Matera Capitale

Il quotidiano

venerdì 28 dicembre 2018

Ennesimo articolo su Roma Cronache Lucane


Della serie...Palazzi Gentilizi



PALAZZI GENTILIZI DI FERRANDINA

PALAZZO SCORPIONE


Il Gaudioso descrive Ferrandina come una delle più grandi e popolate città della provincia, ascendendo il numero di cittadini a 5000 circa. La città viene suddivisa in rioni e nel rione Ciriglio, troviamo il Palazzo Scorpione, allineato alla quinta muraria di Via Filippo Cassola, casa padronale fondata dalla omonima nobile famiglia, trasferitasi da Uggiano dopo il terremoto del 1456 che determinò l’abbandono dell’antico casale e l’emigrazione dei suoi abitanti. Collocato fra le vie Mario Pagano a monte e Filippo Cassola a valle, incassato nel dislivello morfologico del terreno, il Palazzo Scorpione costituisce una delle più significative e maestose espressioni d’architettura civile settecentesca locale, edificato su disegno unitario di scuola napoletana che riflette i motivi e gli stili architettonici dei maggiori artisti contemporanei fra cui il Fuga, il Vanvitelli ed il Sanfelice, visibili sulle facciate e nello scalone scenografico d’ingresso. L’impianto tipologico a forma rettangolare, cui si accede dal monumentale portale in pietra dura bianca su Via F. Cassola, il quale immette direttamente nell’androne d’ingresso, è caratterizzata da una piccola corte centrale di tipo aperto, da cui parte una scenografica scalinata, articolata in due rampe semicircolari a tenaglia, d’influenza Vanvitelliana, che immette ai ballatoi superiori, e quindi, alle unità abitative al primo e secondo piano, composte da una serie di grandi vani disposti lungo i fronti. Particolarmente interessanti le tipologie a la qualità delle coperture negli alloggi nobiliari, caratterizzate da volte ad ombrello ed a margherita al primo piano, da alta volta a padiglione ed una serie di botte unghiate al secondo piano, le coperture esterne, invece, sono tetti rivestiti da manto di coppi. L’edificio a livello altimetrico sviluppa a valle, lungo la facciata principale, tre livelli abitativi, di cui i primi due incassati sul tertro e l’ultimo sporgente a monte su Via M. Pagano, ove si nota con una facciata semplice priva di decori, emergente al solo piano terra. Il terzo livello, è caratterizzato dall’arredamento dello spartito centrale che si raccorda dolcemente alle due ali laterali con linee concave, dando luogo ad una lunga balconata impostata sul cornicione marcapiano sottostante, protetta da ringhiera in ferro battuto riccamente lavorata con motivi naturalistici, significativa espressione d’artigianato artistico locale. La maestosa facciata principale, che domina la quina muraria, coronata da elegante cornicione, caratterizzata dalla lunga balconata centrale, è scandita da una successione ritmica di sobrie paraste giganti, particolarmente care la Fuga, al centro delle quali si aprono, con sequenze regolari e simmetriche, finestre e porte-finestre inquadrate da cornici e sormontate da timpani, che conferiscono all’edificio un notevole slancio ascensionale. Al centro si apre un monumentale portale archivoltato in pietra, fiancheggiato da lesene doppie che si ergono a sostenere la sobria cornice leggermente aggettante la quale immette direttamente nell’androne coperto da volta a botte, dove si affaccia la suggestiva scalinata confluente in una doppia rampa, d’influenza Vanvitelliana. Per quanto attiene i decori d’interesse storico/artistico, si segnala sulla facciata principale la presenza di un mascherone lapideo raffigurante un volto umano stilizzato a due epigrafi che recitano rispettivamente quanto segue:
<< Antonio Scorpione nato in questa casa il 10/07/18345, morto il 25/05/900 la consorte Giovanna Lisanti, le figlie Vincenza ed Emanuela questa lapide posero il 10/07/1900>>.
<<Qui rese l’anima a Dio il 16/7/1927 l’Ing. Giuseppe La Capra, la moglie Vincenza Scorpione ed i figli rievocando affetti, famiglia e virtù attitudini lo ricordano ai buoni Agosto 1927>>.
Si segnala inoltre, la presenza di una tela sei-settecentesca raffigurante un San Pasquale Bajlon e una statua di un Bambinello, probabilmente sette-ottocentesca, rivestita da tessuto bianco d’epoca. 

Il portale

L'interno

La strada

La scalinata d'ingresso

mercoledì 26 dicembre 2018

Il Mio 6° Libro


La mia sesta pubblicazione
già distribuito in tutte le librerie




Raccolta di Notizie Storiche su Monumenti e Chiese della Città di Ferrandina, degna provincia della Capitale Europea della Cultura 2019 Matera, utile per informazione Culturale e turistica dei principali Monumenti cittadini, pratica e semplice da consultare durante le escursioni, adatta a tutte le età, per una giusta e semplice informazione.



giovedì 20 dicembre 2018

Articolo pubblicato su Sassilive


Richiesta dimissioni



Domenica 16 dicembre 2018




Revoca deleghe assessore Recchia del Comune di Ferrandina, Enzo Scasciamacchia: “I cittadini chiedono le dimissioni del sindaco Martoccia”

16 Dicembre, 2018 09:31 | Politica

A seguito della revoca da parte del sindaco Gaetano Martoccia delle deleghe all’assessore al bilancio Gaetano Recchia riceviamo e pubblichiamo una nota del cittadino e giornalista ferrandinese Enzo Scasciamacchia. Di seguito la nota integrale inviata alla nostra redazione.

