Matera Capitale

Il quotidiano

giovedì 30 agosto 2018

San Domenico, il Monastero


Ferrandina ancora protagonista





Convento di San Domenico
Ferrandina

LA CHIESA ED IL CONVENTO

I Parte


     Nelle immediate vicinanze della "Cittadella", dove dominavano i palazzi delle famiglie più distinte di Ferrandina, nei primi decenni del '700 s'innalza l'imponente mole del complesso conventuale di San Domenico, dove si trasferiscono i padri domenicani dalla dimora primitiva vicino alla chiesa della Madonna de Loreto. Il progetto dell'opera è stato affidato all'ingegnere D'Andrea Moltò di Roma, e per la costruzione giungono maestranze specializzate dalla Puglia e dalla Campania, e su tutti mastro Di Mauro e mastro Nicola, Carleo di Cava dei Tirreni. La grandiosità del progetto e la complessità dei lavori vedono il traguardo solo nel 1790, a pochi anni dalla soppressione del 1809. Oggi, il complesso monumentale accoglie la Biblioteca Comunale, Il Fondo Antico, il Liceo Scientifico, e il chiostro viene adibito per attività culturali e rimane contenitore naturale ideale per ospitare mostre di alto livello. I padri domenicani “dal loro primo arrivo, ovvero dalla ristrutturazione della badia di Ognisanti alla costruzione della prima dimora e della prima chiesa e, in seguito della chiesa e del grandioso convento di S. Domenico,... sono vissuti sotto il continuo assillo dei lavori da realizzare“. Dopo alcuni anni dal trasferimento dell’abitato di Uggiano nel territorio di Ferrandina, il papa Leone X concede ai padri domenicani la possibilità di trasferirsi nel nuovo paese ”con tucti lloro beni, prerogative et privilegi, et in loco assignando per detta università possano edificare ... la invocatione di Sancta Maria de Loreto, la chiesa et monasterio“, i cui lavori saranno completati il 1517.  Da questo momento la chiesa di Santa Maria di Loreto ospiterà il più grande nucleo conventuale della Basilicata. Non passano molti anni ed il convento dà segni di instabilità , per cui i padri devono ricorrere una prima volta (1614) a nuovi lavori di restauro e consolidamento. Cinquant’anni dopo i problemi di stabilità si ripresenteranno ed i padri domenicani non sanno se proseguire nei lavori di ripristino o attingere ad altri lasciti per costruire un nuovo convento. In una relazione fatta sotto giuramento e raccolta dal notaio si rileva come il sopralluogo di un capo ingegnere e di alcuni mastri fabricatori abbia sottolineato i gravi rischi di crolli e la notevole spesa (duemila e cinquecento ducati) per le opere di consolidamento e riparazione. Dopo un ulteriore sopralluogo del capo ingegnere Giacomo Luvino di Milano, i domenicani pervengono alla decisione di costruire un convento su un terreno più prossimo alla cittadella: “il convento mal fondamentato sin dal suo principio, si vede cadere nelle principali sue parti, come di fatto oggi si è reso... e dar principio all’edificio di un nuovo monastero”. La determinazione di costruire viene data da una donazione a favore del ferrandinese padre Arcangelo de Leonardis, rettore del convento di San Domenico di Barletta. Con rogito del notaio Mastropietro vengono donati “due luoghi, seu hortali, siti nella contrada della cittadella proprio sotto le mura d’essa di rimpetto a tramontano”. Dopo il beneplacito dell’ Arcivescovo di Matera, il padre priore Emanuele de Leonardis, familiare del rettore, invita il vescovo di Giovinazzo, monsignor Giacinto Chiurlia, a porre la prima pietra del convento. Il progetto è grandioso, ma le finanze per poterlo realizzare sono limitate. I lasciti e i sacrifici (riduzione del numero dei frati) non sono sufficienti a portare a termine l’opera: vengono emesse delle ordinazioni con le quali si impone di non distorcere per altri fini (i pranzi per i familiari, il nuovo priore, il predicatore generale, ricevere ospiti e forestieri, cavalcature), ma che tutto confluisca nel bilancio per la costruzione del convento, così come il progetto è stato redatto in Roma dall’ingegner D’Andra Moltò . Tutti i risparmi devono servire per la paga quotidiana e compra di mattoni e calce. Dapprima il P. Mastro generale, fra Agostino Pipia, e poi il suo successore, fra Tommaso Ripol, danno un forte impulso per la contemporanea costruzione del convento e della chiesa: subentrano nuove maestranze pugliesi e napoletane che oltre a portare avanti, sin dalle fondazioni, la costruzione del convento, si obbligano di “perfezionare l’intero convento eseguendo i lavori in conformità del progetto redatto nel 1730 dal Sig. Cavaliere D. Michelangelo De Blasio, regio ingegnere della città di Napoli”. Nel 1753 i lavori di costruzione arrivano alla fine, ma per le ragioni economiche che hanno interessato tutta l’impresa, bisognerà attendere altri 20 anni per vedere l’ultimazione della nuova chiesa, i cui interni vengono decorati a stucco dal varesino Tobacchi (1774), mentre il napoletano Pasquale Sebastiano esegue l’altare maggiore e i pavimenti (1775-76). Forse solo nel 1790 il convento e la chiesa saranno veramente funzionanti in tutte le loro parti, ma in meno di venti anni, i sacrifici, protrattisi per quasi un secolo, saranno resi vani con la soppressione dell’ordine monastico nel 1809 e, con esso, si disperderanno i 2421 volumi della biblioteca e i tanti beni mobili ed immobili riportati nel pregevole lavoro di Padre Carlo e nella ricca documentazione fotografica a corredo della pubblicazione curata da Barbone e Lisanti.

lunedì 27 agosto 2018

Ormai non si contano più... ancora una pubblicazione


Ancora Ferrandina protagonista...


