Matera Capitale

Il quotidiano

sabato 30 marzo 2019

L'Articolo di oggi è in testa alla prima pagina... orgoglio.


Onorato di occupare la testata in prima pagina


La Prima

L'Articolo


Antonio Persio

II° Parte

Con il trasferimento a Roma, a seguito della rinuncia alla pieve patavina e di un breve periodo di studio tra Bologna e Pisa, ebbe invece inizio per Persio una nuova stagione creativa. Al servizio prima dei Caetani, poi dell’antico allievo Lelio Orsini – per il quale compì, nel biennio 1593-94, un viaggio a Firenze, città dalla quale inviò, a un destinatario ignoto, una lettera a proposito della polemica sul genere tragicomico (Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., D.481 inf., c. 402) – e infine dei Cesi, egli scrisse tre opere di grande rilevanza: il De recta ratione philosophandi – testo di argomento logico, del quale è noto soltanto l’indice, pervenuto tramite l’Index capitum librorum Antonii Persii Lyncei Materani Civ. Rom. I.V.C. philosophi theologi praestantissimi. De ratione recte philosophandi et de natura ignis et caloris, redatto dopo la sua morte da Giovanni Bartolini e pubblicato a Roma nel 1615 presso Giacomo Mascardi, contenente peraltro anche una lista di numerose opere di Persio al momento perdute – il De natura ignis, il cui manoscritto è conservato a Roma, Biblioteca Corsiniana, Arch. Linc., VI-VII, e il Del bever caldo costumato dagli antichi romani, edito a Venezia nel 1593 (G.B. Ciotti). Con quest’ultimo testo Persio si inserì in una vivace querelle che intrecciava a interessi eruditi – cercare di stabilire se i romani fossero soliti mescolare il vino ad acqua calda o fredda – analisi di carattere medico. Sostenere il carattere caldo dell’acqua significava, infatti, appoggiare l’idea telesiana secondo cui l’unico spiritus di cui l’uomo è dotato, la cui caratteristica primaria è il calore, deve assumere, per conservarsi, elementi a sé simili, in netta contrapposizione ai sostenitori della teoria degli umori e della presenza di una pluralità di spiriti che devono essere equilibrati attraverso elementi contrari. Il trattato di Persio, che ebbe il merito di inserire i nuclei tematici del dibattito in una cornice teorica di ampio respiro, rese la disputa ancor più animata: in suo favore intervennero infatti sia Giusto Lipsio sia Tommaso Campanella. Il filosofo fiammingo, fautore del ‘bere caldo’, rispose nel novembre 1603 a una lettera in cui Persio lo informava degli attacchi di cui erano oggetto le sue tesi, palesando il suo sostegno all’opera (G. Lipsio, Epistolarum selectarum centuria quinta, in Id., Opera omnia, II, Anversa 1637, lettera a Persio del 3 novembre 1603, p. 235), e Campanella scrisse un’Apologia pro abbate Persio de calidi potus usu, la cui redazione originaria è andata perduta. Il supporto offerto da Campanella rappresenta l’esito di una profonda comunanza, stabilitasi in questi anni, tra i due filosofi, entrambi legati agli insegnamenti di Telesio e, in ambiente romano, all’Accademia dei Lincei: fu proprio a Persio che Campanella sottopose la sua Apologia pro Telesio contro il medico Andrea Chiocco, smarrita