In qualità di rappresentante di Ferrandina e di gran parte della comunità, chiediamo le dimissioni del Sindaco Gennaro Martoccia per il perduto accordo e per la traballante fiducia all’interno del gruppo “Bene Comune” dimostrato con le ultime diatribe verificatesi all’interno della maggioranza amministrativa, vista anche la poca efficienza dimostrata in circa due anni e mezzo di gestione amministrativa della città, dopo aver più volte dimostrato la mancanza di interesse verso la cultura e l’interesse della comunità tutta, non tenendo fede a quanto promesso e decantato nella campagna elettorale, il bene comune, dimostrandosi, spesse volte, disinderessato e disturbato dalle esigenze ed alle necessità che ogni cittadino cercava di renderlo partecipe, assumendo un atteggiamento da “essere superiore” snobbando e sottovalutando tutto e tutti, per il suo comportamento vanesio e dispettoso, ormai noto a tutti, per la sua capacità di sfruttare le idee altrui a vantaggio del gruppo di maggioranza, e per tanti altri atteggiamenti non previsti dall’etica morale e professionale di un “Primo cittadino” , ci sentiamo vicini alla reazione, eccessiva e non giustificata, dell’Assessore al Bilancio Gaetano Recchia, il quale, avendo riscontrato le diversità di pensiero e di rapporto per il quale si era giunti all’accordo di coalizione, cercando di riportare il gruppo nella giusta direzione definita in partenza, vedendosi offeso dagli atteggiamenti sopra citati e subendone le critiche comunitarie, reagiva in modo scorretto ma comprensibile, noi ci schieriamo a suo favore, nonostante tutto.
Per tutto cio’, dopo aver sentito ripetutamente il parere di molti cittadini stanchi di un atteggiamento poco consono al suo ruolo, e poco propenso al miglioramento dello stesso, siamo giunti alla conclusione che ben poco ancora potrebbe offrire alla comunità e che volendo salvare il salvabile, dovrebbe presentare con orgoglio e onore le sue dovute e scontate “dimissioni” insieme a delle scuse per aver tenuto in completo stallo il regolare scorrimento della vita cittadina e di non aver tenuto fede a quanto promesso.
In conclusione i cittadini ferrandinesi, gridano a gran voce al Sindaco Gennaro Martoccia, di dimostrare l’onestà e la bontà d’animo, che ha sempre decantato, rassegnando le dovute e scontate “dimissioni” per il bene della comunità e per dare modo a chi ha più esperienza e capacità di gestire nel modo migliore e più consono questa città già abbastanza assopita e senza alcuno stimolo, caratterizzata da serate di deserto completo nelle piazze cittadine, si faccia coraggio Sindaco, questo è un atto dovuto.

Errata Corrige
Purtroppo c'è da segnalare e specificare bene che per una errata correzione da parte del redattore sulla frase" In qualità di rappresentante di Ferrandina, e di gran parte della comunità" il senso dell'articolo ha cambiato il suo significato, riporto qui la versione originale... " In qualità di rappresentante di una testata giornalistica di Ferrandina, e di gran parte della comunità", spero di aver chiarito l'inconveniente.

Ferrandina protagonista del risorgimento Lucano


Ferrandina ed i Mille



Ferrandina nelle vicende storiche del risorgimento lucano.
Ricordando i fatti del 16 luglio 1860

di Enzo Scasciamacchia

L’eroica impresa dei Mille, a metà luglio del 1860, pur ancor limitata alla sola conquista della Sicilia, aveva infiammato gli animi dei liberali europei e italiani ma, in special modo, dei lucani e pugliesi. In provincia di Bari, il 17 luglio, si dettero convegno a Gioia del Colle in casa di Vito Nicola Resta, i membri del comitato dell’Ordine provinciale, dei Capi-Sezione e dei Capi-Distretto di Terra di Bari e i rappresentanti di Terra d’Otranto e di Capitanata, eludendo la vigilanza della polizia borbonica per deliberare le proposte del Comitato Lucano e determinare quanto si dovesse fare per sostenere la insurrezione regionale. L’assemblea gioiese deliberò di preparare un contingente di duecento volontari in vista di uno scoppio di una rivolta; di disporre armi e munizioni per tener testa alle milizie regie; di spedire, tramite il fondo costituito dai volontari, 3.000 ducati al Comitato Lucano, che si era insediato, nei primi di luglio, a Corleto Perticara grazie, anche, alla sua ubicazione centrale tra la Puglia, la Calabria e la Campania, e 1.340 per pagare i volontari che sarebbero partiti al comando del Comitato centrale di Napoli. Se i preparativi alla sommossa fervevano dall’altra parte però, come è facile intuire, la polizia borbonica vigilava con grande attenzione e repressione. A Napoli, mentre in Sicilia la rivolta garibaldina era già ad un buon punto, il Comitato centrale napoletano si spaccava per due differenti correnti di pensiero, formando due Comitati: uno d’Ordine e l’altro d’Azione. Il Comitato d’Ordine palesava il disegno che, prima dello sbarco in Calabria di Garibaldi, un’insurrezione nel Mezzogiorno e specie a Napoli divampasse in senso unitario e in adesione alla politica dei Savoia; mentre il Comitato d’Azione, di idee repubblicane-mazziniane premeva che l’impresa garibaldina nel Meridione fosse la premessa per la liberazione di Roma e Venezia. Questa conflittualità si diffuse, chiaramente, anche in tutto il Sud d’Italia provocando, come è facile immaginare, feroci dispute e polemiche.
Pur in un momento così tumultuoso per il futuro del nostro Paese la Basilicata dimostrò una forte adesione alla rivolta garibaldina. Il Comitato Lucano che si era insediato a Corleto Perticara, centro di eccellenza nella propaganda e nella cospirazione, per diffondere ulteriormente le idee progressiste fondò dieci sottocentri: Rotonda, Senise, Castelsaraceno, Tramutola, Tricarico, Miglionico, Ferrandina, Potenza, Genzano e Avigliano. Se il 18 agosto 1860 passerà alla storia come l’inizio della ribellione lucana è giusto ricordare, però, che già il mese prima e, precisamente il 16 luglio del 1860, nella cittadina di Ferrandina, in provincia di Matera, ebbe luogo un’insurrezione popolare di grande clamore «sia per la determinazione insolita messa in atto nello svolgersi dei fatti, sia per la grande risonanza che ebbe sul Comitato centrale di Corleto Perticara e sulla stessa direzione di Napoli». A Ferrandina, durante i festeggiamenti della Madonna del Carmine, un gruppo di giovani, capeggiato dal noto liberale di Ferrandina, Carmine Sivilia, iniziò ad inneggiare alla libertà con grida di «viva Garibaldi, viva Vittorio Emanuele». Il coinvolgimento e l’entusiasmo divenne totale tanto che le forze dell’ordine non riuscendo a capire quale fosse l’esatta entità dei rivoltosi, ritennero prudente non intervenire». La autorità civili e militari rimasero sbigottite. Un corriere fu mandato a Matera per chiedere rinforzi alla forza pubblica. Il 18 luglio, infatti, una quindicina di gendarmi, si riteneva che la sollevazione fosse circoscritta a pochi rivoluzionari, pur facendo intendere che sarebbero arrivati altri 70 militari, era pronta a dar fuoco ai rivoltosi. Proprio nella piazza più importante di Ferrandina, in quella del Largo oggi piazza Plebiscito, questi imposero alla folla di «togliersi i cappelli, in segno di riverenza, e di gridare viva Francesco II». Ma ormai la sommossa era nell’animo dell’intera cittadinanza. Dalle strade vicine giunsero da diverse direzioni i patrioti più intraprendenti, come l’avvocato Carmine Sivilia, Giacomo De Leonardis, Giuseppe Assetta, Domenico Scorpione, Felice Bitonti, Raffaele Masciulli, Nicola Petruccelli, Leonardo Murante, Nicola Provinzano, Raffaele ed Eligio Lanzillotti, Giovanni ed Antonio Grassi e molti altri, i quali con fierezza sfidarono il corpo preposto a sedare la rivolta gridando ad alta voce «viva l’Italia, viva Garibaldi». Immediatamente lo stesso fermento si propagò in tutti i presenti tanto da divenire un potente e assordante boato che inneggiava a Garibaldi. La forza dell’ordine dovette piegare la testa.
Vinta dall’euforia collettiva insurrezionale, pensò di ritirarsi di buon ordine in attesa di tempi migliori. Ma gli eventi incalzavano in favore della tanta sospirata unificazione del Paese. Il tarantino Nicolò Mignogna, uno dei volontari che si arruolò fra i Mille, fu mandato da Garibaldi in Basilicata affinché preparasse il terreno per l’insurrezione della regione.
Insieme al patriota Giacinto Albini, divise la Basilicata in dodici Centri d’Azione dipendenti da quelli di Corleto Perticara, mettendoli a loro volta in comunicazione con i Comitati pugliesi. Il colonnello barlettano Camillo Boldoni, inviato dal Comitato d’Ordine napoletano, doveva assumere il comando militare del movimento insurrezionale. Si avviavano i preparativi della grande rivolta lucana del 18 agosto del 1860.
Da ricordare anche uno dei più grandi rivoluzionari della storia Ferrandinese, Giuseppe Venita, rivoluzionario Lucano (Ferrandina, 19 Marzo 1744 – Calvello, 13 Marzo 1822) è stato un patriota italiano, uno dei più valorosi condottieri dei moti carbonari del 1820 in Basilicata. Nel 1798 divenne sergente e passò al servizio del governo della Repubblica partenopea. In seguito, si arruolò nell'esercito borbonico apparentemente come valoroso combattente ma, in realtà, fu una spia. Costituì una vendita carbonara assieme al fratello Francesco, con l'obiettivo di ripristinare la Costituzione soppressa dal re Ferdinando I e tentando di condurre il popolo lucano verso ideali patriottici. Fu inviato il generale Roth per reprimere le sue attività rivoluzionarie. Venita si rifugiò a Calvello ma venne scovato dal contingente austriaco e condannato a morte assieme ad altri cospiratori, incluso suo fratello.