CONVENTO DEI CAPPUCCINI
FERRANDINA
Di Enzo Scasciamacchia

Gli annali monastici dei Cappuccini riferiscono che nel 1560 fu gettata la prima pietra per l’edificazione della seconda Casa religiosa che comportò anche la demolizione di un’antica cappella dedicata all’apostolo San Pietro. L’insalubrità del sito prescelto, dovuta a malaria e umidità del suolo, costrinse la comunità ad edificare altrove il nuovo Convento e cinquant’anni dopo, l’anno del Signore 1615, si diede inizio alla nuova fabbrica ubicata, questa volta, sulla sommità di un colle che dominava il paese. Una lapide inserita sul paramento murario del fronte occidentale conferma la data “ Fundatio Loci Novi 1615 D. Petri”. All’interno della chiesa una ulteriore iscrizione reca la data 1652, anno in cui il Convento veniva ultimato dall’Arcivescovo Mons. T. Purpura. Risparmiato dalle leggi di soppressione del 1809, i Padri abitarono il Convento sino al 1866 epoca in cui si proclamò la soppressione del Convento che passò dal Demanio dello Stato, il Demanio a sua volta, lo alienò agli stessi frati che acquistarono tutta la parte ad oriente ed a mezzogiorno. L’ala occidentale con l’annessa chiesa fu acquistata invece, dall’Arciprete Lisanti con il tacito accordo di rivenderlo successivamente ai frati Francescani. Gli eventi che si susseguirono non consentirono mai questo trasferimento tant’è che il Convento subì profanazioni e trasformazioni di ogni genere che lo videro abitato anche a stazione di monta ed a pubblico macello. Grazie all’intervento di un benefattore, tale Sig.ra Stella Spirito, la parte occidentale del Convento venne riscattata e successivamente destinata a orfanotrofio femminile S.Antonio, retto ancora oggi dalle Rev. Suore del Sacro Costato.
Modificato in più parti dalle trasformazioni succedutesi nel tempo, l’antico complesso monastico si presenta oggi come una costruzione a pianta quadrangolare articolata su due livelli intorno ad un chiostro centrale. Sul lato sinistro osservando il fronte principale si sviluppano i locali dell’asilo, Orfanotrofio e l’annessa Chiesa. Il lato destro invece è occupato da locali di proprietà privata. Dell’impianto originario solo i due fronti laterali est ed ovest conservano evidenti le caratteristiche strutturali ed architettoniche, sul fronte prientale la massiccia struttura a scarpa del muro perimetrale, interrotto al piano terra da profonde aperture per porte e finestre e terminante superiormente con la tradizionale romanella di coppi aggettanti. Un ingresso a doppio arco conduce in un corridoio con voltine a crociera che costituiva, con ogni probabilità, uno dei bracci del corridoio perimetrale del chiostro, sulla destra di tale corridoio la scala che conduce al piano superiore. Notevoli e disastrose le trasformazioni subite dal chiostro a seguito di alcune superfetazioni funzionali alle esigenze abitative dei vari proprietari. Si conserva tutt’ora la vera quadrata del pozzo centrale e sono comunque leggibili le arcate, ora tompagnate, di quello che una volta doveva essere il portico perimetrale. Sul fronte occidentale ancora visibili al piano superiore le arcate su pilastrini di un portico tompagnato e sulla parte sommitale la caratteristica romanella. In fondo la costruzione realizzata in tempi più recenti per l’ampliamento dell’asilo – orfanotrofio. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo il fronte principale subisce una sostanziale modificazione del suo assetto originario, si realizza infatti una diversa ripartizione delle aperture finestrate cui si aggiunge, sul lato sinistro, la realizzazione di un balcone aggettante al primo piano. L’edicola con la statua del Santo Patrono e la finestra rettangolare che la sormontava, lasciano spazio ad una finestra circolare che da luce all’interno della Chiesa. Anche il campanile a vela veniva sostituito con un campaniletto a doppia arcata. L’interno della Chiesa conserva tutt’ora intatta l’impostazione architettonica e stilistica settecentesca. La navata centrale cui si affianca una piccola navata laterale sinistra con cinque cappelle voltate a crociera o a botte lunettata impreziosita, così come il resto delle pareti, da stucchi e cornici aggettanti. Di particolare effetto il coro soprastante l’ingresso costituito da una struttura portante in legno cui si aggancia la originale volta ribassata realizzata in incannucciato. In corrispondenza della parete di fondo del presbiterio l’antica sagrestia coperta da una magnifica volta a padiglione anch’essa adorna di stucchi ed al centro la scena del sacrificio di Adamo. Per la sua significativa testimonianza storica e per le sue caratteristiche artistiche ed architettoniche che, se pur modificate da interventi successivi, documentano un antico sistema costruttivo ed organizzativo tipico dei complessi conventuali seicenteschi, si ritiene che l’immobile denominato “Convento dei Cappuccini” di Ferrandina, sia sottoposto a tutela.

