Matera Capitale

Il quotidiano

venerdì 17 agosto 2018

Ennesimo articolo su Ferrandina e le sue ricchezze


Ferrandina e i suoi tesori nascosti...


Croce astile e Calice

CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte VII

CALICE
La base circolare del calice è segnata da un doppio gradino, lobato con ovuli incorniciati e fregi foliati al centro, e piatto con palmette d’acanto stilizzate. Il piede tornito e decorato alla sommità da foglie incise con le punte rivolte verso il basso. Nodi a disco fogliati e piatti di raccordo compongono il fusto, provvisto di nodo centrale a “vasetto”, cinto in basso da fogliami d’acanto e baccelli incorniciati sulla lobatura spiovente. Il sottocoppa d’argento sbalzato, rastremato alla sommità da un composto cordone marezzato, e ripartito in sei campiture a bandinelle con manipoli di spighe in quelle grandi e grappoli d’uva nelle piccole. Un profilo a lunette e girali liberi corona il sottocoppa fornito di slabbrata coppa, dorata interamente e lungo il bordo esterno. Sul rovescio della base è collocato lo stemma gentilizio della famiglia Mazziotti con elmo apicale a becco di passero e un serpente sovrastante che tiene nelle fauci una figurina umana. Lo stemma è composto da un leone rampante su monte a tre cime, tenente con le due branche una scimitarra. Tutt’intorno è la scritta a caratteri capitali “ EX LEGATO V.I.D. D. BERARDINI MAZZIOCTE 1619 “, a ricordo del donatore. L’oggetto è un prototipo della manifattura partenopea del primo-barocco. I canoni stilistici del tardo Cinquecento ritornano infatti nella base piatta e circolare con moduli fogliati, i quali nella ricercatezza decorativa preludono allo spirito Seicentesco. Il fusto assume lentamente quel profilo mosso e libero del barocco col nodo a vasetto sagomato, che esula dalle rigide forme del Cinquecento. Notevole eleganza è conferita al calice dagli emblemi eucaristici, sbalzati a forte aggetto, simboleggianti la primaria finalità del calice, ma soprattutto dalle lunette libere e serpentine con palmetta centrale.

CROCE ASTILE
La croce astile poggia su un nodo ellissoidale con due ordini di moduli decorativi: una serie di fogliami d’acanto con lobo apicale e protomi alate alterne a cartelle lobate con girali appiattiti.
I bracci lineari della croce sono profilati da sagomature tornite con baccelli tondi alterni agli ovali, resi contrastanti dal bulino. All’incrocio dei bracci, quattro fasci composti di raggi a ventaglio danno vita alla raggiera quadrata. Il terminale inferiore ha due carnose e morbide foglie d’acanto, a sbalzo vivo, con palmette sottostanti, mentre i tre bombati terminali apicali sono composti da coppie di girali affrontati, contenenti una paffuta testina alata e pomello finale a doppio ordine di fogliami. Sulla Croce è collocato il teschio d’Adamo, il Cristo patiens con perizoma annodato e testa reclinata da un lato, un rosone stilizzato all’incrocio dei bracci e un cartiglio ovale con la scritta INRI, un fogliame d’acanto stereotipato, tra nervature tornite su fondo a bulino riccio, è presente sui terminali posteriori della croce astile insieme ad un medaglione fiorato posto all’incrocio, visibile anche nella parte anteriore. Si legge sul recto: FILOMENA ABATANGELO VEDOVA MASTRO-MATTEI e sul verso la data 1904; deducendo così che la croce fu donata nell’anno 1904 dalla fedele alla Chiesa Matrice di Ferrandina, dove tuttora si custodisce. L’arredo reca sull’orlo ridotto del nodo e sui quattro fasci della raggiera il bollo dell’argento in uso dopo l’Unità d’Italia e uniformato a tutta la nazione, e la sigla M800, bollo di datazione, accompagnata dal punzone CATELLO. La croce astile è opera dell’operoso e geniale argentiere partenopeo Vincenzo Catello che, nel 1878, rilevò il laboratorio di Gennaro Pane, attivo nella seconda metà dell’Ottocento. Della maestria argentiera dell’inesauribile vena creativa dell’argentiere è testimonianza in una doppia serie di due corone d’argento, traforate a racemi, nella chiesa matrice della Trinità di Tramutola, una per la statua della Madonna dei Miracoli e l’altra per quella della Madonna del Rosario. Sempre opera del Catello è la splendida portella del Tabernacolo, sull’altare maggiore della stessa chiesa, rappresentante, a rigore di scultura, la Cena di Emmaus, raramente raffigurata. Un evidente eclettismo traspare, nella ripresa di ornati d’altre epoche, rivisitati con diversa ispirazione, di pathos espressivo. Nella resa finale non esiste armonia tra le parti. I terminali, di più accurata realizzazione, sono in netto divario con la resa a moduli standardizzati dei bracci della croce. Il decoro a ovali e cerchi bulinati è ripresa tematica del tardo Cinquecento. Il nodo di sostegno, che ha una dimensione ridotta, riflette strutture lineari e non si abbandona più a sporgenti e fastosi protomi alate o vegetali, ma è stretto e racchiuso in fregi ornati e raffinati. Il Cristo patiens, fuso a tutto tondo, ha un modellato a stampaggio, al pari del cartiglio apicale con la scritta INRI. Si delineano abbastanza chiaramente, nel rigore delle modanature e nella contenutezza delle forme, i fattori tipici del neoclassicismo, che comportano la drastica riduzione dell’ornato e l’abolizione delle stravaganze e bizzarrie dell’epoca precedente.     

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