Questa è una nuova apologia, i Palazzi Gentilizi di Ferrandina


Palazzo Centola

Il primo Palazzo Gentilizio costruito in Città



PALAZZI GENTILIZI DI FERRANDINA
Palazzo Centola

di Enzo Scasciamacchia
II palazzo rientra nel novero dei manufatti che fanno del paese un centro culturalmente ed artisticamente molto sviluppato, prende la denominazione dai proprietari che l’acquistarono, negli anni ’50, dalla famiglia D’Amato Cantorio, a loro volta rilevato nel 1940 dai San Mauro. L’edificio sorge nella parte più alta dell’abitato, in un’area fortemente caratterizzata sotto il profilo Storico/Architettonico, la così detta “Cittadella”, attualmente denominaa “La Piana”, riportata nei documenti cinquecenteschi come “La Piana di suso”. Le notizie storiche e d’archivio sono frammentarie e poco chiare in conseguenza, per altro, della continua alienazione dell’organismo da parte dei proprietari che si sono succeduti nel tempo, probabilmente le origini del manufatto risalgono all’epoca del trasferimento nel nuovo abitato “Ferrandina” degli abitanti di Uggiano. Una labile traccia, che abbisogna di approfonditi studi, viene fornita da un documento del 1762, in cui viene descritto un Palazzo nella Cittadella che Giacomo de Leonardis (Patriota) vende a tale Nicola Rocco, il documento riporta il palazzo come confinante…questa la citazione: << da levante colla strada pubblica delli meroli, o siano muri della città…>> e nella descrizione dettagliata <<…consistente in quattro membri superiori cioè sale, due camere ed un camerino, e loggia scoperta sopra il cortile, dentro del quale vi è la cisterna con portoncino con altrettanti membri inferiori…>> si cita <<…un lamione sotterro, parte esistente e parte diruto che esce fuori dalli muri della Cittadella…>> al quale si aggiunge <<si cala>> dallo stesso cortile interno. Lo studio di rilievi grafici dell’edificio ed il riscontro in situ della distribuzione dei locali, ha evidenziato, la perfetta rispondenza di quanto descritto nel documento con l’articolazione degli ambienti specificatamente per quanto attiene al piano seminterrato. Alla luce di queste considerazioni, quindi, e dal confronto con il disorganico assetto strutturale dell’intero edificio, si deve ipotizzare che, al momento della redazione dell’atto notarile, il palazzo non aveva l’attuale configurazione, gli ambienti citati nel documento dovrebbero corrispondere alla parte centrale del complesso edilizio, ubicati attorno all’androne d’ingresso. A seguito di ulteriori accorpamenti, non si sa se effettuati dallo stesso Nicola Rocco, o successivi proprietari, la “facies” del palazzo, muta, il cortile viene coperto per creare un ampio salone e le volte sono ornate con decorazioni a motivo floreale, la redazione degli esterni con caratteri fine settecento conferisce dignità e monumentalità all’intero organismo edilizio. L’impianto rettangolare proprio dei maggiori edifici gentilizi di Ferrandina, si articola in tre livelli fuori terra ed uno seminterrato, il prospetto principale, austero nelle forme, presenta un piano terra semplice e lineare, in cui emerge il monumentale portale centinato inquadrato da colonne scanalate, impostate su alti basamenti quadrangolari e ingentilite dai capitelli finemente scolpiti, queste sorreggono l’alta trabeazione sulla quale svetta lo stemma nobiliare. Il primo livello, ritmicamente suddiviso in spartiti dalle piatte lesene, e arricchito dai fregi delle cornici delle aperture variamente articolate, un ampio cornicione, in cotto, sorretto dalla fuga di piccole mensole sagomate, inquadra il fabbricato concludendone lo sviluppo in altezza. La data incisa sulla facciata laterale, 1861, di uno dei mensoloni che sorreggono la lunga balconata centrale, e precisamente il primo a destra del portale, potrebbe datare la redazione del palazzo nell’aspetto attuale. Casa natale dello studioso archeologo Ferrandinese, successivamente Materano di adozione, Domenico Ridola, attualmente in ristrutturazione e restaurazione da parte del nuovo proprietario, Dott. Salvatore Cataldo, affermato ed apprezzato Veterinario di origini Pisticcesi e residente in città da una ventina d’anni, che ne ha recentemente acquistato l’ala sinistra, direttamente dalla famiglia Centola, da cui prende il nome detto monumentale e storico Palazzo gentilizio, e che lo porterà sicuramente agli antichi splendori, ormai deteriorato con il passare dei secoli ed al passaggio di svariati proprietari non sempre attenti alle caratteristiche artistiche e decorative di detto, primo Palazzo gentilizio costruito nell’antichissima cittadina Aragonese… Ferrandina.

