Matera Capitale

Il quotidiano

giovedì 19 luglio 2018

III° Capitolo della Storia sulla Chiesa Madre



Oggi addirittura in prima pagina 


La Prima pagina

L'articolo

CHIESA MADRE
SANTA MARIA DELLA CROCE
Ferrandina

Parte III

MADONNA COL BAMBINO

Montata su un monumentale sedile in legno dorato con un baldacchino sorretto da due angeli, frutto di una sistemazione tardo-settecentesca, la Madonna col Bambino, venerata col nome di Madonna della Croce, è attualmente collocata nel transetto sinistro della Chiesa. Dal Ragguaglio del 1756 si apprende che la statua dorata era situata, “ in un nicchio di fabbrica con stucco nel fondo di detto coro, scorniciato (a lacunari) detto coro ed abbellito di più statuette, e di legno, e di stucco poste in oro…”. Il Caputi riferisce che la scultura “fu ritoccata con profusione di oro nel 1858 per cura dell’egragio canonico D. Francesco de Gemmis”.
L’intervento, che probabilmente dovette comprendere anche la revisione della cromia degli incarnati, comportò quindi il rifacimento della doratura, per il quale la statua ha assunto un aspetto scintillante, che non impedisce, tuttavia, di valutare quest’opera, sinora passata inosservata agli studi. La scultura è datata sulla base 1530 e, probabilmente, venne realizzata in occasione di un voto, fatto dai rappresentanti di Ferrandina, al “Prezioso Legno di Santa Croce”, in seguito alla pestilenza che colpì la Città nel 1521. La Madonna, seduta con la mano sinistra protesa in avanti per mostrare la Croce, sostiene con la destra il Bambino benedicente, che reca nella sinistra un pomo. L’ampio mantello, calato sulla fronte della Vergine a nascondere la capigliatura ( le due bande brune di capelli dipinte che sporgono dal copricapo sono visibilmente un’aggiunta), ricade sulle sue braccia, descrivendo innaturalisticamente due anse, tra le quali si accampa il putto, saldamente piantato sulla gamba destra della madre. Il modulo compositivo denota la provenienza dell’opera dall’ambito napoletano, benché l’autore si dimostri legato a soluzioni alquanto attardate, certamente precedenti agli esiti espressivi più alti della plastica napoletana di quel momento, rappresentati dal lirismo pacato del Siloè, dal grafismo nervoso del Santacroce, dal manierismo struggente e aggressivo dell’Ordonez e dal classicismo inquieto di Giovanni da Nola. L’opera in esame, uscita dalla bottega di un madonnaro napoletano, si pone nella scia delle sculture lignee giunte nella regione nei primi decenni del cinquecento, alcune delle quali riconosciute dalla critica autografe o della bottega di Giovanni da Nola ( Tito, chiesa di S. Antonio, Madonna con Bambino, Melfi, Castello, S. Sebastiano; San Mauro Forte, chiesa del Convento, Madonna col Bambino), e trova un precedente di altissima qualità nella Madonna col Bambino della chiesa del Carmine a Marsico Nuovo, da poco restaurata, che, nel solenne schema compositivo e nell’ovale di perfetta astrazione geometrica della Madonna, si ricollega al clima della plastica napoletana della fine del Quattrocento, animato dalle esperienze dell’ultima attività del Laurana.
ANGELI REGGICANDELABRO
Ignorate dalla storiografia locale, le due statuette che qui si presentano costituiscono, anche rispetto agli altri esemplari conservati nella regione, una pregevole testimonianza di scultura lignea di importazione napoletana degli inizi del XVII secolo. Lo rivela l’impianto saldo ed equilibrato delle figure nella posa ferma del gesto, lo sviluppo del panneggio che aderisce al corpo lasciando scoperta la gamba che incede, ricadendo in pieghe morbidamente abbozzate, i lineamenti luminosi del volto incorniciato da capelli a ciocche ondulate, la policromia delle vesti e delle ali dal piumaggio fittamente lavorato. Una sintassi tardo rinascimentale che sopravvive nel Seicento nell’attività di botteghe di tagliatori operanti nella capitale, impegnati a far fronte alle richieste del mercato dell’entroterra. I loro nomi, sovente adombrati, raramente affiorano dai dati d’archivio, che, riguardando talvolta, opere ormai disperse, non consentono l’identificazione e la valutazione dei caratteri stilistici e degli ornamenti culturali dell’artefice cui si riferiscono. E’ il caso, ad esempio, del maestro intagliatore Giovanni Antonio Amatucci, citato in un atto di pagamento del 1611, per l’esecuzione di due angeli per il Monastero di S. Francesco di Miglionico che, nella dettagliata descrizione offertane dal documento, rivelano una tipologia del tutto affine ai due esemplari di Ferrandina. E’ probabile che le due sculture facessero parte dell’apparato decorativo della Cinquecentesca Madonna della Croce, attestato dal Ragguaglio del 1756.
TEMPLI HUJUS CANTOR THOMAS CARELLA DECANUS ALTARE HOC FECIT VIRGINIS AERE SUO – AD 1777
L’Opera reca la data di costruzione sulla parte frontale del paliotto. Dalle storie locali apprendiamo che negli ultimi decenni del Settecento la Chiesa Madre subì una serie di interventi, intesi a completare e migliorare quanto era stato realizzato in precedenza. Il Centola ad esempio, c’informa dei lavori di demolizione dell’antica crociera e di rifacimento della cupola avvenuti nel 1775. Dalle ricerche archivistiche finora esperite, non sono emersi dati documentari sull’altare, ma risulta interessante al riguardo la relazione Ottocentesca sulla Cattedrale, redatta dall’Arciprete Ruggero Lisanti nel 1872, essa contiene preziose notizie sui rifacimenti subiti dalla fabbrica nella seconda metà del 700. E’ probabile che nel clima di tali iniziative sia maturata l’idea di acquistare un nuovo altare maggiore, collocato in opera, come ricorda la data, nel 1777. L’altare realizzato in forme imponenti rivela un magnifico gioco di marmi policromi variegati di rosso, giallo, verde, nero, in buon contrasto con il bianco dei marmi scolpiti. Si erge su tre scalini marmorei, ed è formato da un paliotto di marmo ornato al centro da un ovale simile ad un araldo decorato e raffigurante l’immagine della Madonna della Croce col Bambino, titolare della Chiesa. Ai capialtari, simmetricamente disposti, due Angeli in marmo bianco sostengono due cornucopie che fungono da porta candelabri.  Un rapido confronto stilistico con gli Angeli realizzati per l’altare maggiore della Chiesa di S. Domenico nel 1775 permette di cogliere l’impronta inconfondibile del Sebastiano, marmoraro napoletano, attivo in provincia, negli anni 70. Uguale l’impostazione delle figure sedute ai capialtare, uguale il modo di trattare il panneggio morbido e armonioso intorno ai corpi, il modo di creare l’occhiello nei risvolti delle vesti, identici i dettagli iconografici.
L’altare maggiore della Cattedrale con la sua imponenza e la compiutezza esecutiva va ad accrescere nella nostra Regione il numero di quei prodotti artistici che, importati direttamente dalla capitale, centro del potere politico ed economico, esprimono il gusto ed il prestigio della committenza locale. Sotto l’aspetto stilistico e compositivo esso trova soluzioni assai vicine negli esemplari che ancora si conservano nella Chiesa Madre di Matera, di Montescaglioso, di Tricarico, di Pomarico, di Maratea, tutti collocabili nella seconda metà del Settecento.


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