poi da Kaspar Schoppe in Germania nel 1608, nella quale, in accordo con il filosofo materano, egli sosteneva con forza l’unità dello spiritus. Dopo aver ceduto al fratello Domizio il beneficio connesso all’abbazia di S. Maria de Armenis a Matera, concessogli nel 1596, e aver rinunciato al decanato del capitolo metropolitano di Matera, che gli era stato conferito l’anno seguente, Persio tornò a dedicarsi ad argomenti giuridici e scrisse un’opera – rimasta inedita (ad esempio, a Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., Y.37 sup.), ma che ebbe una straordinaria diffusione – a proposito dell’interdetto veneto: il Trattato dei portamenti della signoria di Venezia verso Santa Chiesa e quante volte sia stata scomunicata. Nel 1611 conobbe Galileo Galilei il quale, dopo la sua morte, si interessò al progetto di pubblicazione dei suoi scritti promosso – ma mai portato a compimento – dall’Accademia dei Lincei. Persio morì a Roma il 22 gennaio 1612 nel palazzo del cardinale Cesi in Borgo e venne sepolto nella Chiesa di S. Onofrio. A coronamento di un percorso intellettuale di primo piano giunse, nello stesso anno, l’ascrizione postuma all’Accademia dei Lincei. Il Trattato dell’ingegno dell’huomo, con in appendice Del bever caldo, è edito a cura di L. Artese, con premessa di E. Canone e G. Ernst, Pisa-Roma 1999. Fonti e Bibl.: F. Fiorentino, B. Telesio, ossia studi su l’idea della natura nel Risorgimento italiano, II, Firenze 1814, pp. 358-364; Id., Di un manoscritto di A. P. sulla questione ecclesiastica nel secolo XVII, in Rivista europea, III (1877), pp. 707-712; G. Gabrieli, Notizia della vita e degli scritti di A. P. linceo, in Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filosofiche, s. 6, IX (1933), pp. 471-479; L. Firpo, Appunti campanelliani, in Giornale critico della filosofia italiana, XXI (1940), pp. 431-435; E. Garin, Telesiani minori, in Rivista critica di storia della filosofia, XXVI (1971), pp. 199-204; Id., Nota telesiana: A. P., in Id. La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze 1979, pp. 432-441; L. Artese, A. P. e la diffusione del ramismo in Italia, in Atti e memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere ‘La Colombaria’», XLVI, (1981), pp. 83-116; Id., Una lettera di A. P. al Pinelli, notizie intorno all’edizione del primo tomo delle Discussiones del Patrizi, in Rinascimento, XXXVII, (1986), pp. 339-348; Id., Filosofia telesiana e ramismo in un inedito di A. P., in Giornale critico della filosofia italiana, LXVI (1987), pp. 433-458; E. Garin, Il termine ‘spiritus’ in alcune discussioni fra Quattrocento e Cinquecento, in Id., Umanisti artisti scienziati, studi sul Rinascimento italiano, Roma 1989, pp. 295-303; L. Artese, Il rapporto Parmenide-Telesio dal P. al Maranta, in Giornale critico della filosofia italiana, LXX (1991), pp. 15-34; M. Padula - C. Motta, Antonio e Ascanio Persio, il filosofo e il filologo, Matera 1991; L. Bolzoni, Conoscenza e piacere. L’influenza di Telesio su teorie e pratiche letterarie fra Cinque e Seicento, in Bernardino Telesio e la cultura napoletana, Napoli 1992, pp. 203-239.



