Matera Capitale

Il quotidiano

mercoledì 25 luglio 2018

Le pubblicazioni continuano, Ferrandina ancora protagonista con la sua Chiesa Madre


Ed ora vi presento i Reali...




CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte IV

ISABELLA E FEDERICO D’ARAGONA

“Al contrario del fratello maggiore Alfonso, erede al trono, Federico godeva di simpatia e di popolarità, che scaturiva dalla fama del suo carattere mite e prudente, del suo tratto raffinato, del suo amore alle lettere”. E’ il ritratto che di Federico D’Aragona fa il Pontieri. La scultura lignea sembra rispecchiare nel volto queste peculiarità. Il volto della Regina Isabella sembra, invece, velato di melanconia, avendo tenuto presente, evidentemente, lo scultore le vicissitudini a cui andò in contro Isabella Del Balzo, andata sposa, appena ventiduenne, a Federico D’Aragona, precisamente il giorno 18 Novembre del 1487, durante la prigionia del Padre, Pirro Del Balzo. Isabella, “chiara per innocenza e soavità di costumi, per virtù e bellezza”, era stata fidanzata per tre anni del fratello di Federico, Francesco, morto improvvisamente e quasi contemporaneamente alla madre e al fratello della stessa Isabella.
Vive con Federico la drammaticità delle vicende della guerra che si scatena su Napoli e sull’Italia tutta. Costretta a rifugiarsi in una provincia lontana, poi di nuovo principessa di casa regnante, e d’ un tratto, inaspettatamente, per la morte del giovanissimo nipote, regina, e, non appena salita al trono la guerra ricomincia per la ribellione del principe di Salerno.
Il Re, con lo scettro nella mano destra, indossa un corto mantello sotto una tunica corta a pieghe. La Regina Isabella, sua seconda moglie, è rappresentata con un lungo vestito a vita alta e un libro nella mano sinistra. Le due statuette lignee si possono datare alla fine del secolo XVI, anche se in più casi nel Meridione certi stili seguono con notevole ritardo epoche posteriori, ma se non ci sarà la contro prova di un documento che porti una data posteriore, non si può scendere oltre il Cinquecento. Lo confermano l’impianto, i costumi, lo stile.
Non si può dire che lo scultore sia un grande maestro, ma non per questo le due sculture mancano di un sensibile e vivace intaglio colto e raffinato, attento nella modulazione dei piani, nella naturalezza dei movimenti, nella caratterizzazione dei volti semplici e austeri, come si addice a personaggi di tanto riguardo. Ancora più notevole è la bellezza della policromia, la preparazione della mestica è finissima, la stesura dell’oro e la sua delicata bolinatura sono eccellenti, il colore a tempera a uovo delle carni luminose e trasparenti malgrado l’usura del tempo, tutto fa pensare, infine, ad una provenienza da un centro colto e raffinato, ancora capace di esprimersi con garbo ed eleganza. La Grelle attribuisce le sculture lignee ad Altobello Persio di Montescaglioso, autore anche del Presepe ligneo della Cattedrale di Matera. Quest’ultimo eseguito nel 1534 in collaborazione con Sannazzaro di Alessano, è espressione, come sostiene La Grelle, della totale adesione alle strutture morfologiche della cultura locale, adesione confermata nelle effigi di Isabella e Federico D’Aragona, come nelle sculture in legno dorato di S.Pietro ad Atella, di S.Pietro e Paolo ad Oppido.
AQUILA BICIPITE
Non è facile intuire le ragioni per le quali, nella prima metà del secolo XVII, si pensò ad una scultura lignea raffigurante un’aquila bicipite, come custodia del prezioso reliquiario Quattrocentesco del Legno Santo di Croce. Fini ad allora il reliquiario o era stato conservato in qualche custodia di altare o era stato sempre esposto ai fedeli. Nella visita apostolica fatta dal vescovo Giustiniani a Ferrandina il 26 Novembre 1595, tra gli altri rilievi è detto, “nell’altare maggiore si facci la custodia per tenere il SS.mo Sacramento. In quell’altare ove oggi sta il SS.mo Sacramento si metteranno le reliquie, si farà un velo nuovo che sia bello e decente e se metterà al reliquiario dove sta il Legno di S.ta