lunedì 20 agosto 2018

Convento di Santa Chiara Ferrandina


Ennesimo articolo Ferrandina in primo piano




Convento di Santa Chiara

Ferrandina

di Enzo Scasciamacchia

     Una torre quadrata dall’aria burbera e austera sorveglia a vista Ferrandina, la città non ha più bisogno di essere protetta, non ha più minacce, eppure quell’ultimo baluardo di difesa continua a restare in piedi. Anche quella torre quadrata ha ormai perso la sua funzione originaria ed è diventata il simbolo del Convento di Santa Chiara. Il convento si trova nello stesso luogo dove era stata edificata una fortezza, proprio per questo ha continuato a mantenere nei secoli un aspetto dedito alla sobrietà e alla semplicità. L’inizio dei lavori è avvenuto in pompa magna nel 1610, alla presenza di tutto il clero lucano. L’istituzione di un monastero era stato fortemente voluto dalle famiglie nobili della zona, desiderose di avere un luogo degno a cui consegnare le proprie figlie che avevano scelto la vita monastica. Le famiglie Cantorio e De Lorenzis di Ferrandina avevano bramato fortemente l’elezione di un membro della propria famiglia al ruolo di badessa, al fine di potersi aggiudicare la gestione dei pascoli di proprietà del monastero. Il monastero non custodisce opere di particolare valore ma fanno eccezione una crocefissione, opera di Pietro Antonio Ferro, ed una tela che raffigura l’Immacolata ed è stata attribuita a Francesco Solimena (1730). Con l’emanazione degli editti napoleonici anche il convento di Santa Chiara, perse la sua funzione religiosa e ha iniziato una lenta metamorfosi che nel tempo l’ha portato a diventare un contenitore culturale, ospitando nelle sue stanze mostre ed eventi. Dal 2015 le sale del convento di Santa Chiara hanno aperto le porte al Museo della Civiltà Contadina e dei Mestieri Antichi. Il museo è nato nel 2009 come mostra permanente, ospitata all’interno del palazzo di proprietà della famiglia Trifogli- Saggese. L’istituzione di questo luogo era stata fortemente caldeggiata da tutta la comunità di Ferrandina che desiderava poter rivivere un passato a tratti idilliaco, caratterizzato da una vita semplice e rustica. Un angolo di storia che potesse essere motivo di riflessione per le giovani generazioni. Il gran numero di visitatori e i continui contributi che i privati donarono al museo pian piano  hanno reso necessario il trasferimento in un luogo più grande, che potesse anche ospitare laboratori e seminati. Il museo è diviso in tre sezioni. Nella prima parte si ritrovano piccoli angoli della bottega di un barbiere e di un calzolaio, l’officina di un fabbro, il laboratorio di un falegname ed un imponente telaio che veniva utilizzato dalle donne per realizzare la Ferlandina. La seconda parte ospita la ricostruzione della vita nei campi, grazie all’utilizzo di un rudimentale aratro e di oggetti di lavoro quotidiani. L’ultima parte, quella più interna, è la cantina, un luogo fresco che ricrea l’ambiente adatto per la conservazione dei cibi. I figuli, maestri di ceramica e terracotta di Ferrandina, hanno messo a disposizione una vasta collezione di oggetti, in particolare giare e vasi ed un cassone per la conservazione di cereali e legumi. Nell’immenso patrimonio storico custodito da questo museo spicca una raffigurazione unica ed introvabile della Madonna degli Ulivi, che viene venerata solo a Ferrandina. Il museo della Civiltà Contadina e dei Mestieri Antichi è ancora in fieri, in un continuo divenire che deve tutto al prezioso contributo dei cittadini, curiosi e attenti custodi della tradizione.

sabato 18 agosto 2018

Festa Patronale di Ferrandina


San Rocco la Storia...





San Rocco

Nato a Montpellier fra il 1345 e il 1350 ed è morto a Voghera fra il 1376 ed il 1379 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la pia devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di seguire Cristo fino in fondo: vendette tutti i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti; la preghiera e la carità la sua forza; Gesù Cristo il suo gaudio e la sua santità. Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico. Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il nostro Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Tracciando il segno di croce sui malati, invocando la Trinità di Dio per la guarigione degli appestati, San Rocco diventò lo strumento di Dio per operare miracolose guarigioni. Ad Acquapendente San Rocco si fermò per circa tre mesi fino al diradarsi dell’epidemia, per poi dirigersi verso l’Emilia Romagna dove il morbo infuriava con maggiore violenza, al fine di poter prestare il proprio soccorso alle sventurate vittime della peste.
L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368, quando Papa Urbano V è da poco ritornato da Avignone. E’ del tutto probabile che il nostro Santo si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce. Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice: l’incontro con il Papa fu il momento culminante del soggiorno romano di San Rocco. La partenza da Roma avvenne tra il 1370 ed il 1371. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco vicino Sarmato, in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane lo trova e lo salva dalla morte per fame portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. Il Dio potente e misericordioso non permette che il giovane pellegrino morisse di peste perché doveva curare e lenire le sofferenze del suo popolo. Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria. Le antiche ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato o ad Angera sul Lago Maggiore. E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse cinque anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.
Prima di spirare, il Santo aveva ottenuto da Dio il dono di diventare l’intercessore di tutti i malati di peste che avessero invocato il suo nome, nome che venne scoperto dall’anziana madre del Governatore o dalla sua nutrice, che dal particolare della croce vermiglia sul petto, riconobbe in lui il Rocco di Montpellier. San Rocco fu sepolto con tutti gli onori.
Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier, amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri.
Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall'epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.
Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma, dove per volontà di Papa Clemente VIII dal 1575 è custodita una Insigne Reliquia del Braccio destro di San Rocco, l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.
Oltre a quello romano, altri centri rocchiani sono:
- l'Arciconfraternita Scuola Grande di Venezia, che ne custodisce il corpo
- il santuario di San Rocco della sua città natale di Montpellier
- l'Association Internationale che ha sede sempre in Montpellier e che aggrega e collega le diverse associazioni nazionali
- l'Associazione Nazionale San Rocco Italia che ha sede a Sarmato (PC), dove avvenne l'incontro col cane
- il Comitato Internazionale Studi Rocchiani che ha sede in Voghera (PV), località da cui prese avvio il culto.
Autore: Mons. Filippo Tucci, primicerio Chiesa San Rocco - Roma 
                        
 Scarne le notizie biografiche

San Rocco è nato a Montpellier fra il 1345 e il 1350 ed è morto a Voghera fra il 1376 ed il 1379 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la pia devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di seguire Cristo fino in fondo: vendette tutti i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti;

la preghiera e la carità la sua forza.  