martedì 26 marzo 2019

Ancora un mio articolo su Le Cronache Lucane



Antonio Persio figlio di Altobello


L'Articolo

Antonio Persio

Nacque a Matera il 17 maggio 1542 da Altobello, scultore, e da Beatrice Goffredo; fu il primo di cinque fratelli. Trascorse un’infanzia difficile a causa di una grave malattia che gli provocò una temporanea paralisi degli arti superiori e inferiori. A occuparsi della sua prima istruzione e di quella dei suoi fratelli fu lo zio materno, l’umanista Leonardo Goffredo; l’ambiente familiare fu dunque assai stimolante e da ciò trassero profitto i giovani Persio che, a eccezione del secondogenito, Giovanni Battista, divennero personaggi di rilievo in varie discipline: Antonio si distinse in ambito filosofico, Giulio proseguì l’attività paterna di scultore, Domizio prese gli ordini e si dedicò alla pittura e Ascanio risaltò in campo umanistico-filologico. Dopo aver proseguito gli studi nel monastero francescano della sua città natale, Persio scelse di abbandonare Matera, forse anche per il suo temperamento forte, che lo spingeva a porsi continuamente in contrasto con l’autorità paterna. Nel 1560 si recò a Napoli, dove, ordinato sacerdote, ebbe l’incarico di precettore di Lelio e Pietro Orsini, fratelli minori di Ferdinando Orsini, duca di Gravina e conte di Matera. Entrò in contatto con Bernardino Telesio, del quale divenne discepolo e intimo amico, tanto che il filosofo volle discutere proprio con lui la seconda edizione del De rerum natura iuxta propria principia, prima che vedesse la luce nel 1570, e a lui rese noto il proposito di dedicarsi anche a una terza stesura. Il magistero telesiano influenzò profondamente Persio, che divenne un attivo divulgatore del pensiero del filosofo cosentino e, negli anni seguenti, elaborò la sua filosofia a partire da una personale rilettura della sua dottrina. Sul finire del 1570, dopo una breve permanenza a Roma, si trasferì a Perugia, in qualità di istitutore dei fratelli Orsini, che intendevano frequentare un corso di diritto civile e canonico nello Studio. Nella città umbra egli partecipò a numerose dispute e si legò ai fratelli Caetani; Camillo Caetani lo mise in contatto con Paolo Manuzio e, attraverso questi, con il figlio Aldo, in previsione del suo trasferimento a Venezia, che avvenne nella seconda metà del 1572. Il primo periodo del soggiorno veneziano – durante il quale Persio prestò servizio alle dipendenze del patrizio Giorgio Correr, come precettore del figlio Andrea – fu fecondo dal punto di vista della produzione intellettuale. Oltre a un importante commento alle Pandette, che venne pubblicato nel 1575 (tipografi F. De Franceschi, G. Bindoni, Er. N. Bevilacqua, D. Zenaro) e più volte ristampato, Persio si dedicò a ricerche di carattere prettamente filosofico. Nel De numero et qualitate elementorum (Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., G.69 inf.), si scagliò contro il commento al De natura humana di Ippocrate a opera del medico Sebastiano Augeni, con il quale era entrato in contatto a Perugia, mostrando di interessarsi a questioni di carattere fisiologico in un’ottica teorica. L’attacco ad Augeni trascolora infatti in una critica della fisica aristotelica e in una difesa dell’eleatismo, nonché di un elemento teorico peculiare del pensiero di Telesio, ovvero