Matera Capitale

Il quotidiano

mercoledì 25 luglio 2018

Le pubblicazioni continuano, Ferrandina ancora protagonista con la sua Chiesa Madre


Ed ora vi presento i Reali...




CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte IV

ISABELLA E FEDERICO D’ARAGONA

“Al contrario del fratello maggiore Alfonso, erede al trono, Federico godeva di simpatia e di popolarità, che scaturiva dalla fama del suo carattere mite e prudente, del suo tratto raffinato, del suo amore alle lettere”. E’ il ritratto che di Federico D’Aragona fa il Pontieri. La scultura lignea sembra rispecchiare nel volto queste peculiarità. Il volto della Regina Isabella sembra, invece, velato di melanconia, avendo tenuto presente, evidentemente, lo scultore le vicissitudini a cui andò in contro Isabella Del Balzo, andata sposa, appena ventiduenne, a Federico D’Aragona, precisamente il giorno 18 Novembre del 1487, durante la prigionia del Padre, Pirro Del Balzo. Isabella, “chiara per innocenza e soavità di costumi, per virtù e bellezza”, era stata fidanzata per tre anni del fratello di Federico, Francesco, morto improvvisamente e quasi contemporaneamente alla madre e al fratello della stessa Isabella.
Vive con Federico la drammaticità delle vicende della guerra che si scatena su Napoli e sull’Italia tutta. Costretta a rifugiarsi in una provincia lontana, poi di nuovo principessa di casa regnante, e d’ un tratto, inaspettatamente, per la morte del giovanissimo nipote, regina, e, non appena salita al trono la guerra ricomincia per la ribellione del principe di Salerno.
Il Re, con lo scettro nella mano destra, indossa un corto mantello sotto una tunica corta a pieghe. La Regina Isabella, sua seconda moglie, è rappresentata con un lungo vestito a vita alta e un libro nella mano sinistra. Le due statuette lignee si possono datare alla fine del secolo XVI, anche se in più casi nel Meridione certi stili seguono con notevole ritardo epoche posteriori, ma se non ci sarà la contro prova di un documento che porti una data posteriore, non si può scendere oltre il Cinquecento. Lo confermano l’impianto, i costumi, lo stile.
Non si può dire che lo scultore sia un grande maestro, ma non per questo le due sculture mancano di un sensibile e vivace intaglio colto e raffinato, attento nella modulazione dei piani, nella naturalezza dei movimenti, nella caratterizzazione dei volti semplici e austeri, come si addice a personaggi di tanto riguardo. Ancora più notevole è la bellezza della policromia, la preparazione della mestica è finissima, la stesura dell’oro e la sua delicata bolinatura sono eccellenti, il colore a tempera a uovo delle carni luminose e trasparenti malgrado l’usura del tempo, tutto fa pensare, infine, ad una provenienza da un centro colto e raffinato, ancora capace di esprimersi con garbo ed eleganza. La Grelle attribuisce le sculture lignee ad Altobello Persio di Montescaglioso, autore anche del Presepe ligneo della Cattedrale di Matera. Quest’ultimo eseguito nel 1534 in collaborazione con Sannazzaro di Alessano, è espressione, come sostiene La Grelle, della totale adesione alle strutture morfologiche della cultura locale, adesione confermata nelle effigi di Isabella e Federico D’Aragona, come nelle sculture in legno dorato di S.Pietro ad Atella, di S.Pietro e Paolo ad Oppido.
AQUILA BICIPITE
Non è facile intuire le ragioni per le quali, nella prima metà del secolo XVII, si pensò ad una scultura lignea raffigurante un’aquila bicipite, come custodia del prezioso reliquiario Quattrocentesco del Legno Santo di Croce. Fini ad allora il reliquiario o era stato conservato in qualche custodia di altare o era stato sempre esposto ai fedeli. Nella visita apostolica fatta dal vescovo Giustiniani a Ferrandina il 26 Novembre 1595, tra gli altri rilievi è detto, “nell’altare maggiore si facci la custodia per tenere il SS.mo Sacramento. In quell’altare ove oggi sta il SS.mo Sacramento si metteranno le reliquie, si farà un velo nuovo che sia bello e decente e se metterà al reliquiario dove sta il Legno di S.ta Croce”. Nel documento non viene