                        Dalla Francia all'Italia

Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico. Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il nostro Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Tracciando il segno di croce sui malati, invocando la Trinità di Dio per la guarigione degli appestati, San Rocco diventò lo strumento di Dio per operare miracolose guarigioni. Ad Acquapendente San Rocco si fermò per circa tre mesi fino al diradarsi dell’epidemia, per poi dirigersi verso l’Emilia Romagna dove il morbo infuriava con maggiore violenza, al fine di poter prestare il proprio soccorso alle sventurate vittime della peste.

                            Il miracolo di Roma

L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368, quando Papa Urbano V è da poco ritornato da Avignone. È del tutto probabile che il nostro Santo si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce. Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice: l’incontro con il Papa fu il momento culminante del soggiorno romano di San Rocco. La partenza da Roma avvenne tra il 1370 ed il 1371. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco vicino Sarmato, in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane lo trova e lo salva dalla morte per fame portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo.

                          In prigione a Voghera

La Provvidenza non permette che il giovane pellegrino morisse di peste perché doveva curare e lenire le sofferenze del suo popolo. Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria. Le antiche ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato o ad Angera sul Lago Maggiore. È invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse cinque anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.

                           Patrono degli appestati

Prima di spirare, il Santo aveva ottenuto da Dio il dono di diventare l’intercessore di tutti i malati di peste che avessero invocato il suo nome, nome che venne scoperto dall’anziana madre del Governatore o dalla sua nutrice, che dal particolare della croce vermiglia sul petto, riconobbe in lui il Rocco di Montpellier. San Rocco fu sepolto con tutti gli onori. Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier, amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri. Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall'epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.

venerdì 17 agosto 2018

Ennesimo articolo su Ferrandina e le sue ricchezze


Ferrandina e i suoi tesori nascosti...


Croce astile e Calice

CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte VII

CALICE
La base circolare del calice è segnata da un doppio gradino, lobato con ovuli incorniciati e fregi foliati al centro, e piatto con palmette d’acanto stilizzate. Il piede tornito e decorato alla sommità da foglie incise con le punte rivolte verso il basso. Nodi a disco fogliati e piatti di raccordo compongono il fusto, provvisto di nodo centrale a “vasetto”, cinto in basso da fogliami d’acanto e baccelli incorniciati sulla lobatura spiovente. Il sottocoppa d’argento sbalzato, rastremato alla sommità da un composto cordone marezzato, e ripartito in sei campiture a bandinelle con manipoli di spighe in quelle grandi e grappoli d’uva nelle piccole. Un profilo a lunette e girali liberi corona il sottocoppa fornito di slabbrata coppa, dorata interamente e lungo il bordo esterno. Sul rovescio della base è collocato lo stemma gentilizio della famiglia Mazziotti con elmo apicale a becco di passero e un serpente sovrastante che tiene nelle fauci una figurina umana. Lo stemma è composto da un leone rampante su monte a tre cime, tenente con le due branche una scimitarra. Tutt’intorno è la scritta a caratteri capitali “ EX LEGATO V.I.D. D. BERARDINI MAZZIOCTE 1619 “, a ricordo del donatore. L’oggetto è un prototipo della manifattura partenopea del primo-barocco. I canoni stilistici del tardo Cinquecento ritornano infatti nella base piatta e circolare con moduli fogliati, i quali nella ricercatezza decorativa preludono allo spirito Seicentesco. Il fusto assume lentamente quel profilo mosso e libero del barocco col nodo a vasetto sagomato, che esula dalle rigide forme del Cinquecento. Notevole eleganza è conferita al calice dagli emblemi eucaristici, sbalzati a forte aggetto, simboleggianti la primaria finalità del calice, ma soprattutto dalle lunette libere e serpentine con palmetta centrale.