l’affermazione del carattere caldo dell’acqua. Fin da questo primo testo, però, emerge come Telesio non sia l’unica fonte di Persio, il quale costruisce, in funzione antiaristotelica, un vero e proprio mosaico di concetti telesiani e brani delle Scholae physices di Pietro Ramo. L’Apologia pro Bernardino Telesio adversus Franciscum Patritium (Firenze, Biblioteca nazionale, Magl., XII.39), risalente al 1572 circa, segnò l’ingresso di Persio nella discussione che vide contrapposti Telesio e Francesco Patrizi: in essa confluirono le opinioni che Persio, in stretti rapporti con Patrizi fin dai primi tempi del suo soggiorno veneziano, aveva elaborato sulla sua filosofia. Come testimonia una lettera inviata a Gian Vincenzo Pinelli nel 1571 (Milano, Biblioteca Ambrosiana, Mss., S.107 sup., c. 125r), Persio conosceva a fondo la struttura delle Discussiones peripateticae come era stata concepita da Patrizi nel 1571, anno in cui fu stampato il primo tomo, e ne aveva individuato il fulcro in una ricerca delle fonti di Aristotele, volta a mostrare la dipendenza dello Stagirita, anche riguardo nuclei teorici nevralgici, da filosofi a lui precedenti.
Al 1574 risale la Disputatio habita in domo Iosephi Salviati cum Octavio Amaltheo, in qua tenet primum orbem non moveri a Deo effective (Roma, Biblioteca Corsiniana, Mss. Lincei, I), mentre l’anno successivo vide la luce a Venezia, per Giacono Simbeni, il Liber novarum positionum, raccolta dossografica che fu anche sottoposta al vaglio di una pubblica disputa nella casa di Correr e nella quale, ribadendo un interesse per gli studi giuridici che lo accompagnò per tutta la vita, Persio si firmò «Doctor in utriusque iuris». In quest’opera vengono prese in esame numerose opinioni della tradizione filosofica, relative a differenti branche del sapere – retorica, dialettica, etica, diritto, fisica –, per sottoporle al vaglio critico e offrire una rinnovata enciclopedia del sapere. Il dibattito pubblico che coinvolse questo testo suscitò interesse nell’Accademia Cosentina che, tramite Andrea Aletino, fece stampare a Firenze nel 1576 un racconto di queste discussioni, dal titolo Disputationes libri novarum positionum Antonii Persii, triduo habitae Venetii anno MDLXXV, mense Maio. Nello stesso anno, infine, fu pubblicata, per i tipi di Aldo Manuzio, l’opera più nota di Persio, il Trattato dell’ingegno dell’huomo, in cui egli, dopo alcune considerazioni di carattere metodologico tese a ribadire l’importanza dell’apporto offerto dai sensi, analizza uno dei nuclei concettuali più complessi del pensiero di Telesio, quello di spiritus – principio di animazione del corpo, che riceve ab externo i dati sensibili e li accoglie, mantenendone l’impronta e rendendo così possibile la conoscenza –, inserendolo però, tramite un sapiente intarsio di criptocitazioni telesiane e ficiniane, in un quadro più ampio, includente anche la tradizione del neoplatonismo rinascimentale. Dal 1576, quando ottenne un incarico con beneficio ecclesiastico nella diocesi di Padova, al 1590, anno in cui curò l’edizione della raccolta dei Varii de naturalibus rebus libelli di Telesio, Persio non si dedicò alla stesura di altre opere e soggiornò tra Padova e Venezia, eccezion fatta per qualche visita al fratello Ascanio a Bologna, dove questi insegnava. 