Croce”. Nel documento non viene fatto alcun cenno dell’aquila bicipite che troviamo circa il 26 Maggio 1726, quando il vescovo Positano visita, tra l’altro, “Altare della Croce con cancelli lignei, il fornice di tutto l’altare (l’alzata) con colonne, baldacchino con l’aquila bicipite nella quale è conservata la Croce”. Entro queste due date bisogna collocare la committenza e la realizzazione dell’aquila bicipite, che da un punto di vista stilistico, si può datare intorno alla prima metà del secolo XVII. E’ opportuno fare qualche cenno sulla simbologia di questo rapace, per un ipotetico tentativo di accostamento al Legno Santo della Croce. Il Neubecher dice:
“ Sia per ragioni di natura biologica sia per le loro caratteristiche intrinseche, i grandi rapaci predatori (gli Acipitridae, come preferiscono definirli gli zoologi), sono predestinati a rappresentare il mondo divino, in contrapposizione al mondo umano. Di conseguenza, non stupisce affatto che l’aquila ed altri rapaci, siano ormai diventati il simbolo per eccellenza del cielo e delle divinità. Si può, pertanto, attribuire all’aquila una simbologia religiosa. Nel nostro caso, tuttavia, siamo in presenza di un’aquila bicipite che già presso gli Ittiti era simbolo di sovranità. Tale simbologia, unita a quella imperiale, figura nello stemma del Sacro Romano Impero, in quello degli Imperatori Bizantini, degli Aragonesi, dei Borboni. Osserva lo storico locale S. Centola a proposito dell’aquila bicipite, “ emblema simboleggiante l’unione spirituale dè due imperi d’Oriente e d’Occidente, uniti sotto lo scettro nel grande Costantino”. La tipologia iconografica abbastanza rara se non unica, almeno in Basilicata, è la dose maggiore di questa scultura. Colpisce subito la sua dichiarata “araldicità” espressa con la scelta del soggetto contenitore di marca prevalentemente laica. Se non si fosse conservata la portella ovale, che dichiara nell’intaglio le forme dell’oggetto conservato, si sarebbe pensato sicuramente ad uno stemma araldico che avesse perso le proprie insegne. E invece proprio la sua insegna, l’effige del reliquiario del Legno Santo di Croce, ci indirizza verso la giusta esegesi. Pur tuttavia, l’insieme mantiene, alla fine, la sensazione di una valenza marcata.
Il soggetto, riconducibile direttamente nell’ambito del repertorio araldico alle più note raffigurazioni di stemmi regali ed imperiali per la presenza di un corpo bicipite, ad un’attenta lettura, presenta delle caratteristiche abbastanza interessanti dal punto di vista stilistico ed iconografico. La raffigurazione dell’aquila s’ispira, specie nell’impostazione della testa, della coda e degli artigli, ad esemplari molto più antichi, vicini a quelli di alcune stoffe bizantine.
Il rilievo centrale, poi, riproduce il modello del reliquiario in argento e cristallo, come se, se ne fosse voluta la continua ostensione per la venerazione dei fedeli. E tale convinzione è suffragata dalla presenza, ai due lati, di due angeli genuflessi sul tipo dell’adorazione del SS.mo Sacramento, di rigida osservanza controformata. La reliquia fu probabilmente portata in occidente dalla terra Santa alla fine del XIII secolo da Roberto Sanseverino: agli inizi del 400 fu commissionata dagli stessi Sanseverino il reliquiario d’argento, come risulta dagli stemmi posti sulla base della stauroteca. La custodia lignea fu probabilmente eseguita tra il 1630 e il 1633, quando la cattedrale fu ricostruita e la stauroteca venne dotata di una cornice raggiata (la custodia di cuoio del reliquiario porta la data 1630). Non conosciamo il nome dell’autore, ma tanto il modellato dell’intaglio, quanto il tipo di doratura, e, soprattutto, la raffigurazione centrale farebbero pensare ad un rappresentante della folta schiera d’intagliatori che nel XVII secolo operarono in Basilicata alle dipendenze dei vescovi e ordini religiosi. Un accostamento stilistico e tipologico potrebbe istituirsi con le due formelle superiori della porta lignea della chiesa di S. Giovanni Battista ad Acquaformosa in Calabria.