CROCE ASTILE
La croce astile poggia su un nodo ellissoidale con due ordini di moduli decorativi: una serie di fogliami d’acanto con lobo apicale e protomi alate alterne a cartelle lobate con girali appiattiti.
I bracci lineari della croce sono profilati da sagomature tornite con baccelli tondi alterni agli ovali, resi contrastanti dal bulino. All’incrocio dei bracci, quattro fasci composti di raggi a ventaglio danno vita alla raggiera quadrata. Il terminale inferiore ha due carnose e morbide foglie d’acanto, a sbalzo vivo, con palmette sottostanti, mentre i tre bombati terminali apicali sono composti da coppie di girali affrontati, contenenti una paffuta testina alata e pomello finale a doppio ordine di fogliami. Sulla Croce è collocato il teschio d’Adamo, il Cristo patiens con perizoma annodato e testa reclinata da un lato, un rosone stilizzato all’incrocio dei bracci e un cartiglio ovale con la scritta INRI, un fogliame d’acanto stereotipato, tra nervature tornite su fondo a bulino riccio, è presente sui terminali posteriori della croce astile insieme ad un medaglione fiorato posto all’incrocio, visibile anche nella parte anteriore. Si legge sul recto: FILOMENA ABATANGELO VEDOVA MASTRO-MATTEI e sul verso la data 1904; deducendo così che la croce fu donata nell’anno 1904 dalla fedele alla Chiesa Matrice di Ferrandina, dove tuttora si custodisce. L’arredo reca sull’orlo ridotto del nodo e sui quattro fasci della raggiera il bollo dell’argento in uso dopo l’Unità d’Italia e uniformato a tutta la nazione, e la sigla M800, bollo di datazione, accompagnata dal punzone CATELLO. La croce astile è opera dell’operoso e geniale argentiere partenopeo Vincenzo Catello che, nel 1878, rilevò il laboratorio di Gennaro Pane, attivo nella seconda metà dell’Ottocento. Della maestria argentiera dell’inesauribile vena creativa dell’argentiere è testimonianza in una doppia serie di due corone d’argento, traforate a racemi, nella chiesa matrice della Trinità di Tramutola, una per la statua della Madonna dei Miracoli e l’altra per quella della Madonna del Rosario. Sempre opera del Catello è la splendida portella del Tabernacolo, sull’altare maggiore della stessa chiesa, rappresentante, a rigore di scultura, la Cena di Emmaus, raramente raffigurata. Un evidente eclettismo traspare, nella ripresa di ornati d’altre epoche, rivisitati con diversa ispirazione, di pathos espressivo. Nella resa finale non esiste armonia tra le parti. I terminali, di più accurata realizzazione, sono in netto divario con la resa a moduli standardizzati dei bracci della croce. Il decoro a ovali e cerchi bulinati è ripresa tematica del tardo Cinquecento. Il nodo di sostegno, che ha una dimensione ridotta, riflette strutture lineari e non si abbandona più a sporgenti e fastosi protomi alate o vegetali, ma è stretto e racchiuso in fregi ornati e raffinati. Il Cristo patiens, fuso a tutto tondo, ha un modellato a stampaggio, al pari del cartiglio apicale con la scritta INRI. Si delineano abbastanza chiaramente, nel rigore delle modanature e nella contenutezza delle forme, i fattori tipici del neoclassicismo, che comportano la drastica riduzione dell’ornato e l’abolizione delle stravaganze e bizzarrie dell’epoca precedente.     

mercoledì 15 agosto 2018

Cronaca dell'evento Ferrandina e la sua Belle Epoque


Anche a Ferragosto un nuovo articolo


L'articolo

Il vincitore con gli Organizzatori

CRONACA DI UN EVENTO IN GRANDE STILE

Di Enzo Scasciamacchia

Era già previsto nella giornata di Domenica a Ferrandina una buona partecipazione, ma a quanto pare, la realtà ha superato di granlunga la previsione, meravigliando anche gli organizzatori della manifestazione, Ferrandina e la sua “Belle Epoque”, che si sono ritrovati a dover riorganizzare e adattare la straordinaria partecipazione di appassionati da tutta l’Italia, alcuni esempi:


IMOLA – BOLOGNA – TORINO – ROMA – CRISPIANO (TA) – GINOSA – ALTAMURA – SANTERAMO – LAURIA (PZ) – POTENZA – MARCONIA (MT) – PISTICCI – MONTESCAGLIOSO – SALANDRA – MATERA – FERRANDINA.


Appassionati di auto d’epoca da tutto il territorio nazionale, riunito in una cittadina di provincia senza pretese, l’umiltà, la semplicità, la voglia di fare di questi organizzatori, ragazzi semplici e diversamente impegnati, hanno reso la manifestazione un evento nazionale, impegnandosi disinteressatamente, dando esclusivamente priorità alla loro passione, coltivata sin da tenera età. Onore al merito, allora, grazie a questi ragazzi Ferrandina, per almeno un giorno, ha potuto vivere la sua “Belle Epoque”, vedendo sfilare tra i suoi Monumenti di Storia Antica, tra le vie che hanno visto percorrere Re e Regine (Federico D’Aragona fondatore della Città, e la sua consorte Isabella Del Balzo) oltre a personaggi che si sono distinti nella storia d’Italia, auto in grande stile, come la “BALILLA” o la Fiat 514 Ministeriale, la CORVETTE C3 5700cc 8 cilindri, la MG TC del 1947, la PONTIAC 3400cc VS, oltre a vecchie 500 tirate a lucido, Fiat 1100, Alfa Romeo Giuglietta, MASERATI, minuscoli Fiat 126, Fiat 127 Brasiliano, e tante, ma tante VESPA 50 Special, motorini dell’anteguerra, le famose VESPA che hanno segnato LA DOLCE VITA, e tante altre moto in stile, un vero trionfo, che ha trovato il suo apice con la premiazione della più bella Auto d’Epoca, risultata la Fiat 514 Ministeriale del 1928, trionfo di una giornata all’insegna dello stile e dei ricordi di tante storie di appassionati sostenitori della Belle Epoque, una in particolare, quella del vincitore della rassegna, il Sig. Michele De Marinis, 80 anni e più, di Altamura, con la sua collezione di oltre 20 Auto d’epoca, ex conduttore di locomotori a carbone e vapore, ha partecipato ad oltre 20 Film girati a Matera, e nonostante la sua veneranda età, ancora una grande voglia di coltivare la sua passione, che ormai non ricorda più da quanto sia partita ne’ da cosa, personaggio unico, che ha colpito per la sua tenacia e orgoglio nel parlare dei suoi gioielli, quasi a voler sfidare la vita, che troppo presto l’ha riportato ad una avanzata età, senza alcuna rassegnazione di dover, un giorno, lasciare tutto a non si sa chi, ma per questo ci penserà a suo tempo, visto che tutti gli augurano di esserci ancora per molto. Concludendo, complimenti a tutti, e appuntamento alla seconda edizione di, Ferrandina e la sua “Belle Epoque”, con l’augurio di vedere ancora nei migliori partecipanti, il Sig. De Marinis, pilastro portante di tutte le manifestazioni nazionali.