Oggi in prima pagina di Le Cronache Lucane



Ennesimo articolo sul quotidiano

La Prima pagina

L'Articolo

 Altobello Persio
(Montescaglioso, 1507 – Matera, 1593)
Scultore italiano


Fu il padre di Antonio (filosofo), Ascanio (linguista, umanista e grecista), Domizio (pittore) e Giulio (scultore). Fu il capostipite di una famiglia di intellettuali lucani. Compì le prime opere nell'abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso. Dopo aver sposato Beatrice Goffredo appartenente ad una nobile famiglia materana si trasferisce a Matera
dove realizza alcune delle sue opere più importanti, il presepe ed il dossale di un altare (1534) realizzati nella cattedrale. Nasce in una prestigiosa famiglia di artisti ed intellettuali che anima la vita artistica locale già dalla seconda metà del '400. Il suo stile di scultore caratterizzato dalla ripresa delle strutture e delle forme della tradizione locale, sulle quali innesta un gusto romanico aggraziato e composto. Da qui allarga il proprio spettro di influenze soffermandosi sia sulla riscoperta del classico, sia sui moderni esiti di Stefano da Putignano (?-1530). In un secondo tempo si dedica alla ricerca di nuove modalità espressive e, assimilando gli stimoli della cultura locale, si avvicina ad un realismo di stampo popolare. Gli esiti che ne derivano sono grezzi solo in apparenza e denotano, invece, un approccio artistico molto genuino ed evocativo. Testimonianza di questa svolta il "Presepe", realizzato in pietra policromata per la Cattedrale di Matera. La sua intera produzione si contraddistingue per un marcato eclettismo, che, pur rimanendo fedele ai dettami dell'armonia tardo-rinascimentale, non rinuncia a ricercare nuove soluzioni formali. Tra le sculture più importanti di Altobello vanno segnalate: il portale rinascimentale dell'abbazia di San Michele a Montescaglioso,il Crocifisso e la Vergine con san Giovanninella chiesa di San Nicola a Lagonegro, la scultura di san Giuseppe e la Pietà nella lunetta di un portale della chiesa madre di Santa Maria Maggiore a Miglionico
(forse però da riferire a Giulio), le sculture di san Pietro e san Paolo della chiesa matrice di Oppido Lucano, le sculture di Isabella e Federico d'Aragona della chiesa madre di Ferrandina, il presepe in pietra nella cripta della chiesa di Santa Maria Maggiore in Rabatana a Tursi.
Dominò la storia di un’epoca il nome dei Persio, a cominciare da Altobello, e continuando con almeno due dei suoi figli, Antonio e Ascanio, il primo fu filosofo, seguace di Talete e matematico insigne, ed esercitò anche la professione medica. Nacque a Matera il 17 Maggio 1543 e morì a Roma il 31 Gennaio 1612. E’ annoverato tra i membri dell’Accademia dei Licei. Lasciò numerosi testi di filosofia. Più famoso fu il fratello Ascanio, nato a Matera il 9 Marzo 1554, e morto a Bologna il 1616. Fu l’unico dei Persio che la città di Matera ritenne meritevole di inserire nella sua toponomastica. Una strada infatti porta il suo nome. Fu ultimo dei quattro figli di Altobello e Beatrice Goffredo, e proprio dello zio Lorenzo Goffredo, uomo di grande cultura, seguì la scuola umanistica. Successivamente andò ad apprendere logica e filosofia nel convento di San Francesco D’Assisi. Seguì il fratello Antonio a Napoli, e poi a Perugia e quindi a Padova dove frequentò il corso di Utroque Jure, cioè in Giurisprudenza. In quel periodo concorse anche per una pieve della diocesi patavina di cui fu vincitore. Quando, dopo la partenza del fratello Antonio per Roma, le loro strade si separarono, Ascanio concorse alla cattedra di lingua Greca all’Archiginnasio di Bologna. Forse nel 1586 il senato bolognese provvide alla sua nomina con 800 lire di stipendio, che gli venne aumentato negli anni seguenti fino a toccare le duemila lire nel giro di tre anni. Rischiò anche di subire le ire dell’inquisizione a causa della sua amicizia con Tommaso Campanella. Nella seconda metà dell’ottobre 1592 aveva avuto con lui un qualche contatto durante una permanenza col frate domenicano a Bologna. In quella sosta si ingenerò fra gli inquisitori del S. Uffizio il sospetto di eresia nei confronti di Ascanio. Gli storici poi si incaricarono di dimostrare come tale sospetto fosse infondato. Ma già allora gli inquisitori nulla potettero dimostrare a suo carico e la questione si risolse con una ammonizione. Anche dopo questo spiacevole episodio che poteva risolversi in maniera più grave, dato il rigore e l’intransigenza dell’inquisizione, anche in casi di semplice sospetto, Ascanio Persio continuò senza alcuna difficoltà a svolgere la sua attività didattica nella città petroniana, Bologna gli riconosceva infatti alto merito nella sua attività di studioso. Tanto da meritarsi anche l’alto riconoscimento della cittadinanza Bolognese. E in quella città Ascanio mise su famiglia sposando Costanza De Virgiliis, dama bolognese che morì precedentemente senza donargli il conforto di un figlio. Alla morte la salma dell’insigne uomo di lettere materano venne sepolta nella soppressa chiesa delle suore di S. Agostino. Sulla sua tomba venne eretto un busto con un epitaffio dettato dal fratello Antonio. Quella chiesa però andò distrutta, e distutti andarono la tomba ed il busto di Ascanio Persio. Ne restava solo testimonianza nella trascrizione dell’epitaffio eseguita qualche tempo dopo dal Montieri e conservata nella Biblioteca Univerisaria di Bologna.  