giovedì 19 luglio 2018

III° Capitolo della Storia sulla Chiesa Madre



Oggi addirittura in prima pagina 


La Prima pagina

L'articolo

CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte III

MADONNA COL BAMBINO

Montata su un monumentale sedile in legno dorato con un baldacchino sorretto da due angeli, frutto di una sistemazione tardo-settecentesca, la Madonna col Bambino, venerata col nome di Madonna della Croce, è attualmente collocata nel transetto sinistro della Chiesa. Dal Ragguaglio del 1756 si apprende che la statua dorata era situata, “ in un nicchio di fabbrica con stucco nel fondo di detto coro, scorniciato (a lacunari) detto coro ed abbellito di più statuette, e di legno, e di stucco poste in oro…”. Il Caputi riferisce che la scultura “fu ritoccata con profusione di oro nel 1858 per cura dell’egragio canonico D. Francesco de Gemmis”.
L’intervento, che probabilmente dovette comprendere anche la revisione della cromia degli incarnati, comportò quindi il rifacimento della doratura, per il quale la statua ha assunto un aspetto scintillante, che non impedisce, tuttavia, di valutare quest’opera, sinora passata inosservata agli studi. La scultura è datata sulla base 1530 e, probabilmente, venne realizzata in occasione di un voto, fatto dai rappresentanti di Ferrandina, al “Prezioso Legno di Santa Croce”, in seguito alla pestilenza che colpì la Città nel 1521. La Madonna, seduta con la mano sinistra protesa in avanti per mostrare la Croce, sostiene con la destra il Bambino benedicente, che reca nella sinistra un pomo. L’ampio mantello, calato sulla fronte della Vergine a nascondere la capigliatura ( le due bande brune di capelli dipinte che sporgono dal copricapo sono visibilmente un’aggiunta), ricade sulle sue braccia, descrivendo innaturalisticamente due anse, tra le quali si accampa il putto, saldamente piantato sulla gamba destra della madre. Il modulo compositivo denota la provenienza dell’opera dall’ambito napoletano, benché l’autore si dimostri legato a soluzioni alquanto attardate, certamente precedenti agli esiti espressivi più alti della plastica napoletana di quel momento, rappresentati dal lirismo pacato del Siloè, dal grafismo nervoso del Santacroce, dal manierismo struggente e aggressivo dell’Ordonez e dal classicismo inquieto di Giovanni da Nola. L’opera in esame, uscita dalla bottega di un madonnaro napoletano, si pone nella scia delle sculture lignee giunte nella regione nei primi decenni del cinquecento, alcune delle quali riconosciute dalla critica autografe o della bottega di Giovanni da Nola ( Tito, chiesa di S. Antonio, Madonna con Bambino, Melfi, Castello, S. Sebastiano; San Mauro Forte, chiesa del Convento, Madonna col Bambino), e trova un precedente di altissima qualità nella Madonna col Bambino della chiesa del Carmine a Marsico Nuovo, da poco restaurata, che, nel solenne schema compositivo e nell’ovale di perfetta astrazione geometrica della Madonna, si ricollega al clima della plastica napoletana della fine del Quattrocento, animato dalle esperienze dell’ultima attività del Laurana.
ANGELI REGGICANDELABRO
