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lunedì 3 giugno 2019

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FINE DEL BRIGANTAGGIO

Il 25 luglio 1865, l’esercito di Crocco venne sterminato, lungo l’Ofanto, dalle truppe del generale Pallavicini. Rimasto senza forze, Crocco cercò di scappare nello Stato Pontificio, memore del sostegno che il papa aveva dato, in chiave anti-piemontese, alla corona borbonica. Ma Crocco non era un politico molto furbo: i tempi erano cambiati;  il Governo lealista in esilio a Roma non gli aveva perdonato l’abbandono del tentativo di riconquistare la Basilicata; il Papa non voleva creare motivi di ulteriore frizione con i Savoia, ed era soprattutto preoccupato dall’estensione del brigantaggio nel suo stesso territorio, in particolare in Ciociaria. I soldati del Papa lo catturarono a Veroli. Durante la sua detenzione nello stato papale Crocco ebbe anche contatti con Francesco II, esortandolo ad intervenire in suo favore poiché aveva combattuto in suo nome, ma il sovrano, secondo le dichiarazioni del brigante, non volle  intromettersi per non compromettersi con le potenze straniere. Dopo vari passaggi da un carcere all’altro, Crocco fu infine rinchiuso a Potenza. Nel 1873 venne condannato a morte, ma la sentenza venne immediatamente commutata, con decreto regio, in lavori forzati a vita, forse, come sostiene Del Zio, per pressioni politiche francesi. Morì nel carcere di Portoferraio, dopo aver più volte ritrattato il suo passato, arrivando ad elogiare Re Vittorio Emanuele II, e chiesto una grazia che non arrivò mai, nel 1905, all’età di 75 anni. Dopo l’arresto di Crocco, rimasero soltanto alcuni focolai di brigantaggio nel materano, costituiti da bande che non facevano parte dell’esercito di Crocco. La banda di Rocco Chirichigno, detto “Coppolone”, fu sconfitta nel febbraio 1865; l’ultima banda operante in Basilicata, quella capeggiata da Eustachio Chita, detto “Chitaridd’”, resisté fino al 1896, in condizioni di estremo isolamento nella zona circostante le gravine di Matera. La repressione militare sabauda fu selvaggia. Ecco alcuni degli episodi più brutali: A Trivigno, una pattuglia dell'esercito italiano fece un rastrellamento, fucilò alcuni prigionieri ed emanò un bando che prevedeva il perdono a chi si fosse costituito alle autorità. 28 ricercati si presentarono e, nonostante la promessa, furono fucilati senza processo. A Ruvo del Monte, dopo l'assedio di Crocco in cui vennero uccise 17 persone tra possidenti e liberali, un reparto di 1500 soldati ordina la perlustrazione e la fucilazione di un numero imprecisato di ruvesi. Dopo lo sterminio, il comandante Guardi ordinò ai notabili del posto di provvedere ai bisogni della truppa e, davanti al loro rifiuto, comandò il loro arresto con l'accusa di attentato allo stato e manutengolismo. A Lavello, 20 briganti furono fucilati da un contingente di ussari. Altri eccidi si registrarono a Venosa e Barile. Con la legge Pica, in meno di sei mesi, in Basilicata furono incarcerate per sospetto di aderenza ai briganti 2.400 persone; di questi, 525 persone, tra cui 140 donne, finirono al confino. Non vi è una stima del numero di morti, di villaggi e case distrutte, di persone recluse a vita o inviate al confino nella sola Basilicata. Ma certamente furono numeri da guerra civile. Dopo questa sconfitta, inizierà il crescente distacco economico del Mezzogiorno dal Centro Nord, l’emigrazione, il soggiogamento delle classi popolari meridionali. Nascerà la questione meridionale.  


Omicidio di Ninco Nanco

Le taglie per la cattura

Il Brigante Materano
Eustachio Chita detto "Chitaridd"

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