Matera

Matera Cattedrale


Chiesa Madre Ferrandina


Chiesa Madre Ferrandina


lunedì 18 marzo 2019

Ferrandina ancora su Le Cronache Lucane



Palazzi Gentilizi di Ferrandina






EX STAZIONE DI POSTA
Ferrandina

Il complesso architettonico ubicato in agro di Ferrandina, ha la struttura tipica del Palazzo ottocentesco, esso si sviluppa su due piani, con tetto a padiglione in coppi e ripete nella composizione di facciata un esempio abbastanza interessante dell’architettura di quel periodo. Il prospetto princiale è caratterizzato da una triplice serie di archi, elemento dominante di entrambi i piani, inquadrati da paraste inferiormante lisce e superiormente scanalate, le quali scandiscono ritmicamente la successione degli archi. Il motivo architettonico descritto, individua uno spazio porticato al piano terra ed uno superiore destinato a terrazza su cui prospettano gli ambienti più rappresentativi. Le finestre, indifferentemente, presentano delle eleganti cornici in stucco. Un motivo interessante è costituito dalle paraste di angolo che sagomate in maniera molto originale evidenziano gli spigoli dell’edificio. Una ricca trabeazione continua, particolarmente visibile sul prospetto principale, ripete elementi classicheggianti quali metope e triglifi, evidenziati in corrispondenza delle paraste. Dal portico, attraverso un portale ben tessito che reca sl concio di chiave la scritta A.D. 1855, si accede al cortile interno, sui cui lati si aprono quattro archi (il lato destro si presenta continuo in quanto le aperture sono state chiuse), mentre di fronte si apre un grosso arco che inquadra il pianerotolo intermedio. In corrispondenza dell’androne d’ingresso vi è una scala di pregevole disegno, che conduce al piano superiore. Da ricordare gli ambienti interni con pavimenti in cotto, grosse volte a botte al piano terra e a crociera in quello superiore. La costruzione inoltre denuncia nelle sue modalità costruttive elementi tradizionali locali quali l’uso incondizionato del mattone per ogni esigenza tecnologica e stilistica (camini, cornici e cornicioni, elementi strutturali quali: paraste, volte ecc.).  




Ancora un mio articolo su Le Cronache Lucane, accompagnato dai complimenti per la Laurea di un giovane Ferrandinese umile ed introverso, ma di un'intelligenza sopra la norma, uno dei pochi giovani contemporanei votato allo studio della psicosi clinica umana, spero di non assistere anche in questo caso ad una fuga di cervelli, sarebbe per l'ennesima volta una grande sconfitta per il futuro e per la crescita culturale ed intellettuale di questa comunità... tanti auguri da parte di tutta la comunità Ferrandinese... Dott. Simone Laviola.