Ignorate dalla storiografia locale, le due statuette che qui si presentano costituiscono, anche rispetto agli altri esemplari conservati nella regione, una pregevole testimonianza di scultura lignea di importazione napoletana degli inizi del XVII secolo. Lo rivela l’impianto saldo ed equilibrato delle figure nella posa ferma del gesto, lo sviluppo del panneggio che aderisce al corpo lasciando scoperta la gamba che incede, ricadendo in pieghe morbidamente abbozzate, i lineamenti luminosi del volto incorniciato da capelli a ciocche ondulate, la policromia delle vesti e delle ali dal piumaggio fittamente lavorato. Una sintassi tardo rinascimentale che sopravvive nel Seicento nell’attività di botteghe di tagliatori operanti nella capitale, impegnati a far fronte alle richieste del mercato dell’entroterra. I loro nomi, sovente adombrati, raramente affiorano dai dati d’archivio, che, riguardando talvolta, opere ormai disperse, non consentono l’identificazione e la valutazione dei caratteri stilistici e degli ornamenti culturali dell’artefice cui si riferiscono. E’ il caso, ad esempio, del maestro intagliatore Giovanni Antonio Amatucci, citato in un atto di pagamento del 1611, per l’esecuzione di due angeli per il Monastero di S. Francesco di Miglionico che, nella dettagliata descrizione offertane dal documento, rivelano una tipologia del tutto affine ai due esemplari di Ferrandina. E’ probabile che le due sculture facessero parte dell’apparato decorativo della Cinquecentesca Madonna della Croce, attestato dal Ragguaglio del 1756.
TEMPLI HUJUS CANTOR THOMAS CARELLA DECANUS ALTARE HOC FECIT VIRGINIS AERE SUO – AD 1777
L’Opera reca la data di costruzione sulla parte frontale del paliotto. Dalle storie locali apprendiamo che negli ultimi decenni del Settecento la Chiesa Madre subì una serie di interventi, intesi a completare e migliorare quanto era stato realizzato in precedenza. Il Centola ad esempio, c’informa dei lavori di demolizione dell’antica crociera e di rifacimento della cupola avvenuti nel 1775. Dalle ricerche archivistiche finora esperite, non sono emersi dati documentari sull’altare, ma risulta interessante al riguardo la relazione Ottocentesca sulla Cattedrale, redatta dall’Arciprete Ruggero Lisanti nel 1872, essa contiene preziose notizie sui rifacimenti subiti dalla fabbrica nella seconda metà del 700. E’ probabile che nel clima di tali iniziative sia maturata l’idea di acquistare un nuovo altare maggiore, collocato in opera, come ricorda la data, nel 1777. L’altare realizzato in forme imponenti rivela un magnifico gioco di marmi policromi variegati di rosso, giallo, verde, nero, in buon contrasto con il bianco dei marmi scolpiti. Si erge su tre scalini marmorei, ed è formato da un paliotto di marmo ornato al centro da un ovale simile ad un araldo decorato e raffigurante l’immagine della Madonna della Croce col Bambino, titolare della Chiesa. Ai capialtari, simmetricamente disposti, due Angeli in marmo bianco sostengono due cornucopie che fungono da porta candelabri.  Un rapido confronto stilistico con gli Angeli realizzati per l’altare maggiore della Chiesa di S. Domenico nel 1775 permette di cogliere l’impronta inconfondibile del Sebastiano, marmoraro napoletano, attivo in provincia, negli anni 70. Uguale l’impostazione delle figure sedute ai capialtare, uguale il modo di trattare il panneggio morbido e armonioso intorno ai corpi, il modo di creare l’occhiello nei risvolti delle vesti, identici i dettagli iconografici.
L’altare maggiore della Cattedrale con la sua imponenza e la compiutezza esecutiva va ad accrescere nella nostra Regione il numero di quei prodotti artistici che, importati direttamente dalla capitale, centro del potere politico ed economico, esprimono il gusto ed il prestigio della committenza locale. Sotto l’aspetto stilistico e compositivo esso trova soluzioni assai vicine negli esemplari che ancora si conservano nella Chiesa Madre di Matera, di Montescaglioso, di Tricarico, di Pomarico, di Maratea, tutti collocabili nella seconda metà del Settecento.