Ingresso pianterreno

Soffitto sala delle feste

Dettaglio del soffitto



Vista Via Vittorio Veneto


Capitello gentilizio

Portale gentilizio


Stemma di famiglia

mercoledì 28 novembre 2018

Ferrandina Monastero di san Francesco d'Assisi


Ancora un mio articolo sul quotidiano Roma Cronache Lucane riguardante le bellezze di Ferrandina, oggi San Francesco d'Assisi, Monastero e Chiesa lasciate nel dimenticatoio, con un restauro mai ultimato.




Monastero di San Francesco d’Assisi

Ferrandina

II Parte

La chiesa dedicata a San Francesco d’Assisi viene fondata contemporaneamente al Monastero. La chiesa aveva le pareti e l’Abside ricoperte da affreschi (affiorati dopo la caduta degli stucchi), attualmente di difficile lettura. Nel secondo ventennio del XVIII secolo, iniziarono i lavori di ridefinizione dell’interno; gli affreschi scompaiono, occultati da una fastosa decorazione a stucchi, tuttora ben visibile, oggetto negli ’80 del secolo scorso di apposito intervento di restauro. Nei nicchioni laterali si collocarono altari a uno o a tre fornici, decorati a volute e viluppi fitomorfi; nel presbiterio, nell’anno 1724, viene eretto un altare Maggiore particolarmente ornato. La chiesa ha la tipica facciata a capanna con tetto a due falde. L’ingresso è sormontato da una apertura con profilo superiore arcuato; in sommità si leggono tre finestre che illuminano la navata con volta a botte. Sul fianco sinistro è denunciata chiaramente l’aggiunta realizzata nel 1769 della navata laterale, divisa in campate con volte a crociera, cui si accede da un portale laterale, inquadrato da paraste, sormontato da capitelli e da un architrave scolpito. Il lato posteriore del monumento è alquanto frastagliato e di non facile lettura; in ogni modo, sono evidenti particolari costruttivi e architettonici molto interessanti, come una serie di archi al piano superiore, un camino interamente costruito in mattoni, gli ambienti voltati del Convento, ecc. sul lato destro del prospetto principale, attraverso un’apertura a sesto ribassato, mediato da un passaggio voltato, si accede al chiostro interno, contornato da portici con volte a crociera con sezione a sesto acuto. Al centro del chiostro vi è un pozzo di pregievole fattura in buono stato di conservazione; al piano superiore, invece, erano ubicate le celle dei Frati che prospettavano sul cortile interno. Lungo le pareti di accesso al portico, sono visibili parititi un tempo decorati da affreschi raffiguranti la vita di San Francesco, intramezzati da nicchie votive (poi chiuse). Da evidenziare, inoltre, gli ambienti destinati a depositi e a stalle. L’intero Complesso, costituito dal Monastero, dalla chiesa e dal giardino (adibito a fritteto, uliveto e vigna), è interamente compreso in una recinsione in conci di pietra locale con struttura ad archi, particolarmente visibile nella zona a valle del Monumento, dove il terreno subisce un brusco salto di quota. Fino alla sua soppressione dovuta alle leggi Napoleoniche eversive delle proprietà Ecclesiastiche, ha avuto una vita caratterizzata da notevole importanza e splendore. La soppressione, da inizio al rapido disfacimento del complesso monastico e alla dispersione del suo Patrimonio. Dai documenti depositati presso l’Archivio di Stato di Potenza, in data 19/02/1812, si diede inizio all’inventario del ricco corredo della chiesa e della Sagrestia, nonché dei libri della Biblioteca e il tutto fu affidato in custodia al Sindaco del Comune, Sig. Gianbattista Trifogli, e al Sig. Giuseppe De Porcellinis principale proprietario della cittadina. Successivamente, l’Intendenza di Finanza di Potenza, previa redazione nel 1967 di un quaderno di stima, alienò il giardino e alcuni ruderi del Monastero a privati cittadini. La chiesa, rimasta nella disponibilità del Comune, venne adibita, per circa 60 anni, a luogo di pubblica sepoltura, fino ad essere utilizzata come fienile e addirittura come ovile. Tale processo di decadimento è stato interrotto solo negli anni 80 del secolo scorso, grazie all’acquisizione da parte della Provincia di Matera dei locali del Monastero e del giardino e grazie, altresì, alla realizzazione dei lavori di recupero e restauro fatti eseguire, a cura del Comune, sull’intero Complesso; lavori purtroppo interrotti prima del loro completamento. Il Complesso Monumentale sopra descritto è già stato riconosciuto di interesse Storico/Artistico.