lunedì 11 marzo 2019

Ancora Palazzi Gentilizi di Ferrandina


Storia infinita quella di Ferrandina





PALAZZO PICCINNI-LAVECCHIA


La costruzione di Palazzo Piccinni, commissionata dal Notaio Felice Piccinni nel 1890, come si può facilmente leggere sulla targhetta in pietra che sormonta il portone d’ingresso, disegna l’assetto definitivo del Rione “La Piana” o “Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino, terrminando quel processo, iniziato sin dai primi decenni del XIX secolo, inteso dalla definizione l’assetto urbanistico del centro storico della Città. Infatti, è proprio nei primi decenni del XIX secolo che la piazza del largo, l’attuale Piazza Plebiscito, viene a definirsi nell’odierna struttura: a est si costruisce Palazzo Caputi, a ovest viene ristrutturato il Palazzo Comunale, a nord le trasformazioni delle antiche botteghe sottostanti il Complesso Conventuale di Santa Chiara, iniziate con la costruzione nel 1833, per merito delle Monache di S. Chiara, delle abitazioni disposte sul lato destro della salita Marconi, alla cui sommità si apre Largo Palestro, dove come già detto, quasi a conclusione del processo di assetto edilizio descritto, il Notaio Felice Piccinni fece edificare la sua abitazione. L’ubicazione del Palazzo è particolarmente riuscita, poiché chiude l’architettura armoniosa di Largo Palestro, nel quale si concentrano alcuni dei più importanti monumenti cittadini, il prestigioso Convento di Santa Chiara, con la sua splendida Chiesetta del 400, e il contiguo Palazzo D’Amato Cantorio, che si allunga su Via Dei Mille e delimita la quinta di case di minor pregio che si sviluppa fra via Dei Mille e Via Vittorio Veneto. Queste due strade sono caratterizzate lungo i lati esterni, opposti a quelli costituiti dalla cortina di case opportunamente definite da Palazzo Piccinni, da importanti e belle costruzioni appartenenti alla più ricca borghesia del posto, come ad esempio il già citato Palazzo D’Amato Cantorio, il Palazzo Siviglia, il Palazzo Mastromattei, il Palazzo De Pace e il Palazzo Centola. Per quanto detto, quindi, si può certamente affermare che la costruzione di Palazzo Piccinni conclude l’assetto definitivo del Rione “La Piana” o “Cittadella” che è la zona più antica dell’insediamento cittadino. Il Palazzo, come già ricordato, è stato commissionato nel 1890 dal Notaio Felice Piccinni,  esponente di una nota e importante famiglia del territorio, per la professione Notarile svolta da tempo, mentre ancora prima, numerosi esponenti di questa famiglia, furono iscritti all’Albo dei Farmacisti, come testimoniato dal nipote del committente, anch’esso Notaio, Felice Piccinni, nato a Ferrandina il 1913 ancora vivente e trasferitosi a Napoli nel 1936. Il Palazzo, dopo il trasferimento della famiglia a Napoli, fu venduto ai coniugi Lavecchia – D’Amato Cantorio, che l’ha abitato a lungo. Alla morte di Ida D’Amato Cantorio, il Palazzo è stato ereditato dalla figlia Giovanna Lavecchia, coniugata Imperio, che ancora lo abita e lo custodisce con cura. Il Palazzo è caratterizzato da un’armonica facciata a due piani, tripartita da lesene in mattoni in laterizio intervallate da una fascia marcapiano e conclusa da un cornicione mistilineo, realizzato in analogo materiale. La facciata del piano terra, scandita da lesene bugnate in laterizio, accoglie, lateralmente, le aperture di quelli che una volta erano ambienti destinati a botteghe o deposito, e, nel comparto centrale, il vano centinato, con cornici in gesso che consente l’accesso all’androne. Al piano nobile sono presenti due balconi, con pregevole inferriata ottocentesca e, al centro, un’apertura a “serliana” realizzata con l’intento di dare maggiore risalto all’abitazione, richiamando la tipologia delle ville Venete del XVI secolo. Interessante è la realizzazione della cortina con materiali di differente tradizione, mattoni in laterizio delle fabbriche locali, intonaco rustico a calce e ringhiere in ferro battuto. All’interno del Palazzo si accede dal portone originario in legno, di fattura locale, così come tutti gli altri infissi interni. Nel cortile d’ingresso che ha conservato l’originario pavimento di lastroni in pietra, di fronte al portone principale, si apre la porta di un locale adibito a vario uso, mentre a sinistra l’accesso alla scala a due rampe conduce all’abitazione, posta al primo piano. La scala, ben illuminata da una finestra, è costituita da gradini in lastroni originari in pietra, ed è segnata da un semplice corrimano realizzato da un tondino di ferro, ancorato alla parete con caratteristici ganci di ferro battuto a forma di mani serrate a pugno. Il pianerottolo fra la prima e la seconda rampa della scala, è impreziosito da una pregevole colonna di fattura semplice e rigorosa. L’abitazione vera e propria, si apre in piccolo disimpegno, con pavimento originario in lastroni in pietra, reso accogliente da una bella volta a botte non molto alta. Il disimpegno immette, da sinistra, nella cucina e alla sala da pranzo, disposte l’una di fronte all’altra ed entrambe dotate di originarie volte a vela, il pavimento dei due vani, invece, è stato rifatto con ordinarie mattonelle di ceramica. A destra del disimpegno è l’ingresso nella grande sala per le feste e per la musica, con soffitto piano, così realizzato, per facilitare la costruzione della sovrastante terrazza con l’altana. Con ogni probabilità tale assetto, stando alla presenza di travi metalliche, potrebe essere il risultato di un intervento di ristrutturazione avvenuto intorno ai primi anni del XX secolo. L’ampio salone è illuminato da grandi balconi ed ha conservato la pavimentazione originaria realizzata con “riggiole” quadrate in cotto locale. Sulla parete laterale del salone, si aprono due stanze con volte a vela e con pavimento originario in cementine contraddistinte da semplici motivi geometrici. Nella parete di fondo del salone si aprono un disimpegno con una camera, un piccolo ripostiglio e un bagno, purtroppo completamente rifatto e pertanto privo degli elementi caratteristici originari. I locali posti a piano strada ben poco hanno conservato dell’assetto originario, ad esclusione di alcuni elementi di una caratteristica volta unghiata.     