mercoledì 11 luglio 2018

Altra pubblicazione sul quotidiano ROMA Cronache Lucane


Ancora FERRANDINA protagonista con la seconda parte dell'articolo sulla Chiesa Madre... Storia, Arte, Cultura...




CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte II

I lavori dovettero protrarsi a lungo se in un documento del 24 Luglio 1784 si ricorda che “per impedimento della fabbrica” il capitolo è costretto ad officiare nel coro del Cappellone del SS. Sacramento. Solo nel 1785 si cominciò a pensare di completare i restauri con le decorazioni in stucco del coro e della cupola, la cui commissione veniva affidata nel giugno di quello stesso anno a Giuseppe Tabacco di Milano. Ma dell’arredo settecentesco, con gli altari, le preziose suppellettili, gli affreschi dei dodici Apostoli dipinti sui pilastri delle navate, dettagliatamente descritto nella succitata fonte del 1756, oggi rimane ben poco. Infatti, gli interventi ottocenteschi, intrapresi dall’Arciprete Ruggero Lisanti subito dopo il terremoto del 1857, con la demolizione delle navate e delle volte nuovamente ricostruite, mutarono notevolmente l’aspetto interno della Chiesa. Una relazione, redatta dallo stesso Arciprete il 27 Giugno 1872 ci informa che l’appalto dei lavori veniva affidato a Serafino Sanni nel 1857 “con istrumento stipulato tra questi ed il Sindaco Pro-tempore. Senonchè non adempiendosi dall’appaltatore le stipulate condizioni, ad istanza del Sig. Arciprete R. Lisanti venne domandato lo scioglimento del Contratto, e l’opera della ricostruzione venne spinta innanzi in linea economica”. Infatti, avviati con i contributi del Clero e di alcuni devoti che si tassarono secondo le loro possibilità, i lavori dovettero procedere tra lentezze e difficoltà se in una lettera del 21 Giugno 1879, indirizzata al Regio Sub Economico di Acerenza, il Capitolo si lamenta per la mancanza di fondi, “nello stato attuale non trattasi di restauri di lieve momento, ma della riedificazione delle tre navate perollate dal terremoto del 1857, però l’opera è quasi al suo termine essendosi ricostruite le sopradette navate che ore si stanno decorando in stucco. Per lo stato in cui il tempio si trova occorrono ancora £. 4.000 per terminare lo stucco, 4.200 per il pavimento, per alcuni piccoli restauri allo stucco della crociera £ 300 (+ 600), in tutto occorrono £ 9.100 per terminare l’intero lavoro”. Un’epigrafe posta sull’arco della porta maggiore, con la data del 1887 ricorda l’opera dell’Arciprete Ruggero Lisanti. Appena dieci anni dopo, nel 1896, per opera del suo successore, D. Giuseppe Spirito, si completavano gli stucchi della crociera e si rifaceva il pavimento del presbiterio con la munifica elargizione della Sig.ra Giannoccari D’Arecca. Le vicende successive sono legate ad interventi di carattere statico, tra cui il più recente, terminato appena alcuni mesi fa, a cura del Provveditorato alle Opere Pubbliche. La Chiesa presenta un interno a croce latina a tre navate con pilastri quadrangolari ed archi. Le navate laterali hanno cinque altari ciascuna, al centro della crociera si eleva una cupola su pennacchi, contraffortata lateralmente da un transetto a bracci contratti. Nella navata centrale, la trabeazione al disopra dei pilastri sorregge i grandi fasci di archi a botte schiacciata che dà movimento alla volta. Sopra ognuna delle arcate vi è una finestra arcuata e tale fila superiore di finestre si ripete sui lati perimetrali delle navate minori. Quest’ultima, seguendo un sistema di copertura barocco, se pure di nuova costruzione ottocentesca, presenta su ogni campata, cupolette ellittiche la cui disposizione, conformandosi a quella della cupola centrale, segue l’asse più corto della Chiesa. Entrando, attirano interesse una coppia di acquasantiere in pietra grigia del XVI secolo e la crociera spaziosissima e luminosa per le innumerevoli finestre della cupola, dell’abside e del transetto. L’abside circolare fa da sfondo all’altare maggiore in marmi policromi, posto in opera nel 1777, ai lati del coro sulle mensoline di due nicchie in stucco ricavate sulla parete, frontalmente disposte, le sculture in legno di Federico D’Aragona ed Isabella Del Balzo, fondatori della Chiesa, sugli altari del transetto due tele del Lanari raffiguranti rispettivamente la Resurrezione e il Rinvenimento della Croce. Sul lato destro del presbiterio vi è un locale di passaggio alla sacrestia. In questo vano, oggi disadorno (ed in origine esso stesso sacrestia) vi è la scala di accesso al campanile. L’interno della sacrestia di forma rettangolare, con volta a botte unghiata, è fornita di armadi, inginocchiatoi in severo e composto gusto ottocentesco. Attiguo alla sacrestia, sul lato sinistro, vi è l’antico oratorio del SS.Crocifisso. Citato per la prima volta nel 1737, l’oratorio (eretto dal Capitolo per commodo di celebrare quei sacerdoti che sono indisposti ed infermi) è ascrivibile al XVII secolo per la presenza di un affresco seicentesco della Crocifissione dipinto sulla parete destra del locale, oggi ad uso dei parrocchiani. Vi si accede attraverso un portale in pietra i cui stipiti ornati con motivi di trofei, maschere e figure umane dalle barbe fitoforme ricordano modelli di gusto rinascimentali prodotti in area locale. In questo ambito si collocano anche i rosoni e i tre portali di facciata, al centro il maggiore costituito da un arco a sesto pieno, affiancato da colonne scanalate e scolpite su basi parallelepipede ornate con testa di angeli. In alto una classica trabeazione a dentelli che sorregge il rilievo di una Adorazione della Croce. I portali laterali, pur semplificati, ne replicano i motivi ornamentali, le lesene sull’alto piedistallo con specchiatura decorata, l’architrave con fregio classico. All’angolo Sud-Ovest s’innesta la breve torre campanaria a base quadrata. Alta 29 metri, a tre ordini di piani separati da semplici cornici a listello. Il primo e il secondo sono aperti su ogni lato da una monofora, il terzo visibilmente rifatto, da arcate a pieno centro. Il profilo della copertura, che non è escluso fosse in origine cuspidato, risulta sicuramente alterato dopo i restauri ottocenteschi, se nella descrizione che ce ne dà l’Arciprete Lisanti, il campanile, prima del terremoto del 1857 risulta alto ben 139 palmi, cioè sei metri in più rispetto all’attuale. A proposito del Campanile, l’Arciprete Lisanti dice, “esiste il Campanile ed è a palmi 139 di altezza. E’ stato varie volte danneggiato dal fulmine, come pure dall’ultimo terremoto del 1857.

mercoledì 4 luglio 2018

Ennesimo articolo su ROMA Cronache Lucane

Ormai non si contano più...
Questo è il I° articolo di una serie di 7, protagonista Storia, Arte, Cultura e tesori nascosti della nostra Chiesa Madre Santa Maria Della Croce 




