QUANDO ERO GIOVANE
Quando ero
giovane, l’età era un numero. Adesso è un inventario.
Una volta mi
alzavo dal letto con l’eleganza di una molla svizzera. Ora mi alzo come un file
che si apre su un computer vecchio: prima le ginocchia fanno buffering, poi la
schiena carica il sistema operativo, e infine il collo chiede se sono sicuro di
voler continuare.
Ma la verità
è che, con l’età, non diventano importanti le grandi cose.
Diventano
fondamentali i dettagli.
Per esempio:
Una volta
uscivo di casa e basta.
Adesso esco
di casa e torno indietro tre volte:
– per gli
occhiali,
– per il
telefono,
– per capire
se ho già preso gli occhiali.
Ho
sviluppato una relazione intensa con le sedie. Non più per sedermi: per
alzarmi. Le sedie sono diventate collaboratrici. Alcune sono affidabili, altre
traditrici. Il divano basso, per esempio, è chiaramente contro di me.
Poi ci sono
i rumori.
Una volta i
rumori venivano dal mondo.
Adesso
vengono da me.
Scricchiolii.
Scatti.
Un “tac”
misterioso quando mi piego.
Non so cosa
sia, ma so che non c’era nel 1994.
E le luci.
Ah, le luci.
Da giovane
creavo atmosfera con la penombra.
Ora accendo
tutto, come un interrogatorio.
Perché
leggere senza luce è diventato uno sport estremo.
Ma la cosa
più sorprendente è che i dettagli non sono solo fisici.
Sono
emotivi.
Una volta mi
servivano viaggi, eventi, rivoluzioni interiori.
Adesso mi
basta:
– una
camicia calda appena stirata,
– il caffè
bevuto senza fretta,
– trovare
parcheggio senza dover fare manovre da documentario.
E c’è una
malinconia leggera in tutto questo.
Non quella
tragica, no.
Quella che
ti fa sorridere mentre sospiri.
Come quando
trovi una vecchia giacca e in tasca c’è ancora un biglietto del cinema. Non
ricordi il film, ma ricordi la sensazione di quella sera.
E capisci
che la vita, alla fine, non è fatta di grandi momenti.
È fatta di
piccoli trionfi:
Alzarsi
senza dire “ahia”.
Ricordarsi
perché sei entrato in cucina.
E scoprire
che gli occhiali… li avevi già in testa.
E in quel
momento ridi.
Piano.
Per non
farti male alla schiena.
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