Ancora Palazzi Gentilizi Ferrandina


I Palazzi Gentilizi di Ferrandina



PALAZZO LA CAPRA

Costruito nel XIX secolo, ricade in una area di notevole valore architettonico e ambientale, costituendo una significativa emergenza per l’uso del materiale usato, il mattone, che qui assume particolare significato, quale ornamento di carattere plastico. Tutti gli elementi di scansione e di definizione delle superfici dei prospetti, nonché, le riquadrature delle finestre e dei balconi e la caratterizzazione degli spazi interni, sono costruiti in mattoni. L’impianto rettangolare assume dinamicità nella formulazione dei pieni e dei vuoti, di spazi aperti e loggianti. Il prospetto di Via Caracciolo domina tutta la vallata sottostante ed è sottolineato da un loggiato intermedio a tre arcate a sesto ribassato impostate su pilastri quadrangolari, che sorreggono un terrazzo su cui si aprono coppie di finestre centinate a sesto ribassato. Il fronte laterale sinistro è anch’esso movimentato das terrazze e loggiati. L’interno è sottolineato da un ampio e lungo corridoio di disimpegno su cui si aprono gli ambienti coperti a volte, a botte, padiglioni semplici e lunettate in parte su peducci. Caratteristici e di pregevole fattura anche i numerosi camini presenti all’interno.


Palazzo La Capra

PALAZZO RAGO

Nel XVIII secolo, Ferrandina assiste alla nascita di un nuovo ceto sociale, la borghesia, ed al consolidarsi della classe nobiliare, dovute sia al tramonto del vecchio sistema feudale sia alla crescente prosperità economica indotta da fiorenti attività agricole ed industriali, tra cui si segnala la coltivazione dell’ulivo (un censimento ottocentesco riferisce la presenza di ben 42 trappeti) e la lavorazione della lana e della bambagia. Si verifica quindi una notevole espansione urbanistica a valle del nucleo cinquecentesco, secondo un sistema viario organizzato in rettifili adagiati alla morfologia del suolo, mediante un impianto terrazzato con larghe strade fiancheggiate dai tipici caseggiati allineati a schiera (comunemente dette casedde) costituenti un tessuto edilizio abbastanza omogeneo e compatto, dal quale spiccano i palazzi padronali, simbolo del nuovo potere economico e dell’alto livello sociale. Imponente e maestoso si pone come elemento qualificante del centro storico del paese, d’impianto quadrangolare, a cavallo di due strade principali dell’abitato è caratterizzato a monte da un fronte basso privo di elementi architettonici, con unico elemento focalizzante del portale in pietra sagomata a cornici digradanti. Il complesso principale si sviluppa a valle e rivela caratteri architettonici e decorativi fine ottocento, la facciata su Via Mario Pagano inquadrata da due pilastri angolari, ornati a piano terra da due piatte e larghe lesene, concluse in un elemento pensile, risulta articolata e ripartita simmetricamente dalle aperture delle finestre. In posizione assiale si apre il portale della stessa fattura di quello superiore in conci sagomati di pietra, con stemma nobiliare in chiave, affiancato da due finestre quadrate. Il prospetto ai piani superiori è scandito da due ordini di balconi su mensole in ferro lavorato, un sobrio loggiato centrale a due arcate a tutto sesto su pilastri quadrangolari a croce e costituisce l’elemento focalizzante di tutto il complesso. A coronamento di tutto l’edificio un alto cornicione aggettante, l’interno offre motivo di particolare interesse per la successione e varietà delle volte, a padiglione, a stella, a crociera, lunettata su peducci, e padiglioni,  nonché per i dipinti murali, a motivi floreali e paesaggi marini di gusto prettamente locale. 

Palazzo Rago