Detta chiesa situata in un piano con atrio spazioso avanti, con più strade pubbliche e larghe che la circonda, cioè due da settentrione a Mezzogiorno, e un’altra da oriente a occidente senza che fossero a detta chiesa annesse ad altre cose di particolari, ma solo circondata dalle strade… Con queste parole si ricorda l’ubicazione della chiesa nel
<< Ragguaglio dello Stato della Chiesta Madre >> redatto a Ferrandina nel 1756.
Orientata a Nord-Est, la chiesa prospetta la più antica Piazza della città definita << LARGO >> nel Settecento e oggi Piazza del Plebiscito: su di essa si affacciano Palazzi di edificazione Ottocentesca, tra i quali quelli ove hanno attualmente sede il Comune e la Prefettura.
Ancora libera sui fianchi laterali con i vicoletti di Via Venita e di Via Fratelli Bandiera, in parte occultata nella zona absidale da corpi di fabbrica che nel tempo le si sono addossati.
La chiesa sotto il titolo di Santa Maria della Croce, è dedicata a San Lorenzo, titolare dell’antica Chiesa Madre di Uggiano, le cui tracce sono ancora visibili nella zona Nord del Castello: con la miracolosa reliquia del Sacro Legno della Croce, con la sua storia essa appartiene a Ferrandina e alla sua tradizione più radicata.
La reliquia, gelosamente custodita nella Chiesa, è venerata con gran fede dai Ferrandinesi: secondo la tradizione essa fu donata da Federico D’Aragona alla Chiesa Madre di Uggiano in seguito ad un evento miracoloso; (trasportata poi nella Città di Ferrandina, fu riposta nella Chiesa Maggiore nell’anno 1495).
Circa le origini dell’edificio, gli storici locali forniscono notizie probanti ma non certe.
Il Centola, il Caputi, ed altri studiosi, sono concordi nel collegare cronologicamente la costruzione della fabbrica all’edificazione della Città, avvenuta per opera di Federico D’Aragona nel 1494.
Ciò sarebbe attestato da alcune epigrafi, tra cui quella ancora collocata sulla porta d’ingresso del Municipio.
Non va trascurata a tal proposito, la notizia riportata nel Ragguaglio del 1756 dove leggiamo: Ferrandina decorata col titolo di Città da Federico Re Cattolico D’Aragona di F.M. e dal medesimo fondata nell’anno del Signore 1492: stante la rovina dell’antico Castello di Uggiano, ove detto Re stava, assieme col Popolo; e dal mentovato puranche si fondò detta matrice e Collegiata Chiesa sotto il titolo di S.Croce.
Gli studi risaltano che il 1492, anno presunto della fondazione della Città, sia anche l’anno d'inizio dei lavori della Chiesa Madre e testimonia chiaramente l’atto di committenza stipulato a Napoli il 07/12/1491 tra L’Ill.mo Sig. D. Federico D’Aragona Principe di Altamura e Fiorillo Simonetto, Maestro di muro che s'impegna ad eseguire insieme a Tagliaferri Baldassarre, Pier Giovanni de Stasio e Carlo Tagliaferri << L’opera della Chiesa Maggiore e dei muri di cinta della fabbrica di Ferrandina in Basilicata.
A conferma di tutto ciò, rimane ancora oggi visibilissima, incisa sull’architrave di un portale tompagnato su fianco sinistro della Chiesa, la data del 1492.
A partire dai primi anni, del XVI secolo, la chiesa s'ingrandisce e si trasforma.
Da una carta del 29 Agosto 1521, apprendiamo che il Sindaco della Città, Nicolaus de Porfido, insieme ad altri eletti (particulares) a causa della pestilenza che ha colpito la Città, decidono in quel giorno di riunirsi nella Chiesa Madre, dove deliberano di << fare un voto con cui si obbligano donare ogni anno al Preziosissimo Legno di Santa Croce, cento libre di cera lavorata, mendas decem di olio per la lampada e quattro once di carlini d’argento per eventuali lavori di ampliazione ed innovazione >>.
Nel 1593 si costruisce la cappella dello Spirito Santo fondata da Felice Tortamano con un legato di 400 ducati: nel 1597, quella di San Lorenzo, per il pio legato di Margherita de Leonardis, che destinava la somma di 100 ducati, per gli edifici di essa (cappella) e per abbellirla.
E’ difficile ricostruire l’aspetto che doveva avere la nostra Chiesa alla fine del Cinquecento sulla base degli “Atti della Visita Apostolica” di Vincenzo Giustiniani datata 26 Novembre 1595, con certezza sappiamo che la Chiesa era dotata di quattro Cappelle e sei Altari, ma nulla di preciso sulla loro ubicazione.
Si ricorda che il Campanile non è stato completato e si raccomanda di rifare le scale della Sacrestia.
Nel 1633, per iniziativa dell’Arciprete D. Tommaso Purpura, la Chiesa viene restaurata, ed “internamente rifatta”.
Una lunga iscrizione sull’arco interno della Porta Maggiore documentava l’avvenuto restauro e l’importante cerimonia di consacrazione per mano del Cardinale Gian Domenico Spinola, Arcivescovo di Acerenza e Matera.