giovedì 22 novembre 2018

Monastero di San Francesco d'Assisi



Ennesimo articolo sul quotidiano Roma Cronache Lucane




MONASTERO
DI SAN FRANCESCO D’ASSISI
Ferrandina
I Parte

Sorge in posizione dominante la Valle del Fiume Basento, all’ingresso dell’abitato di Ferrandina che insiste su di un insediamento antico pluristratificato, ben noto per i numerosi rinvenimenti di reperti e strutture venuti in luce nei decenni passati, come risulta dalla carta di distribuzione dei ritrovamenti archeologici. Sebbene nell’area del Monastero non siano state esguite ricerche archeologiche sistematiche, e qui attestata una frequentazione in età antica. Infatti, da notizie bibliografiche, si conosce che nell’anno 1966 fu eseguito dall’archeologo Dinu Adamesteanu un breve saggio di scavo nella zona antistante alla chiesa, che risultò interessata da sepolture medievali, le quali avevano in parte sconvolto e riutilizzato materiale litico di tombe più antiche. Da alcuni elementi di corredo e frammenti ceramici e bronzei di provenienza sporadica, sembra che l’area intorno al Monastero sia stata destinata a necropoli almeno nel corso del VII secolo A.C. di questo ritrovamento, purtroppo, non vi è agli atti d’ufficio documentazione alcuna che possa attestare la precisa ubicazione della necropoli e le caratteristiche delle sepolture individuate. I Padri Francescani Minori Riformati, si fermarono a Ferrandina nel primo decennio del XVII secolo, nonstante l’opposizione dei Domenicani e dei Cappuccini, infatti, il permesso a eleggere la cappela dedicata alla Madonna delle Grazie ha proprio luogo Sacro, fu loro concesso con decreto dell’Arcivescovo di Matera e del Vicario Foraneo della Città, D. Gaspare De Leonardis. In seguito il luogo si rivelò inadeguato per costruirvi un Monastero, tanto che i riformati si trasferirono nella chiesa di Santa Maria del Carmine. In questo luogo, a spese dell’università, sotto il Pontificato di Paolo V e il Governo di Padre Pietro da Novi, custode della provincia di Basilicata, nel 1614 iniziarono i lavori di trasformazione del romitorio in un vero Monastero. Il complesso, sebbene costruito con fondi messi a disposizione dall’università, apparteneva ai Padri Francescani Riformati del Monastero di Aversa e costituisce uno degli esempi più interessanti della zona, sia quale polo di emergenza formale, sia quale protagonista di eventi storici e religiosi che l’hanno caratterizzato nel tempo. L’impianto del Monumento denuncia chiare trasformazioni, aggiunte a conseguenti mutamenti di funzioni che hanno consentito allo stesso un passaggio qualificante attraverso i secoli. Fino a quache decennio fa, sull’architrave dell’ingresso al Monastero, si leggeva la data 1100, ma un esame attento delle strutture interne sembra escludere, anche per il nucleo più antico, la possibilità di una datazione così remota. La pietra dell’architrave, di conseguenza, è stata asportata da un monumento più antico della zona, probabilmente già in rovina all’epoca della costruzione del Monastero. La pratica del riciclo del materiale è d'altronde testimoniata dal ritrovamento, durante il restauro della chiesa negli anni 80 del secolo scorso, di un impastatoio fittile, inserito nelle strutture murarie, a zampa di cavallo, recante sul corpo tronco-conico un’iscrizione disposta a spirale, riportante al nominativo un nome maschile seguito del patronimico citato al genitivo dorico; KAINAΣ ΨAMΩ. Nel 1723, all’epoca di Fra Teodoro di Pisticci, durante i viaggi ispettivi nei conventi Francescani di Basilicata, furono compilate due platee del Monastero nelle quali si diceva che lo stesso è dotato al piano inferiore di refettorio, cucina, focagna, altra stanza annessa per la conservazione degli utensili (ambienti tuttora ben leggibili), mentre al piano superiore vi erano 24 celle e una ricca biblioteca con testi di Patristica, Teologia, Scolastica e Morale.
                      





venerdì 16 novembre 2018

Altro articolo pubblicato sul quotidiano Roma Cronache Lucane



Nuovo articolo...La dignità...




LA DIGNITÀ PER 600 LUCANI FINISCE A DICEMBRE

Gli Assessori Regionali, Roberto Cifarelli e Luca Braia, restano insensibili alle criticità elencategli oltre un mese fa da componenti del Progetto Idraulico-Forestale di Ferrandina.


Nonostante le promesse fatte nell’ultimo incontro tra Assessori e rappresentanti dei 45 dipendenti del Consorzio di Bonifica della Basilicata di Ferrandina, beneficiari del Progetto Regionale, Reddito Minimo d’Inserimento, settore Idraulico-Forestale, su correzioni al Bando originario per la tutela di dipendenti con patologie e valutazioni di curriculum vitae personali, nonostante più volte ribadito, che non è possibile lasciare alle intemperie e alle esposizioni meteorologiche soggetti patologicamente a rischio, più volte detto, che i dipendenti andrebbero valutati per la loro giusta collocazione, tramite titoli e curriculum personali, e non più con vecchi metodi di “raccomandazioni” o come vorrebbero farle passare “consigli di colleghi”, ancora niente si è mosso, la tanto decantata “dignità” resa a 600 soggetti disagiati tramite detto progetto, che purtroppo viene meno, nel periodo Gennaio-Giugno 2019, restando senza alcuna copertura economica, non ha avuto alcun effetto su detti Assessori, ne tantomeno su Sindacalisti distratti ma molto attenti a tesseramenti e nuove iscrizioni. Ribadiamo anche, che dette responsabilità, non sono da attribuire al Consorzio di Bonifica, perché Soggetto Attuatore/Gestore di un ben altro progetto, quello del RMI, che li vede ancora legati al Bando originario, e di conseguenza assunti dal Gestore senza alcun contratto (CCNL) ufficiale, ma dalle norme contenute nel Bando, quindi nulla a pretendere ad alcun diritto, ma solo a molti doveri, roba da terzo mondo, nonostante l’era della Cybernetica che stiamo vivendo in questo secolo. In conclusione ricordiamo a datti Assessori e Sindacalisti che, se vogliono continuare a decantare “dignità” si assicurassero prima che sia una dignità vera e non a scadenza, perché non esiste dignità se non c’è serietà ed onestà nei progetti assistenziali, ma soltanto fumo di paglia, che come si sa, non fa altro che inasprire gli animi di chi ha disagi sociali, familiari ed economici. Questa una delle tante testimonianze diffuse in tutta la regione: “C. P., 50 anni, bracciante forestale di Tricarico da 25 anni, con un diploma in agraria e svariati problemi di salute, cardiopatia ipertensiva, insufficienza venosa e una raccolta di ernie multiple alla colonna vertebrale. Non voglio fornirle la mia cartella clinica, ma condivido e avvaloro le parole del suo articolo, che rispecchiano perfettamente la realtà di molti colleghi che patiscono lo stesso martirio tutti i giorni, e che costretti dalla necessità, soffrono e sopportano in silenzio”. Per tutto questo,facciamo appello direttamente a Roberto Cifarelli, Luca Braia, Vaccaro, Nardiello e se vogliamo anche ad altre forze sindacali, per la disponibilità ad incontrarci in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, pur di giungere ad una conclusione ottimale, visto anche l’approssimarsi di elezioni Regionali, perché già sappiamo che il futuro di questa Regione, sarà consegnato nelle mani di chi avrà fatto e saprà fare le cose nel migliore dei modi.




sabato 3 novembre 2018

Nuovo articolo pubblicato sul quotidiano ROMA Cronache Lucane



Ancora Ferrandina e i suoi tesori


Antonio Sarnelli

(Napoli, 17 gennaio 1712 – Napoli, 1800)

