, ed inglobato nel tessuto edilizio successivamente all’espansione urbana degli ultimi cinquant’anni. Fondato verso la metà del secolo XIX da Antonio Scorpione, nato nell’omonimo palazzo nel 1835, ubicato nel centro storico, ed ivi deceduto nel 1900, discendente da una nobile famiglia, trasferitasi dal vicino casale di Uggiano nella nascente Ferrandina dopo il terremoto del 1456, l’immobile rappresenta una delle prime e più qualificate espressioni di archeologia industriale nella Basilicata. L’importanza storica deriva dall’essere stato, in ambito regionale, fra i primi insediamenti civili ad essere alimentato ad energia elettrica in un periodo sicuramente antecedente l’inaugurazione dell’impianto elettrico, realizzato dal medesimo Antonio Scorpione verso la fine dell’ottocento. Le molteplici attività produttive connesse alla lavorazione e trasformazione delle materie prime agricole, provenienti dal territorio, quali il grano, l’ulivo e la canapa, nei locali destinati a mulino, frantoio e filanda, vengono dimesse all’inizio degli anni ’60 dell’ultimo secolo. La nascita del polo produttivo, si collega in primo luogo ai progressi di agricoltura della coltivazione dell’ulivo, quindi del grano e della canapa, in base alla disponibilità di nuovi terreni a seguito dei processi di disboscamento del territorio ed avviene nel periodo caratterizzato dalla cosiddetta “rivoluzione industriale” che superando antiche e lente tecniche di lavorazione delle materie prime, imprime un’accelerata al processo produttivo di lavorazione mediante l’utilizzo di macchinari a vapore per generare energia elettrica. Il luogo prescelto a metà ‘800, sito in zona periferica all’allora centro urbano, collegato a questo da strada carrabile, si caratterizza morfologicamente da declivio collinare geologicamente composto da banchi di sabbia cementata di facile escavazione, dove molto probabilmente preesistevano cavità grottali artificiali (sgrottamenti) che vengono inglobate e quindi connesse alle aule del nuovo fabbricato, addossato al declivio naturale. Le parti ricavate in grotta si sviluppano al di sotto delle particelle catastali n° 851-852-853-854-855, riportate al NCT come terreno incolto produttivo. Il nuovo corpo di fabbrica, attestato lungo l’attuale Via Lanzillotti, sotto il profilo tipologico si compone essenzialmente da cinque ampie aule rettangolari, in parte ricavate in grotta e parte fabbricato sub-divo, alternte a piccoli vani. Sul versante laterale occidentale si colloca un piccolo vano utilizzato quale caldaia sormontato da alta ciminiera ad impianto quadrato apparecchiata con laterizi, per lo scarico dei fumi di combustione prodotti che sovrasta e caratterizza la scena urbana circostante. La cartina muraria della facciata principale è caratterizzata strutturalmente dai filari di laterizi intercalati da corsi regolari di conci lapidei o ciottoli di fiume scialbati da latte di calce nella quale si aprono, in corrispondenza delle aule retrostanti, portali archivoltati e finestre ornate, quest’ultime, da modanature lapidee semplici. La copertura è assicurata da una serie di doppie falde ricoperte da manto di coppi, mentre la pavimentazione interna originaria era in formelle di cotto locale. All’interno di un’aula, inizialmente destinata a frantoio oleario, è possibile notare la presenza di un residuo sistema di travature in legno di castagno, cui si collega una ruota metallica dentellata, alla quale si innesta un albero legato a due macine in pietra ruotanti entro una vasca per la spremitura delle olive. La caldaia a vapore, alimentata con i prodotti degli scarti della lavorazione delle materie prime (sansa ecc.) generava l’energia elettrica utile per il funzionamento dei macchinari dell’azienda, immettendo i fumi nell’atmosfera tramite alta ciminiera, che conferisce il toponimo al compendio strutturale.