E’ possibile constatare il rinnovamento avvenuto all’interno della Chiesa con la Visita Pastorale del 1642, nella quale essa appare arricchita di una serie nutritissima di cappelle con ben sedici Altari, oltre il Maggiore.
Si parla per la prima volta di un “Coro con organo” del “Fonte Battesimale” con ciborio indorato ex novo, e di preziosi Argenti tra cui 14 Calici e 2 Pissidi, conservati in Sacrestia.
Ma è soprattutto nel corso del XVIII secolo, nei momenti cioè di ripresa economica e d’incremento demografico per Ferrandina, in concomitanza di un certo fervore edilizio che caratterizza la Città, tra ripristini e nuove costruzioni (basta pensare alla nuova Chiesa di S. Domenico) che la Chiesa subisce i più grossi interventi di restauro.
La Sacra Visita espletata nel 1726 da Mons. Positani ci restituisce, se pure approssimativamente, l’immagine della Chiesa nel primo quarto del secolo con precise indicazioni sulle misure, (lunga palmi 190, larga 100, alta 60), sulle strutture essenziali “le navate laterali sono coperte a volta e la mediana lignea” e sull’orientamento delle porte “due porte piccole nel prospetto Nord e Sud e due finestre nei detti prospetti, una porta con la finestra circolare vetrata con altre due vetrate nel prospetto occidentale”.
La mutata condizione oggi della Chiesa, notevolmente ampliata sull’asse longitudinale delle navate, è da ascriversi agli anni cinquanta e non oltre il 1756 se nel Ragguaglio sullo stato della Chiesa Madre di quell’anno, le navate appaiono più lunghe di 20 palmi (rispetto al 1726) e con le tre porte d’ingresso disposte sul prospetto di Piazza Plebiscito “una porta grande con mostra di marmo intagliato, che corrisponde avanti il grande atrio che vi sta e sporge all’Aquilone e le altre due laterali poste una all’oriente e l’altra all’occidente con mostre di pietre polite”.
Ulteriori restauri seguiranno negli anni settanta a cura dell’Arciprete Sammauro, al quale si deve la demolizione dell’antica crociera “che abbraccia come l’attuale, il coro, il presbiterio, il cappellone del Sacramento e tutto il vano sino all’arco maggiore, su cui poggia la cupola, e che poi fu ricostruita dalla pietà dei fedeli in forma snella ed elegante per cura del Dotto e zelante Arciprete Sammauro”.
Di tali lavori è memoria, oltreché nelle storie locali, in alcuni inediti documenti conservati nell’Archivio Diocesano di Matera: del 16 Settembre 1771 e infatti l’atto testamentario del Canonico D. Gasparre Montefinese che dispone il lascito di “tomola 10 di grano e tomola 10 di fava che la fabbrica della Matrice Collegiata Chiesa, che ora si sta facendo per ripararla e maggiormente abbellirla ed ingrandirla”.
Del 71 – 74 – 76 sono invece le copie di alcuni dispacci inviati all’Università di Ferrandina al Re (Ferdinando IV di Borbone), perché nella situazione di pericolo in cui la Chiesa si trova, provveda ad evolvere l’onorario destinato al predicatore dell’Avvento e della Quaresima per la riparazione del Tempio.
I lavori dovettero protrarsi a lungo se in un documento del 24 Luglio 1784 si ricorda che “per impedimento della fabbrica” il capitolo è costretto ad officiare nel coro del Cappellone del SS. Sacramento.
Solo nel 1785 si cominciò a pensare di completare i restauri con le decorazioni in stucco del coro e della cupola, la cui commissione veniva affidata nel giugno di quello stesso anno a Giuseppe Tabacco di Milano.
Ma dell’arredo settecentesco, con gli altari, le preziose suppellettili, gli affreschi dei dodici Apostoli dipinti sui pilastri delle navate, dettagliatamente descritto nella succitata fonte del 1756, oggi rimane ben poco.
Infatti, gli interventi ottocenteschi, intrapresi dall’Arciprete Ruggero Lisanti subito dopo il terremoto del 1857, con la demolizione delle navate e delle volte nuovamente ricostruite, mutarono notevolmente l’aspetto interno della Chiesa.
Una relazione, redatta dallo stesso Arciprete il 27 Giugno 1872 ci informa che l’appalto dei lavori veniva affidato a Serafino Sanni nel 1857 “con istrumento stipulato tra questi ed il Sindaco Pro-tempore.
Senonchè non adempiendosi dall’appaltatore le stipulate condizioni, ad istanza del Sig. Arciprete R. Lisanti venne domandato lo scioglimento del Contratto, e l’opera della ricostruzione venne spinta innanzi in linea economica”.
Infatti, avviati con i contributi del Clero e di alcuni devoti che si tassarono secondo le loro possibilità, i lavori dovettero procedere tra lentezze e difficoltà se in una lettera del 21 Giugno 1879, indirizzata al Regio Sub Economico di Acerenza, il Capitolo si lamenta per la mancanza di fondi, “nello stato attuale non trattasi di restauri di lieve momento, ma della riedificazione delle tre navate perollate dal terremoto del 1857, però l’opera è quasi al suo termine essendosi ricostruite le sopradette navate che ore si stanno decorando in stucco.