lunedì 13 agosto 2018

Evento del 12 Agosto 2018 Ferrandina


Ferrandina e la sua "Belle Epoque"


L'Articolo pubblicato sul quotidiano
ROMA Cronache Lucane





EVENTO DA “BELLE EPOQUE” 
A FERRANDINA


Per tutti gli appassionati di Auto d’Epoca, Domenica 12 Agosto 2018, appuntamento a Ferrandina (MT) con la sfilata in puro stile “Belle Epoque” tra i magnifici monumenti storici della Città fondata da RE Federico D’Aragona e consorte, Isabella del Balzo nel 1494. La suggestiva scenografia farà da sfondo alla sfilata per tutto il percorso che, nell’arco della giornata, avrà una sola sosta, quella del pranzo, ma successivamente riprenderà il suo splendore per le vie e tra le straordinarie bellezze locali concludendosi con la premiazione della più bella Auto, difficile scelta che vedrà impegnati i vari componenti la commissione giudicatrice composta dagli stessi organizzatori, gadget, targhe, coppe e riconoscimenti vari per i partecipanti che vedranno e ammireranno le varie ricchezze cittadine con tour guidato dall’associazione NEW AGE specializzata in informazioni Culturali, Artistici, Storici locali, contributo apportato anche dall’Assesore al ramo Dott.ssa Maria Teresa Di Stefano, molto attenta ad eventi culturali/sportivi a favore della comunità. Gli organizzatori: Piero Lando, Pier Paolo Francione e Giovanni Montefinese, si definiscono appassionati del settore sin da tenera età, ma non abbastanza per farne un’attività, visto lo scarso interesse territoriale, ma abbastanza da farne una passione interamente autofinanziata, quindi molto limitata, ma sufficiente a soddisfare la passione coltivata privatamente, e dopo i doveri lavorativi di ognuno. Passione che all’avanzata età media di 35 anni li porta a seguire anche eventi fuori dalle mura cittadine, fino a voler organizzare un evento nella propria città di origine che non ha niente da invidiare ad eventi organizzati da gente navigata ed esperta nel settore, ma senza scrupoli, danno inizio alla loro storia, dall’esperienza acquisita negli anni da semplici partecipazioni ad eventi di alto livello, e con umiltà si buttano in questa avventura con dignità, passione e voglia di mostrare la loro passione, per troppo tempo repressa. Ragazzi semplici, senza pretese, che sicuramente daranno il loro apporto alla crescita di una cittadina un po’ spenta e non molto interessata, che sicuramente saprà ripagarli di questo immane sforzo di organizzazione e promozione della Cultura Storica di questa Comunità poco attenta alle bellezze di epoche passate.

mercoledì 8 agosto 2018

Ennesimo articolo sulla nostra Chiesa Madre



Ancora ricchezze inestimabili 
della Chiesa Madre...


CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte VI

ANTIFONARIO

Membr. Latino, mm 543 x 375, sec. XV, cc. 184 con numerazione doppia: una coeva, in cifra romane e minio, segnata nel margine esterno del verso in ciascuna carta, l’altra posteriore e discontinua, in cifre arabe, nell’angolo in alto del recto; multiplo di una carta tra c. 5 e c. 6 e di un consistente numero di carte alla fine, come si rileva dalla progressione numerica a cifre romane interrotta tra questo e il successivo. È composto prevalentemente da fascicoli di 8 carte (quaternioni) con ricami in calce ad ognuno. Correzioni e annotazioni di epoche successive sparse nel testo. Scrittura Gotica in linea, inchiostro nero, titoli e didascalie rubricati, colonne e righe tracciate a secco, iniziali rosse e blu; notazione quadrata e romboidale su tetragrammi rossi (5 tetragrammi per pagina) corretta o integrata da mani posteriori. Con il manoscritto successivo forma un graduale temporale per totum annum e contiene le parti cantate delle Messe dalle domeniche di Avvento alla domenica delle Palme. Le pagine finali mancanti dovevano contenere le parti cantate delle Messe della Settimana Santa. Legatura non originale in assi e pelle marrone recentemente restaurata con cantonali e borchie di metallo; fogli di guardia cartacei. Stato di conservazione discreto del codice nel suo insieme, ma alcune pagine sono rozzamente restaurate, rifilate e rattoppate; la decorazione di alcune iniziali maggiori risulta irrimediabilmente perduta. La decorazione, - priva di elementi figurati – è costituita da iniziali tipologicamente divisibili in tre gruppi:
1)     Di maggiori dimensioni, inquadrate su fondo oro costituiscono un gruppo omogeneo. Sono le più eleganti e raffinate per la cura descrittiva e cromatica degli spazi interni in cui si svolgono e s’intrecciano elementi fitomorfi. I colori usati sono il rosso, il rosa, l’azzurro, il verde, il viola, l’arancio, in audaci e contrastanti accostamenti e tonalità armonizzanti con notevole capacità tecnica e creativa, eseguite da una medesima mano, non sempre s’inseriscono perfettamente nei vuoti del testo, al quale talvolta si sovrappongono o dal quale si distanziano, forse perché condotte non in stretta concomitanza con l’amanuense. Queste preziose cifre, nelle quali la trama grafica e i colori organicamente si fondono, sono opera di un miniatore non solo abile nelle tecniche esecutive e conoscitore della miniatura tardo-gotica meridionale, ma attento alla cultura figurativa meridionale, soprattutto architettonica, che dal tardo-gotico al periodo rinascimentale introduce e valorizza tutta una nuova tipologia decorativa, riscontrabile principalmente nell’arte Aragonese, ricca e sontuosa. Di questo gusto decorativo è partecipe questo miniatore quando non si limita alla ricerca del solo effetto cromatico, ma riesce a dare agli elementi vegetali e alle stesse lettere un vigore plastico quasi esuberante.
2)     Prive di fondo dorato, sono graficamente lineari ed essenziali nell’abbinamento di un colore azzurro, rosa, giallo) con l’oro;
3)     In un solo colore, sono inquadrate in un campo di colore contrastante (giallo e verde, rosso e blu) talvolta sommariamente arabescato. Alcune sbavature di colore, l’uso della tempera, una trascurata e sommaria tecnica di esecuzione, oltre che un differente gusto decorativo fanno ipotizzare l’intervento di un altro decoratore meno abile e meno colto del precedente.
OSTENSORIO
La base a campana poggia su quattro composti peducci sfogliati e ricurvi, interposti a valve di acanto. Quattro nervature tornite scandiscono la base in altrettanti campi mistilinei dal fondo squamato, dove al centro trova sito un fastigio d’acanto pronunciato e, nei laterali, pendents vegetali articolati a protomi alate a tutto tondo. Un’apicale trabeazione a bandinelle con ricci laterali conclude la base. Il fusto è scomponibile in un tripudio di nuvole e tentine alate, contenenti una sfera metallica dorata con stelle incise a banda trasversale d’argento con i segni dello zodiaco, tra luna calante e sole raggiante. Una sinuosa coppia di angeli muliebri, aperta in un vaporoso turbinio con vesti morbidamente panneggiate a fiori incisi, rialzano, sorreggendo, un fiammante Cuore di Gesù sanguinante, con corona di spine apicale. La teca circolare dal contorno cremisi, per le pietre rosse incastonate, è profilata da un soffice movimento di nuvoloni a bulino, sulle quali si stagliano sette testine alate. Una doppia fila di raggi, alterni e discontinui, si proietta nello spazio per sbalordire e affascinare l’occhio umano. Un frontone lobato reca alla sommità il serto di spighe, dove sono sovrapposti non solo dei minuti decori fiorati, ma anche una croce a pietre rosse. Il pregevole ostensorio, riporta una iscrizione a caratteri maiuscoli, chiaramente leggibili:
A DEVOZIONE DEL SIGNORE TESORIERE D. CARMINE MEGALE ANNO DOMINI 1779.
L’oggetto è citato nell’inventario del 3 Luglio 1872, eseguito durante S. Visita Pastorale di Mons. Pietro Giovine, come “una mediocre sfera d’argento per esporre il SS. Alla venerazione dei fedeli”. Arredo di squisita produzione Partenopea, riflette in pieno i canoni settecenteschi per la linea interrotta, il serpentino profilo mistilineo e la buona fattura generale. È espressione di un valido argentiere per il descrittivo modellato tanto plastico e il carattere iconografico ben leggibile nel fusto. Il carico decorativismo della parte inferiore dell’ostensorio è sottolineato dal gioco policromo del metallo dorato in netto contrasto col metallo lunare. La ricerca dell’esuberante trova il culmine nella raggiera, per la presenza di un bordo cremisi circolare e di gettate di colore sui tralci vegetali. Il modellato della base rispecchia esigenze stilistiche del settecento per la dinamica naturalistica mentre le protomi alate sono un retaggio Barocco. Il modulo compositivo dell’ostensorio d’argento, con la “saggiatura” impressa e ripetuta varie volte, è abbastanza consueta. Gli angeli dal passo lieve e ondeggiante aleggiano e vorticano intorno al Sacro Cuore, rivelando un livello qualitativo eccellente, segno della maestria dell’ignoto argentiere di scuola partenopea. Anche la sfera dorata, in metallo, ha tratti incisivi e poco comuni per la graziosa ricerca iconografica dello zodiaco. L’ostensorio risulta di interesse per la ricercatezza della composizione, per la decorazione della base e per la ricca profilatura del finestrino. Realizzato in ambito artistico già sensibile al gusto neoclassico, l’opera rivela di essere ancora legata a schemi del passa

Ancora un articolo sulle ricchezze della nostra Chiesa Madre


Questa la più grande ricchezza 
che Ferrandina possiede...



CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte V

STAUROTECA

La mistilinea base rettangolare con quattro lobi angolari è contornata da una piatta tesa periferica, a punta sui lati lunghi, e rialzata da un alto bordo tornito. Il modulo geometrico inciso sul fondo a bulino profila la sagoma di base, fregi fogliati sui lobi di base incorniciano le quattro formelle saldate a losanga. Tre di esse contengono uno stemma nobiliare su un campo verde a fogliami ridotti. L’arma d’argento alla fascia di rosso con bordatura di azzurro è lo stemma della famiglia Sanseverino, conti di Tricarico (B. Candida Gonzaga, 1965, vol 1 p. 110).
Un’iscrizione latina a caratteri gotici e smalto blu champlevè profila il cono trapezoidale del piede decorato nelle quattro specchiature da ramages su fondo bulinato. La scritta…  “+ ECCE : LIGNUM : CRUCIS : VENITE : ADOREMUS : ECCE : LIGNUM : CRU”, esortazione alla preghiera, ha perduto il suo effetto cromatico per la scomparsa dello smalto colorato dagli alveoli della lamina. Il fusto niellato, sottile e slanciato a sezione quadata, ha campi di fondo bulinati a racemi di acanto incisi e prende origine da un nodo geometrico a smalto blu con tralci verdi e fiori gialli. Cinto da merlatura, il fusto si presenta diviso in due segmenti e interrotto da un tornito nodo gonfio a sagoma quadrata ribassata.  La Stauroteca con bracci tubolari in cristallo di rocca ha le legature terminali a fregi geometrici, presenti anche sulla base. Il nodo centrale è ripartito in triangoli d’acanto incisi a motivi fogliati su fondo a bulino. I quattro terminali trilobati a punta presentano sul recto, tra racemi di acanto, la vergine a sinistra, San Giovanni a destra e, in basso, la Maria Maddalena con pisside; il terminale apicale e scandito da sinuosi tralci vegetali. I tre terminali posteriori a bulino, sono simili a quelli apicali del recto, mentre il frontale cimoso reca inciso L’Agnus Dei. La Croce è incorniciata da una inponente raggiera in lamina d’argento, aggiunta successivamente e fissata con viti. Essa è scandita dall’alternarsi di lingue di fuoco e di raggi puntiformi con listellature esterne a zone tornite. Un bordo classico ad incisi ovuli incorniciati è interrotto nei tre punti di flesso da gonfie volute. La Stauroteca è citata nei documenti d’archivio soprattutto per la sua funzione mistica e religiosa. Gli stemmi attesterebbero la donazione da parte dei Sanseverino, Conti di Tricarico e Principi di Bisignano. Nella Santa Visita Pastorale di Mons. Pietro Giovine, Arcivescovo di Acerenza e Matera, eseguita il 27 Giugno 1872 (Archivio Capitolare Materano) si legge che la reliquia del Santo Legno della Croce “racchiusa in una croce formata da tubi di cristallo legati in argento a forma di sfera, con piede di ottone” è priva di autentica. L’Arciprete Ruggero Lisanti in risposta afferma che “ l’autentica è fornita dall’antichità delle medesime massimo per quanto riguarda la reliquia del Santo Legno che esisteva nell’antico paese abbandonato e denominato “Uggiano”, da cui venne qui religiosamente trasportata… trovasi descritti due miracoli. Accesosi un incendio nella Chiesa ove veniva custodito il Santo Legno tutto venne divorato dalle fiamme, ad eccezione del solo Legno ove veniva conservato. Più eclatante il secondo. Movendo da Montepeloso i Saraceni assalirono il Castello di Uggiano. Dopo parecchi giorni di assedio, gli assediati non traendo altro scampo ricorsero al Sacro Legno della Croce onde essere liberati da sì terribile nemico. Ebbe luogo una processione, ed al mostrarsi del Sacro Legno i cavalli caddero ginocchioni. In vista di ciò i Saraceni tolsero l’assedio e presero la fuga. Così la leggenda. Da ciò penso che sia derivata la grande devozione dei Ferrandinesi verso questo prezioso evento della nostra Redenzione. Infatti tutte le volte che si teme qualche turbine e tempesta che potesse compromettere il raccolto, i devoti accorrono in chiesa, e ne domandano l’esposizione, e tal fiata viene anche processionalmente portato fuori di Chiesa. Quale autentica dunque migliore di questa, oltre di quelle che le viene dall’antichità” La Stauroteca, provvista del più antico bollo dell’Arte degli Orafi di Napoli rinvenuto in Basilicata (NAPL in caratteri gotici maiuscoli con lettere legate tra di loro), è databile alla metà del sec. XV, mentre la corona raggiata è un’aggiunta seicentesca per la resa compatta della lamina argentea e per i decori d’ispirazione tardo-cinquecentesca. Sul rovescio della base è ripetuta varie volte la “saggiatura” a tratto zigrinato, deciso e prolungato, al fine di verificare la quantità d’argento esistente. Il meraviglioso arredo è la fusione di due espressioni d’arte, distinte per stile e per epoca: infatti alla raggiera di fattura più rozza collocata per assicurare la statistica dell’oggetto, fa riscontro l’elegante composizione a giochi d’effetto policromo. Armoniosa nei colori dello smalto e minuziosamente curata nel gioco decorativo a ramages, che ritorna in riquadri ridotti, la Stauroteca trova la sua finezza d’esecuzione nei terminali di gusto gotico con iconografie miniaturistiche e compatte, emergenti dalle capiture listellate. L’influsso gotico è presente nelle smaltate formelle geometriche di base, nei caratteri dell’iscrizione, nell’uso diffuso dello smalto champlevè, abbinato al gusto della doratura, e nei panneggi delle figurine del tratto statico di marca ancora Bizantina. Il Reliquiario del Santo Legno della Croce è racchiuso in una custodia di marocchino marrone, tempestata di minuti fiori stellari e dorati, a base di sostegno quadrata, sagoma romboidale e chiusura laterale. Internamente è rivestita in broccato rosa a motivi losangati bianchi e gialli. Sul retro vi è al centro una croce lineare tra un Santo inginocchiato con aureola e corona ai piedi e uno stemma da identificare con quello della famiglia Purpura. Infatti oltre alla data 1630 e all’iscrizione “ IN HOC SIGNO VINCENS”, collocati al di sotto della Croce, è inciso sulla base “MODUM R.V.I.D. THOMA PURPURA ARCHIPRESBITERO” All’Arciprete Tommaso Purpura, che appare donatore della custodia, si deve probabilmente anche l’aggiunta dell’argentea cornice che risponde a esigenze di gusto Barocco. In tale occasione la Croce venne manomessa. La Croce Latina infatti, rispetto all’uso cattolico appare montata al rovescio e i terminali trilobati, alloggianti la Vergine, San Giovanni e la Maria Maddalena risultano invertiti rispetto all’Agnus Dei posto nel verso. Il fusto sfaccettato è stato privato forse nella stessa circostanza, del nodo di raccordo. La Stauroteca ha perso così la sua ieratica staticità, suggerita dalle forme rigorosamente geometriche, che si esplicano nella sagoma tubolare. La carica di fascino, ottenuta tramite l’argentea ghiera dentellata, è sottolineata dal cromatismo di base, un tempo più netto, che conferisce maggior sontuosità e fasto all’arredo.