I Parte

E’ stato un pittore italiano, attivo in particolare nel Regno di Napoli nel corso del Settecento. Allievo del De Matteis insieme ai fratelli Gennaro e Giovanni. Si ispira, oltre che al De Matteis, anche al Giordano e al Solimena. Le sue prime opere risalgono al 1731. Lavora prevalentemente per le chiese di Napoli e della Campania, ma talvolta riceve degli incarichi anche fuori regione, come in Calabria e Puglia. 
Opere  -  Capua: Chiesa dell'Annunziata: La Madonna di Costantinopoli (tela, 1754). Ercolano: Chiesa di Santa Maria della Consolazione: L'Apparizione della Vergine a San Nicola da Tolentino (tela, 1778). Faicchio: Convento di San Pasquale: Cristo Risorto con la Madonna ed Angeli (tela, 1772). Ferrandina: Chiesa del Purgatorio: La Trinità con San Vincenzo Ferrer e una devota (tela, 1734). Grottaminarda: Chiesa di S. Maria Maggiore: L'Immacolata; S. Giacomo e S. Tommaso che adorano il Santissimo Sacramento (tele, 1766). Matera: Chiesa di San Domenico -  La Madonna con il Bambino tra i Santi Vincenzo Ferrer e Giacinto (tela, 1781). Rocca San Felice: Chiesa di S. Maria di Costantinopoli: L'Assunta con San Nicola e San Rocco; La Madonna del Rosario con San Domenico e San Vincenzo (tele, 1741). San Salvatore Telesino: Chiesa di Santa Maria Assunta: San Leucio in Gloria; L'Ultima Cena (tele, 1777). Sant'Anastasia: Santuario della Madonna dell'Arco - San Michele sconfigge il Demonio; I Santi Domenicani estraggono rosari dalle piaghe di Cristo (tele, 1774/1777). Sessa Aurunca: Chiesa dell'Annunziata - San Leone IX in Gloria; L'Assunzione (tele, 1760). Somma Vesuviana: Chiesa della Trinità - San Michele sconfigge il Demonio; San Gaetano adora il Bambin Gesù tra le braccia di San Giuseppe(tele, 1750). Soriano Calabro: Santuario di San Domenico - San Tommaso con il Crocifisso Miracoloso e la Vergine (tela, 1743). Tramutola: Chiesa Madre - L'Incoronazione della Vergine (tela). Napoli: Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore - La Madonna con il Bambino tra i Santi Giovanni Battista ed Evangelista(tela, 1733). Casa Professa dei Padri Gesuiti - Il Trionfo della Chiesa sull'Eresia (affresco, 1750). Chiesa di Santa Maria del Rosario a Portamedina - Sant'Antonio adora il Bambin Gesù tra le braccia di San Giuseppe attorniato dai Santi Michele e Gennaro (tela, successiva al 1750). Chiesa di Santa Caterina a Chiaia - La Beata Pastora (tela, 1755); San Francesco in Gloria (affresco, 1767); Lo Sposalizio Mistico di Santa Caterina d'Alessandria (tela, 1770); Ecce Homo (tela, 1774). Chiesa di San Giuseppe dei Ruffi - La Madonna dell'Ulivo (tela, 1759). Chiesa della Concezione al Chiatamone - Le Virtù (tele, 1760). Complesso di Gesù e Maria - L'Apparizione della Vergine a San Giacinto (tela, 1763, trasferita in altra sede). Chiesa di San Pasquale a Chiaia - L'Apparizione di San Pietro d'Alcantara a Santa Teresa d'Avila; L'Apparizione di Cristo a Santa Margherita da Cortona; L'Immacolata con i Santi Antonio, Francesco, Gennaro e Nicola; San Pasquale con la Vergine in Gloria (tele, 1764). Chiesa di San Giuseppe a Chiaia - L'Annunciazione; Il Sogno di San Giuseppe (tele, 1765). Basilica di San Pietro ad Aram - L'Immacolata (tela, 1767). Palazzo Spinelli di Laurino - Il Trionfo della Fede (affresco, 1768). Complesso dei Cinesi - La Sacra Famiglia con i primi due allievi cinesi del Collegio (tela, 1769); La Madonna con il Bambino tra i Santi Filippo Neri e Teresa d'Avila; La Resurrezione di Cristo (tele, 1792). Chiesa di San Giuseppe dei Vecchi - San Francesco Caracciolo in Estasi (tela, 1771). Complesso di San Francesco degli Scarioni - L'Adorazione dei Pastori (tela, 1773). Complesso degli Incurabili - L'Annunciazione (tela, 1773, trasferita in altra sede). Chiesa di San Gregorio Armeno - La Madonna tra i Santi Pantaleone e Antonio da Padova (tela, 1775). Complesso di Sant'Antonio delle Monache a Port'Alba - Il Transito di San Giuseppe (tela, 1780). Quadreria del Pio Monte della Misericordia - San Giuseppe con il Bambino; San Giovannino; L'Addolorata; Cristo Portacroce (tele).