Per lo stato in cui il tempio si trova occorrono ancora £. 4.000 per terminare lo stucco, 4.200 per il pavimento, per alcuni piccoli restauri allo stucco della crociera £ 300 (+ 600), in tutto occorrono £ 9.100 per terminare l’intero lavoro”.
Un’epigrafe posta sull’arco della porta maggiore, con la data del 1887 ricorda l’opera dell’Arciprete Ruggero Lisanti.
Appena dieci anni dopo, nel 1896, per opera del suo successore, D. Giuseppe Spirito, si completavano gli stucchi della crociera e si rifaceva il pavimento del presbiterio con la munifica elargizione della Sig.ra Giannoccari D’Arecca.
Le vicende successive sono legate ad interventi di carattere statico, tra cui il più recente, terminato appena alcuni mesi fa, a cura del Provveditorato alle Opere Pubbliche.
La Chiesa presenta un interno a croce latina a tre navate con pilastri quadrangolari ed archi.
Le navate laterali hanno cinque altari ciascuna, al centro della crociera si eleva una cupola su pennacchi, contraffortata lateralmente da un transetto a bracci contratti.
Nella navata centrale, la trabeazione al disopra dei pilastri sorregge i grandi fasci di archi a botte schiacciata che dà movimento alla volta.
Sopra ognuna delle arcate vi è una finestra arcuata e tale fila superiore di finestre si ripete sui lati perimetrali delle navate minori.
Quest’ultima, seguendo un sistema di copertura barocco, se pure di nuova costruzione ottocentesca, presenta su ogni campata, cupolette ellittiche la cui disposizione, conformandosi a quella della cupola centrale, segue l’asse più corto della Chiesa.
Entrando, attirano interesse una coppia di acquasantiere in pietra grigia del XVI secolo e la crociera spaziosissima e luminosa per le innumerevoli finestre della cupola, dell’abside e del transetto.
L’abside circolare fa da sfondo all’altare maggiore in marmi policromi, posto in opera nel 1777, ai lati del coro sulle mensoline di due nicchie in stucco ricavate sulla parete, frontalmente disposte, le sculture in legno di Federico D’Aragona ed Isabella Del Balzo, fondatori della Chiesa, sugli altari del transetto due tele del Lanari raffiguranti rispettivamente la Resurrezione e il Rinvenimento della Croce.
Sul lato destro del presbiterio vi è un locale di passaggio alla sacrestia.
In questo vano, oggi disadorno (ed in origine esso stesso sacrestia) vi è la scala di accesso al campanile.
L’interno della sacrestia di forma rettangolare, con volta a botte unghiata, è fornita di armadi, inginocchiatoi in severo e composto gusto ottocentesco.
Attiguo alla sacrestia, sul lato sinistro, vi è l’antico oratorio del SS.Crocifisso.
Citato per la prima volta nel 1737, l’oratorio (eretto dal Capitolo per commodo di celebrare quei sacerdoti che sono indisposti ed infermi) è ascrivibile al XVII secolo per la presenza di un affresco seicentesco della Crocifissione dipinto sulla parete destra del locale, oggi ad uso dei parrocchiani.
Vi si accede attraverso un portale in pietra i cui stipiti ornati con motivi di trofei, maschere e figure umane dalle barbe fitoforme ricordano modelli di gusto rinascimentali prodotti in area locale.
In questo ambito si collocano anche i rosoni e i tre portali di facciata, al centro il maggiore costituito da un arco a sesto pieno, affiancato da colonne scanalate e scolpite su basi parallelepipede ornate con testa di angeli.
In alto una classica trabeazione a dentelli che sorregge il rilievo di una Adorazione della Croce.
I portali laterali, pur semplificati, ne replicano i motivi ornamentali, le lesene sull’alto piedistallo con specchiatura decorata, l’architrave con fregio classico.
All’angolo Sud-Ovest s’innesta la breve torre campanaria a base quadrata.
Alta 29 metri, a tre ordini di piani separati da semplici cornici a listello.
Il primo e il secondo sono aperti su ogni lato da una monofora, il terzo visibilmente rifatto, da arcate a pieno centro.
Il profilo della copertura, che non è escluso fosse in origine cuspidato, risulta sicuramente alterato dopo i restauri ottocenteschi, se nella descrizione che ce ne dà l’Arciprete Lisanti, il campanile, prima del terremoto del 1857 risulta alto ben 139 palmi, cioè sei metri in più rispetto all’attuale.
A proposito del Campanile, l’Arciprete Lisanti dice, “esiste il Campanile ed è a palmi 139 di altezza.
E’ stato varie volte danneggiato dal fulmine, come pure dall’ultimo terremoto del 1857.