fatto alcun cenno dell’aquila bicipite che troviamo circa il 26 Maggio 1726, quando il vescovo Positano visita, tra l’altro, “Altare della Croce con cancelli lignei, il fornice di tutto l’altare (l’alzata) con colonne, baldacchino con l’aquila bicipite nella quale è conservata la Croce”. Entro queste due date bisogna collocare la committenza e la realizzazione dell’aquila bicipite, che da un punto di vista stilistico, si può datare intorno alla prima metà del secolo XVII. E’ opportuno fare qualche cenno sulla simbologia di questo rapace, per un ipotetico tentativo di accostamento al Legno Santo della Croce. Il Neubecher dice:
“ Sia per ragioni di natura biologica sia per le loro caratteristiche intrinseche, i grandi rapaci predatori (gli Acipitridae, come preferiscono definirli gli zoologi), sono predestinati a rappresentare il mondo divino, in contrapposizione al mondo umano. Di conseguenza, non stupisce affatto che l’aquila ed altri rapaci, siano ormai diventati il simbolo per eccellenza del cielo e delle divinità. Si può, pertanto, attribuire all’aquila una simbologia religiosa. Nel nostro caso, tuttavia, siamo in presenza di un’aquila bicipite che già presso gli Ittiti era simbolo di sovranità. Tale simbologia, unita a quella imperiale, figura nello stemma del Sacro Romano Impero, in quello degli Imperatori Bizantini, degli Aragonesi, dei Borboni. Osserva lo storico locale S. Centola a proposito dell’aquila bicipite, “ emblema simboleggiante l’unione spirituale dè due imperi d’Oriente e d’Occidente, uniti sotto lo scettro nel grande Costantino”. La tipologia iconografica abbastanza rara se non unica, almeno in Basilicata, è la dose maggiore di questa scultura. Colpisce subito la sua dichiarata “araldicità” espressa con la scelta del soggetto contenitore di marca prevalentemente laica. Se non si fosse conservata la portella ovale, che dichiara nell’intaglio le forme dell’oggetto conservato, si sarebbe pensato sicuramente ad uno stemma araldico che avesse perso le proprie insegne. E invece proprio la sua insegna, l’effige del reliquiario del Legno Santo di Croce, ci indirizza verso la giusta esegesi. Pur tuttavia, l’insieme mantiene, alla fine, la sensazione di una valenza marcata.
Il soggetto, riconducibile direttamente nell’ambito del repertorio araldico alle più note raffigurazioni di stemmi regali ed imperiali per la presenza di un corpo bicipite, ad un’attenta lettura, presenta delle caratteristiche abbastanza interessanti dal punto di vista stilistico ed iconografico. La raffigurazione dell’aquila s’ispira, specie nell’impostazione della testa, della coda e degli artigli, ad esemplari molto più antichi, vicini a quelli di alcune stoffe bizantine.
Il rilievo centrale, poi, riproduce il modello del reliquiario in argento e cristallo, come se, se ne fosse voluta la continua ostensione per la venerazione dei fedeli. E tale convinzione è suffragata dalla presenza, ai due lati, di due angeli genuflessi sul tipo dell’adorazione del SS.mo Sacramento, di rigida osservanza controformata. La reliquia fu probabilmente portata in occidente dalla terra Santa alla fine del XIII secolo da Roberto Sanseverino: agli inizi del 400 fu commissionata dagli stessi Sanseverino il reliquiario d’argento, come risulta dagli stemmi posti sulla base della stauroteca. La custodia lignea fu probabilmente eseguita tra il 1630 e il 1633, quando la cattedrale fu ricostruita e la stauroteca venne dotata di una cornice raggiata (la custodia di cuoio del reliquiario porta la data 1630). Non conosciamo il nome dell’autore, ma tanto il modellato dell’intaglio, quanto il tipo di doratura, e, soprattutto, la raffigurazione centrale farebbero pensare ad un rappresentante della folta schiera d’intagliatori che nel XVII secolo operarono in Basilicata alle dipendenze dei vescovi e ordini religiosi. Un accostamento stilistico e tipologico potrebbe istituirsi con le due formelle superiori della porta lignea della chiesa di S. Giovanni Battista ad Acquaformosa in Calabria.

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