           
                         Annunciazione                                    Madonna del Carmelo


sabato 20 ottobre 2018

Ennesimo articolo pubblicato sul quotidiano ROMA Cronache Lucane


Ricchezze Culturali della Città di Ferrandina



Santuario Madonna dei Mali
Ferrandina

di Enzo Scasciamacchia

Il piccolo santuario della Madonna dei Mali o del Pozzo di Ferrandina rivela nella parte strutturale la sua fondazione cinquecentesca. Essa è infatti costituita da un’unica aula rettangolare, conclusa da una parete piatta priva di abside, con volta a botte unghiata e pareti d’ambito scandite da arcate divise da robusti pilastri. Questi ultimi presentano il blocco d’imposta piuttosto aggettante e interrotto sulla facciata esterna in corrispondenza di una lesena piatta, che pare frutto di una manomissione di epoca successiva e che raggiunge il cornicione. Ad un successivo intervento settecentesco di devono gli stucchi della parete di fondo che, con un disegno flessuoso, simulano il prospetto di un edificio. Il santuario riceve luce dalle finestre strombate, poste nelle lunette al di sopra del cornicione ed un’altre facciata, collocata in asse con una nicchia rettangolare, che accoglie l’affresco della Madonna col Bambino e i SS. Giuseppe e Domenico, e con il portale. Su quest’ultimo è possibile riscontrare la data del 1616. Un ciclo di affreschi si sviluppa sulle pareti laterali, al di sotto delle arcate, con sei episodi della vita della Vergine: a sinistra la Natività della Vergine, la Presentazione al Tempio e l’Annunciazione; sull’altare la Madonna dei Mali; a destra dalla terza arcata la Visitazione, la Presentazione di Gesù al tempio e l’Assunzione della Vergine. Nel riquadro centrale della volta appare l’immagine della Vergine che cura con l’acqua di un’ampolla un ammalato ai suoi piedi. Il riquadro è affiancato da altri due riquadri che rappresentano S. Domenico e S. Tommaso. Ai lati di ciascuna unghia vi sono inoltre ovali con santi dell’ordine domenicano. Il ciclo è stato attribuito al pittore Pietro Antonio Ferro e per la sua datazione è stato suggerito un periodo compreso all’incirca tra il 1605 e il 1615. Sulla parete di fondo, al di sopra dell’altare maggiore, è il riquadro della Madonna col Bambino, attribuito, come gli altri affreschi della chiesa, al pittore Pietro Antonio Ferro e riconducibile ad un periodo compreso tra gli anni 1606 e 1615. Esso raffigura la Vergine a mezzo busto che tiene tra le braccia il Bambino nudo e in piedi, il quale con la destra benedice e con la sinistra sorregge un globo, oggetto di devozione da secoli.
Da tempo immemorabile a Ferrandina si festeggia la Nascita della S. Vergine nella Chiesa della Madonna "dei mali " mala nostra pellit, bona cuncta poscit”. Il titolo è certamente legato alla sorgente di acqua ritenuta prodigiosa, che sgorga copiosa a lato della Chiesa. All' interno un affresco del pittore locale Pietro A. Ferro faffigura la Vergine con il Bambino che versa dell' acqua su di un piccolo malato gacente nel suo giacilio, mentre invoca soccorso. Ogni ferrandinese è legato a questo piccolo Santuario “quisquis hoc Templum beneficia petiturus ingreditur cuncte se impetrasse laetetur” (Chiunque entra in questo Tempio per chedere benefici si rallegri come se li avesse già ottenuti). Un antico adagio delle nostre nonne raccomandava a chi fosse nel panico, per problemi soprattutto di malattia, di non "andare spesso", quasi perdendo tempo ed energie a vuoto, ma di rivolgersi senz' altro alla Madonna "dei mali". Come nel santuario di Lourdes è attraverso l' Acqua che l' aiuto materno della vergine si fa tangibile:
O malorum medicina, pulchra rosa sine spina, o fons aquae salutaris, nos a cunctis serva malis.


giovedì 11 ottobre 2018

Ferrandina ancora protagonista sul ROMA Cronache Lucane


Ennesimo articolo su Ferrandina




Chiesa Madonna del Carmine
Rione Purgatorio
Ferrandina

I Parte

La Chiesa del Purgatorio è stata la prima struttura completa di Chiesa. Essa fu costruita dai monaci domenicani venuti da Uggiano. Quando a causa di un terremoto la Chiesa subì dei danni, i domenicani lasciarono il Purgatorio e costruirono San Domenico. La Chiesa fu ricostruita dai monaci di San Pio dei Morti e venne chiamata Chiesa del Purgatorio. Tuttora conserva un San Vincenzo Ferreri della prima metà del Settecento, opera di Antonio Sarnelli, una Trinità ed un organo antico del 1700 dove possiamo guardare in cima alla cassa barocca il simbolo della congregazione di San Pio dei Morti. L'austera facciata della chiesa è animata da rilevanti elementi architettonico-decorativi. Al di sopra del cinquecentesco portale bugnato, campeggia l' emblema nobiliare della famiglia Del Balzo, sovrastato da un semplice rosone ad archetti regolari (XV secolo) . Sul fianco destro il settecentesco e lineare corpo di fabbrica conserva il piccolo portale di ingresso del XVI secolo scolpito a tondi rilievi concentrici, sormontato da una cornice in pietra che inquadra una nicchia circondata da decorazioni a motivi vegetali. All'interno della nicchia un affresco del XVIII secolo raffigura l'Assunzione di Maria. Sullo stesso lato della chiesa, si erge il caratteristico campanile a vela. Antico Convento dei Padri Domenicani e Chiesa di S. Maria da Loreto, oggi chiesa del Purgatorio Costituisce la seconda sede dei PP. Domenicani provenienti dalla Badia di Ognissanti nei pressi del Castello, come stabilito dalla bolla di papa Leone X dell’11 dicembre 1517, ma del Convento sono rimasti solo alcuni locali adibiti ad abitazioni. La Chiesa di S. Maria da Loreto prende il nome da una cappella preesistente, ma secondo la tradizione è stata costruita delle stesse dimensioni di quella diruta di S. Domenico nei pressi del Castello. I portali ed il portone principale del XVI sec., il rosone ed il bassorilievo con lo stemma della famiglia Del Balzo, che riproduce un cimiero posto su di una ruota raggiata, provengono dall’antica cappella. Nel XVIII sec. la chiesa fu ampliata con la costruzione di un ala laterale che oggi funge da sacrestia. Opere presenti: Icona di S. Giacinto di ignoto pittore meridionale risalente al XVIII sec. Originariamente facevano da cornice a questa tela 13 formelle lignee di ignoto intagliatore meridionale del XVIII sec. di cui si sono perse le tracce;  olio su tela di 215x148cm raffigurante la Trinità, S. Vincenzo Ferreri e una devota, realizzato da Antonio Sarnelli tra il 1734 ed il 1793;  Cantoria di organo datato 1693 in legno policromato e dorato di ignoto intagliatore lucano del XVIII sec. (dimensioni 150x800x220). Il fronte della cantoria è costituito da 12 pannelli centinati contenenti immagini a rilievo di Santi e Sante Domenicani con l’eccezione dei SS. Lucia, Pietro e Paolo.

lunedì 8 ottobre 2018

Altro articolo pubblicato sul quotidiano ROMA Cronache Lucane



Edizione speciale per un articolo di prima pagina


IL PROGETTO IDRICO-FORESTALE REGIONALE A FERRANDINA NON CONVINCE

Di Enzo Scasciamacchia

Ai dipendenti del Consorzio di Bonifica della Basilicata di Ferrandina, rientrati nel Progetto Idrico-Forestale , ideato e progettato dagli Assessori al ramo della Regione Basilicata, Roberto Cifarelli e Luca Braia, non convince, la gestione molto superficiale del Soggetto Attuatore/Gestore (il Consorzio) non rende merito, perché troppo carente di servizi e di gestione del personale, ma andiamo per gradi:
1)    Il personale assorbito dalla graduatoria di tipo “A” del Reddito Minimo d’Inserimento (circa 600 aventi diritto) ex Mobilità in Deroga, assunti come “Operai Generici” pur essendo titolati, con esperienze trentennali e più che formati, ognuno per il proprio settore, dal sopra citato Gestore, non presi in considerazione in alcun modo, ne professionale ne per titoli, ne tantomeno per Curriculum.
2)    Non considerato, per eventuali patologie fisiche, non compatibili con il tipo di lavoro assegnato, ma reso idoneo, secondo una visita medica effettuata molto superficialmente dal servizio sanitario, fornito dallo stesso Gestore, ma solo segnalato per “limitazione di servizio”.
3)    Non fornito sufficientemente di DPI (Corredo per la sicurezza sul lavoro) scarsamente formato di N°1 Maglietta a maniche corte, N°1 Pantalone senza catarifrangenti, N°1 Felpa, N°1 Gilet smanicato catarifrangente, N°1 paio di guanti da lavoro, N°1 Casco di protezione per la testa, N°1 paio di scarpe antinfortunistiche, non fornito assolutamente il corredo per la sicurezza invernale.
4)     Incarichi distribuiti a caso o per conoscenze a soggetti con sana e robusta costituzione, senza alcuna esperienza nel settore, ne titoli adeguati, mentre non considerati soggetti titolati ed esperti trentennali nel settore organizzativo/Amministrativo.
5)    Attrezzature scarse o completamente assenti, per il regolare svolgimento del lavoro stesso, o precariamente fornito di utensili manuali.
In fine ci sarebbe da replicare anche sul trattamento economico ed organizzativo, ma sarebbe troppo esosa la descrizione e la spiegazione di carenze che andrebbero, se non corrette, ma almeno controllate, da un servizio di controllo e monitoraggio Regionale, visto che molte volte quello che è stato progettato e studiato da Amministratori attenti e corretti, alla fine viene gestito da soggetti poco attenti e molto superficiali.
Per tutto questo, i sopra citati Dipendenti chiedono, ai sopra citati Assessori, un tavolo di confronto per analizzare e cercare di correggere tutte le carenze di gestione, con chi le carenze le paga ogni giorno, in ogni momento della giornata lavorativa.

sabato 29 settembre 2018

Nuovo articolo su Ferrandina


Ancora un articolo sulle bellezze e ricchezze 
di questa Comunità



Pietro Antonio Ferro

le opere del primo decennio

III Parte

All’interno di un emisfero di luce, la Madonna che stringe a sé il Bambino, assiste dall’alto al supplizio di S. Erasmo. Quest’ultimo giace in terra con il ventre aperto e i visceri in vista, circondato da una moltitudine di uomini, donne e soldati e affiancato dalla ruota del martirio che girando riavvolge intorno a sé le interiora del Santo. Immagine raccapricciante condotta pittoricamente con tale maestrìa da catapultarci in una nuova stagione pittorica del maestro lucano. Questi finalmente dichiara con tutto il suo impeto e la sua foga la vocazione alle immagini in movimento, alle folle in agitazione, alle acrobazie, al groviglio di muscoli, di vesti, di volti, alla vibrazione dei corpi, all’espressività fulminea dei visi, alla rapidità e sommarietà della pennellata che non indugia, ma accarezza. La stessa Madonna non è più bloccata in una postura rigida e marmorea ma, nell’abbracciare il Bambino, sembra condurlo in una stupefacente giravolta, come mostra il movimento rotatorio del suo corpo, con il busto e il capo chini sul davanti. I suoi tratti sono sfumati, evanescenti, improntati ad una mesta letizia. Secondo la Barbone Pugliese il dipinto rappresenterebbe una summa di diversi modelli incisori che il pittore ricomporrebbe magistralmente in un unico dipinto. Nella parte inferiore del gruppo di astanti a destra (il carnefice a torso nudo, la figura inginocchiata di spalle, la donna a capo coperto avvolta dal mantello), la studiosa ravvisa i personaggi di un’incisione di Jan Muller raffigurante la Resurrezione di Lazzaro che riproduce un’invenzione di Abram Bloemart, nota attraverso il disegno conservato nel Kupferstihkabinett di Lipsia, risalente attorno agli anni 90 del Cinquecento. Entro il primo decennio si colloca anche il ciclo pittorico nella chiesa della Madonna dei Mali a Ferrandina. Si tratta di un ciclo che si sviluppa sulla volta (Madonna che ristora un ammalato, S. Domenico e S. Tommaso e ovali contenenti santi dell’ordine domenicano) e entro le arcate delle pareti laterali della chiesa e raffigura sei episodi della vita della Vergine: sulla sinistra Natività, Presentazione al tempio, Annunciazione; sulla destra Visitazione, Presentazione di Gesù al tempio e Assunzione della Vergine. Ogni episodio è inquadrato da una finta cornice e corredato da un’iscrizione esplicativa, in alcuni casi illeggibile ; anche i sottarchi sono decorati con motivi fogliacei. La Grelle nell’81 attribuendo gli affreschi in questione a Pietro Antonio Ferro li data attorno alla metà del secondo decennio, ma essi sono in realtà anteriori al 1611 per “l’eleganza del disegno, il tono di sereno e pacato equilibrio compositivo, la tendenza ad una rappresentazione addolcita e calma delle figure e la scelta di una gamma cromatica dai toni rischiarati”. Ancora una volta, il Ferro fa ricorso alle stampe dalle quali desume i cartoni preparatori relativi ai singoli episodi. Per esempio la Natività della Vergine appare esemplata su un’incisione edita a Roma nel 1584 tratta da un dipinto di Bartolomeo Spranger. L’incisore fu Mattheus Greuter come mostra la sigla M G sia sull’esemplare dell’Albertina di Vienna che su quello di Amsterdam. La Presentazione della Vergine invece si rifà alla stampa da C. Cort e a quella da J. Sadeler del 1570 entrambe dell’ Albertina e ad una dell’incisore veronese Jacopo Valeggio del 1574 nella Biblioteca Comunale di Forlì. L’Annunciazione si ispira invece ad una stampa del Cort da Giulio Clovio. La Presentazione di Gesù al tempio trae spunto, oltre che dall’incisione di Tommasino di Roma il cui inventore è Cornelis Cort, anche da un’incisione del Cort presso il Fitzwilliam Museum di Cambridge del 1586, in cui è indicato come autore Federico Zuccari. L’Assunzione della Vergine ricorda la scena di analogo soggetto dipinta da Federico Zuccari nella cappella dei duchi di Urbino a Loreto, tra il 1582 e il 1583.